21 aprile 2013

LA DEMOCRAZIA ITALIANA: SCONOSCIUTA E DISCONOSCIUTA

Grazie, Presidente Napolitano.
Non c'è da dire altro, a conclusione di tre giorni durante i quali si è assistito a un teatrino indegno di una democrazia occidentale.

Una democrazia vilipesa quella italiana, una democrazia che dopo appena 65 anni (pochi se paragonati a quelli degli Stati Uniti), si è disconosciuta e quasi rischiato di mandare in pensione.

Lasciando da parte movimenti e aggregazioni dove regna assoluto il centralismo democratico, l'unico soggetto democratico, almeno nelle intenzioni dettate dal nome, è il PD. E' un partito che a sei anni dalla nascita non riesce a staccare il doppio cordone ombelicale che lo lega al passato. E non potrà pensare di rappresentare le istanze della società moderna se non sarà capace di farlo, pur avendo al suo interno il potenziale per farlo.
Dopo la figuraccia rimediata con la bocciatura di Prodi -non per il nome, pur pesante, ma per il modo con il quale essa è avvenuta- più che un partito ha dimostrato di essere un laboratorio di idee autonome, per di più confuse.
Il PD è come quei filosofi che studiano, esaminano, approfondiscono, si preparano, ma poi al momento di mettere in pratica il risultato dei loro studi, si dimostrano impreparati, incapaci. E stavolta gli errori sono stati tanti e tali che è impossibile rimandarli a Settembre (quando era stato fissato il congresso), sono da bocciare, tant'è che il gruppo filosofico dirigente ha preferito “abbandonare la scuola” prima della fine dell'anno.

E' a causa del disconoscimento del metodo democratico che regola la vita interna non di ogni partito ma di ogni libera associazione di cittadini che, in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica, il PD ha dimostrato di non saper sfruttare quella che è la forza della democrazia, ovvero la forza dei numeri.
L'ha dimostrato non riuscendo ad eleggere né Prodi, né Marini, due figure nettamente di parte e non accettate dalla piazza Italia.
L'ha dimostrato dividendosi nella scelta se votare o meno un personaggio come Rodotà -ritenuto troppo di sinistra- facendo sfumare definitivamente ogni possibilità non dico di matrimonio (ormai vanno poco di moda) ma quanto meno di “fidanzamento” con il M5S.
Quella con i grillini è una storia complicata, un amore impossibile. Richiama alla mente la storia di un pretendente (Bersani) che bussa più volte alla porta della giovane creatura desiderata come zzita (M5S), ma la zzita non lo calcola, non lo vuole. Poi quando la zzita finalmente si decide ad offrire la propria disponibilità, è il pretendente ignorato a fare l'offeso e il risentito, ma ormai con la testa così annebbiata dall'orgoglio, da non riuscire più a riprendersi dal rifiuto ricevuto, nonostante ne abbia tutte le forze.
E così, il pretendente Bersani si è ritrovato costretto a tornare da papà Giorgio, il quale, non ha avuto altra scelta che trovare per il figlioccio politico una zzita vecchia e brutta (Berlusconi), che mai il giovane avrebbe voluto.
Era l'unica possibilità offerta dalla regola democratica -di cui il Presidente Napolitano ha dimostrato di essere rigoroso garante- che vuole che sia la maggioranza ad avere ragione.

Mentre ero in attesa del responso dell'ultima votazione, ho riletto il discorso d'insediamento pronunciato dal Presidente Pertini nel 1978, subito dopo la sua elezione, un discorso che sembra scritto oggi:
<<Dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese. Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese.
Non dimentichiamo, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati regionali, che se il nostro paese è riuscito a risalire dall’abisso in cui fu gettato dalla dittatura fascista e da una folle guerra, lo si deve anche e soprattutto all’unità nazionale realizzata allora da tutte le forze democratiche. È con questa unità nazionale che tutte le riforme, cui aspira da anni la classe lavoratrice, potranno essere attuate. Questo è compito del Parlamento.
Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino.
Bisogna risolvere il problema della casa, perché ogni famiglia possa avere una dimora dignitosa, dove poter trovare un sereno riposo dopo una giornata di duro lavoro....
Deve essere tutelata la salute di ogni cittadino, come prescrive la Costituzione....
Anche la scuola conosce una crisi che deve essere superata....
Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Di qui le riforme cui ho accennato poc’anzi. Ed è solo in questo modo che ogni italiano sentirà sua la Repubblica, la sentirà madre e non matrigna. Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione
.>>
E, in conclusione, ammoniva: << Sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica.>>

Sono parole riecheggiate spesso negli ultimi sette anni negli interventi del Presidente Napolitano ma rimaste, ahimè, inascoltate.
Quest'uomo anziano, va ringraziato. Avrebbe avuto tutto il diritto di riposarsi dopo una vita spesa al servizio del Paese, è stato chiamato a continuare la sua opera di -mi si passi il paragone- buon pastore istituzionale, per servire e per cercare di salvare ciò che rischiamo seriamente vada perduto: la democrazia.
Una sua rinuncia avrebbe lasciato il Paese in uno stallo pericolosissimo.

Dopo queste giornate intense, ieri doveva essere un giorno di festa, invece c'era un'atmosfera di tristezza. La tristezza deriva dal fatto che questa riconferma di Napolitano ha in sé qualcosa di innaturale.
Nel corso naturale della vita, i figli dovrebbero essere il bastone della vecchiaia dei propri genitori. Dovrebbero essere loro a sorreggerli, ma a dimostrarsi capaci di andare avanti da soli, di riuscire ad attualizzare gli insegnamenti ricevuti.
I nostri politici -tutti- si sono dimostrati incapaci. Invece di rappresentare il bastone che avrebbe dovuto sorreggere e aiutare a rimettersi in piedi un'Italia stremata da una crisi economica e sociale senza precedenti, sono stati loro ad aggrapparsi al bastone di un anziano che, con le forze rimastegli dovrà sopperire alle loro mancanze e reggere le sorti del Paese.

Dovrà farlo, Napolitano, in un'atmosfera per certi versi simile  ma più delicata di quella in cui si trovò Enrico De Nicola, suo primo predecessore.
Allora c'era da costruire la democrazia italiana e il Presidente De Nicola poté contare su un'Assemblea Costituente che costituisce ancora oggi un esempio unico nella costruzione di un sistema democratico.
Oggi non c'è un'Assemblea Costituente, ma serve una forte cura ricostituente e di ammodernamento di questo sistema, partendo proprio dal concetto stesso di democrazia, a tanti sconosciuto e da molti disconosciuto.

07 aprile 2013

L’ITALIA, UN P.I.L.: PAESE A IRRESPONSABILITA’ LIMITATA

Guardo alla situazione politica italiana e mi viene in mente una parola sola: irresponsabilità.
E' la caratteristica che accomuna tutti i protagonisti, senza distinzioni, di un teatrino dell'assurdo reale. Un'emergenza a cui non possiamo permetterci di porre a più presto un limite.

L’Italia non ha quasi più un PIL, visto che si ndi calau ri ‘ngagghi, diminuendo continuamente in maniera preoccupante. In compenso è diventata un P.I.L. –Paese a Irresponsabilità Limitata.

E' irresponsabile Berlusconi. Croce (per moltissimi) e delizia (solo per le sue truppe scelte) di questi ultimi vent'anni di vita politica italiana.
Che lo si voglia o no, ha fatto il bello e il cattivo tempo di questa nostra epoca.
Poco convincenti appaiono le sue proposte populiste fatte in campagna elettorale, destinate a porre rimedio ai danni da lui stesso provocati ma la cui responsabilità si vuol far ricadere sugli altri (leggi Monti).
L'irresponsabilità Berlusconiana (almeno quella politica dell'ultimo periodo) aumenta qualora si consideri che è stato lui a mettere fine a un'esperienza di governo breve che dopo aver rimesso in piedi la reputazione italiana nel mondo e si avviava -seppur tra errori e contestazioni inevitabili- a rimettere in sesto l'Italia, la sua economia e il suo tessuto sociale.
Non potrà perciò accusare nessuno se non il suo recente comportamento se la sua attuale disponibilità a un governo di larghe intese suona poco credibile alle orecchie degli altri teatranti.
Se dobbiamo credere ai numeri e non alle favole che ha cercato di propinarci ancora fino a Ottobre del 2011, è il principale responsabile dell'irresponsabilità imperante in Italia.
E i suoi show con figuranti a pagamento a Roma o da parte dei suoi "tenituri di candila" sulle scale del tribunale di Milano, non fanno che confermarmi in questo mio convincimento, che so essere da tanti condiviso.

