31 gennaio 2026

E' TEMPO DI VIVERE, E' TEMPO DI SCEGLIERE

Giovedi scorso nell'Aula Magna dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, è stata conferita la laurea honoris causa post mortem in Scienze della Formazione Primaria, con il massimo dei voti e la lode accademica, alla nostra concittadina Antonella Cannizzaro.

A quanto riferiscono le cronache dei testimoni presenti alla cerimonia, a parlare è stato il silenzio commosso, nel ricordo di un'anima bella, volata via troppo presto e compianta da tutti coloro che hanno avuto la possibilità e il piacere di conoscerla.

Nel ricordare il suo esempio, è stato fatto riferimento al valore del tempo secondo Seneca, che in una celebre frase, il cui senso è: non è quanto viviamo a contare, ma come viviamo.

Antonella ce lo ha dimostrato con i fatti: il suo continuo darsi da fare, il suo instancabile impegno civile, sono un esempio per noi tutti. Personalmente, ne faccio tesoro.

 E' prendendo spunto da questo che intendo fare qualche considerazione su qualcosa che è apparentemente lontana dal ricordo di Antonella, ma invece non lo è.

Da qualche mese si è tornato a parlare e a dibattere a Scilla e a Bagnara sul progetto presentato da Edison per la costruzione di un impianto denominato "Favazzina - Impianto di Accumulo Idroelettrico mediante pompaggio ad alta flessibilità". Il progetto, che interesserà direttamente la zona di Favazzina a confine con il comune di Bagnara Calabra e buona parte del Piano di Melia, è stato presentato al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica nel 2023, ma a Scilla si è cominciato a parlarne solo nel febbraio dello scorso anno, prima delle elezioni. Tutti i candidati al Consiglio Comunale, all'epoca, si dichiararono contrari.

Non entro nei dettagli tecnici. Invito chi è interessato ad esaminare il progetto -a questo link- unitamente alle osservazioni, presentate già da diverse associazioni e alla cui stesura ho collaborato con convinzione.

Personalmente ritengo che per diversi motivi di ordine tecnico il progetto presenti più criticità che lati positivi. I motivi? In breve: la conclamata fragilità del nostro territorio collinare, estremamente "ballerino", con molteplici rischi collegati tra loro, idrogeologici e sismici; il contrasto della soluzione tecnica proposta da Edison rispetto alla legislazione di tutela del territorio, alla sua pianificazione produttiva ed ambientale; alla programmazione energetica proposta dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e già approvata dalla Regione Calabria nel 2021, specie con riferimento al nostro mare.

Un antico detto scillese dice: "'U mari, chiddhu ch'è 'u soi s'u pigghia" -il mare, quello che è suo se lo prende. E lo abbiamo visto di recente, con la mareggiata di venti giorni fa e con gli effetti del ciclone Harry.

Guardando verso le colline, è di oggi la notizia di una grossa frana caduta poco prima dell'ingresso a Bagnara. Ennesimo episodio -se si pensa solo agli ultimi venti-venticinque anni, che dimostra che la terra non smette di muoversi.


Non bisogna mai dimenticare che il comune di Scilla, l'intera Costa Viola sono in zona sismica di prima categoria. In particolare, nella zona tra Favazzina e Melia ove sono previsti le opere di presa e il bacino di monte dell'impianto proposto da Edison, coesistono tre diverse faglie attive: la "Aspromonte-Peloritani", che attraversa lo Stretto dalla Calabria alla Sicilia; un'altra, che si spinge perpendicolarmente alla costa scillese fino a raggiungere la Sicilia, davanti al centro di Acquarone (provincia di Messina, più o meno a metà strada tra Torre Faro e Milazzo); la terza, "Arco calabro", che interessa il tratto di costa compreso tra Villa San Giovanni e Taureana, subito dopo Palmi.

