16 febbraio 2014

HAPPY DAYS

 

La Calabria (e l’Italia intera ormai), si sa, è la terra dove per uno che lavora ce ne sono almeno cinque che guardano. E mentre guardano, non possono sottrarsi dal dovere di critica. Così, dall'alto del loro sapere: <<Ah, ma se inveci mi fa' cusì, facivi i chist'atra manera....>> <<No, sbagghiasti...Se facivi cusì comu dicu ieu era megghiu!>> e via di questo passo.
Al che, il povero cristo che cerca di sforzarsi di concludere qualcosa, giunto al limite dell'esasperazione, si rivolge al più alto in grado dei sapientoni di turno ed esclama:

<<Scindi e falla tu!>>.

Qualcosa di simile è capitato l'altro giorno tra Letta e Renzi, ma al contrario.
Siccome il lavoro di Letta pareva non procedere per come doveva, il neosegretario del PD ha pensato bene di correre ai ripari. Non si è limitato a disincagliarlo dalle sabbie mobili della palude in cui -volente o nolente- il buon Enrico si era cacciato, l'ha proprio tirato fuori di peso, esclamando:

<<Cacciti 'i ddhocu, 'nchianu (a Palazzo Chigi) e 'a fazzu ieu! (la riforma)!>>

Così che da domani, Renzi il bullo, il pie' veloce, Renzi detto Renzie, come Fonzie, avrà affidate le redini di quest'asino stanco che sembra il nostro Paese, che s'è quasi intestardito -secondo Renzi- a non voler andare avanti.
Se l'intento è più che lodevole, i modi in cui il ricambio è avvenuto e le incognite cui il fiorentino va incontro, lasciano più di qualche perplessità.
Partiamo dal documento approvato dalla Direzione del PD, che ha dato il via libera definitivo al giovane rottamatore:

«La Direzione – è scritto nel testo – del Partito democratico– esaminata la situazione politica e i recenti sviluppi, ringrazia il presidente del consiglio Enrico Letta per il notevole lavoro svolto alla guida del governo» 

Non lo ringrazia, significativamente, per essersi fatto da parte, a dimostrazione del fatto che è il suo stesso partito ad averlo fatto fuori.

«Rileva la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo»

Ma se la coalizione di governo è quella attuale, cioè la stessa di quella cui si appoggiava Letta, i rapporti di forza non cambiano. Non cambiano nemmeno i veti e le resistenze incontrate da Letta all'interno del suo stesso Governo.

« Invita gli organismi dirigenti, legittimati dal Congresso appena svolto, ad assumersi tutte le responsabilità di fronte alla situazione che si è determinata per consentire all’Italia di affrontare la crisi istituzionale, sociale ed economica, portando a compimento il cammino delle riforme avviato con la nuova legge elettorale e le proposte di riforma costituzionale riguardanti il Titolo V e la trasformazione del senato della Repubblica e mettendo in campo un programma di profonde riforme economiche e sociali necessarie alla promozione di sviluppo, crescita e lavoro per il nostro paese».

In pratica: fate fare a Renzi quello che Renzi non ha fatto fare a Letta. Se non erro, è lo stesso programma enunciato da Letta poco meno di un anno fa. Programma che gli stessi nuovi organismi dirigenti del PD hanno brutalmente interrotto.

La domanda che tutti si fanno è: perché Renzi dovrebbe riuscire lì dove Letta ha fallito?
Guardandola da dentro il PD, il perché è presto detto: Renzi ha dalla sua parte la maggioranza del partito, cosa che Letta non aveva. E qui casca l'asino PD. Perché se è vero che Renzi è divenuto segretario e che perciò è chiamato a dettare la politica del partito, è altrettanto vero che Letta -pur nella minoranza- è sempre un uomo del PD e perciò deve condividere tale politica, estrinsecata nel programma “Impegno Italia”.
E' stato detto che letta abbia “copiato” dal “Jobs Act” (che nome orribile! sono dei punti programmatici, non una legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti!). E' naturale che sia così, se Letta fa parte dello stesso partito di Renzi! Il segretario detta il programma, chi è nel PD –a maggior ragione se chiamato a ruoli istituzionali- prende nota ed esegue.

In verità, se l'attuazione del programma previsto ha incontrato difficoltà e resistenze, credo che ciò non sia imputabile a Letta (e non per difenderlo). Non è facile fare l'equilibrista tra i millemila veti e distinguo cui è stato sottoposto dagli “alleati” di uno strano governo da emergenza nazionale. Ci riuscirà Renzi con il suo caratere “fumantino”? Ho molti dubbi.
Renzi si è liberato dell'ex vicesegretario del suo partito e di altri della minoranza a colpi di “Chi?”. Un modo che –nella sostanza- non mi risulta essere molto diverso da quello di Grillo con i suoi adepti, o dell'assolutismo berlusconiano.
Tale comportamento, mi ha richiamato alla mente il passaggio di una lettera:

« Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via.»

Così scriveva Antonio Gramsci il 12 Settembre 1927, imprigionato in carcere dal regime fascista solo per le sue idee politiche.
Voglio fantasticare che Renzi, (anche se so che non ne ha avuto il tempo, impegnato a correre com’è) più che ai metodi berluscon-grilleschi abbia fatto riferimento al libero pensatore Gramsci, per trovare la forza per provare ad uscire dalle gabbie in cui il potere stesso racchiude sia chi lo detiene, sia il Paese intero.
Dalla sua Renzi ha il fattore novità, la spinta e l'energia che il nuovo porta con sé: scupa nova faci rumuru.
Dall'altra parte, a sostenerlo ci dovrebbe essere un partito che però ha dimostrato non essere tale, visto e considerato che sono prevalse le differenziazioni interne invece che l'idea comune che dovrebbe sostenere il partito stesso, ritrovatosi con un presidente (Cuperlo) che ha dato le dimissioni dopo pochi giorni, perché in disaccordo col nuovo segretario che lo aveva sconfitto, e con un Presidente del Consiglio scaricato in malo modo (risparmiandogli, per motivi “tattici” l'umiliazione di vedersi sfiduciato in parlamento).
E in tutto questo marasma il PD che fa? Continua nel suo sport preferito: le primarie all'americana, a ogni livello (nazionale, regionale, provinciale). Sulla carta uno strumento di democrazia, in pratica un metodo per raccogliere fondi.

Si è fatto tutto di fretta, sembra perché si vuole approfittare della congiuntura favorevole dei mercati, con lo spread tra Italia-Germania ai minimi storici dall'inizio della crisi. E se questo è capitato, non è solo per la “congiuntura europea”, ma anche (pur in parte minore), per i provvedimenti adottati prima da Monti e poi da Letta. E quando ci ricapita? Perciò Mario Draghi consiglia: o ora, o mai più!
Il rischio è grande, perché si sa che 'a iatta presciarola faci i iattareddhi orbi. Ma tant'è.
Così, per la famosa legge del non c'è due senza tre, ci ritroviamo col terzo autista (dopo Monti e Letta) del pullman Italia, con la stessa destinazione, ancora lontana: le riforme.
Nel frattempo il Paese resta fermo all'autogrill. Qualcuno ha preferito andarsene per un altra strada, anche a piedi o in autostop. Degli altri, rimasti ad attendere, in molti sono corsi in bagno, a vomitare.

Si tenterà di farle davvero arrivando fino al 2018? Questo è l'auspicio di Renzi-Fonzie, che si appresta a salire a Palazzo Chigi con l'ottimismo del bullo anni '50 di Happy Days –che, tra l’altro, festeggia i quarant’anni dalla prima messa in onda (Renzi, come me, ne ricorderà l’attesa di ogni puntata, ogni sera alle 19)- cantando:

 

Sunday, Monday, Happy Days.
Tuesday, Wednesday, Happy Days.
Thursday, Friday, Happy Days.
The weekend comes,
My cycle hums,
Ready to race to you.

These days are all,
Happy and Free. (Those Happy Days)...

09 febbraio 2014

REGGIO, CH’I PERI A’ FOSSA

 