E' irresponsabile Bersani. Indicato leader della coalizione di centrosinistra a furor di primarie tarocche (ma niente a che vedere con le omonime arance, buonissime), pilotate dall'appartato della segreteria PD.
L'entusiasmo iniziale è evaporato col passare dei giorni. Dopo poche settimane, di quello che è stato propagandato come un grande esercizio democratico non è rimasto che un flebile ricordo. Un po' come la bottiglia di spumante rimasta aperta: se non usi il trucco -pur ininfluente- del cucchiaino capovolto inserito nel collo della bottiglia, l'alcool sbenta, evapora e il sapore si perde. Il centrosinistra non ha nemmeno provato a usare il cucchiaino, con la conseguenza che molti di quelli che avevano votato per Renzi alle primarie, hanno finito per non votare centrosinistra alle elezioni.
L'irresponsabilità Bersaniana aumenta se si pensa che non è riuscito a rendersi conto che la sua figura -per quanto sia personalmente nu bravu cristianu- non avrebbe mai incontrato il favore delle altre forze politiche: del M5S per una questione generazionale; del PdL per una questione di carattere, completamente opposto a quello di Berlusconi.
Insomma, Bersani mi ha dato l'impressione della figlia maggiore, oramai in età non più da marito e dal carattere scontroso e inacidito, che il padre voleva a tutti i costi dare in sposa, in osservanza di una consuetudine oramai altrettanto decrepita.
Quando lo capirà sarà forse troppo tardi, per lui e per il Paese.

E' irresponsabile Grillo. Assurto sulla scena politica a furor di rabbia popolare, rifiuta in modo categoricamente assoluto di parlare con coloro che sono ritenuti responsabili della situazione politica italiana.
E' un atteggiamento che non condivido. Se sei frutto della rabbia della gente per come le cose non funzionano, devi metterti in condizione almeno di farle cominciare a funzionare. E anche se la "compagnia" con la quale ti devi imbarcare non ti piace, non puoi fare altro, devi sacrificarti se davvero vuoi essere utile al Paese e alla sua richiesta di rinnovamento.
L'irresponsabilità Grillina aumenta quando si citano a sproposito articoli della Costituzione senza conoscerli.
Gli articoli 76 e 77 citati da Grillo ribadiscono che la funzione legislativa è di competenza del Parlamento. Tale funzione può essere delegata al Governo -mediante apposite Leggi Delega- per materie precise e per tempi limitati, o assunta dal Governo solo nei casi straordinari di necessità e urgenza, mediante i Decreti-Legge che dovranno comunque essere convertiti in legge dal Parlamento.
Dagli stessi articoli non deriva affatto la conseguenza che la nostra Repubblica possa fare a meno di un Governo, com'è stato invece affermato anche da numerosi organi d'informazione.
Se il Parlamento è l'organo principale cui spetta la funzione legislativa, il Governo è l'organo incaricato dalla Costituzione dell'indirizzo politico ed amministrativo e del coordinamento dell'attività dei ministri e quindi dei ministeri e degli organi amministrativi ausiliari.
C'è una differenza che sfugge a Grillo e ai grillini ma che è fondamentale: mentre la funzione legislativa può essere delegata dal Parlamento al Governo, la funzione svolta dall'esecutivo di governo non può essere delegata al Parlamento.
E perché ci sia un Governo, ci deve essere una maggioranza che lo sostenga, cosa che al momento, purtroppo, appare un'utopia.
Nel frattempo, dopo quella dei bastoni, giunge l’ultima minaccia, ennesimo esempio di irresponsabilità: occupare le Camere se le Commissioni non saranno operative. Anche qui l'ignoranza è palese. A parte il fatto che il Parlamento non è una qualunque università e che un simile atto potrebbe avere rilevanti conseguenze penali, ricordo solo che una proposta simile è stata avanzata di recente da Assunta Almirante a una recente manifestazione del PdL. Ho detto tutto.

E Napolitano? Poviru vecchiareddhu chi nci 'mbattiu!

Tra tutti i teatranti, onestamente è quello a cui mi sento di attribuire la colpa minore, poiché gli va riconosciuto il merito di aver fatto di tutto, in questi ultimi due anni in maniera più intensa e quotidiana, per tenere le redini di un Paese imbizzarrito.
Dopo aver constatato amaramente che era impossibile far ragionare 945 irresponsabili, s'è giocato l'inedita carta di due commissioni -dette di "saggi", ma solo per distinguerli dagli irresponsabili.
A dire il vero, in molti non ne hanno ravvisato la necessità, visto che vale il detto "quandu u sceccu non voli 'mbiviri, ambatula nci frischi" -traduzione indigena del "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire".
Considerato che è oramai a fine mandato e che la sua azione è per forza di cose limitata, personalmente credo che abbia fatto quest'ultimo tentativo con l'intento di fornire quanto meno uno spiraglio, un appiglio in più al suo ormai prossimo successore.
L'ha fatto animato anche da una segreta speranza che è anche un auspicio di chi ha a cuore la Repubblica: riuscire a mettere d'accordo almeno 6 persone "sagge" è, almeno sulla carta, più facile che farlo trovando una maggioranza tra 945 irresponsabili.
L'ha fatto per arginare il fiume in piena dell'irresponsabilità, per porre un limite, ma non sarà certo facile avere dei buoni risultati, atteso che già al momento della nomina si sono lamentate esclusioni o mancanze rappresentative di genere.
Ma quando sei con l'acqua alla gola, in balìa del fiume in piena, mica puoi stare a vedere com'è composta la squadra dei pompieri che ti butta il salvagente?!

Infine, poiché oggi è domenica, m'è facile il salto dall'acqua alla gola all'acquolina alla gola.
Conversando via internet di gastronomia (come capita spissu e vulinteri), son venuti fuori due esempi che, applicati alla politica, risultano estremamente rappresentativi di questa situazione. Evidentemente, nell'inconscio siamo talmente saturi di informazioni politiche che vengono fuori anche quando si è davanti ai fornelli.

Dice Letizia Cuzzola: "La pasta frolla come parabola della società: se ogni ingrediente se ne sta per conto suo è impossibile creare qualcosa di buono".

Le fa eco Elisa Violetta: "Suggerisco allora anche la maionese: se ogni ingrediente non sta con gli altri come dovrebbe, il tutto impazzisce."

Applicando questi due aspetti della gastronomia –tra loro simili- alla situazione politica attuale direi che:
1) La pasta frolla, a furia di metter farina per cercare di tenere insieme gli ingredienti, è venuta malamente;
2) La maionese è letteralmente andata in acido.

Ribatte, giustamente, Letizia: "Ma si pigghiamu sempri cristiani chi non si sannu mancu còciri n'ovu".
Beh, è vero, i cuochi non mbannu 'na chiappira (per restare in tema culinario), ma in gran parte ce li ha imposti una legge elettorale orrenda.

E così, da perfetti irresponsabili, non sulu ndi rassaru a ddiunu, ma ndi stannu bruciandu puru 'a pignata!

16 marzo 2013

GLI ARTIFICIERI E LA DEMOCRAZIA DEL TELECOMANDO

Dopo lo tsunami del voto, che ha spazzato via la Seconda Repubblica -quella di chi ha rubato per riempirsi le tasche- si è avviato un processo di ringiovanimento della rappresentanza politica (M5S in testa) che lascia ben sperare.

In questi giorni non si sente che un coro: "Basta, andatevene a casa!" rivolto ai protagonisti della politica dell'ultimo ventennio e passa, paragonati a ragnatele difficili da distruggere.
A guidare il coro, gli elettori di M5S -circa un quarto del corpo elettorale che si è recato alle urne.
Ma c'è qualcosa che non mi quadra.
Se da un lato si vuole che "i vecchi" si facciano da parte, dall'altra gli esponenti del Movimento di Grillo hanno paura di rimanere "Triturati da meccanismi ben oliati e da persone senza scrupoli".
Loro sono nuovi, scontano l'ovvia inesperienza, ma il Parlamento non è la casa degli orrori né una tana lupi e M5S non è certo Cappuccetto Rosso.
Grillo è tutto tranne che ingenuo e i quasi 160 neo eletti appartenenti al suo Movimento sono -almeno per la maggior parte- ben capaci di decidere con la loro testa.

Nonostante ciò, sembrano smentire sé stessi e le loro intenzioni.

Hanno detto e ripetuto più volte -sostenuti anche da numerosi giornalisti "esperti" analisti politici- che i grillini sono stati eletti per esercitare una funzione di controllo. Ma, sono stati eletti al Parlamento o hanno vinto un concorso all'ENAV o nei Vigili Urbani?!