Le previste opere di presa a Favazzina sono proprio al centro della terza faglia, che si sviluppa lungo la costa calabra. Il bacino di monte, a Melia, è nella zona di sovrapposizione tra due faglie: la "Aspromonte-Peloritani" e l'"Arco calabro".



Non sono esperto della materia, ma oltre a quanto segnalato nelle osservazioni già presentate, credo che sarebbe opportuno sviluppare gli aspetti più direttamente legati a queste tre faglie.

Se il mare si prende quello che è suo, per quanto riguarda la collina potremmo certamente dire che 'a terra si menti comu voli -la terra si mette come vuole, cioè secondo il suo equilibrio naturale. Un equilibrio, che però non è statico, come quello della sabbia quando si svuota il secchiello sulla spiaggia, ma è un equilibrio dinamico, soggetto sempre ad assestamenti e movimenti più o meno grandi. E questo è un elemento che, quando si deve decidere su opere così impattanti, non può essere trascurato e deve essere messo in rilievo in tutte le sedi competenti a decidere.

In una recente intervista in occasione della Giornata della Memoria celebrata martesi scorso, la scrittrice Edith Bruck -sopravvissuta ad Auschwitz- alla domanda su cosa possiamo fare noi contro le dittature in atto in ogni angolo del mondo e per la pace, ha risposto: «Siamo poca cosa rispetto a questi potenti. Però ognuno di noi ha comunque una piccola arma in mano. Non dobbiamo rimanere fermi a guardare quello che accade».

Ecco, prendo volentieri in prestito l'affermazione della scrittrice ungherese: non dobbiamo rimanere fermi a guardare, anche se abbiamo l'impressione di essere poca cosa davanti a un colosso energetico come Edison. Non dobbiamo rimanere a guardare, inermi, davanti al tentativo di sperimentare sulla pelle nostra, del nostro territorio, bello ma sempre più fragile, soluzioni tecniche che hanno, forse, qualche lato positivo (solo per chi quelle soluzioni le propone) e moltissimi lati negativi che potrebbero ritorcersi contro l'intera collettività. Non dobbiamo rimanere fermi, ma scegliere cosa vogliamo fare del nostro futuro, scegliere come vogliamo passare questo nostro tempo: contandolo o vivendolo.

02 gennaio 2026

LIBERTA' E' PARTECIPAZIONE E SERVIZIO


 Il "Presepe Vivente" organizzato dall'Associazione Nuovi Orizzonti, formata da giovani scillesi, da oggi e per tre giorni alla Villetta Comunale, offre lo spunto per rimarcare l'importanza dell'impegno civico e sociale che, grazie anche alle loro iniziative, ha ripreso nuovo slancio e vigore.

Giova ricordare che l'attuale Villetta Comunale ha preso il posto che fu, fino al 1983, del campo sportivo di Scilla. 

Nel 1927 fu fondata l'A.S. Scillese, la squadra di calcio scigghitana, che disputò le sue partite casalinghe nel campo sportivo realizzato alla fine "ri Giardini", ovvero gli antichi agrumeti che fecero posto prima alle baracche post terremoto 1908 e poi all'espansione del centro urbano cittadino. 

Nei primi anni '30, in pieno regime fascista, ultimata la  costruzione delle palazzine poste ai due lati della nuova strada, il campo sportivo fu intitolato a Rocco Gerocarni, giovane fascista palmese, rimasto ucciso qualche anno prima, il 26 agosto 1925, in una rissa scoppiata al termine della processione della Varia.

Dell'omicidio venne accusato Leonida Repaci, palmese anche lui. Sì, proprio il più noto scrittore reggino insieme a Corrado Alvaro. Repaci fu arrestato e tenuto "in attesa di giudizio" per sette mesi, prima di venire definitivamente scagionato al termine di un processo nel quale si autodifese abilmente, coadiuvato dai suoi avvocati, dal quale uscì assolto. La vicenda, anche per volontà della madre, lo spinse ad andare via da Palmi. Questo episodio, insieme a buona parte della vita dello scrittore calabrese nei suoi anni palmesi, è raccontato nei dettagli nel libro “Il debito. Leonida Repaci nella storia“, scritto dal sindacalista palmese Natale Pace, come ricorda il giornalista e storico Pino Nano nel post che trovate a questo link.