E’ tempo di Olimpiadi invernali, forse per questo, a Reggio, m’è tornato in mente quel grande campione che fu Alberto Tomba.
Ricordo ancora i suoi splendidi slalom e non è strano che mi torni in mente mentre, in macchina, vado dalla periferia al centro, in slalom.
Sì, pure io slalomeggio, non per sport ma per necessità; non su una pista innevata, ma su strade d'asfalto (o almeno ne ha le sembianze), dove al posto delle bandierine alternate di Tomba, blu e rosse, ci sono: sacchetti della spazzatura rotolati via dopo aver perso la lotta contro l'angolo di natural declivio della maleodorante montagna che li ospitava, e fosse (da non confondere con le buche, quelle sono sui campi da golf, e qui non ne abbiamo).
Alla fine arrivo in centro, parcheggio, pago (sì, ancora 'n cacchi fissa c'è) e così come Tomba al traguardo guardava il tabellone per controllare il suo tempo, allo stesso modo alzo gli occhi verso l'orologio del Comune, per controllare quanto ci ho messo a percorrere due chilometri scarsi: solo sette minuti. Ancora in tempo per l'ultimo ufficio.
E' l'Agenzia delle Entrate, l'ufficio più amato dagli italiani; quello dove conoscono vita, miracoli e soprattutto morte (visti i tempi) delle nostre tasche. Per controllarle usano un programma che hanno chiamato SER.P.I.CO (Servizi Per Il Contribuente), come il famoso poliziotto degli anni '70. Che simpatici burloni!
E a proposito di simpatia, entrare là dentro non è una cosa tanto simpatica, ma non certo per colpa di chi ci lavora, che, anzi, è estremamente disponibile a rendere l'atmosfera più leggera. E come la Vecchia Romagna -il brandy che crea un'atmosfera (v'u ricurdati?)- quasi quasi finisce col piacerti, se non fosse che ogni volta che entri, sai già che ne uscirai più leggero, con le tasche più leggere. E in quest'aria di leggerezza che ti pervade, cerchi di trovare il lato positivo: pensi che essendo più leggero, la macchina dovrà vincere meno attrito nel viaggio di ritorno verso Scilla, così almeno arriverai a casa prima.
Poi torni serio, e dopo che t'è passata l'arrabbiatura contro lo Stato-idrovora numismatica, pensi: beh, in fondo ho fatto il mio dovere di cittadino. Ho pagato le tasse per avere servizi più efficienti, strade che non siano “vie Emmenthal” e senza sacchetti della spazzatura a far le veci delle bandierine di Tomba.
E' un lampo. Solo pochi secondi, giusto il tempo di scendere, leggero, due rampe di scale. Diciotto gradini, di cui gli ultimi tre più stretti, un invito a raggiungere più velocemente l'uscita dopo che ti hanno svuotato: va-tin-di!
I buoni propositi di cittadino-modello svaniscono appena torno in strada. Sì, perché non è una strada qualunque. E' il Corso Garibaldi, la via principale, la Main Street di questo nostro estremo Sud calabro.
fossa RCVolgi appena lo sguardo a sinistra e scopri che anche qui l'asfalto non è uniforme, il Signor Emmenthal è di casa anche qui. Ma non è una fossa qualunque: lo strato d'asfalto -dello spessore di poco più di una decina di centimetri- sembra esser stato rintagliato con cura dalle sapienti mani di un esperto sarto. Hanno grattato via i segni del tempo recente, tanto che si vede il livello originario della strada e vi è ancora impresso il disegno della pavimentazione più antica. Pensi: avranno iniziato anche qui gli scavi archeologici?
D'altra parte, Piazza Italia è lì, solo 150 metri più avanti c'è il Palazzo Comunale. Un brivido freddo mi percorre: sappiamo bene quanto ci hanno impiegato a completare gli scavi in quel sito.
Voglia di tornare all'antico? Beh, forse non sarebbe poi tanto male, visto che la realtà reggina di questi ultimi anni non ha offerto esempi molto edificanti. E il ritaglio del sarto fatto proprio lì, sotto gli occhi del Palazzo Comunale ne è l'emblema: Rriggiu è ch'i peri a' fossa, e di occhi per vederla dal Palazzo comunale non ce ne sono.
A proposito di “opere sartoriali”, il pensiero torna a un altro tratto di Corso Garibaldi che negli anni scorsi si è pensato di rimodernare con una nuova pavimentazione. E' stato un esperimento, per saggiare il gradimento da parte dei reggini. Gradimento che, in verità, all'inizio c'è pure stato, salvo poi trasformarsi nell'ennesima esasperazione, visto e considerato che quello che doveva essere il primo tratto della nuova pavimentazione, ha finito col trasformarsi in quella che i nostri nonni chiamavano “pronta” -visto che parliamo di sartoria- come un saggio di stoffa il cui unico scopo è stato quello di fungere da metro di paragone. Fatto sta che dopo anni, quella “pronta” si è trasformata in una vera e propria toppa. Della nuova stoffa, non si è vista nemmeno l'ombra.
Insomma, il Corso Garibaldi, il salotto di Reggio, il luogo deputato a dar sfogo a umori e (soprattutto) malumori della cittadinanza, la strada dove  è possibile incrociare tutti gli esemplari della variegata umanità di cui la popolazione reggina si compone, è lì: strappato, martoriato, consumato. Con le toppe, come le tute blu con le due righine bianche che usavamo da bambini tutti i giorni, per giocare per strada d'inverno.
E in questo lungo inverno di Reggio, il Corso Garibaldi appare spento, freddo. Non senti più i pensionati commentare con passione le vicende politiche o le sedute del Consiglio Comunale.
Il Corso, è lungo e spoglio, come l'inverno. Nessuno sembra aver voglia di parlare, come i gruppi di punkabbestia che punteggiano gli isolati: ragazzi che giocano a fare i duri, ma se li guardi negli occhi, ti si avvicinano timidi a chiedere qualche spicciolo per un panino, da dividere con i loro cani, e ti ringraziano con un sorriso, senza parlare. Preferiscono dare il loro affetto ai cani, con gli altri non comunicano, solo coi cani. E Reggio è diventata una città che non comunica, disaffezionata alla politica, al confronto. Reggio è ridotta peggio dei cani dei punkabbestia.
Una strada, la prima strada della città, ne è la sua più perfetta rappresentazione.
Anche nella casa più malridotta c'è sempre una stanza meglio delle altre. Di solito è la più grande, quella meglio esposta, più panoramica. E' li che si passano le giornate, è li che si vive, si parla, si ricevono gli ospiti.
Reggio oggi è come una casa che non ha una stanza che sia migliore delle altre, meno peggio delle altre. E si vede.
Ma poi arriva la sera, il buio copre ogni cosa. Il buio 'mmuccia 'i virgogni.
E la città, distratta, prende un refolo fiato, ripopola la piazza.
A Piazza Italia, per una sera, la gente cerca di stringersi più vicina che può. Non sai se è per la reale necessità di scaldarsi contro il freddo della sera d'inverno, o per l'illusione di scaldarsi il cuore con parole che sono un appiglio nel nulla, fuochi fatui, bampugghi, scintille già viste.
<<Ora basta! La città deve ripartire!>>
E in piazza la gente batte le mani. Ancora una volta non sai se è per combattere il freddo o perché ha troppa voglia, direi troppa necessità, di trovare un simbolo da osannare.
Così, batte le mani osannante e dimentica di chi la città l'ha fatta fermare, l'ha ridotta come la sua via principale: una serie di toppe, rappezzata alla meno peggio.
L'applauso, prolungato in sfida al dissenso che si ode poco lontano, si spegne -insieme al dissenso- nel buio della notte.
E' di nuovo giorno, l'illusione di una sera è svanita ancora una volta, e le “opere sartoriali” del Corso Garibaldi ne sono dolorosa memoria.
Ora basta! La città deve ripartire!
Ma non riesco a capire come si possa pensare che a rimetterla in moto possa essere lo stesso autista –o aiuto-autista, fa poca differenza- che nell'illusione di portarla in alto, ha finito col porre le condizioni perché chi ci vive sprofondasse, come chi passeggia sul Corso Garibaldi, ch'i peri a' fossa.
E' di nuovo giorno, ma è un giorno d’inverno, senza sole e freddo, come il cuore dei reggini: a scaldarlo non bastano più le solite scintille.

02 febbraio 2014

LA VOCE FUORI CAMPO

“Ma che film la vita” cantavano i Nomadi. Sì, la vita è un film di cui non siamo i registi. A ognuno è assegnata una parte specifica, anche se a molti di parti piace recitarne più d’una, non perché sia di bravura polivalente, ma solo per convenienza.

C’è chi è nato per fare l’attore protagonista; chi per fare l’attore non-protagonista; c’è chi è nato pe fare il caratterista, chi, invece, la semplice comparsa. Tutti hanno un ruolo, un copione da recitare e da rispettare (anche se a volte qualcuno crede di poterlo fare ‘a soggetto’). Tappe standard da affrontare, chi più, chi meno velocemente. Tappe che tutte insieme costituiscono il giro della vita, la trama del film di cui sono parte, dove la fine coincide con l’inizio.

Ma c’è chi nel film appare e scompare, una luce che si accende solo quando serve, poi si spegne, anonima.

E’ la voce fuori campo, la didascalia, quella che descrive il film degli altri: ne scandisce i passaggi, le tappe; ne esalta le caratteristiche; ne sottolinea i momenti importanti. La voce fuori campo si sente poco; la didascalia si vede un attimo, molte volte la si vede ma non la si guarda oppure, nel migliore dei casi, la si legge distrattamente e quasi mai fino alla fine.

Nessuno, seguendo la trama del film, si chiede mai che fine abbia fatto, di che vita viva la didascalia, la voce fuori campo. Nessuno si chiede se quella scritta, quella voce, in realtà abbia una vita propria o semplicemente vive perché a vivere davvero sono i personaggi che descrive, che racconta.

Me lo sono chiesto. Me lo chiedo, e la risposta credo di conoscerla.

27 gennaio 2014

IL GIORNO DELLA MEMORIA CORTA

E’ il giorno della memoria.

E’ un giorno particolare, nel quale facciamo memoria delle atrocità commesse da uomini verso altri uomini. Un giorno nel quale si corre il rischio che ogni parola sembri detta a sproposito o venga male interpretata, specie da chi –come noi- ha avuto la fortuna di non aver vissuto quelle esperienze. Ma è necessario parlarne, sempre e comunque, perché a così tanti anni di distanza, ciò che dovrebbe essere ovvio ancora non lo è, visto e considerato che puntualmente si verificano episodi vergognosi il cui unico obiettivo è quello di ricordarci che la natura dell’uomo non è cambiata.

Le atrocità subite dagli ebrei durante il secondo conflitto mondiale saranno sempre incancellabili, devono –o forse sarebbe meglio scrivere dovrebbero- costituire un monito, una testimonianza perpetua del grado di bestialità a cui un uomo possa giungere. Per questo è giusto ricordare.

Ma è altrettanto doveroso ricordare che le sopraffazioni e le efferatezze –seppur con sistemi molto diversi, ma non per questo meno tollerabili- non si sono verificate solo 75 anni fa, ma di esse vi è ampia traccia sia nel passato remoto che in quello più recente rispetto alla seconda guerra mondiale.

Basta far riferimento alla tragedia dei nativi americani, consumatasi sul suolo del nuovo mondo a partire dal 1600 e fino alla fine dell’800. Intere tribù, intere civiltà diverse dalla nostra –ma non per questo meritevoli di estinguersi- sono state ridotte al silenzio o letteralmente cancellate dall’uomo bianco. A rileggere quello che dissero gli ultimi capi tribù dei nativi americani negli ultimi anni del 1800, è sorprendente notare come la loro situazione, le loro sofferenze non siano poi state tanto diverse da quelle subite dal popolo ebraico nell’ultimo conflitto mondiale.

<<Dio fece l’uomo bianco e Dio fece l’Apache, e l’Apache ha lo stesso diritto dell’uomo bianco di stare in questo paese….Appena il trattato è stipulato voglio un pezzo di carta che mi permetta di viaggiare nel paese come un uomo bianco.>>

Queste parole, pronunciate da Del Shay –capo degli Apache Tonto- nel 1871, le hanno pronunciate anche gli ebrei in Italia a partire dal 1938 e fino al 1945. Come i nativi americani, anche gli ebrei dopo la guerra hanno reclamato la loro terra, hanno reclamato il diritto di avere uno stato, lo Stato d’Israele.

Sempre nel 1871, ai funzionari governativi mandati dal Grande Padre Bianco (il Presidente degli Stati Uniti) che gli ordinavano di lasciare la valle che era sempre appartenuta alla tribù dei Nez Percés, il loro capo Giovane Giuseppe così rispose:

<<Nessun capo ha l’autorità di vendere questa terra. E’ sempre appartenuta alla mia gente. Ci è stata data senza nuvole dai nostri padri, e noi la difenderemo fino a quando una goccia di sangue indiano scalderà i cuori dei nostri uomini.>>

Difendere la propria terra è un diritto giusto e sacrosanto, nessuno lo discute, ma non con la guerra. Ciò vale per tutti, a maggior ragione se, come nel caso delle tribù d’Israele, quella terra è stata promessa direttamente da Dio. Ma Dio non va tirato in ballo solo quando fa comodo.