Hanno detto e continuano a dire: siamo dentro il Palazzo, faremo vedere sul web come funzionano le Commissioni parlamentari e come vengono spesi tempo e soldi.
Ai più potrà sembrare un'innovazione, in realtà non lo è per niente.
I Radicali lo fanno da quasi quarant'anni attraverso Radio Radicale e anche oggi sul web attraverso il loro sito internet; la Rai ha un canale dedicato; in tv, Camera e Senato trasmettono le sedute d'aula su loro canali specifici da anni. Se uno vuole informarsi nello specifico sulla vita delle Istituzioni, i canali non mancano di certo, e da parecchio anche.

Richiesti di una condivisione di parti di un programma che consenta di poter governare, hanno risposto sdegnati: "Legittimare chi ci ha portato allo sfascio? La patata bollente è la loro!" cioè di PD e PDL, compreso Monti.
Guidati da questa convinzione, dichiarano perciò convinti di "Astenersi sulla fiducia al Governo e sostenere solo le leggi [da loro -ndr] condivisibili".

Viene dunque naturale chiedersi: come pensano di realizzare il loro programma?

Lasciando la patata bollente in mano a coloro che l'hanno gestita negli ultimi vent'anni, contraddicendo in maniera clamorosa quello che è il loro intento (sbarazzarsi dei protagonisti della vecchia politica e del cattivo modo di farla) e tradendo la fiducia che hanno avuto dagli italiani?
In quest'ottica, hanno dichiarato che gli starebbe bene un Governo PD-PDL (praticamente la riproposizione della grande alleanza guidata da Monti, caduta al primo "dispetto").
E' un atteggiamento che ritengo vigliacco. Fate voi -dicono- noi non vogliamo sporcarci le mani, non vogliamo "contaminarci" con gli inciuci della politica sporca.
Sotto questa immagine pura, immacolata e da falsi innovatori, si nasconde il realtà il trucco, il grande bluff da cui Grillo spera di trarne ancora maggior vantaggio: lasciamo fare a loro, noi staremo lì a controllare. E se non ci approvano le proposte che portiamo avanti, li sbeffeggeremo davanti alla Nazione intera costringendoli a dimettersi e a scappare.
La voglia di sbeffeggiare c'è tutta. Si vede che i neo eletti "cittadini" muoiono dalla voglia di farsi guidare in Parlamento da Grillo in versione Nelson Muntz -il personaggio de “I Simpson” che è il capo dei bulli della scuola elementare di Springfield.

Secondo il piano strategico che Grillo ha dato al suo Movimento, si dovrebbe andare al voto e M5S spera così di ottenere non il 25% ma il 50% dei voti e quindi di poter governare da solo.
Un disegno che si va chiarendo ogni giorno che passa, ma che gli altri non saranno certo disposti a far avverare.

Nel M5S non siamo certo ai livelli obbrobriosi dei Razzi e degli Scilipoti che tutti abbiamo criticato, salvo poi ritrovarceli seduti ancora lì sulle loro poltrone, ci sono giovani preparati. Ma è proprio per questo che non capisco perché nessuno di loro abbia minimamente reagito all'affermazione perentoria del Grillo capo: "Farete quel che dico io!".
Molti l'hanno paragonato ai dittatori. Non condivido queste affermazioni sicuramente esagerate. Di destra o di sinistra, poco importa, la dittatura non ha colore politico, ma fa del colore politico un pretesto, svilendone e annullandone il significato.

Piuttosto, questo modo di fare mi ha richiamato alla mente Giucas Casella, il noto personaggio televisivo che ha fatto la sua fortuna sfruttando le sue capacità di "mago", di suggestione del pubblico e di ipnotizzatore. Tutte qualità che rivedo in questi giorni: gli aderenti al M5S e gran parte dell'opinione pubblica influente -che non ha certo tardato a salire sul carro del vero vincitore di queste elezioni- sembrano sotto ipnosi. Sono finiti dentro qualcosa più grande di loro e non riescono a rendersene conto.
Raccogliere il malcontento e la voglia di cambiamento che è venuta dal Paese è una cosa -relativamente facile se si hanno le capacità che Grillo ha dimostrato di avere.
Trasformare il consenso e le aspettative in atti concreti è tutt'altra cosa, soprattutto se si vuol far finta di disconoscere quelli che sono i meccanismi costituzionali - di certo non immutabili- che reggono la nostra democrazia.

Nelle intenzioni di Grillo, M5S dovrebbe restituire lo Stato ai cittadini -così come vogliono essere chiamati deputati e senatori del Movimento- cioè potere al popolo, in una interpretazione strettamente terminologica della parola "democrazia" (deriva dal greco démos: popolo e cràtos: potere).
Ma il vero significato, conforme all'etimologia della parola "democrazia", è quello di "governo del popolo". Si tratta cioè non di un potere fine a sé stesso, ma di un potere che permetta al popolo di governarsi all'interno di uno Stato, regolando la propria sovranità, cioè l'insieme dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), con le forme e i limiti previsti dalla Costituzione.
Dunque, se M5S è un movimento democratico, come Grillo afferma, la sua azione rinnovatrice deve passare attraverso le Istituzioni.
Non c'è nessun "inciucio" da fare. Se lui e il suo Movimento incarnano il miglioramento del modo di fare politica, una politica onesta e che serva all'Italia, non possono, non devono aver paura di tirarsi su le maniche e mettersi a lavorare seriamente, all'interno delle Istituzioni, come hanno dimostrato di saper fare per esempio in Sicilia, fin qui con apprezzabili risultati.

Devono comprendere però che il Parlamento non è la televisione di casa (elettrodomestico di cui Grillo ha piena padronanza).
I bottoni per votare SI o NO in Parlamento non sono i tasti di un telecomando con il quale Grillo può far cambiare canale ai suoi ogni volta che un programma non piace.

In questo modo, come faceva notare Vittorio Sgarbi, quelli del suo Movimento saranno come Ambra Angiolini agli ordini di Buoncompagni ai tempi di “Non è la Rai”.

Più che controllori delle regole –come pretendono di essere, hanno dimostrato fin qui di essere regolarmente controllati dal “remote control” di Grillo-Casaleggio.

Dicano, cos'è meglio: cambiare canale ogni volta che il programma non piace? o piuttosto contribuire a scriverlo quel programma, nel modo in cui si ritiene più giusto e in maniera tale che sia condivisibile anche dall'altro pubblico?

Con il dovuto rispetto per chi ha vissuto quei giorni ben più drammatici, l'Italia è in condizioni simili a quelle in cui si è trovata subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: bisogna ricostruire, non le Istituzioni (quelle ci sono già, per chi intende riconoscerle) ma la fiducia nelle Istituzioni, impresa di certo non meno ardua.
Ma bisogna prestare massima attenzione: ci sono ancora tanti ordigni disseminati lungo questo percorso tortuoso, pronti a saltare al minimo errore, perciò è necessario disinnescarli.
Oggi, come sessantacinque anni fa, non basta il lavoro degli artificieri, ovvero gli specialisti della politica, ma ognuno è chiamato a dare una mano, a dare il proprio contributo per togliere di mezzo la distruzione derivante dalla demolizione di ogni regola morale (di nuovo, e in forma ancora più grave, dopo vent'anni) e favorire la ricostruzione dell'orgoglio civile italiano, ferito gravemente ma ancora vivo.

10 marzo 2013

STAINS OF INK

If we were still aroun’ a table,
sittin’ on a pair of chairs,
I like to talk to the girl
who tumbles down the stairs.
But I have to be content
of these poor stains of ink
even if you, from them,
can find out what I think.

When we met you ain't seen me
-it was like you were blind-
I remember I thought:
"You have thoughts in your mind".
Yes, you seemed really nervous
though I laughed and I joked,
yes, you smiled really slightly
and continually you smoked.

Then you sent a message
that I read in the still:
has anyone doubts
about your pro-skills?

Things don't go like expected?
All you have done seems wrong?
Then, you know, it's the time
when you must be strong.
And don't worry if someoane
slams the door in your face,
you have to take on him,
keepin' on with your race.

So, come on, my dear friend,
take a look all aroun':
ev'ryone needs your smile,
you must not be so down.
Your presence brings joy
even when you don't speak,
I've seen your mother's eyes
as she's kissing your cheek.

Yes, it's true, my friend:
'til now I couldn't find
any sweet girl like you,
any person so kind.
Sure, you're so special,
you give prove ev'ry day.
So, don't waste your gifts,
go straight on your way!

Will these lines be helpful
to raise up your mood?
Well, that's all you need
and what I truly would.

09 marzo 2013

LE DONNE SCILLESI: TRA PASSATO E FUTURO

Giornata dedicata alle donne quella del 8 Marzo.

Anche a Scilla sono state ricordate in particolare coloro che hanno rappresentato per l'epoca in cui hanno vissuto -nell'arco di poco più di un secolo, a cavallo tra la metà del 1800 e i primi degli anni '90- un grande esempio di passione, volontà, sacrificio e servizio verso la comunità scillese e, insieme a loro, tutte le madri, figlie, nonne, sorelle e mogli che hanno fatto progredire il nostro paese.