A quel tempo, la strada che dal campo sportivo "Rocco Gerocarni" giungeva fino a Piazza San Giuseppe si chiamava Via Littorio, poiché prendeva il nome dall'insegna degli antichi littori romani, che fu emblema del partito fascista prima, in seguito divenuto simbolo del regime dittatoriale mussoliniano.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la nascita della Repubblica Italiana, la strada fu rinominata Via Libertà e, con essa, tutte le traverse che da questa si diramano in direzione monte-mare. Nei giorni scorsi, parlando con un amico, notavamo come non ci si preoccupò, allora, di intitolare le traverse a personaggi di rilevanza storica, ma le traverse rimasero fino ad oggi (con l'esclusione della sola VI Traversa, oggi Via Angelo Facciolà), "Traversa di Via Libertà". Era un modo, probabilmente inconscio, di circondarsi di libertà, di riassaporarne il profumo, di risentirne la bellezza. Per i nostri nonni fu come stringere in un abbraccio fatto di libertà la gran parte del quartiere di San Giorgio. Al campo sportivo fu così praticamente tolta la denominazione attribuita in epoca fascista, come a voler rimuovere ogni collegamento con il passato regime, tanto che in pochissimi ne hanno conosciuto la denominazione.

Dunque, da quasi cento anni, lo spazio attualmente occupato dalla Villetta Comunale è lo spazio dei giovani scillesi e per i giovani scillesi. Da questo spazio, si irradia libertà.

Il "Presepe Vivente", insieme alle altre attività portate avanti dall'Associazione Nuovi Orizzonti, è virtuoso esempio di partecipazione attiva alla vita della comunità. Come cantava Giorgio Gaber, la partecipazione è la pratica attuazione della libertà, è il modo più bello di esercitarla nella sua pienezza. Lo si fa redendo un servizio alla collettività: con l'impegno politico/istituzionale; sia con l'impegno civile associazionistico.

Se "libertà è partecipazione", partecipare alla vita della comunità è, in definitiva, servire la comunità. Ma contrariamente al doloroso passato sopra ricordato, è un servizio non obbligato, frutto non di sopraffazione bensì atto di completa liberalità: donare un po' di sé stessi, delle proprie conoscenze e delle proprie capacità, per gli altri, per tutti.

Chiudo questa piccola riflessione con una proposta: sarebbe bello intitolare la Villetta Comunale a un giovane scillese, che sia da esempio -con la sua attività e/o con il suo sacrificio- nel presente e per il futuro, non solo per i giovani ma anche per i più grandi.

Ai giovani dell'Associazione Nuovi Orizzonti va il mio ringraziamento ed un grande "in bocca al lupo" per le loro attività e, con loro, a tutti gli scillesi, gli auguri per il nuovo anno appena iniziato.


29 novembre 2025

ARIDI E IMPERMEABILI

 Al liceo classico Giulio Cesare di Roma, sui muri dei bagni dei "maschi" hanno scritto: "Lista stupri:…." con tanto di nomi di ragazze a seguire.

La preside l'ha definito "gesto scriteriato".

Chi, se non la scuola -insieme alla famiglia, comunque la si intenda- dovrebbe fornire ai ragazzi gli giusti criteri affinché questi gesti non si ripetano?

La mente umana è come un terreno: ci sono terreni pronti a ricevere semi e pioggia, vita e nutrimento per i vegetali che si trasformano in piante che crescono forti e vigorose e in cambio delle cure colturali ricevute, restituiscono a chi si è preso cura di loro e alla collettività i loro frutti. Ci sono poi terreni aridi, impermeabili alla pioggia, che non consentono ai semi di attecchire: sono quelli di cui prendersi maggior cura, provando ad analizzarne la composizione per poi dissodarli, bonificarli per metterli a coltura, poiché anche nei terreni più aridi ci sono forme di vita e anche l'argilla dei terreni più impermeabili può essere modellata; oppure per essere adibiti ad altri utilizzi a fini produttivi per il benessere della collettività, sfruttandone appieno le potenzialità.