Gli ebrei fanno memoria perenne –giustamente- di ciò che hanno subito durante la seconda guerra mondiale e di ciò che subiscono ancora oggi, ma hanno memoria corta delle sofferenze che hanno inferto e continuano a infliggere agli altri abitanti di quella stessa terra.

Scrive Papa Benedetto XVI in “Gesù di Nazareth”:

<<La legislazione contenuta nella Torah ebraica, in particolare nel Codice dell?Alleanza in Esodo, fissa come norma di “diritto apodittico”, cioè come principio pronunciato nel nome stesso di Dio, il seguente:

“Non molesterai il forestiero, né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano”.>>

Ora, se la Palestina –come affermano gli israeliani- fa parte dello Stato di Israele, allora per loro i palestinesi non sono altro che forestieri. Quante volte nel corso degli ultimi 65 anni, gli israeliani hanno violato questo principio dettato loro da Dio –lo stesso Dio che ha promesso loro la terra che reclamano- opprimendo e molestando gli arabi palestinesi, le loro vedove e i loro orfani?

Se gli israeliani hanno dimenticato –o fatto finta di dimenticare- questo principio per loro sacro, da parte loro anche i palestinesi non sono stati da meno. E le conseguenze sono state disastrose.

Disse Galla, capo di guerra dei Sioux Hunkpapa nel 1876, rivolto a una delle tante Commissioni inviate dal governo di Washington per convincerlo ad abbandonare la terra dei Sioux per trasferirsi in una riserva lontana centinaia di chilometri:

<< Noi siamo nati nudi e ci è stato insegnato a cacciare e a vivere di selvaggina. Voi ci dite che dobbiamo imparare a fare i contadini, a vivere in una casa e ad adottare i vostri costumi. Immaginate che il popolo che vive oltre il grande mare venisse qui e vi dicesse che dovete smettere di fare gli agricoltori e che dovete uccidere il vostro bestiame, e che esso prendesse le vostre case e le vostre terre, voi cosa fareste? Non lo combattereste?>>

Ecco, questo stesso discorso, come quello di Del Shay citato sopra in precedenza, potrebbe farlo oggi un palestinese che vive a Gaza, chiuso in una riserva “moderna”. Certo, questo discorso pronunciato quasi 140 anni fa non giustifica assolutamente gli attentati, le bombe e le stragi commesse dai palestinesi ai danni degli israeliani, bensì ci fa comprendere ancora una volta come la natura dell’uomo non sia cambiata da allora.

Come recita il verso di un’antica canzone siciliana, “Un servu e un cristu”, cantata anche dai Mattanza: “Sempri in guerra sarà l’umana razza, se cu l’offisi l’offisi castìa”

E’ qui che sta il problema, apparentemente irrisolvibile.

Apparentemente, sì, perché una soluzione che non sia la guerra c’è. Perché prima degli coloni ebrei e dei palestinesi di Gaza, ci sono stati arabi ed ebrei che hanno convissuto pacificamente tra loro, come vicini di casa, fino al 1948.

Sand_creek_1985Perché oltre al massacro di Sabra e Chatila, in Libano, compiuto dagli israeliani nel 1982 agli ordini del generale Ariel Sharon, “promosso” capo di Stato (scomparso di recente), che tanto ricorda il massacro del fiume Sand Creek compiuto dalle giacche blu agli ordini del colonnello Chivington nel 1864 ai danni dei Cheyenne, ci sono i colloqui di pace tra Arafat e Rabin (ucciso in un attentato da un estremista), per la morte del quale hanno pianto tutti: israeliani e palestinesi.

Perché oltre ai giovani chiamati dall’esercito israeliano a sedici anni e ai giovani estremisti Una bottiglia nel mare di Gazapalestinesi che si fanno saltare in aria, ci sono anche i giovani, israeliani e palestinesi (e sono tanti) come quelli descritti da Valérie Zenatti nel libro “Una bottiglia nel mare di Gaza” (diventato anche un film), che pur avendo tra loro problemi diversi, hanno in fondo la stessa necessita: vivere in pace.

Una soluzione c’è. Ma perché ci sia veramente, occorre prima di tutto comprendere quanto sia inutile e stupido –oltre che dannoso- credere di risolvere il problema continuando a fare la guerra. Ce lo ricordano le parole di Gandhi:

<< Come nessun essere umano è tanto cattivo da non poter essere convertito, nessun essere umano è così perfetto da potersi permettere di distruggere chi, a torto, crede totalmente cattivo.>>

Dunque, la conversione non religiosa, ma la conversione del modo di pensare agli altri, seppur ardua non è impossibile. Per chi è credente poi, non solo è possibile ma è un obbligo morale (dettato già dai filosofi greci), e presente nel Vangelo (nella forma positiva): non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. E’ una regola aurea che vale per tutti: cristiani, ebrei, musulmani.

E’ difficile, ma ancora possibile, perché come disse Gandhi: <<Il fatto che vi siano ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità o dell’amore.>>

Allora, che questa non sia la giornata in cui si ricorda solo ciò che fa più comodo, che non sia il giorno della memoria corta, utilizzato solo per alimentare le divisioni e stupide speculazioni di parte.

Che in questa giornata si faccia memoria di ciò che troppo spesso dimentichiamo, cioè che vi è un’unica verità: nel mondo non ci sono bianchi o nativi americani, non ci sono ebrei o musulmani, israeliani o palestinesi. Nel mondo ci sono solo esseri umani.

16 gennaio 2014

UN GIORNO CE LA FAREMO

Ieri sera sono andato a dormire triste, dopo aver letto Di Calabria si muore.

Intendiamoci, tutto quello che ha scritto Antonio Calabrò è vero. E' vero anche però -e di questo sono profondamente convinto- che Leopardi sta al pessimismo cosmico come noi calabresi stiamo al pessimismo galattico.

E' una questione di razza.

Forse è per questo che per dei motivi a me ignoti e che rendono il cervello un organo misterioso, al posto del “basta che c’è ‘sto sole e basta che c’è ‘sto mare” che fa da colonna sonora al pezzo di Calabrò, nella mia testa ho cominciato a canticchiare “We shall overcome” un vecchio gospel che è diventato la colonna sonora del movimento per i diritti civili del Movimento Afro-Americano.

 

Il significato letterale del titolo è più complesso del semplice “Venceremos” che ricorda le lotte dell'America Latina.

“We shall overcome” significa anche: supereremo, sconfiggeremo, sopraffaremo, prevarremo.

Il tutto è riferito alla condizione di schiavitù dei neri, oppressi anche da leggi ingiuste, emanate solo per giustificare il potere di pochi. E a proposito di leggi ingiuste, in Italia e in Calabria in questi anni ne abbiamo avuto ampia prova.

Dice la canzone: “Sotto gli occhi del Signore, andiamo verso la vittoria, cammineremo mano nella mano, non abbiamo paura. La verità ci renderà liberi, vivremo in pace. Un giorno prevarremo, un giorno ce la faremo”.

Ecco, credo che “We shall overcome” possa essere applicata ancora oggi, specialmente alla realtà calabrese. Una realtà dove regna la schiavitù subita dal potente di turno, una schiavitù non meno terribile di quella subita dai neri americani. Anzi, se vogliamo, ancora più subdola, perché mascherata da democrazia.

Diciamo la verità: essere servi un po' ci piace. Ci piace dover andare, cu crapettu o cu piscispada friscu, a trovare qualcuno da “disturbare”, e non perché siamo grandi allevatori di mandrie ovine o pescatori a livello industriale, ma per veder riconosciuto un nostro diritto, quello che noi calabresi chiamiamo “un problema”. Ecco, in Calabria, è il diritto a essere un problema.

E più titoli ha il tizio (Dottore, Commendatore, Eccellenza, ecc.), meglio è, che poi ci rimani male quando magari scopri che l'”uomo dei miracoli” a cui tu (che magari hai due lauree) ti sei rivolto, ha solo uno straccio di diploma, probabilmente preso -con decenza scrivendo- con un “36 e 'na puntata nto culu”.

E' più facile, meno impegnativo, meno faticoso. E la fatica, se puoi, cerchi di scansartela, mica si' fissa!

E così, per non passare per fessi, non facciamo altro che “'ttaccari 'u sceccu aundi voli 'u patruni”, giustificando prima il potente e poi il prepotente (nel caso in cui i due non coincidano).

Così si fa meno fatica, anziché cercare di far valere i propri diritti in un altro modo: con la protesta civile. Ma non conviene.

In Calabria, se protesti civilmente, se fai notare a tutti che una legge è ingiusta, sbagliata, tutti ti danno ragione, tutti ti dicono “Bravo!”, ma poi nessuno ti aiuta: ti volti a guardare e ti ritrovi da solo, col serio rischio di passare anche per pazzo.

Nonostante tutto però, mi piace, voglio credere, che non siamo vinti -come chiude amaramente Calabrò. Non abbiamo solo due alternative: o servi, o niente. Non sono alternative: chi è servo, cu' 'mbascia 'u imbu, non è niente.

Di Calabria non si muore! Sono questi servi, questo niente che fa morire la Calabria. Ma la Calabria non è fatta di niente.

Voglio credere che non siamo vinti, perché non è vero che siamo “niente”. Se faremo di “We shall overcome” la colonna sonora della nostra vita in Calabria, se riusciremo a capire che protestare civilmente conviene di più che non ‘mbasciari ‘u imbu, allora un giorno anche noi che la pensiamo diversamente dai servi, che non siamo servi, vinceremo: un giorno il diritto non sarà più un “problema”; un giorno sconfiggeremo questa nostra autoimposta schiavitù e saremo finalmente liberi di dimostrare quel che valiamo veramente, senza paura.

Ce la faremo, un giorno. E quel giorno, il sole e il mare della nostra Calabria saranno ancora più belli.

06 gennaio 2014

DELL’AUTOSTRADA A3 E DELLE SUE MARAVIGGHIE: NON PASSIAMO TUTTI PER CIUCCI!

I festi finiru, vi putiti stuiari ‘u mussu.

Torniamo alla vita di tutti i giorni, alle battaglie quotidiane. In questi giorni si sono susseguiti bilanci dell’anno appena trascorso, previsioni, lamentele. In somma, c’è stato un riassunto generale di tutte le attività umane.

Tra queste, in ambito locale, ha tenuto banco la situazione dell’infinta “nuova” autostrada “Salerno-Reggio Calabria”. Proviamo a fare un breve riassunto.

Il corridoio…senza porte

L’ammodernamento fa parte delle grandi opere berlusconiane. L’hanno chiamato “Corridoio Berlino-Palermo”, con buona pace di noialtri calabresi.