Se ne è ampiamente discusso in un doppio appuntamento dal grande valore culturale, due eventi particolari, come da tempo non si vedevano a Scilla.

Nel pomeriggio, presso la sala convegni del castello “Ruffo”, la Commissione per le Pari Opportunità (costituita con il voto unanime dell'intero Consiglio Comunale), ha presentato la sua proposta per l'intitolazione di sei vie del centro urbano cittadino a sei donne scillesi che hanno dato lustro a un periodo storico che ha visto Scilla colpita da calamità naturali, guerre, fame e povertà, ma che alla fine è sbocciato nel progresso economico, sociale e culturale -soprattutto a partire dagli anni '50-60 del secolo scorso, un progresso cui le donne hanno contribuito in maniera determinante.

 

6donneper6vieLe sei donne scillesi cui la Commissione ha ritenuto di dover rendere omaggio sono:

Giselda Macrì -conosciuta da tutti come “Donna Gisa”, giornalista pubblicista e dama di carità, il cui sogno era quello di fare di Scilla un riferimento culturale per l'area dello Stretto e di tutto il Meridione;

Antonia Assunta Paladino, medico-psicologa e, nel 1952, prima Sindaco donna della storia d'Italia;

Vittoria Martello, donna caritatevole che col suo impegno riuscì a fondare un ospizio per assistere le persone sole e malate, acquistando e cominciando a trasformare una struttura fatiscente che è oggi diventata la “Casa della Carità”, fiore all'occhiello della sanità calabrese;

Giuseppina Marzano, insegnante ed educatrice, sempre ricordata dall'intera generazione delle nostre nonne;

Clara De Franco, professoressa, poetessa e scrittrice, che si occupò per lunghi anni della nascita e della gestione dell'ospedale “Scillesi d'America”;

Rosa Imbesi, farmacista e chimica, donna apprezzata per la sua grande umanità e per il suo impagabile spirito di servizio nell'assistenza di tutta la comunità scillese.

Sei figure di donne, diverse tra loro, ma che proprio per questo rappresentano e completano al meglio quel variegato quadro costituito dalle “donne lavoratrici” che, pur mantenendo intatto il loro ruolo naturale e primario di madri,sorelle e mogli, non hanno esitato a mettere le loro capacità e il loro sapere a servizio del paese.

La proposta annunciata oggi, oltre a rendere un doveroso omaggio a queste importanti figure femminili, va a colmare una lacuna incredibile: in tutto il comune di Scilla non c'è una via, una strada, un vicolo, dedicato a una donna!

Le vie indicate nella proposta di intitolazione, sono le traverse che congiungono le parallele via Libertà e via Rinnovamento. Strade scelte non a caso, poiché estremamente indicative della lotta sostenuta dalle donne per vedere riconosciuta la loro completa autonomia e libertà in quanto esseri umani.

Libertà di poter esprimere secondo le loro naturali inclinazioni, il talento, l'intelligenza e le capacità, tutti strumenti che hanno consentito al nostro paese di rinnovarsi continuamente e di procedere ad ampi passi verso un progresso che però, dal punto di vista dell'effettiva parità dei diritti, è ancora lontano dal compiersi pienamente.

La proposta di intitolazione, dopo l'adozione delle relative delibere da parte degli organi comunali, passerà al vaglio definitivo della Prefettura, al fine di ottenere le autorizzazioni necessarie all'intitolazione delle strade.

 

Donne scillesiA completare il quadro di una giornata tutta al femminile, in serata, presso la “Casa della Carità”, è stata presentata una pubblicazione curata dal gruppo “Futuro Donna”, dal titolo emblematico: “Le donne scillesi nella società e nel lavoro”.

E' un viaggio nella storia recente di Scilla, potremmo dire parallelo e complementare a quello intrapreso nella descrizione dell'opera svolta dalle sei donne citate in precedenza.

Qui la storia viene ripercorsa in particolare attraverso una puntigliosa e ricca analisi delle diverse attività lavorative -il più delle volte semplici e umili, ma aventi una grande valenza economica- svolte dalle donne scillesi nel loro complesso, “donne che hanno saputo mettersi in gioco, entrando a far parte concretamente del mondo del lavoro, spianando la strada a tutte quelle che sarebbero venute dopo di loro”.

Non è solo un elogio -dovuto e meritato- ma è anche il ritratto, anche attraverso numerose immagini fotografiche d'epoca, di un'economia cittadina nella quale le donne hanno avuto  molteplici ruoli  fondamentali e strategici: non solo professoresse, giornaliste, sindaco, medico o farmacista, ma anche fornaie, ricamatrici, contadine, operaie nelle filande o nei cantieri, commercianti, artigiane.

Ma mentre quelle attività economiche di un tempo sono oramai scomparse, le donne scillesi hanno saputo migliorarsi, sfidando a viso aperto una realtà sociale come quella calabrese, per nulla facile e che, ancora oggi, non manca di dimostrare nel peggiore dei modi tutta la propria retrograda ostilità.

Le donne scillesi hanno combattuto e combattono con caparbietà, perseguendo legittimamente le loro aspirazioni, la loro voglia di successo e di affermazione personale, pienamente consapevoli di rivestire “un nuovo ruolo nella società, variegato e molteplice ma soprattutto a passo con i tempi”.

Una giornata dunque che non abbiamo timore di definire storica per Scilla che, grazie alle sue donne, non solo ha riscoperto il passato (molte volte colpevolmente dimenticato) e ciò che è stata, ma ha soprattutto preso coscienza di quello che potrà essere nel suo futuro.

24 febbraio 2013

OSPEDALE DI SCILLA: NON C’E’ LIMITE ALLA FACCIA TOSTA

Continua il botta e risposta tra la Regione Calabria e le Associazioni scillesi.

Ecco l’ulteriore comunicato stampa delle Associazioni Pro-Ospedale Scilla, in risposta all’annuncio di ieri relativo all’approvazione da parte del Dipartimento Programmazione Nazionale Comunitaria del finanziamento per la riconversione in Casa della Salute dello “Scillesi d’America”.

Non c’è limite alla faccia tosta della tracotanza e dell’arroganza del potere e non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire: dopo l’annuncio, direttamente dalla voce del governatore della Calabria, dell’accorpamento del Tiberio Evoli di Melito Porto Salvo all’Azienda Ospedaliera “Bianchi-Melacrino-Morelli”, arriva puntuale il bollettino, sotto dettatura, dell’ASP di Reggio Calabria con cui comunica a mezzo stampa del via libera alla riconversione dello “Scillesi d’America” in Casa della Salute con tanto di parere favorevole, niente di meno che, del Dipartimento Programmazione Nazionale Comunitaria.
L’acuta sordità, riteniamo ormai irreversibile e incurabile neanche nel più moderno e attrezzato ambulatorio di una qualsivoglia Casa della Salute, nei confronti delle continue istanze per il mantenimento delle funzioni ospedaliere dello “Scillesi d’America”, con anche la proposta di accorpamento all’Azienda Ospedaliera reggina, ci spinge a continuare ancora più tenacemente nella lotta per garantire la migliore tutela della salute dei cittadini di un vasto comprensorio ricadente nel bacino d’utenza dell’ospedale “Scillesi d’America”.
Nell’assimilare la faccia tosta dell’annuncio della riconversione - con tanto di  “piena soddisfazione del direttore generale Squillacioti”- al fumo negli occhi, la rappresentanza delle associazioni scillesi esprime tutte le proprie riserve sui contenuti della relazione dello studio di fattibilità, dove si afferma che “non è ipotizzabile alcun miglioramento infrastrutturale e, quindi, di prestazioni, al di fuori di quelle rese possibile attraverso la realizzazione di quanto con il presente elaborato proposto”. Elaborato nel quale, a fronte di una indicazione su base parametrica dei costi - adattati riprendendo uno studio già predisposto nel 2009, nell'ambito del Piano Sanitario stilato dalla precedente Giunta regionale- non viene però fornita e nemmeno tentata una quantificazione dei benefici -almeno quelli diretti ed indiretti, traducibili in grandezze economiche. Ci si limita invece ad affermare che “è necessario costruire un insieme di indicatori in grado di rilevare i diversi fenomeni sotto osservazione” e a riportare sinteticamente “alcuni indicatori che potranno essere utilizzati per misurare la congruenza dell'intervento proposto”.  Ci viene naturale domandare:
Quando e in quale sede potranno essere utilizzati e valutati detti indicatori, se non all'interno di uno studio di fattibilità?!
La nota dell’ASP giunge a chiusura della campagna elettorale delle elezioni politiche, con tracotante e arrogante significato. Le associazioni scillesi sono certi che arriverà ben chiaro il giudizio del popolo poiché né sindaci, né eletti provinciali e regionali hanno alzato la loro voce in difesa dello “Scillesi d’America”.
La lotta in difesa dell’ospedale fondato dagli scillesi d’America continuerà nelle sedi della giustizia amministrativa e in ogni sede istituzionale competente, fino a quando non riavremo il nostro Ospedale!      