Ecco, la scuola, la famiglia, sono chiamate a prendersi cura di tutti i cervelli, nella consapevolezza che non tutti possano dare gli stessi frutti. E' loro responsabilità, della scuola e della famiglia, prendersi cura dei cervelli più aridi e impermeabili alle regole del vivere civile perché queste menti non generino danni per loro stessi e per la società intera.

Quel "gesto scriteriato" è figlio del fallimento educativo a cui stiamo condannando quei giovani aridi e impermeabili. Se non si trova presto un metodo efficace per analizzare concretamente le loro mancanze, per far loro comprendere quali sono i criteri del vivere civile per poi poterli indirizzare a sfruttare al meglio i loro talenti, se non ci riusciremo, beh, sarà il fallimento più grande della mia generazione.


20 settembre 2025

IL TESORO DI PIETRO

 

Quando accade di perdere all'improvviso una persona a noi vicina, tutti ci interroghiamo sul perché. Perché proprio quella persona?

E' successo anche due anni fa, come oggi, quando ci ha lasciato l'amico Pietro Bellantoni. Perché proprio lui, che aveva ancora tanto da progettare, realizzare per sé, per la sua famiglia, i suoi amici e per una collettività alle quali la sua persona, il suo modo di intendere la professione di giornalista, ha portato sicuramente beneficio.

La risposta che riesco a darmi, ogni volta, è solo una: perché arriva il momento in cui le anime belle, cioè le anime libere, non possono restare in un mondo che, ogni giorno, fa di tutto per metterle in difficoltà, per tentare di etichettarle pro o contro qualcuno, per sminuirne il valore umano e professionale solo per convenienza.

E Pietro è stato certamente un'anima libera, uno spirito libero, la cui presenza e vicinanza fisica mancano tanto, troppo.

Gli spiriti liberi, erano e sono quelli che hanno costruito e costruiscono la loro personalità, la loro coscienza di uomini e donne e di cittadini, grazie a una visione delle cose del mondo basata sulla conoscenza effettiva, verificata, e non sul sentito dire; quelle che i libri li hanno letti, riletti, consumati, digeriti e non si sono mai accontentati né dei brevi bignamini che sono diventati i "moderni" libri scolastici prima, né di poche informazioni veicolate a dovere da "fonti ufficiali", dopo.

Leggere le notizie in questi ultimi due anni non è proprio una pratica che giova alla salute: giornalisti reggini oggetto di minacce e intimidazioni quasi quotidiane; quasi trecento giornalisti palestinesi assassinati a Gaza in meno di due anni di aggressione sulle cui motivazioni cominciano a essere sollevati i primi dubbi. Dall'altro lato, giornalisti -o sedicenti tali- schierati a prescindere, per i quali ciò che fanno coloro che li pagano è sempre giusto, mentre ciò che fanno quelli della controparte è sempre sbagliato.

Scene raccapriccianti si svolgono quotidianamente sotto i nostri occhi di spettatori, sono le stesse scene di quasi ottant'anni fa, raccontateci dai nostri nonni, o lette sui libri di storia, o viste nei film: invasioni, bombe, esodi forzati, bunker in cui rifugiarsi. E' tutto vero, di nuovo. 

Sì, accade davvero. In questo mondo in cui la verità diventa bugia e la falsità diviene  normalità "grazie" ad una pletora di eruditi ma non istruiti, professoroni ma non Professori, filosofanti ma non filosofi, politicanti ma non statisti. Una palude nauseabonda dalla quale diventa sempre più difficile uscire.