Che sia un corridoio però viene qualche dubbio, almeno in quest’ultimo tratto compreso tra il V e il VI macrolotto, da Gioia Tauro a Reggio Calabria. Diciamo che è un corridoio piuttosto anomalo. Per semplificare: un corridoio, in ogni abitazione o fabbricato, ha la funzione di mettere in comunicazione tra loro le varie stanze, attraverso un adeguato numero di porte. Le “porte” del corridoio autostradale sono gli svincoli. Ebbene, nel tratto di corridoio che ci interessa (non abbiamo idea di quello che hanno combinato da altre parti, ma se la regia è la stessa….), il corridoio nuovo ha molte meno porte rispetto a quello vecchio. Il risultato è che per passare da una stanza all’altra, i tempi sono praticamente raddoppiati. Fuor di metafora: decine di paesi sono rimasti tagliati fuori dalla nuova “via del progresso”. I sindaci si sono ribellati, abbiamo sopportato file e file di automezzi in una giusta protesta che abbiamo condiviso, sono nati comitati di cittadini che hanno manifestato ed urlato ma…ambatula nci frischi Ciucci non voli mbiviri.

La fine dei lavori: i bookmaker inglesi ci hanno rinunciato

L’opira dei pupi è andata avanti, tra mille difficoltà: tecniche, dovute alla particolare situazione orografica del territorio (ci sono, non lo si può nascondere); economiche, con lavori sospesi e ripresi non so più quante volte per via della mancanza di fondi o di contratti scaduti. “Ambientali”, a causa della presenza mafiosa.

Risultato finale: le scadenze fissate nella fine dello scorso anno, e le relative promesse ministeriali e dell’Anas sono andate a farsi strabenedire e da noi i lavori dureranno ancora per un bel po’. E’ inutile cercare di fare previsioni, ci hanno rinunciato pure i bookmakers di Londra.

Le “maravigghie autostradali” tra Scilla e Villa San Giovanni

E così, dalle nostre parti specialmente, si continua a lavorare. Si scava, si asfalta, si collega, si scollega, s’alliscia e si ripezza.

Per chi l’ha percorso, l’ultimo tratto tra Villa e Scilla presenta “particolarità tecniche” degne di nota. Eccone un breve elenco: i collegamenti tra le campate dei ponti sembrano scalinate; molti tratti hanno la sagoma deformata e quando ci passi sopra la macchina si mette a ballare il twist, manco fosse Elvis Presley; appena piove un po’ di più, alcuni tratti si trasformano in vasche di raccolta, gebbie, e non si può far altro che chiuderli al traffico. E ancora: molti tratti rettilinei a diversa pendenza, sono raccordati tra loro da geniali “rampette” di collegamento, che a velocità sostenuta si trasformano in piccole rampe di lancio stile Cape Canaveral; gallerie belle, larghe illuminate a dovere ma con un piccolo particolare: il loro profilo longitudinale è a V. Ci riferiamo alla nuova galleria scavata a Piale. Probabilmente, il fantastico profilo a V è dovuto alla presenza non correttamente valutata delle case costruite sopra la collina, case che sono state in qualche caso danneggiate tanto che hanno dovuto essere abbandonate durante l’esecuzione dei lavori per via delle vibrazioni prodotte dalle trivelle.

Insomma, un campionario di maravigghie da togliere il fiato e pure la salute.

L’evidenza negata e le magie ambientaliste

E’ notorio che il tratto della Costa Viola oltre a essere quello più difficile, è anche quello più bello (siamo di parte, ma è veru!).

Qui, proprio nella terra della maga Circe, l’Anas -evidentemente pigliata dalla voglia di misurarsi col mito- è riuscita in un doppio miracolo:

  1. il corridoio, oltre a non avere porte, non ha neanche luce. Da Gioia tauro a Villa, i chilometri da percorrere sono quasi interamente in galleria. Risultato: con la scusa di salvaguardare l’ambiente, ci è stata negata l’evidenza, ovvero l’evidente bellezza paesaggistica delle nostre zone. Preserviamo l’ambiente evitando di consumarlo solo guardandolo. Il motivo? Dobbiamo arrivare a Palermo, non abbiamo tempo da poter dedicare alla visione di uno degli spettacoli naturali più belli che il buon Dio (o chi per lui) ci ha messo a disposizione.

  2. Il nobile intento paesaggistico va però a farsi strabenedire -anche lui- quando hanno dovuto smaltire il materiale proveniente dalle demolizioni del vecchio percorso. Finché hanno potuto, il materiale di risulta l’hanno ficcato dentro le vecchie gallerie, che sono state poi sigillate. Una specie di moderne piramidi scavate nella montagna, ma non visitabili, all’interno delle quali non ci sono i resti dei faraoni ma i resti della “vecchia” tecnologia autostradale italiana. Amen.

    Della restante parte del materiale che ne hanno fatto? Semplice: in modo discutibilmente legale (leggasi: deroga alla normativa sullo smaltimento dei rifiuti), tutto il cemento armato non più utilizzabile è stato catapultato dai numerosi valloni della Costa Viola, alla stessa stregua dio un frigorifero o di una lavatrice. Risultato: il mare non è più viola, ma a ogni pioggia, diventa sempre più marrone. Una magia! Roba che la maga Circe al confronto è una povera dilettante.

Il vecchio tracciato: la “Mare-Monti” è ancora….ndo furnu

E a proposito di vecchio tracciato, il riutilizzo di quello compreso nel tratto della Costa Viola è l’argomento che fa più discutere (e ti pariva!).

All’inizio si era parlato di un parco solare lungo i 32 km, la Regione aveva speso dei soldini per uno studio di fattibilità che doveva confermare la scelta fatta all’epoca dall’assessore di turno. Così fu.

Nel 2010 la Regione cambiò guida e anche il parco solare andò a farsi strabenedire.

Fino allo scorso anno. Scende in campo la Provincia di Reggio Calabria e con un’idea azzeccata -evidentemente nata durante un pranzo al ristorante- tira fuori la strada “Mare-Monti”. L’idea è semplice: utilizzare il vecchio tratto dell’autostrada esistente, compreso tra lo svincolo di Scilla e Palmi, e le strade di servizio realizzate dall’Anas. Con pochi soldini si sarebbero potuti realizzare collegamenti tra tutti i paesi dell’area e le zone montane più interne, fino all’Aspromonte.

Dopo il lancio dell’idea però la cosa sembra languire da tempo nei cassetti degli uffici interessati. Il rincorrersi delle voci di taglio delle province e la conseguente futura costituzione della “Città Metropolitana” dello Stretto, di certo non giovano alla necessaria programmazione dell’intervento. Risultato: la “Mare-Monti”, seppur ordinata, non è mai arrivata al tavolo (tecnico), è ancora ndo furnu. Speriamu non mi si bruscia!

L’autostrada vecchia e Scilla: un’occasione da non buttare….ndo vaddhuni

E il tratto scigghitano? Ne vogliamo parlare? Parliamone. E’ evidente che Scilla trarrebbe grande giovamento dalla realizzazione della “Mare-Monti”, sotto molteplici aspetti: alternative nel collegamento viario; maggiore usufruibilità del territorio (i pianori delle contrade Fronte, Santo Stefano, costituendo naturali zone di espansione, potrebbero realmente essere valorizzati ed entrare fattivamente a far parte dell’economia scillese).

Nel discorso “Mare-Monti” può tranquillamente inserirsi anche il pianoro Utra.

Il collegamento non è previsto nel progetto -ma sono solo 500 metri dallo svincolo!- ma rientra in un discorso più vecchio, risalente al 2006, che prevedeva il mantenimento del tratto del vecchio tracciato fino a Santa Trada. Stando all’ultima conferenza stampa di fine anno, potrebbe essere una cosa fattibilissima, con la conseguente valorizzazione anche dell’ostello della gioventù, in prossima fase di ristrutturazione (ci auguriamo definitiva, prima del suo tanto auspicato utilizzo).

Se poi si considera che anche da Santa Trada è possibile arrivare facilmente fino a Melia o ai Piani di Bova attraverso la viabilità già esistente (da riprendere opportunamente nei tratti danneggiati), ci si accorge che in realtà il progetto può includere l’intero territorio comunale. Ragion per cui ci si augura che si faccia di tutto per poterlo realizzare.

Insomma, mantenere la vecchia carreggiata è un’occasione unica, da non buttare….ndo vaddhuni.

Il nuovo svincolo e il parcheggio morto

Altra questione è quella del nuovo svincolo scigghitano. Nello scorso mese di Novembre è stato aperto il nuovo accesso in direzione sud, mediante la demolizione del tratto del vecchio svincolo immediatamente adiacente al muro del cimitero. Negli anni passati si era parlato di utilizzare il nuovo spazio per un allargamento dell’attuale cimitero. La cosa sarebbe auspicabile, visto e considerato che oramai non capi cchiù mancu un ciciru.

Le ultime notizie danno invece per certa la realizzazione di un parcheggio. Ora, che a Scilla si abbia bisogno di parcheggi è vero, ma fare un parcheggio proprio lì, a ridosso del cimitero, significa sfruttarlo a pieno forse solo per due giorni l’anno: la domenica della festa patronale e il 2 Novembre. Sarebbe un parcheggio per i morti, che resterebbe morto il resto dell’anno.

Forse sarebbe utile fare due conti, una piccola analisi costi-benefici. Sempre che ancora si usi farla prima di decidere e non dopo, per giustificare la decisione politica quando è già stata presa, come è di moda.

Il collegamento Scilla-Ieracari. Se turnavunu i Romani….

Infine, per quanto riguarda Scilla, vi è l’annoso problema del collegamento con Ieracari. La necessaria modifica dello svincolo, comporterà la relativa modifica del tracciato attuale della strada che collega il quartiere con il centro urbano, con conseguente abbreviazione del percorso (a quanto si dice, poiché da otto anni a questa parte, non è stato possibile vedere mai un disegno).

E’ indubbio che mantenere la vecchia carreggiata Sud (adeguatamente modificata con poco sforzo) permetterebbe di dotare il quartiere di una viabilità alternativa. La cosa è quanto mai auspicabile, atteso che attualmente vi è UNA strada UNA, in verità ormai ridotta a poco più di un budello, percorribile slalomeggiando tra auto parcheggiate ovunque, e mezzi di ogni tipo (betoniere, ruspe, autobus, e chi più ne ha, più ne metta).

L’importanza di avere una strada alternativa aumenta ancora di più, visto e considerato che Scilla è l’unico paese dove pare sia impossibile poter realizzare un semplice ponte della lunghezza -sintiti! sintiti!- nientepopodimeno che 15.000 centimetri. Se turnavunu i Romani….o scorci ‘i coddhu!

Abbiamo l’Università, non passiamo per Ciucci!

In conclusione, ci permettiamo una considerazione.

Questi benedetti lavori sono stati imposti: prima dall’Europa, poi dalla Legge Obiettivo.