23 febbraio 2013

SUD ALTROVE: VIAGGIO INTROSPETTIVO NELL’INTIMO DELLA NATURA DEI CALABRESI SPARSI IN OGNIDDOVE

Sud Altrove è una scommessa sulle relazioni” (Denise Celentano).
Questa definizione descrive l'essenza del progetto nato da un'idea dei ragazzi di LiberaReggio LAB, sviluppata in collaborazione con
Terrearse.it e cofinanziato dall'Agenzia Nazionale per i Giovani.
Il progetto descrive in modi molteplici (interviste, sondaggi, riflessioni, indagini via internet e filmati video) il complesso intreccio di relazioni che lega il Meridione d'Italia e la Calabria in particolare, con quel Sud che è Altrove, cioè disseminato in altre regioni d'Italia o nel resto del mondo.
Una moltitudine di persone che, pur vivendo lontane migliaia di chilometri dai luoghi d'origine calabri, sentono ancora forte con la loro terra -anche quando, a parole, dicono che in Calabria non intendono tornare.
Nel libro che racchiude il riassunto del progetto, si analizza l’avviluppata matassa di ragioni che hanno spinto e spingono migliaia di calabresi lontano da qui. Lo si è fatto ripercorrendo la Storia che, oggettivamente “non è stata clemente con la Calabria e ci ha macchiato con un ingiustificato senso di inferiorità che ormai sembra genetico” (Letizia Cuzzola).
Si sono analizzati i flussi migratori unidirezionali Sud-Nord, ben sapendo che le responsabilità principali sono da ricercare “in una visione politica volta a mantenere un dislivello di sviluppo economico tra nord e sud”, perché “un piccolo nord ricco ha bisogno per esistere di un grande sud povero.” (Nicola Casile).
Ma nell'analisi dei dati non ci si è certo fermati ad autocommiserarsi o a dar sfogo al “solito” vittimismo meridionale.
Al contrario, si è operata una sorta di introspezione nell'intimo della natura dei calabresi, per capire soprattutto quali sono stati gli errori che anche noi meridionali abbiamo commesso in 150 anni di formale unità d'Italia, ben consapevoli che “senza l'ammissione delle proprie responsabilità e dei propri limiti, il sud non potrà mai disporre degli strumenti per riscattarsi e cercare un proprio ruolo” (Nicola Casile).

Non entro qui nelle cifre, nei numeri e nei dettagli. Vi invito anzi caldamente a prenderne visione diretta, scaricando la pubblicazione a questo LINK. Voglio invece condividere due riflessioni scaturite dalla lettura del libro.

Durante la lettura, ho visualizzato la Calabria come una spugna. Una spugna che dopo aver assorbito le basi della civiltà e numerose culture diverse nel corso dei secoli, sia direttamente che per influenze dirette dei popoli ad essa vicina (prima con i Greci, poi con i Romani e poi ancora: Normanni, Francesi, Spagnoli, Arabi, Turchi), dopo essere giunta alla saturazione, quasi perché obbligata da un naturale fenomeno fisico (agevolato e catalizzato dalle scelte politiche ed economiche di cui si diceva prima), si è sentita in dovere di rilasciare al suo esterno tutto quel sapere, la cultura e la civiltà che hanno costituito il suo patrimonio passato, come a voler saldare un debito di riconoscenza.
E questo eccesso di generosità, ha fatto della Calabria una spugna spremuta, che ha urgente bisogno di rigenerarsi, di essere di nuovo “inzuppata” di sapere, di cultura, di civiltà.
Ma stavolta, per la sua stessa sopravvivenza futura, non può permettersi di essere così generosa come nel passato-presente; deve riservare per sé una buona parte delle proprie forze e delle proprie energie (civili, manuali, intellettuali). Deve farlo, se vuole recuperare il terreno perduto e rimettersi al passo con un mondo che, nonostante tutto, continua a girare.

Condizione essenziale perché questo avvenga, è che i propri giovani non solo abbiano la possibilità di continuare a formarsi sul nostro territorio, ma che abbiano la possibilità di mettere in pratica qui la loro formazione e, cosa ancora più importante, che abbiano la possibilità di condividere da qui il loro sapere, divenendo da qui un punto di riferimento nazionale e internazionale, in grado di attrarre contributi provenienti da altre parti d'Italia, d'Europa e del mondo.

cartina-italia girataMi è venuta in mente l'immagine di un'Italia ruotata di 90°, a sviluppo orizzontale, come gli Stati Uniti, dove Milano era la nostra New York, Torino la nostra Boston e, dalla parte opposta, la Calabria prendeva il posto della California, mentre la Sicilia era le Hawaii.
La cosa che mi ha sempre colpito degli Stati Uniti -ma che avviene normalmente anche in altri Paesi d'Europa- è l'estrema mobilità della sua popolazione, che si sposta tra Stati che, tra l'altro, non hanno nemmeno le stesse Leggi.
Un ragazzo di New York, finito il liceo, può benissimo andare a studiare a Chicago o in California e viceversa. E, una volta terminati gli studi, potrà decidere tranquillamente di lavorare lì dove ha studiato o tornare a lavorare nella sua città, nel suo Stato.
E' lampante che a differenza degli Stati Uniti, l'Italia non ha mai saputo realizzare uno scambio interculturale integrato tra le sue Regioni. O comunque, non si è mai realizzato pienamente. Il flusso studio-lavoro è stato sempre a senso unico: Sud-Nord.
A fronte delle migliaia di calabresi andati a studiare e poi a lavorare fuori, i ragazzi del Nord o del resto d'Italia che hanno deciso di studiare o lavorare al Sud si contano sulle dita delle mani.
Certo, buona parte del problema -tutt'oggi irrisolto dopo un secolo e mezzo- è dovuto a una rete infrastrutturale penosa. E' come se gli americani, nel loro avanzare verso il Far West, si fossero fermati in Texas con strade, autostrade, ferrovie ed aeroporti, accontentandosi delle vecchie piste percorse dalle carovane per raggiungere la California.
Credo basti questo semplice -seppur volutamente forzato- paragone, per capire quant'è ancora grande il margine che separa la Calabria e il nostro Meridione dal resto d'Italia, e quanta strada (metaforica, ma anche reale) dovremo ancora fare per essere davvero un Paese solo.

Nell'ampio panorama di voci e storie raccolte dettagliatamente nel progetto, non viene certo dimenticato che “Sud Altrove è stato un viaggio attraverso una Calabria su cui è stata stesa una pesante coperta che si alza solo per fare uscire la parola 'ndrangheta” (Letizia Cuzzola). Vengono raccontate anche qui le vicende di uomini e donne vittime di delitti o che hanno vista la loro esistenza condizionata pesantemente dalla presenza della criminalità, ma anche le reazioni coraggiose ed esemplari contro questo fenomeno.

Sud Altrove” è un libro ottimista. Un ottimismo oggettivo, basato sulla consapevolezza nei propri mezzi da parte dei giovani calabresi. Viene infatti espresso con forza e in modi diversi il concetto che “la Calabria può riscattarsi se impara ad amare di più i suoi figli” (Letizia Cuzzola).

Amare i propri figli vuol dire tenerli lontani da modi di pensare e di intendere la società che sono fuori da ogni regola del vivere civile, fuori da quella civiltà che abbiamo restituito all'esterno, quasi dimenticandola e rimanendo all'asciutta, come una spugna spremuta.
Amare i propri figli significa aiutarli a dipanare il bandolo della matassa che, per ognuno di noi, “sta proprio nella facoltà di scegliere il proprio destino e cosa fare della propria vita” (Claudia Toscano).
Amare i nostri figli significa garantire il nostro capitale umano,  un capitale che è una risorsa straordinaria seppur ancora a molti sconosciuta, l'unica assicurazione sulla vita e sul futuro della nostra regione.
Dobbiamo farlo, e lo facciamo con una certezza nel cuore e nella mente: siamo calabresi, “portatori sani di testardaggine” (Salvatore Salvaguardia). Ce la faremo.

22 febbraio 2013

OSPEDALE. I RAPPRESENTANTI DELLE ASSOCIAZIONI: LA LOTTA CONTINUA.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa della rappresentanza delle associazioni ''Pro Ospedale di Scilla'', in riferimento all’annunciato accorpamento dell'ospedale di Melito al Riuniti di Reggio Calabria. La lotta civile e democratica per l’Ospedale continua.