In tutto questo melmoso acquitrino impregnato di falsità, che odora di polvere da sparo, di sangue, di carne bruciata e di morte, ma che ci viene spacciato per un nuovo eldorado, le anime libere non possono restare, perché con tutto questo sono incompatibili. 

E' per questo che sono chiamate lontano da noi, per essere preservate, protette e custodite, come un tesoro, l'unico.

Ecco, Pietro, che ha incarnato la libertà in tutto il suo agire, è come un tesoro, per questo mi piace ricordarlo sempre e soprattutto oggi. Ciao, Petruzzu.


24 agosto 2025

LA TRAGEDIA DI GAZA

 


«Nell’etica tragica, la hýbris è ciò che spinge gli uomini a varcare i confini assegnati alla natura umana e a credersi di più di quello che sono, mettendosi così in implicita (o anche esplicita: si pensi ad Aiace nell’Aiace sofocleo) competizione con gli dèi. La troppa fortuna, la troppa ricchezza, la troppa felicità, ogni tipo di eccesso, creano nell’uomo orgoglio e presunzione, rendendo quasi inevitabile la sua caduta nella colpa.

La hýbris dei potenti si abbatte, per ovvie ragioni, sui deboli, che sono, nella tragedia, i depositari del piano morale.

Gli dèi hanno cari i deboli. Non sempre li salvano (anzi), ma infallibilmente li vendicano, punendo il loro persecutore o la sua discendenza.

Quando gli dèi puniscono, lo fanno in modo a un tempo crudele e beffardo, confondendo i colpevoli, inducendoli in errore, spingendoli a scambiare uno strumento di rovina per una via di salvezza.

La sofferenza dell’innocente ci ricorda che l’infelicità è semplicemente connessa con il vivere, non deve per forza avere un motivo.

Nella tragedia non esistono cause tanto giuste da non avere in sé una parte di ostinazione e di eccesso (cioè di hýbris!), né cause tanto sbagliate da non contenere una sia pur piccola e lontana giustificazione.

La tragedia dunque non ama il cento-per-cento. Nasce per far discutere. È intimamente divisiva. La divisività è anzi, si può dire, il suo codice, la sua marca di genere…» 

- tratto da "La tragedia greca", di Walter Papino per "Le lezioni del Corriere" - Corriere della Sera.

Questa breve descrizione della tragedia greca, riletta in chiave dell’ennesimo round del conflitto israelo-palestinese che si sta svolgendo sotto i nostri occhi inermi, dimostra ampiamente quanto -nonostante le fasi evolutive del pensiero- la natura umana sia rimasta intatta da millenni.

 Gli estremisti israeliani al governo, per troppa ricchezza hanno varcato ormai da un po’ i confini della natura umana, spinti orgoglio e presunzione e credendosi unici depositari del ben volere divino e per questo autorizzati ad agire in ogni modo possibile, anche il più inumano.

La loro hýbris da superpotenti si abbatte con una violenza mai vista sui deboli arabi palestinesi, incapaci di affrancarsi dal terrorismo poiché soggiogati da decenni di prepotenze, soprusi e metodi che hanno poco a che fare con la democrazia e molto più a che fare con il terrorismo e l’apartheid, posti in atto dagli israeliani.

Gli dèi hanno cari i deboli, anche se è difficile crederlo vedendo ciò che sta accadendo. Non sempre li salvano -infatti solo in quest’ultima “guerra” sono morti decine di migliaia di palestinesi. Ma gli dei, in questo caso Dio, trattandosi di popoli monoteisti (che si chiami Jahvè, Allah, poco importa), vendicherà i palestinesi, punendo il loro persecutore, l’attuale governo israeliano- o la sua discendenza -chi verrà dopo Netanyahu.