Ora, da che l’uomo è stato creato, è notorio che l’obiettivo di qualunque nuova strada (perché di nuova strada si tratta), è quello di collegare tra loro realtà, comunità, tra loro lontane (Berlino e Palermo) ma anche quelle tra loro più vicine che fino a ora non hanno avuto contatti o, se li hanno avuti, l’hanno fatto per vie “traverse” e non dritte come un’autostrada.

Da quanto abbiamo registrato in questi anni (e riportato in breve sopra), si è invece assistito al ribaltamento di questa logica: dove i collegamenti c’erano si sono cancellati (non migliorati) o si vogliono cancellare.

La logica ambientalista che ha preso piede in questi anni è una logica perversa: facciamo di tutto per non guastare l’ambiente, senza accorgerci che stiamo facendo più danni di un cataclisma.

I paesi, i Comuni della nostra zona hanno subito danni irreversibili e si sta facendo di tutto perché questi danni vengano ancora aggravati.

I casi della chiusura dei vecchi svincoli e della demolizione del vecchio tratto di carreggiata Sud è emblematico: distruggerlo, comporterebbe una spesa di milioni di euro in termini materiali, ma di migliaia di milioni di euro se consideriamo le implicazioni negative che tali scelte sciagurate comporterebbero sull’intera nostra economia.

Di fronte a tale scempio imposto, gli Enti locali hanno avuto e stanno avendo un ruolo marginale e in molti casi sono stati ridotti al silenzio, a subire in casa propria senza poter parlare più di tanto. Di fronte a tale scempio, i cittadini sono stati ridotti al silenzio, impossibilitati ad esprimere le loro millemila ragioni del tutto ignorate.

L’unica voce che avrebbe potuto intervenire con piena cognizione di causa e senza essere tacciata di partigianeria, è l’università. A Reggio, se non ricordo male (visto che son passati diversi anni da quando l’ho frequentata), dovrebbe esserci una facoltà di ingegneria ad indirizzo trasporti. Dico dovrebbe, perché non mi risulta che in tutti sia mai intervenuta riguardo al “problema A3”, pubblicamente e con voce autorevole come ci si sarebbe aspettato.

Solo una volta, in tv, ho avuto modo di ascoltare il parere di un professore dell’ateneo reggino, il prof. Francesco Russo: non capiva il motivo, la necessità tecnica di un investimento di milioni e milioni di euro per fare un’autostrada peggiore di quella che già esisteva. Se non ricordo male, disse che sarebbe bastato costruire due nuove corsie, fino a Villa San Giovanni, da destinare al traffico dei camion, dimezzando così la spesa e aumentando di molto l’utilità dell’opera. La “vecchia” autostrada sarebbe rimasta a disposizione del traffico automobilistico.

A parte questo intervento, non mi pare di aver sentito altro.

Ecco, mi piacerebbe tanto che un’Università, una facoltà di ingegneria -peraltro ad originario indirizzo trasporti- come quella reggina, si facesse sentire presto e a gran voce.

Forse siamo ancora in tempo a non passare tutti per Ciucci!

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29 dicembre 2013

REGGIO E LA CULTURA... DEL “FUTTIRI CUMPAGNU”

 

museopienomuseovuotoDopo aver letto l'analisi fatta nell'articolo "Facce da Bronzi" di Claudio Cordova su ‘Il Dispaccio’–che condivido in pieno, non posso non rilevare che anche in questa occasione abbiamo avuto la conferma di due cose:

1) Il reggino non si tira mai indietro quando ha l'opportunità di usufruire di qualcosa gratis. Che si tratti della sagra del "pani cu l'ogghiu e cu rriniu", della "frittolata di Natali o capudannu" o dei bronzi di Riace, non fa alcuna differenza: si partecipa. Ma solo per poter dire agli amici: "Ancora n'e viristi i bronzi?....Ah, ieu ia quandu non si pavava, e chi su' fissa?"

Potrò sembrare brutale, ma questo non significa fare cultura ma continuare a giocare a "futtiri cumpagnu".

2) Che i mestieranti della politica parlino di una rinascita non stupisce, ma tutti sappiamo che una città non è né un gatto né una fenice.

Forse a loro (ai mestieranti intendo), basterà avere i titoli sui giornali locali o nei tg nazionali; basteranno le inquadrature di quelle che non sono code per la cultura ma banali code del gratis -come davanti ai negozi quand' è tempo di saldi. E' solo fumosa propaganda.

La verità è che, se proprio vogliamo essere buoni, Reggio ha confermato di essere una città turistica buona da visitare o da gustare (vedi l'ennesima riapertura del Cilea) per un solo giorno.

Dalla cultura vera, fatta di teatri e musei che siano anche fonte di ricchezza e di risorsa economica reale, siamo -ahinoi!- ancora molto lontani.

*N.B: foto tratta da http://www.ildispaccio.it/

25 dicembre 2013

I CERVELLI IN FUGA E MASTRU NATALI

 

b_falegnameL'aria festiva non riesce a distogliermi dal dovere di tenermi impegnato, perciò ho deciso ti raccontarvi una storia, anzi, il prosieguo di una storia iniziata ben cinque anni fa.
A farmela tornare in mente è stato proprio il Natale.
C'era infatti una filastrocca che faciva cusì:

Serra serra, Mastru Natali,
chi 'i 'na chianca
non pigghia 'n mandali.

Ora, per i non indigeni, è bene dar qualche spiegazione. Il Mastru Natali della filastrocca è un falegname che...tantu mastru non è. Egli, infatti, nonostante l'impegno che ci mette, sega oggi e sega domani, da un'intera tavola (la chianca), non riesce a ricavare nemmeno una semplice maniglia della porta (il mandali).

Diciamolo subito:  il Mastru Natali della nostra storia è nientepopodimeno che la Regione Calabria, la quale ha deciso di spendere (sarà vero?) gli ultimi spiccioli dei fondi POR CALABRIA FSE 2007 – 2013 per “Iniziative di politica attiva a favore di laureati calabresi già impegnati nel’’ Programma Stages’’ di cui all’art. 10 della Legge Regionale 22 Novembre 2010, n. 32”
Fuori dal linguaggio burocratico, stiamo parlando della norma con la quale la Regione assicurava un contributo (€ 10.000,00) a favore dei Comuni e degli Enti che stipulavano contratti di lavoro con i giovani impegnati nel Programma Stages" -meglio noti come i “Cervelli in fuga” calabresi- al nobile fine di non disperderne il patrimonio di conoscenza già acquisito.
L'iniziativa, per quanto lodevole, era però a tutti gli effetti altrettanto effimera, visto e considerato che i contratti duravano appena un anno, dopo di che....va' troviti pani!

Dalla scadenza di quella norma (peraltro ricca di aspetti paradossali, che fanno a pugni col diritto), più nulla, tutto morì, a stento.

Son passati oramai due anni, un tempo durante il quale ciascuno degli stagisti, proprio perché dotato di proprio autonomo e ben funzionante organo cerebrale, è andato dritto per la sua strada, a trovarsi da solo il pane che merita.

Sennonché, con un annuncio pubblicato -anzi, ripubblicato, visto che anche a luglio si era provato a giocare la stessa carta- sul sito istituzionale “Calabria formazione lavoro” il 20 dicembre, la Regione si pregia annunciare all'urbe e all'orbi è in corso di registrazione il Decreto di Approvazione dell'Avviso pubblico relativo alle iniziative di cui sopra.
Ora, va bene che siamo sotto Natale e che è tempo di regali; va bene che, come recita un nostro detto “cu' non 'ccetta, non merita” (ovvero, chi non accetta ciò che gli viene offerto, vuol dire che non lo merita); va bene tutto, insomma, ma leggere certe cose sapendo come si sono svolte le calabre “vicende cervellifere”, scusate la franchezza ma, con decenza parlando, suona come una vera presa per il culo, per una serie di motivi.

Primo: annunciarlo a pochi giorni dal Natale, è come dire: hei, guardate che bel regalo vi stiamo per fare!
Secondo: anche in questo ennesimo avviso, vi è la solita formula:  “al fine di non disperdere il patrimonio di conoscenza già acquisito dai giovani impegnati nel “Programma Stages”. Intento già andato allegramente a farsi strabenedire nel recentissimo passato.
Terzo: anche in questo avviso si ripropongono esperienze di lavoro formative mediante voucher, incentivi sotto forma di prestiti d'onore (rispolverando il principio di una vecchia legge statale che in Calabria, in molti casi, è stata sfruttata a mo' di semplice futtisteriu di soldi pubblici) e -sintiti! sintiti!- doti occupazionali in aziende calabresi.
In merito a quest'ultima possibilità, viene semplicemente da ridere (per non piangere), atteso che di aziende sul territorio regionale non è che ve ne siano chissà quante e, per di più, le poche che ci sono, non sono generalmente in grado di far fronte ad assunzioni con contratti a tempo indeterminato. Inoltre, il concetto stesso di “dote occupazionale” lascia piuttosto perplessi. Siamo per caso tornati agli anni '50, quando per sposare una figlia, il padre o la madre erano soliti donarle in dote la casa che era stata dei nonni?
Nel caso dei “Cervelli in fuga”, le doti occupazionali non sono il frutto di regali o donazioni, ma il frutto di un lavoro vero e proprio (ho le prove di ciò che scrivo), portato avanti per due anni e oltre.

Non mi soffermo poi su altre questioni di carattere legale inerenti la regolarità di alcune delle procedure previste nell'avviso. Costituiranno materia per gli avvocati e i tribunali amministrativi regionali, come gran parte delle norme regionali sfornate negli ultimi dieci anni.

Mi chiedo soltanto: come può pretendersi o anche solo immaginarsi che 300 giovani e forti, nel pieno della vigoria fisica, rimangano fermi per due anni, in attesa dell'ennesima elemosina che la Regione è disposta ad offrire, in cambio della loro “fedeltà istituzionale”?
No, contrariamente a quanto pensano a Catanzaro, non c'è stata la riedizione in salsa calabra della “Spigolatrice di Sapri”. Gli stagisti erano 300, giovani e forti, sì, ma non sono morti. Hanno semplicemente trovato altre strade: chi si è inventato un lavoro; chi è emigrato quasi-definitivamente; chi si è buttato a capofitto nei più svariati concorsi e con esiti molto positivi.

Insomma, le 300 giovani piante, i 300 alberi del sapere hanno cercato, stanno ancora cercando, di ramificarsi e mettere radici su altri terreni, ben più fertili e disposti a consentirne la loro crescita, finalmente produttiva.
Non potevano certo rimanere nel ristretto spazio dell'orticello della Regione Calabria, accontentandosi di diventare delle “chianche”, ovvero delle semplici tavole lisce, che Mastru Natali – Regione Calabria- avrebbe continuato a piallare e ripiallare a suo piacimento, nella vana speranza di darle ogni volta una forma diversa, con l'unico risultato di sprecare tutto il materiale a disposizione e a non riuscire a realizzare manco un mandali.