Ospedale di Scilla: la lotta continua!

Il fermento suscitato dalla clamorosa notizia dell’accorpamento del Tiberio Evoli di Melito Porto Salvo all’Azienda Ospedaliera Bianchi Melacrino Morelli con il trascorrere dei giorni aumenta l’indignazione degli Scillesi, sbeffeggiati ed ignorati fino ad oggi dal Governatore in carica.

Le istanze, le mozioni, gli appelli, le firme, le proteste, tutte legittime avanzate dagli Scillesi, per il tramite del Comitato pro Ospedale di Scilla, da sempre finalizzate al mantenimento delle funzioni ospedaliere dell’Ospedale di Scilla, in proprio o mediante l’accorpamento all’Azienda Ospedaliera reggina per garantire la tutela della salute dei cittadini del comprensorio ove ricade lo “Scillesi d’America”, sono state ignorate sia dall’Azienda Sanitaria che dalla politica. Ciò che però il Governatore regionale non ha mai voluto neanche ascoltare dagli Scillesi diventa inaspettatamente ed illogicamente possibile ed attuabile per il vicino Ospedale di Melito. Sarà forse perché gli Scillesi si sono “permessi”, a difesa della propria salute, di adire la giustizia amministrativa per chiedere un giudizio sulla legittimità dell’operato del Governatore?

Condividendo le istanze e le esigenze della popolazione, la rappresentanza delle associazioni scillesi, già facenti parte del Comitato pro Ospedale di Scilla, stanno valutando la concreta opportunità di intervenire ad adiuvandum nel giudizio promosso dal Comune di Scilla per l’annullamento della delibera che disponeva la chiusura dell’Ospedale e l’avvio della sua riconversione in CAPT, tutt’ora pendente al TAR di Reggio Calabria, ritenendo giusto che i cittadini siano direttamente partecipi di questo importante giudizio per poter direttamente esprimere le proprie valutazioni e censure, che meritano una celere definizione. In tale sede sarebbe stato opportuno avere presentato istanza di sospensiva del provvedimento impugnato.

La rappresentanza delle associazioni scillesi non solo ritiene dannosa la chiusura dello “Scillesi d’America”, come Ospedale, ma ritiene altresì inopportuna e poco probabile la sua riconversione definitiva in Casa della Salute poiché tale soluzione richiede tempi e costi ingenti, la cui fattiva realizzazione resta subordinata all’assegnazione di somme economiche, che in un momento di grave crisi economica fa ritenere utopistica.

Alla vigilia dell’elezioni politiche, le associazioni scillesi proseguono la loro lotta in difesa dell’Ospedale “Scillesi d’America”, rammentando a tutti gli Scillesi la protesta simbolica fatta nel marzo 2012 nella Piazza di Scilla allorquando dinanzi ai politici erano state sventolate le tessere elettorali.

21 febbraio 2013

‘A LACRIMA

UNA LACRIMA SUL VI  DEO…..

Trasparenti è 'a lacrima,
non avi culuri,
sia di cuntintizza oppur di duluri.
E' zinghira 'a lacrima,
non avi nazioni,
chi sia di gioia o di commozioni.
Non cangia 'a lacrima,
non fa' differenza,
chi sia di sollievu o di suffirenza.
'Mprovvisa è 'a lacrima,
no, non avverti,
pur se si sta sempri cu l'occhi 'perti.
Curiusa è 'a lacrima,
ha 'n sapuri stranu,
chi sia d'animali oppur di 'n cristianu.
Non è 'nsipita 'a lacrima,
'u sa' cu' l'ha pruvata:
p'ogni punta di lingua, esti salata.

Silinziusa è 'a lacrima,
non faci rumuru,
no, quandu nesci ru cori cchiù duru.
Virgugnusa è 'a lacrima,
non si fa viriri,
di notti spunta, prima 'i durmiri.
Signu è 'a lacrima,
di successi e scunfitti,
dill'omini tutti: ri fissa e ri ddritti.
Cumpagna è 'a lacrima
di la vita nostra,
nta 'n mundu chi gira comu 'na giostra.
Giusta è 'a lacrima,
è nda tutti li facci,
nda l'occhi ri ricchi e ri poviri e pacci.
Specchiu è 'a lacrima
e nte so' riflessi,
si viri ch' o' mundu simu tutti li stessi.

19 febbraio 2013

OSPEDALE “SCILLESI D’AMERICA”. SCOPELLITI HA DECISO: MELITO SI’, SCILLA NO

L'IGNORANZA DEL GOVERNATORE E GLI SGARBI ISTITUZIONALI

Il governator Peppone non perde occasione per...smentire sé stesso.
Hanno grande risalto stamani su tutti gli organi di stampa, radio e televisioni locali, le dichiarazioni fatte da Peppone in merito all'accorpamento dell'ospedale di Melito Porto Salvo all'Azienda "Bianchi-Melacrino-Morelli".
Questa operazione consentirà all'ospedale melitese di mantenere le attività chirurgiche, ortopediche e radiologiche, conservare ben 55 posti letto, avere 22 ambulatori oltre alla garanzia del blocco operatorio, dei servizi di pronto soccorso e di quelli ad esso annessi (anestesia, radiologia, ecografia, laboratorio analisi) nonché, per finire, due ambulanze nuove. Costo totale dell'operazione: 10 milioni di Euro.
In pratica: il Tiberio Evoli si vedrà restituite le sue funzioni ospedaliere. Unica eccezione: il punto nascite non riaprirà. Ma il buon Peppone si premura a precisare che non è per colpa sua (e stavolta è vero), ma per una legge nazionale che prevede la chiusura dei punti nascita con meno di 55 parti all'anno.
In mezzo a tutta questa esaltazione, c'è però un'affermazione che desta particolare sconcerto. Premuroso come sempre ad evitare basse speculazioni di convenienza politica, Peppone afferma:
"Non consento a nessuno di fare strumentalizzazioni, approfittando della campagna elettorale. Non c’è stato nessun parlamentare né alcun consigliere regionale della sinistra che abbia mai chiesto incontri o formulato proposte per questo ospedale, gli unici interlocutori sono i sindaci ed io sono sempre disponibile perché ho a cuore le sorti di questo territorio".

Se per l'ospedale di Melito nessuno gli aveva mai chiesto niente -e non ci risulta sia così- e la comunità melitese si è visto ricevere in cortese dono tutta queste "messe" di servizi sanitari, lo stesso certo non può dirsi per l'ospedale "Scillesi d'America" di Scilla.
E' storia che il Governatore non ha mai voluto ricevere le associazioni scillesi per un confronto diretto sui motivi della richiesta del popolo di Scilla.
E' storia che il governatore abbia ignorato le reiterate e pressanti richieste pervenutegli più e più volte anche attraverso il sindaco di Scilla, con il quale ci risulta abbia avuto più di qualche incontro.
E' storia che il governator Peppone non abbia degnato di una pur minima attenzione la proposta di legge fatta propria ed avanzata da un sindacato degli stessi operatori sanitari, con la quale si prevedeva per Scilla quanto oggi viene stabilito per Melito.
E' storia che la stessa proposta di accorpare lo "Scillesi d'America" con l'azienda "Bianchi-Melacrino-Morelli", (al fine di garantire il proseguimento delle attività svolte per più di cinquant'anni ed il loro potenziamento), formalmente avanzata dalla Provincia di Reggio Calabria al Consiglio Regionale, sia stata ignorata sia dal presidente Scopelliti, che dalla sua intera Giunta, che da tutti gli altri consiglieri di maggioranza e minoranza -con qualche piccola eccezione, comunque dimostratasi infruttuosa nei fatti.

Cosa ha impedito al governator Peppone di ascoltare prima le urla del popolo scillese, poi le richieste di un sindaco e infine la fattiva proposta avanzata da un'Istituzione? Non è dato sapere.
Ma una cosa la sappiamo di sicuro: l'aver dimostrato ignoranza, avendo ignorato il popolo e le richieste provenienti da Scilla, è stato uno sgarbo maleducato consumatosi non solo contro l'intera comunità scillese -sindaco in testa- ma, cosa ancora più grave, contro l'Istituzione Provincia di Reggio Calabria. La gravità del comportamento assunto aumenta, qualora si consideri che sia l'amministrazione scillese che la maggioranza in Provincia, siano particolarmente vicini al capo Pepponiano e perciò presumibilmente suoi amici.