Li punirà in modo crudele e beffardo, confondendo gli israeliani, inducendoli in errore, spingendoli a scambiare uno strumento di rovina -ovvero la distruzione dei palestinesi, identificati solo come un unico, grande, gruppo terroristico, per una via di salvezza -la loro- ovvero la costruzione del Grande Israele. Questa, che è ritenuta la loro unica salvezza dal male del terrorismo arabo-palestinese, si rivelerà la loro condanna definitiva. In parte, la condanna è già iniziata: il governo israeliano, che continua a negare ciò che è oggettivamente innegabile, non ha più alcuna credibilità agli occhi del mondo. Potranno avere la meglio, sradicare il popolo palestinese dalla terra che porta il loro nome da secoli, così come stanno facendo per le piante di ulivo, ma alla fine lasceranno attorno a loro il deserto, non solo fisico ma politico. E in questo loro deserto, la società israeliana si interrogherà circa la loro “caduta nella colpa”, e rischia di implodere, di rimanere dilaniata al suo interno.

 Il conflitto israelo-palestinese dimostra che non esistono cause tanto giuste -il diritto ad esistere dello stato israeliano- da non avere in sé una parte di ostinazione e di eccesso -l’estremismo sionista- né cause tanto sbagliate -volere la distruzione l’uno dell’altro- da non contenere una sia pur piccola e lontana giustificazione -decenni di oppressione subita dai palestinesi; la necessità di difendersi dal terrorismo palestinese, invocata da altrettanti decenni da Israele.

E’ vero, «la tragedia nasce per far discutere. È intimamente divisiva» Questa divisione in chi discute del conflitto israelo-palestinese dura da quasi ottant’anni. Finirà soltanto quando si vorrà scoprire e/o ammettere chi, tra i protagonisti di questa tragica narrazione, ha detto la verità e chi, invece, ha bleffato.

17 agosto 2025

FESTA DI SAN ROCCO 2025 - LA PROCESSIONE DELLA DOMENICA: IL FUOCO DELL'AMORE DI DIO CONTRO LA PESTE DEL NOSTRO TEMPO


Seconda giornata dei festeggiamenti scigghitani in onore del Santo Patrono San Rocco come meglio non si potrebbe.

Il Vangelo di questa domenica così particolare per gli scillesi non poteva che essere più attuale.

Il testo, tratto dall'evangelista Luca, è tanto breve quanto potente:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Letto in maniera distorta, con gli occhi e il cuore di tanti che, ahimè, oggi governano le sorti del mondo, questo brano potrebbe costituire una "scusa plausibile” per giustificare il più feroce degli estremismi. Ma non è così. 

Il fuoco di cui ci parla oggi il Vangelo è quello dell'amore di Dio che è la fiamma dello Spirito Santo, che «…arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo.» (Benedetto XVI – Omelia nella solennità del Corpus Domini, 23 maggio 2010)

E San Rocco, il Santo Pellegrino, si è fatto portare di questo fuoco, che ha guarito i corpi dal fuoco della peste e ha trasformato gli animi di tutti coloro che ha incontrato lungo il cammino che lo ha portato alla santità.

Due i momenti della processione di oggi, che vorrei fissare nella memoria: nella sola preghiera a San Rocco perché protegga un luogo vulnerabile come la villetta comunale, poiché frequentata dai nostri bimbi e dai nostri ragazzi, perché restino lontani dalla peste moderna che li tenta sotto forme tanto attraenti quanto subdole. Il secondo momento, la preghiera di Don Mimmo Marturano, già arciprete di Scilla per vent’anni, che tanto si è speso per la ricostruzione del tempio dedicato al nostro Santo Patrono. Preghiera, accompagnata dalla benedizione a tutti i portatori che, alla fine, hanno ricambiato insieme a tutti i presenti con applausi ed un doppio “Evviva Don Mimmo!” pieno di affetto, tenerezza e riconoscenza verso colui che è stato la guida spirituale della nostra comunità e rimane ancora oggi un punto di riferimento per tutti. In pochi riescono a nascondere la commozione.