Viene solo il forte sospetto che il Mastru Natali calabro ha dovuto solo giustificare in qualche modo la spesa (obbligata) di nuove tavole, con le quali non potrà far altro che ripetere sempre la stessa canzone:

Serra serra, Mastru Natali,
chi 'i 'na chianca
non pigghia 'n mandali.

10 dicembre 2013

LA COMMEMORAZIONE DI MANDELA. OBAMA: “UN GIGANTE DELLA STORIA”

Discorso di Obama alla commemorazione di Mandela: "Un gigante della storia"

A Graça Machel e alla famiglia Mandela; al Presidente Zuma e ai membri del governo; ai capi di stato e di governo, passati e presenti; distinti ospiti è un onore singolare essere con voi oggi, per celebrare una vita diversa da ogni altra. Al popolo del Sud Africa -popolo di ogni razza e cammino di vita- il mondo vi ringrazia per aver condiviso con noi Nelson Mandela. La sua lotta è stata la vostra lotta. Il suo trionfo è stato il vostro trionfo. Le vostre dignità e speranza hanno trovato espressione nella sua vita, e la vostra libertà, la vostra democrazia è la sua eredità che serbate nel cuore.
E' difficile fare l'elogio di qualunque uomo -catturare nelle parole non solo i fatti e le date che fanno una vita, ma la verità essenziale di una persona- le loro gioie e i loro dolori privati; i momenti di tranquillità e le qualità uniche che illuminano l'anima di qualcuno. Quanto è più difficile fare questo per un gigante della storia, che ha spinto una nazione verso la giustizia, e nel processo ha spinto miliardi di persone nel mondo.

03 dicembre 2013

Nessuno ama Reggio e la Calabria?...Ancora qualcuno c'è...

Leggendo l’articolo di Antonio Calabrò dal titolo “Reggio e la Calabria? Nessuno le ama, neanche i calabresi” nella mia mente si è formata l’immagine di un giovane reggino che tra 50-60-90-100 anni, per sua fortuna, riuscisse a recuperare dagli archivi internettiani questa testimonianza dolorosa di quella che oggi è la nostra realtà.
<<Vivevano davvero così a Reggio 100 anni fa?>> Credo sarà questa la prima domanda che si porrà il giovane lettore del 2113.
Non so dove sarà quando lo leggerà, se a Reggio, in una città che tornerà ad essere bella e gentile come poco più di un decennio fa, oppure lontano mille migliaia di chilometri, lontano dalle rovine che questa nostra generazione rischia seriamente di lasciargli in eredità.
E’ verissimo, non è colpa della ‘ndrangheta, non solo.
Non è solo colpa di un serpente che –a dire il vero- ogni giorno che passa dimostra di avere molto più che due teste soltanto. Non è solo colpa di questo mostro, all’ombra del quale molti calabresi –altrettanto colpevolmente- si sono nutriti e sono cresciuti come e peggio della peggiore specie di parassiti esistente in natura.
La colpa è anche nostra, che col mostro e i suoi parassiti non abbiamo niente a che fare. Stiamo perdendo l’amore, la passione e il sentimento per questa nostra terra che, non dimentichiamolo, è e sarà sempre (che ci piaccia o no) nostra madre. Ma se perdiamo amore, passione e sentimento, non saremo altro che figli ingrati.
So che, in realtà, molti di noi non accettano questa deriva (che a lungo andare ci porterà all’autoestinzione) e combattono.
Molti di noi non si rassegnano a starsene inoperosi, correndo il rischio di diventare definitivamente incapaci di risolvere le equazioni matematiche, la cui soluzione viene oramai affidata al proprio computer più che al proprio cervello.
Sono molti, siamo in molti, i calabresi che non si rassegnano a far la fine del tacchino come negli Stati Uniti nel giorno del ringraziamento, perché consapevoli che se ci rassegnassimo, se ne salverebbe solo uno, ma solo perché graziato.

04 novembre 2013

LA STORIA NON PUO’ ESSERE BRUCIATA

 

museodellostrumento2Sono incazzato. Sì, incazzato. Permettetemi uno sfogo.
In questo momento, mentre sto scrivendo, a Reggio Calabria è in corso un'assemblea spontanea e pubblica davanti al Museo dello Strumento Musicale. Forse sarebbe meglio dire quel che rimane del museo, visto e considerato che la scorsa notte è stato dato alle fiamme (l'origine dolosa non sembra essere in discussione) e danneggiato in maniera significativa se non irrimediabile.

Da quando ho appreso la notizia, la mia mente è tornata al tempo in cui ero bambino.

Ho rivisto mio nonno materno insegnare le note a mia sorella, seduta sulle sue ginocchia. Ho risentito la sua voce dettare i tempi segnati sullo spartito appoggiato su quello che era il suo tavolo di lavoro di un tempo, quando faceva il calzolaio. Ho rivisto i suoi occhi, dai quali traspariva netta, profonda e inequivocabile, la gioia di tramandare un'arte antica e nobile, forse la più antica e nobile: la musica.
Mio nonno, la cui famiglia era letteralmente “impregnata” di musica, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto, era un bravissimo suonatore di tromba nella banda di Scilla, un suo fratello -purtroppo poi deceduto in guerra- era un abilissimo suonatore di clarino.
Conservo ancora un'immagine, una foto scattata a Taranto il giorno in cui prestò giuramento e iniziò il suo servizio in Marina: anche lì fu subito reclutato a far parte della banda.
Ho rivisto i capodanno passati accanto a lui ad ascoltare il concerto trasmesso in tv da Vienna; confusi e resi ormai incomprensibili dal troppo tempo trascorso da quando non c'è più, ho riascoltato i suoi tanti aneddoti, le sue critiche per una marcia troppo “pomposa”, troppo “tedesca”. E a lui i tedeschi non piacevano, non potevano piacere, essendo stato prigioniero di guerra.
Ho rivisto la sua tromba, pulita, lucida, nella sua custodia, anche se ormai non utilizzata da tempo, ma che ci mostrava gelosamente orgoglioso.

Queste immagini mi son passate in mente come un lungo flash. Le conservo nella memoria, il mio museo personale. Le conservo come qualcosa che faranno sempre parte di me, di quello che sono, pur se -per uno degli strani scherzi della Natura- quell'arte musicale non sono stato in grado di portarla avanti come forse mio nonno avrebbe desiderato che qualcuno dei suoi nipoti facesse.

E' vero, non ho imparato a suonarla la musica, non ci sono portato, ma certamente con gli insegnamenti di mio nonno ho imparato ad apprezzare la buona musica, di qualunque genere essa sia.
Penso -e mi auguro vivamente- di non essere il solo in queste ore a provare forte rabbia, direi quasi dolore. In ogni contrada, in ogni paesino c'è una banda. L'Italia è un Paese fatto di musica, nato con la musica.
Nella nostra provincia, negli ultimi anni, tanti sono stati i riconoscimenti ricevuti dai ragazzi che fanno musica: dalle bande ai gruppi musicali, ai singoli cantautori. Un patrimonio culturale che dobbiamo difendere ed incrementare.

Ironia del destino, proprio oggi ho finito di leggere “Verdi, l'italiano. Ovvero, in musica, le nostre radici”. E' il libro con il quale il Maestro Riccardo Muti -che tanto a cuore ha la formazione musicale dei giovani, specie calabresi- ripercorre le opere del Maestro Giuseppe Verdi, la cui musica giocò un ruolo fondamentale per l'indipendenza italiana dagli austriaci. Fu la musica di Verdi ad esprimere al meglio il temperamento italiano e ad incoraggiare il sussulto d'orgoglio nazionale che portò all'unità d'Italia. Questa è storia, e come dice il Maestro Muti, “...La storia è testimonianza di tante situazioni e non può essere bruciata”.

Chi ha agito nel buio della notte, avrà potuto distruggere il luogo fisico in cui venivano custoditi gli strumenti, ma non potrà mai distruggere quel patrimonio di conoscenze che ognuno di noi -anche in minima parte, come per il sottoscritto- porta dentro di sé e che è chiamato a tramandare alle future generazioni, come mio nonno ha fatto con me. Ma non basta la memoria di ogni singolo cittadino. E' giusto e sacrosanto che ci sia un luogo che costituisca il centro della memoria collettiva. Reggio, città sede di uno dei più apprezzati conservatori a livello nazionale, l'ha avuto fino a ieri e merita di averlo anche in futuro.
Per questo dobbiamo fare in modo che il Museo dello strumento musicale rinasca, più grande e più bello di prima, ma al più presto, perché quello di ieri resti solo un episodio (profondamente negativo) e non diventi storia, lasciato lì a farsi incancrenire dal tempo. L’episodio della notte scorsa la storia non la merita.

*N.B: foto tratta da http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=180052:reggio-in-fiamme-museo-dello-strumento-musicale-la-storia-della-musica-in-cenere-le-foto&catid=40:reggio&Itemid=86

19 ottobre 2013

TI VARDU

*TRASPOSIZIONE IN DIALETTO SCILLESE DI “TESTARDO”, DI DANIELE SILVESTRI

E se ti vardu,
non sacciu s'è 'na cura
e poi se dura oppuru forsi s'è 'n azzardu,
'a to' presenza,
ndo cori, in cunfidenza, è com' a 'n dardu.

E se ti vardu,
'n pinser mi veni in menti
ma se si' davanti non su' Re Riccardu
e non fà nenti,
sì, su' cuntentu, ma esti già tardu.

Ndo cor ti tegnu,
nci fu viatu accordu,
pirchì si' nu suli accussì bellu
chi certu non ti scordu,
assorta tu pari 'n disegnu.

Ma ieu mi trorciu,
quandu ti viru, 'u sacciu,
comu 'n 'mbriacu su', chi va' p’a strata
e a stentu 'a manu teni,
caminu comu veni veni,
stortu.

Pirchì è sicuru,
puru se sugnu accortu, dintra ra me' menti
c'è 'u scuru,
e la me' vita è attesa e spilu,
tu dici no?, cririnci.

Però, 'stu cori non ha paci,
sa' comu 'nfoca 'a braci,
'chì 'i 'n angilu ha' l'anima
e 'a beddha facci tua.

Ieu sugnu empiricu,
non so parrari iperbolicu,
spessu su' melancolicu,
nenti 'i misticu,
e qual è 'u me' statu fisicu,
ieu non t'u dicu, tu, deducilu.

E su' di straci,
mi 'nfocu su' capaci
e non fà nenti se non sugnu bellu,
tu ridi, già, surniuni
e se ti vardu
amica, nd'ha' ragiuni.