 

LA CASA DELLA SALUTE -A CHI PUNTU SIMU

Sappiamo già quali saranno le giustificazioni. Ci diranno che per il Piano di Rientro l'ospedale di Scilla non poteva continuare a funzionare. Questo l'abbiamo capito, tant'è vero che la proposta di accorpamento era stata fatta in maniera tale da risultare praticamente, carte alla mano, a costi invariati.
Ci diranno che per Scilla è stata prevista l'istituzione presso la sede del fu "Scillesi d'America" della Casa della Salute. A tal proposito, aggiorniamo un po' la situazione.
Mentre tutti i calabresi si preparavano al Santo Natale, il Commissario ad acta Peppone -sempre lui- non pinsava e' zzippuli ma continuava a lavorare e lo scorso 20 dicembre con il D.P.G.R. n° 195 ha preso atto che la Casa della Salute a Scilla si può fare.
La somma complessiva necessaria per opere civili e impiantistiche è stata quantificata in € 5.772.000,00. A detta somma, vanno aggiunti gli importi per oneri di legge, tasse, ecc. Insomma, quattru i corda e cincu i spavu, l'investimento complessivo ammonta a  € 8.270.000,00 (quasi pari perciò a quanto previsto per Melito).

Lo studio di fattibilità

Come verranno spesi questi soldini ce lo spiega la relazione allegata allo studio di fattibilità, redatto a Novembre 2011 e poi aggiornato e rivisto fino al Luglio 2012.
L'intervento riguarderà circa 8.500 mq. sui 10.000 totali e, le somme da spendere sono così ripartite:
-per l'adeguamento statico e la verifica sismica imposta dalle leggi in materia serviranno poco meno di €520.000;
-per l'adeguamento funzionale, consistente in interventi per la diversa distribuzione e dotazione degli ambienti, circa € 2.000.000;
- per opere di finitura interna ed esterna e la sistemazione degli spazi esterni, circa € 1.500.000;
-per l'adeguamento impiantistico (impianto elettrico, ascensori, antincendio, climatizzazione, ecc.), poco più di € 1.700.000.
Fuori dal calcolo della spesa, viene inoltre stimata una somma di poco più di un milione di Euro (conteggiata tra le somme a disposizione dell'Amministrazione) per l'adeguamento tecnologico.
La nuova Casa della Salute sarà così concepita:
- al piano seminterrato troveranno spazio i servizi generali di supporto (archivi e depositi) e i volumi tecnologici;
-al piano terra: front office, area accoglienza, servizi sanitari (primo soccorso, soccorso mobile, continuità assistenziale e diagnostica: ex radiologia ed ambulatorio analisi), oltre al SERT. Nella "parte vecchia" troverà spazio l'area prevenzione (profilassi malattie infettive e centro vaccinale);
-al primo piano: oltre all'area dialisi (non soggetta a variazioni), ci sarà un'area clinica (con punto di primo intervento, ambulatorio prime cure e poliambulatorio di medicina generale e pediatria). Nella "parte vecchia" saranno ospitate l'area per i servizi sociali e i servizi socio-sanitari;
-al secondo piano: poliambulatori, consultorio e screening oncologico;
-al terzo piano: l'area dedicata interamente ai servizi riabilitativi;
-al quarto piano: un'area dedicata totalmente ai servizi socio-sanitari (centro di salute mentale, coordinamento servizi sociali e centro diurno);
-al quinto piano: a fianco dell'area dedicata alla terapia antiblastica, troverà spazio l'intera area dedicata all'amministrazione (direzione distrettuale ed uffici).
Esecuzione dei lavori: il tempo previsto, dall'assegnazione delle risorse necessarie, è stimato in 2 anni, 8 mesi e 24 giorni.

Queste le novità relative alla Casa della Salute. Del ricorso presentato dal Comune, parleremo prossimamente, perché anche lì non mancano di certo le sorprese.

CURIOSITA'... E SCHIATTAFICUTI

Nella relazione dello studio di fattibilità e nella successive delibere adottate dall'ASP per la formale presa d'atto dello stesso, che hanno portato poi al D.P.G.R. n° 195 del 20 Dicembre 2012, ci sono alcune curiosità utili ad alimentare ancora una volta i soliti schiattaficuti.

Vediamole in una breve rassegna...degli orrori.

Lo studio di fattibilità

1) Nell'analizzare i vincoli esistenti nell'area di progetto, la relazione afferma: "La circostanza che trattasi di una struttura preesistente, a specifica destinazione sanitaria, consente di confermare che non esiste alcun vincolo inibitorio alla realizzazione delle opere di riconversione funzionale della struttura", per fare i lavori basta "una semplice SCIA".
Peccato però che il primo documento da allegare alla presentazione della SCIA sia il titolo di proprietà. Proprietà che un Decreto della stessa Regione Calabria -come sottolineato più volte in precedenti articoli- ha formalmente negato!

2) Nell'analisi dello stato di fatto si ripropone l'affermazione secondo cui l'ASP "con propria deliberazione n° 184 del 29/3/2012 ha avviato il processo di riconversione attivando presso la struttura alcune funzioni assistenziali di tipo territoriale proprie del Distretto".
Ci si dimentica (?!) di ricordare che l'oggetto completo della suddetta deliberazione era il seguente: chiusura ex struttura ospedaliera di Scilla e avvio processo di riconversione .
Ricordiamo altresì che il processo di riconversione -ma senza chiusura- doveva avvenire in due giorni, entro il 31 Marzo 2012.

3) Sotto l'aspetto tecnico, viene ribadita con forza la necessità di procedere a una verifica sismica dell'intero edificio, in considerazione del fatto che la parte vecchia, in muratura ordinaria, è stata ultimata tra la fine deglia anni '50 e i primi anni '60 e che la parte "nuova" in cemento armato "presenta alcune fessurazioni, qualche irregolarità di distacchi nei pannelli murari e apprezzabili degradi negli elementi strutturali".
Pertanto, continua la relazione "Occorre intervenire, con urgenza, sull'intero organismo edilizio con interventi coordinati e puntuali....L'assenza di ogni utile documento per la specifica trattazione e la certezza che la struttura è stata realizzata prima del 1984, impongono l'avvio di un'attenta verifica delle geometrie della struttura da accompagnarsi ad una campagna di prove, saggi e puntuali accertamenti..."
Ora tutto è possibile immaginare, ma che non vi sia nessun documento tecnico (progetti, calcoli strutturali, elaborati grafici, ecc.) di un'opera di sei piani, che ha una superficie di circa 10.000 mq è alquanto assurda e, al tempo stesso, allucinante!!!
Nessuno ha mai pensato di andare a vedere al Genio Civile, o al Comune di Scilla o all'Archivio di Stato, o a rovistare nei cassetti dell'amministrazione sanitaria o a interpellare il Comitato "Pro erigendo ospedale"?! Ma scusate: mica stamu parrandu 'i 'na caseddha 'i lamera pi tiniri i zzappuni!?!?
La completa indagine diagnostica della struttura ci costerebbe € 519.480,00.

4) Rispetto ai parametri economici del 2009, secondo i quali per la definitiva trasformazione servivano € 7.750.000,00 "si è necessariamente dovuto procedere ad una rimodulazione dei costi finalizzata ad una sensibile contrazione dei costi" [Ahi, l'italiano, questo sconosciuto!!], con l'ovvia conseguenza che si è proceduto "individuando quelli più economici" per singolo tipo di lavorazione "eliminando, forzatamente, alcune lavorazioni che seppur necessarie all'esterno dell'involucro edilizio, non possono rientrare tra le somme disponibili".
Il che significa che, nonostante l'investimento previsto (che è facile presumere subirà altre variazioni nel corso del tempo), non sarà possibile eseguire tutti i lavori necessari.

5) Nel paragrafo dedicato alla descrizione degli interventi sull'edificio, vi è poi una frase leggermente assurda, dato che si ammette che il "presente elaborato" (cioè lo studio di fattibilità) è stato "redatto con il fine di certificare (!!!- n.d.r.) la reale fattibilità dell'opera".
Uno studio di fattibilità non deve avere lo scopo di "certificare" scelte politiche fatte a monte!
Esso è uno strumento che serve a monte della scelta politica, per capire se un intervento possa essere realizzato dal punto di vista tecnico e, soprattutto, sia conveniente dal punto di vista  economico. Il certificato si riferisce e attesta qualcosa che è già avvenuto.
Prendiamo dolorosamente atto ancora una volta (dopo l'annosa questione ascensore), che in Calabria gli studi di fattibilità hanno funzione "certificativa" delle scelte politiche degli amministratori di turno.
6) Le 30 pagine di "certificazione" tecnica, si concludono con una frase agghiacciante:
"La fattiva realizzazione dell'importante opera....resta subordinato [mannaia l'italiano! ancora lui!) alla effettiva assegnazione delle risorse stimate nel presente elaborato."
Traduzione: quello che già avete deciso di fare, si può fare, sempre che troviate i soldi per farlo.