Infine, l’arrivo in piazza della processione, per il momento dell’anno più atteso da ogni scillese: ‘u Trionfinu. I portatori che percorrono gli ultimi metri “’mpuntandu ‘i peri”, ovvero con calma, così da consentire agli operatori di polizia poter verificare che tutto possa svolgersi con la dovuta sicurezza; pochi minuti di attesa, dedicati a una preghiera, le foto di rito e la disposizione ai propri posti di quanti prendono parte alla corsa sutta o’ focu. Poi San Rocco viene finalmente alzato sulle spalle dei portatori: è il segnale. Pochi secondi e si accende la fiaccolata, sorprendendo anche chi il Trionfino lo vede da una vita. Partunu ‘i roteddhi, firriunu velocissime sprizzando lampi di luce, parte la corsa, trenta secondi vissuti come sempre in apnea. Tutto intorno è solo luce, colore e rumore. La piazza trema sotto i miei piedi per alcuni minuti. E’il Trionfo del fuoco dell’amore di Dio che vince il fuoco della peste tramite San Rocco e Lo accompagna verso la Gloria eterna.

Quando si spegne l’ultima scintilla e la statua del Santo Patrono viene riportata in chiesa tra gli applausi del Suo popolo, sento dentro un velo di tristezza un senso di colpa: mentre noi gioiamo sotto un fuoco artificiale, in altre parti del mondo (Ucraina, Sud Sudan, Gaza) a prevalere è il fuoco delle armi, che porta morte e distruzione. 

Perciò, l’ultima preghiera degli scillesi a San Rocco è questa: 

liberaci, oh San Rocco, da ogni forma di estremismo, peste del nostro tempo, portatrice del fuoco dell’odio e della violenza, che sono frutto della perversa volontà dell’uomo di piegare la legge di Dio alle mire personali di pochi, così accecati dall’odio al punto da non riconoscere più gli esseri umani. Oh Rocco Santo, ferma la loro mano assassina, trasforma i loro cuori e mantieni alta la nostra sensibilità nel riconoscere Te in ogni essere umano sofferente. Amen.

N.B. Le foto sono tratte dalla pagina Facebook e pubblicate rispettivamente da Nina Longordo e da Mimmo Arbitrio (fotogramma dal video del Trionfino)


16 agosto 2025

FESTA DI SAN ROCCO 2025 - LA PROCESSIONE DEL SABATO: I RICORSI STORICI, LE PRIME VOLTE E LA CAREZZA DI SAN ROCCO


Quella di oggi 16 agosto 2025 è stata per molti aspetti una processione storica.

Correva l'anno 2010 quando, a causa di un detrito di dimensioni ridotte venuto giù dal castello lato Chianalea, si decise in corso d'opera di modificare il percorso della processione del sabato.

La storia, seppur con qualche variante, si è ripetuta a distanza di quindici anni, ma stavolta era tutto previsto: a causa di fenomeni franosi che hanno interessato la rocca del castello nel versante lato Marina Grande, un'ordinanza emessa il 21/10/2024  ha istituito il "divieto di circolazione veicolare e pedonale sulla Via San Francesco da Paola [ex Via Porto -n.d.r.], in prossimità della galleria artificiale di accesso all’area portuale" e non essendo stata revocata, è tuttora in vigore. Ragion per cui, come già accaduto per le processioni in occasione dei festeggiamenti in onore di San Giuseppe (lo scorso marzo) e San Francesco (lo scorso maggio), anche per la processione di San Rocco è stato necessario modificare il percorso.

A tale modifica, che comunque era stata già testata quindici anni fa, ci è aggiunta l'incognita delle previsioni meteorologiche: i bollettini davano allerta meteo per temporali distribuiti lungo l'intero arco della giornata. Non è stato un caso il fatto che, appena arrivati allo scalo di alaggio, si è sollevato un forte vento dal mare, accompagnato sullo sfondo da lampi e tuoni che non facevano presagire nulla di buono.