Ieu sugnu carmu
ma tu m'hai castrariatu,
pirchì se ti vardu fazzu accuntu
chi si' 'i marmu assai pregiatu,
pirchì tu no, non ha' suratu
- (ma com' è fari cu chista...)
- m'haiu 'nguaiatu!

Però, 'stu cori non ha paci,
sa' comu 'nfoca 'a braci,
'chì 'i 'n angilu ha' l'anima.
e 'a beddha facci tua.

 

TRADUZIONE ITALICA

E se ti guardo,
non so se è una cura
e poi se dura oppure forse s'è un azzardo,
la tua presenza,
nel cuore, in confidenza, è come un dardo.

E se ti guardo,
un pensier mi viene in mente
ma se mi sei davanti non son Re Riccardo*
e non fa niente,
sì, son contento, però è già tardi.

Nel cuore ti tengo,
c’è stato presto accordo,
perché sei un sole così bello
che certo non ti scordo,
assorta tu sembri un disegno.

Ma io mi contorco,
quando ti vedo, lo so,
sono come un ubriaco, che va per strada
e tiene a stento la mano,
cammino come viene viene,
storto.

Perché è sicuro,
anche se sto accorto, dentro la mia mente
c'è il buio,
e la mia vita è attesa e voglia improvvisa,
tu dici no?, credici.

Però, questo cuore non ha pace,
sai come prende fuoco la brace,
perché di un angelo hai l'anima
e il tuo bel viso.

Io sono empirico,
non so parlare per iperboli,
spesso son melancolico,
niente di mistico,
e qual è il mio stato fisico,
non te lo dico, tu, deducilo.

E sono di terracotta,
sono capace di prendere fuoco
e non fa niente se non sono bello,
tu ridi, già, sornione
e se ti guardo
amica, c’hai ragione.

Io sono calmo
ma tu m'hai fatto perder tempo,
perché se ti guardo faccio finta
che sei di marmo assai pregiato,
perché tu no, non hai sudato
- (ma come devo fare con questa...)
- mi sono inguaiato!

Però, questo cuore non ha pace,
sai come prende fuoco la brace,
perché di un angelo hai l'anima
e il tuo bel viso.

*N.B.: Riccardo I d’Inghilterra, detto Cuor di leone

16 ottobre 2013

LA SCUOLA PRIMA DI INTERNET: 5° PUNTATA

Viaggio semiserio tra i ricordi di scuola, nell'epoca pre-internettiana e pre-mms, quandu non c'era la possibilità di documentare con filmati o immagini le valentizze scolastiche compiute dagli alunni o le stranezze dei professori. Eppuru, il materiale (se nd'aviti, mandatilu) di certo non mancava.....

Anno scolastico 1988/89, III classe del Corso sperimentale -sezione A dell'Istituto Tecnico per Geometri “A. Righi” di Reggio Calabria.
Invito ai genitori prof Curia -originaleInvito ai genitori da pare dell'insegnante di costruzioni Curia Antonio
Sono l'insegnante di costruzioni (e se Dio lo vorrà lo sarò fino al quinto anno) dei vostri figlioli, detto gli appunti sugli argomenti che svolgo, non è necessario un libro di testo, ma qualunque libro di costruzioni anche obsoleto va bene, un manuale tecnico del geometra meglio ancora. Serve un quaderno a quadretti usato per la stenografia che deve essere portato a scuola tutte le volte che in orario c'è la mia disciplina e va aggiornato rapidamente in caso di assenza dell'allievo, questo quaderno viene controllato e valutato in occasione delle interrogazioni e verifiche ed in qualsiasi momento della lezione. Occorrono ancora due penne di colore diverso per scrivere ed eseguire schizzi sul quaderno degli appunti.
Un secondo quaderno simile al primo serve per gli esercizi. Io farò tutti i tentativi per aiutare i vostri figli nella evoluzione della loro personalità e nel miglioramento della loro cultura, per fare questo ho assoluto bisogno del vostro aiuto costantemente incontrandovi a scuola o a casa e sentendovi per telefono se siete impossibilitati. Deteriorerà il nostro rapporto pulito la cosidetta <<raccomandazione>> che mi offende perchè degrada e svilisce il mio lavoro onesto e mi costringe a mortificare chi la porge.
Giudico meravigliosi quei genitori che si occupano del miglioramento dei loro figli e collaborano con gli insegnanti per raggiungere questo fine; biasimo quelli che usano il loro <<prestigio>> per loschi contrabbandi per conquistare, loro genitori, la <<promozione>> del loro figliolo che resterà sempre un infante perchè gli è vietato di essere se stesso e finalmente adulto senza pannolino e biberon.
Il corso scelto dai vostri ragazzi richiede maggiore impegno, costanza e pazienza in quanto il tempo a scuola è maggiore ed il numero di discipline pure, di conseguenza l'impegno a casa dovrà essere maggiore per ottenere risultati validi.
Reggio Calabria lì 20/9/1988
                                        i genitori:
=====================================================
NON TI P’OI MANGIARI NU BOI NDA ‘NA SETTIMANA!
itg righiL'anno precedente, Settembre 1987. Prima ora di 'Elementi di scienza delle costruzioni', detta familiarmente (ma impropriamente) 'Costruzioni!.
Il professore -statura media, occhiali con montatura marrone chiaro e lenti piuttosto spesse, giacca grigia a quadri larghi, senza cravatta- entra, saluta la classe con un “Buongiorno” di severa formalità, appoggia la sua agenda sulla cattedra e si avvia a passo sostenuto verso la lavagna. Prende il cancellino e con mano ferma e sicura la pulisce completamente.
Poi, con calma, inizia a far scorrere il gessetto sulla pietra verde appesa al muro, e dopo pochi secondi in una bella calligrafia appare scritto: ing. Antonio Curia.
Il Professor Curia fa quindi qualche passo verso il centro dell'aula, con gesti calmi prende un pacchetto di sigarette, ne sfila una, la porta alla bocca, la accende e fa un lungo tiro. Espira una grande nuvola di fumo, dietro la quale la sua faccia scompare per qualche secondo. Poi, preso il registro di classe, tenendo la sigaretta tra l'indice e il medio della mano destra -la cui parte interna è ingiallita per via del fumo smodato-  dice:“<<Allora ragazzi, quando vi chiamo alzatevi in piedi e presentatevi: chi siete e da quale scuola venite...>> e giù a snocciolare l'appello.
Così ho conosciuto l'Ingegner -con la 'I'- Antonio Curia. L’anno successivo (evidentemente a causa di “’interferenze’ esterne) ci dettò l'”Invito ai genitori”che avete letto sopra, e che ho voluto recuperare e proporre su questo blog, dopo aver ritrovato il quaderno degli appunti sul quale ho poi annotato tutte le sue lezioni.
Devo dire che, contrariamente alle sue previsioni, e alle nostre speranze, purtroppo non è stato nostro professore fino al quinto anno, a causa di alcuni...dissidi interni tra colleghi.
Tuttavia, il suo modo di spiegare le lezioni (con tanto di disegni con gessetti di diverso colore a sottolineare gli aspetti più importanti della materia), con l'immediata applicazione pratica negli esercizi d'esempio; i suoi esempi pratici; il suo modo di interrogare, con le domande in ordine di difficoltà, dal cinque (per quelli che nella materia zoppicavano) fino al dieci (ma poi, nda pagella al massimo ti mintiva ottu!).
Era il suo modo diretto, semplice, forse un po' brutale, di farci comprendere che anche se a tutti viene data la stessa possibilità, non tutti abbiamo le stesse capacità.
Tutto di questo straordinario Professore, è ancora stampato a chiare lettere nella mia mente. Così come alcune delle sue frasi più celebri:
1) “La costruzione più perfetta è il corpo umanoNon a caso, ogni suo esempio prendeva spunto dal corpo umano. Quando inizio a parlarci del cemento armato, per farci comprendere la funzione dell'acciaio e la differenza tra la zona di una trave soggetta a compressione e quella soggetta a trazione, chiamò un mio compagno, lo fece mettere sull'attenti e poi gli disse di piegare il busto leggermente in avanti. Capimmo così qual era la differenza tra zona in trazione e zona in compressione in una trave inflessa. Comprendemmo, con due anni d'anticipo sul programma, che il ferro nel cemento armato svolge la stessa azione che la colonna vertebrale svolge nel corpo umano: è lei la nostra armatura.
O ancora, ci spiegò il motivo per cui nel fare il calcolo delle fondazioni, si presume che esse abbiano un peso pari a un decimo del peso che sono chiamate a sopportare. Il motivo? Semplice: <<Perché i nostri piedi pesano un decimo del nostro peso corporeo!>> Pesare per credere.
 2) “Non siete ragionieri!
Dopo aver spiegato la lezione, il Professore ci faceva svolgere immediatamente un esercizio applicativo sotto la sua supervisione. Una volta, per calcolare le dimensioni di un pilastro, il risultato che veniva fuori dalla formula era un lato di 27,5 cm. Si fermò, ci guardo attraverso il fumo della sigaretta e disse:
<< Se siete in cantiere, nessun mastro realizzerà mai un con un lato pilastro di 27,5 cm. Se glielo chiedete, vi prenderebbe per pazzi. Ricordatevi una cosa: non siete ragionieri!....In favore della stabilità, adotteremo una sezione con un lato di 30 cm., così il mastro non ci prenderà per pazzi.>>
 3) Per favore, non fatevi chiamare ‘ngigneri’
In un'altra occasione, narrandoci del periodo passato all'università di Padova, ci disse: << Ragazzi, lo so che appena uscirete da questa scuola e andrete a lavorare, vi chiameranno tutti 'ngigneri'.
Per favore, a chi vi chiama così, dite: sono geometra, non ingegnere. Non fate i furbi, non fatevi chiamare ‘ingigneri’, perché non lo siete e perché... so io cosa significa diventare ingegnere. E se qualcuno di voi lo diventerà, potrà capirmi.>>
Beh, non sono diventato ingegnere, ma ho sperimentato di persona cosa significa diventarlo, e quelle parole, profondamente vere, non le ho dimenticate.
 4) “Non ti p'oi mangiari nu boi nda 'na settimana!”Come tutti gli uomini intelligenti e seri, il Professore Curia non mancava di dispensare perle di sano umorismo.
Durante le interrogazioni, mentre gli interrogati sudavano freddo alla lavagna cimentandosi con le domande da 5, da 6, da 7...., il Professore era solito intrattenere la classe con i racconti della sua vita. Venimmo così a sapere che dopo la laurea in ingegneria all'università di Padova, aveva lavorato con una ditta in Africa. Poi in Russia, dove scorrazzava per le strade, sfidando discese e -soprattutto- le salite portandosi dietro una fidanzata 'i bon pisu'.
Infine il ritorno a Reggio, l'insegnamento al “Geometri” la mattina, e poi, nel pomeriggio, il suo dedicarsi alla campagna, al suo orto e alle sue galline.
Un giorno, verso la fine dell'anno scolastico, dopo aver constatato lo sforzo con cui un mio compagno cercava di mettere insieme una risposta decente che gli consentisse di recuperare e non finire rimandato a Settembre, lo guardò dritto negli occhi e con la faccia più seria del mondo, con tono garbato, gli disse: <<Vedi, caro....Non ti p'oi mangiari nu boi nda 'na settimana!>> Partì una risata generale.
Traduzione: non puoi recuperare in una settimana tutto quello che non hai studiato in un anno.

Tanti altri sono i ricordi delle sue lezioni che potrei citare: quella sul baricentro, con il racconto del giorno che il Sig. Piaggio inventò la Vespa, dopo aver ritrovato un pezzo di carrozzeria di un vecchio aereo abbattuto durante la seconda guerra mondiale, e il motivo per cui era riuscito a farla stare in piedi senza cavalletto (perfetta distribuzione dei pesi); quella sullo sforzo di taglio, con l'esempio degli sci messi sotto la pedana della cattedra.
In particolare, ricordo però la sua ultima lezione alla nostra classe.
Eravamo già al quinto anno, oramai prossimi agli esami di stato, e l'Ing. Curia non era più il nostro professore. Un giorno però, in un'ora di supplenza, lo vedemmo comparire davanti alla porta. Entrò e con un sorriso paterno ci salutò, informandosi sulla parte del programma di costruzioni che stavamo svolgendo. Ci chiese se avevamo bisogno di qualche spiegazione. L'occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Alla nostra risposta affermativa disse: “Cosa volete che vi spieghi?
In quel periodo studiavamo il calcolo dei muri di sostegno. In poco meno di tre quarti d'ora, ci illustrò tutta la teoria sui muri di sostegno e i diversi metodi di calcolo, verifiche comprese.
Questo il modo in cui ci fece capire cos'è l'angolo di attrito del terreno: mise il cancellino sulla cattedra, si alzò, andò su un lato della cattedra, ne afferrò i piedi e cominciò ad alzarla piano piano. Quando il cancellino cominciò a scivolare si fermò con la cattedra sospesa per aria, ci guardò e facendo un cenno del capo ad indicare lo spazio compreso tra la pedana e la parte della cattedra che era alzata da terra, annunciò: quello è l'angolo d'attrito del cancellino.
Infine, essendo uomo pratico e dovendo insegnare a dei futuri geometri che avrebbero operato in cantiere, ci suggerì qual era l'attrezzatura necessaria per poter calcolare un muro di sostegno: un secchio, o anche un bicchiere, due assi di legno e un chiodo. Il secchio serviva per metterci una piccola parte del terreno che il muro avrebbe dovuto sostenere. Poteva essere pesato (e quindi, conoscendo il volume del secchio, si ricavava il peso proprio del terreno); le due assi di legno, collegate tra loro da un chiodo a mo' di cerniera, servivano da goniometro. Una volta rovesciato il secchiello, il terreno si sarebbe disposto a cono. Le due assi sarebbero servite per misurare l'angolo d'inclinazione dei lati del cono e quindi il suo angolo d'attrito. Avevamo tutti i dati che ci servivano per poter calcolare il nostro muro.
Finita la sua ora di lezione –-altro che supplenza!- si accese una sigaretta, prese la sua agenda, e ci salutò così: << Tanti auguri, ragazzi>>. Uscì dall’aula e si incamminò lungo il corridoio, con la testa avvolta in una nuvola di fumo.
Fu l'ultima volta che ho avuto la fortuna di incontrarlo. Son passati ventidue anni da allora, e adesso il Professore non insegna più. Mi piace immaginarlo a godersi la vecchiaia, dedicandosi al suo orto e alle sue galline.
Mi farebbe piacere rivederlo. Penso che sarà contento di sapere che un suo allievo, non solo ha conservato i suoi appunti, ma soprattutto, ha tenuto e tiene ancora ben presenti, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni, i suoi insegnamenti straordinariamente illuminanti.

05 ottobre 2013

ARROCCATI IN UNA FORTEZZA DI NOME EUROPA

 

croce nel mare 2(1)Ci sono giorni in cui le parole sono inutile ed è meglio tacere. Oggi è stato uno di questi giorni.

Tante volte, troppe, erano accaduti naufragi di povera gente disperata. Ma non facevano notizia se non per poche ore, giusto il tempo di fare da titolo ai telegiornali. Poi quei morti sono caduti nell’oblio, nascosti, per sempre, sotto le onde del mare.

Ieri no. La tragedia di ieri non possiamo, non dobbiamo dimenticarla.

L’Europa, questa fortezza inespugnabile, protetta da muri invalicabili i cui mattoni sono le leggi assurde ed incomprensibili che si è data, non può più rimanere indifferente.

Abbiamo creato un bel giardino noi europei, dove prima abbiamo fatto circolare le merci e il denaro e poi ci siamo spostati noi, in lungo e in largo attraverso 27 Paesi, senza alcuna difficoltà. Ci siamo dati il diritto, noi europei, di andare a cercare condizioni di vita migliori in un Paese diverso dal nostro, possiamo cercarci la parte di giardino che per noi è più bella.

Ci siamo riempiti la bocca  di libertà (commercio, scambi, circolazione di uomini e mezzi), ma non ci siamo accorti di averla negata agli altri.

Il risultato: loro, morti in un mare di onde impietose. Noi, vivi, in un mare di vergogna.

Vergogna, perché neghiamo la libertà a chi –per destino, per volontà divina o non so che altro- è nato al di là del nostro bel giardino. Li identifichiamo come “extra”, cioè quelli che stanno “al di fuori” delle mura della nostra fortezza. Vergogna perché l’Europa è divenuto un pianeta a sé.

Vergogna, perché li chiamiamo “migranti”, con un termine che sa tanto di forzata compassione e che sta assumendo un significato dispregiativo. Ma noi che ci spostiamo liberamente, non siamo migranti anche noi?

Vergogna, perché abbiamo fatto leggi e regolamenti per ogni tipo di merce, di prodotto. Abbiamo fatto leggi che proteggono la flora e la fauna, l’acqua, il mare. Ma ci siamo dimenticati dell’uomo che quel mare lo ha sempre utilizzato: per trarne sostentamento ma anche, e soprattutto, come via di comunicazione tra i popoli, primo mezzo di scambio culturale –prim’ancora che commerciale.

Vergogna, perché l’Europa che si vanta delle sue radici cristiane, non può comportarsi in maniera tale da fare agli altri ciò che essa ha cercato, in tutti questi anni, di non fare ai Paesi che ne fanno parte, cioè a sé stessa. Chi ci ha dato questo diritto?!

Vergogna, perché ci siamo chiusi nel nostro bel giardino –negli ultimi tempi, a dir la verità piuttosto malandato- in cui nessuno può entrare a disturbarci, a meno che non siamo noi a decidere di aprirgli la porta. Ogni tanto, attratti dalle urla, dal rumore o dalle fiamme, diamo un’occhiata distratta a ciò che accade al di fuori della nostra fortezza, nella quale ci siamo arroccati.

Poco importa se là fuori, quel mare si sta trasformando in un cimitero liquido; se le antiche rotte che dall’Africa o dal Medio Oriente portavano fino alle nostre coste, sono segnate dalle croci dei tanti caduti di una vera e propria guerra: la guerra per la vita.

Quei caduti sono uomini, donne, bambini, che avevano solo un sogno: vivere, non sopravvivere. E’ per inseguire il sogno di avere una vita che sono morti. Chi ci ha dato il diritto di negare agli altri i loro sogni?!

Erano i sogni di una vita, di una vita insieme, fatta di affetto e di amore. Come quello cantato da Tesfay Mehari (detto Fihira), un famoso cantante eritreo, che ha dedicato una canzone dal titolo “Bahri” alla donna che ha perso nel mare italiano.

L’ho ripresa da “Fortesse Europe” (il nome non è un caso), il sito che da anni segue puntualmente il triste fenomeno e aggiorna le tremende statistiche di questa vera e propria strage umana.

Ecco il testo, che ho tradotto dall’inglese che vedete nel video:

BAHRI –di Tesfay Mehari (detto Fihira)

Vicino alla spiaggia bagnata, in mezzo all’oscurità silenziosa
sono qui con il rollio delle onde del mare
Oh mare agitato! Vuoi chiedere alle tue creature?
Dentro di te sono sparse le ossa del mio amore
lei stava sbocciando, tenera e dolce;
Luccicava con il suo amore, la luna sopra di lei
dentro di te è il mio amore, la sua anima, il suo cuore.
Oh mare! Riportala alla spiaggia, lascia che le parli
ricordando la sua gioventù, fammi un incantesimo;
Mentre il sole tramontava lei mi ha detto addio, annegando.
Vedendo la barca gli abitanti del mare hanno danzato di gioia
celebrando il loro solenne accordo dell'amore forte, con la morte.
Una grande festa, accompagnata da rumori attutiti
e il sigillo conclusivo della morte è stato l'addio finale.

Guarda ovunque, trovala per me
Oh mare! Restituiscimi l'amore della mia anima.

Con i suoi compagni pellegrini, compagni di destino,
oh creature marine, testimoni della favola,
cos'ha detto nel suo ultimo addio?
Non sei il mare? Allora rispondimi.

Guarda ovunque, trovala per me
oh mare! Restituiscimi l'amore della mia anima.

Non te l'ho detto molte volte e ti ho pregata?
Ma invece ti sei arresa ai sussurri della tua gioventù.
Perché non mi hai ascoltato, non ero più grande di te?
Ma non ha reso triste solo me,
tua madre è pazza di dolore
quella che amavi e di cui ti prendevi cura, la tua unica e sola.
Ancora peggiori sono le condizioni della tua sorellina,
amore mio sai dov'è?
Lascia che ti dica, il tuo nome è costantemente sulle sue labbra, la sua canzone,
sta perdendo la testa, si sta allontanando da noi, quasi come te.

Con i suoi compagni pellegrini, compagni di destino
Oh creature marine, testimoni della favola,
cos'ha detto nel suo ultimo addio?
Non sei il mare? Allora rispondimi.

Non te l'ho detto, no?
Ti ho implorata, o no?
La pazienza è stata messa alla prova, la confusione tenuta lontano?
E' suonata la campana quando è giunta l'ora?
Potevo vederla lottare tra la vita e la morte.
Troppo tardi, è stato dopo che è arrivato il giudizio?

Guarda ovunque, trovala per me
oh mare! Restituiscimi l'amore della mia anima.

*N.B: foto tratta da http://www.michelenardelli.it