Arrivati al porto, dove c'è stata l'inversione di marcia della processione, davanti ai nostri occhi uno scenario stranissimo, quasi invernale: lato mare lampi e tuoni; lato monte, le coline avvolte in una nebbia che saliva rapida, formando dei veri e propri "cannoli" di nuvole che si adagiavano sulle colline. Chianalea era compresa giusto al centro di questo atipico scenario. Ciò ha consentito di raggiungere Piazza Duomo sfidando le prime gocce di pioggia e la prudenza ha consigliato prima di ricoverare la statua di San Rocco all'interno della Chiesa Madre e poi di interrompere la processione, in attesa che le condizioni meteo consentissero di prendere una decisione definitiva: continuare verso Marina Grande, come previsto, tornare in Piazza San Rocco, terminare definitivamente la processione, lasciando la statua del Santo Patrono all'interno della Chiesa Madre?

Quando si ha la responsabilità di qualche migliaio di persone, capita di dover prendere decisioni che intimamente non si vogliono prendere ma che vengono dettate dalla così detta "diligenza del buon padre di famiglia", volgarmente nota come comune buonsenso. Si è deciso, a mio parere giustamente, di proseguire la processione, ma per fare subito ritorno in Piazza San Rocco e quindi in chiesa.

Si tenga presente che secondo il programma, avrebbero dovuti essere percorsi ancora poco meno di quattro chilometri -con la chiesa dello Spirito Santo distante circa  800 mt- e ci sarebbe voluta quasi un'ora e mezza, un arco di tempo troppo ampio per poter permettere una processione tranquilla, in condizioni meteorologiche così incerte.

Così, escludendo forse una o due volte in cui la processioni non ebbe nemmeno inizio per via della forte pioggia e del maltempo, per la prima volta -almeno a mia memoria, ma potrei sbagliarmi- San Rocco non ha percorso le vie di Marina Grande. Un "sacrificio", quello di tutto il quartiere che, come ha tenuto a precisare il parroco Don Nicola, sarà gradito a San Rocco.

Nel contempo, per la prima volta dopo trentacinque anni, San Rocco ha fatto ritorno dentro la Chiesa Matrice. Era il 16 agosto del 1990, quando la statua del Santo Patrono lasciò la Chiesa Matrice per fare ritorno nel tempio a lui dedicato, che proprio quel giorno fu inaugurato e riaperto al culto dopo decenni nel corso dei quali, tra diverse traversie, fu ricostruito.

E' stata la prima volta anche per alcuni giovani portatori, che si sono cimentati con la dolce fatica del peso della vara anche nei tratti più duri del percorso. Lo hanno fatto sempre col sorriso e con la gioia di servire San Rocco.

Due immagini, infine, mi restano impresse nella memoria: il momento di totale silenzio e di raccoglimento in preghiera da parte di tutti i portatori, ai piedi di San Rocco. E poi, la <<carezza di San Rocco>> che Don Nicola ha invitato a portare nelle nostre famiglie. Non è solo un gesto "fisico", quanto un gesto che presuppone bontà d'animo, espressione di quella santità a cui tutti aspiriamo ma che è così difficile da raggiungere. Per questo, per aiutarci a raggiungerla, chiediamo l'intercessione dei santi e, da scillesi, di San Rocco in particolare.

E a proposito di esempio dei Santi, un'ultima annotazione: in quasi dieci mesi di vigenza dell'ordinanza, il divieto di percorribilità della Via San Francesco da Paola -ancorché mal segnalato- è stato osservato solo da tre Sante Persone: Giuseppe da Betlemme, Francesco da Paola, Rocco di Montpellier. Forse faremmo bene a prendere esempio da loro anche per questo e comportarci tutti in maniera più civile, senza prendercela con chi è chiamato a decidere nel nostro interesse.

N.B.: le foto di San Rocco all'interno della Chiesa Matrice, sono tratte dalle pagine Facebook di Pasquale Arbitrio e Rocco Panuccio.