 

Il D.P.G.R. n° 195 del 20.12.2012

Il Decreto è la formale presa d'atto di una precedente delibera dell'ASP, la n° 572 del 19.12.2012.
Leggendone la parte introduttiva si viene a sapere che la detta delibera ASP non è altro che la rettifica di una precedente Delibera -la n° 568 del 13.12.2012- nella quale "per mero errore di valutazione si è fatto riferimento ad attività istruttoria non supportata da atti formali."

In pratica, nella delibera di giorno 13 si prendeva atto che "gli elaborati progettuali hanno avuto il conforto del Dipartimento alla Salute della Regione Calabria, supportato allo scopo dai pareri favorevoli espressi dal FORMEZ e dall'apposito Nucleo di Valutazione e Verifica degli Investimenti Pubblici del Dipartimento Regionale dei Lavori Pubblici della Regione Calabria acquisiti....a seguito di formale riunione tenutasi a Catanzaro in data 28/05/2012".
L'errore viene giustificato affermando nella seconda Delibera (n° 572) che s'intendeva "inquadrare l'attività svolta come semplice istruttoria relativa ad un processo più complesso delegato alla piena responsabilità dell'Amministrazione proponente."

Tradotto, la correzione apportata svela con piena evidenza due cose:

1) Dei pareri favorevoli espressi il 28 Maggio 2012 non vi è alcuna traccia scritta, almeno nessuno vi fa cenno. D'altra parte, se non esiste nemmeno un disegno di un ospedale di sei piani e 10.000 mq., vorreste che esistesse un misero verbale?! Questa è coerenza.

2) Lo studio di fattibilità, redatto a Novembre 2011, è stato sottoposto a revisione a Giugno e Luglio 2012 -quindi dopo la riunione- finendo così magicamente con il "certificare" ciò che era stato già deciso tempo addietro: Scilla non doveva avere un ospedale.

E 'u schiattaficutu continua....

Se volete condividerlo pure voi, ecco i link con tutti i documenti citati:

-DPGR n°195/2012

-Studio di fattibilità per la riconversione a Casa della Salute: Relazione

-Studio di fattibilità per la riconversione a Casa della Salute: Elaborati grafici

-Delibera ASP n° 568/2012

-Delibera ASP n° 572/2012

18 febbraio 2013

VIAGGIATORI

image

Siam viaggiatori lungo profili addomesticati
sospesi su bolle d'aria
fragili e artificiali.
Seguiam percorsi prestabiliti, già disegnati
lo schema è lo stesso, non varia
sono del tutto uguali.
Passiamo i giorni rincorsi dal tempo, dai suoi rintocchi
siam come cavalli ammaestrati, coi paraocchi.

Siam navigatori, solchiamo mari non più salati
oppure sospesi nell'aria
solo su un paio d'ali.
Seguiamo rotte segnate dai radar, sui loro tracciati
il sistema è lo stesso, non varia
sono del tutto uguali.
E ogni curva è un'illusione, 'ché se guardi più da vicino
son piccolissime rette, linee di vuoto destino.

Poi un sogno, tra i pochi ancor non dimenticati,
nel buio mi appare,
ben oltre la sera.
Due cavalli selvaggi al galoppo lanciati,
è bella da sognare
la loro bianca criniera.
Dai nostri percorsi stan ben lontani, non gl'importa niente
van lungo sentieri inesplorati, controcorrente.

Vivono in uno con la Natura non sono imbrigliati
e all'ansa di un fiume
si fermano a bere.
Un istante e l'attimo dopo son di nuovo scappati,
sono leggeri come piume,
forti e senza barriere.
Galoppano insieme incontro alla vita e a quel che sarà
corron veloci, incuranti del tempo, nella libertà.

Ogni deviazione li rende vivi, più affiatati,
fuori d'ogni percorso, è vero,
lì si compie il destino.
E i cavalli avanzan nel vento, impolverati
lungo lo stretto sentiero
che porta al mattino.
Il rumore del vento ne copre il galoppo, non li sento più.
Dentro la polvere, son già alla fine di un sogno reale, laggiù.

E su due cavalli noi viaggeremo, pur se sogno non è,
cavalcheremo incontro al destino, insieme io e te.

14 febbraio 2013

THORNLESS ROSE

(Libera traduzione di “Stelutis Alpinis” di Francesco De Gregori)

(clicca sull’immagine per ascoltarla)

 

My sweet girl, I can’t tell
no, all the love I feel
for you baby, I don’t know well
I can’t see what is your will.

In my heart just one desire:
to hold you by my side.
Without you, I’m in the mire,
I can’t escape the rising tide.

Without you, I’m in the mire,
I can’t escape the rising tide.

Oh my heart beats so fast
ev’ry time I see your face,
I don’t know how long it’ll last
keepin’ on in this fool race.

And when you are feeling sad
please, don’t cry because
by my love you’ll be fed
you, my sweet thornless rose.

By my love you’ll be fed
You, my sweet thornless rose.

11 febbraio 2013

LE DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI: L’ONNIPOTENZA E L’UMANITA’

fulmini VaticanoSono un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”.

Con queste parole si presentò al mondo Papa Benedetto XVI nell’Aprile del 2005, il giorno della sua elezione.

Oggi la notizia, giunta come un fulmine a ciel sereno, si è trasferita in un attimo in ogni angolo del mondo: il primo contadino della fede ha deciso di lasciare la vigna.

Lo fa con i suoi piedi e in piena coscienza, in maniera secca, con un gesto semplice, umile e al contempo rivoluzionario.

Anche se il fulmine ha colpito a ciel sereno, in verità in molti se lo aspettavano da tempo. Almeno da un anno, molti erano stati i “tuoni” che l’avevano in un certo senso preannunciato.

In queste ore, molti sono stati i commenti circa i motivi “nascosti” di queste dimissioni.

E’ indubbio che uno studioso della fede e della religione della fratellanza per eccellenza come Papa Ratzinger, sia rimasto profondamente colpito dallo scandalo provocato dalla divulgazione di documenti riservati. Quel tradimento –perché di vero e proprio tradimento s’è trattato- non può non aver pesato nell’assunzione della decisione odierna.

Altri, più stupidamente, hanno parlato anche di "codardia" e di incapacità nella gestione degli "affari vaticani"

Le motivazioni che l'hanno indotto a prendere questa decisione definitiva sono secondo me ben più profonde.

Con il suo gesto, Papa Ratzinger ha dimostrato una dimensione umana che non ha nulla a che vedere con quell’immagine di potenza che viene cucita addosso a chiunque rivesta una carica di grande levatura, a maggior ragione addosso a un Papa.

Benedetto XVI rimarrà nella storia, proprio come Celestino V, da noi conosciuto solo attraverso le pagine della Divina Commedia.

Celestino amava la solitudine, la meditazione, proprio come Joseph Ratzinger, sempre alla ricerca quasi fisica di Dio, attraverso la preghiera e lo studio della Parola.

A questo proposito, mi tornano in mente alcune frasi dal suo libro "Gesu di Nazareth" che mi hanno molto colpito:

"L'accesso immediato di Mosè a Dio -che fa di lui il grande mediatore della rivelazione, il mediatore dell'Alleanza- ha dei limiti. Egli non vede il volto di Dio anche se gli è permesso di immergersi nella nube della sua vicinanza e parlare con Lui come con un amico"....All'ultimo profeta, al nuovo Mosè sarà concesso in dono quello che è negato al primo -vedere davvero e immediatamente il volto di Dio e poter così parlare in base alla piena visione di Dio e non soltanto dopo averne viste le spalle".

Dunque, nemmeno chi veramente conosce nel profondo la Parola, perché vi si immerge come in una nube che lo avvolge e lo avvicina a Dio, potrà vedere com'è fatto Dio. Può solo parlargli, ma da amico.

L’estrema vicinanza a Dio non è quindi un mezzo per divenire Onnipotenti né per mettersi sul Suo stesso piano. Nessuno degli uomini, per quanto potenti siano o si credano di essere, ci riuscirà.

Secondo me, in queste parole è racchiusa invece la profonda consapevolezza da parte di chi crede, primo fra tutti il Papa, della vera natura dell'uomo e dei suoi limiti fisici. Quei limiti che oggi ha riconosciuto pubblicamente.

Nell’ultimo tweet consegnato alla rete e alla storia appena ieri, il Papa ha scritto: “Dobbiamo aver fiducia nella potenza della misericordia di Dio. Noi siamo tutti peccatori, ma la Sua grazia ci trasforma e ci rende nuovi”.

Ecco ancora una volta messa in evidenza la fragilità dell’uomo. Quel “siamo tutti peccatori” (di certo non una frase nuova per la Chiesa cattolica) è l’ennesimo promemoria della fragilità umana, che include necessariamente anche lo stesso Papa, il quale da uomo estremamente sapiente, non si sottrae alle sue colpe.

Tutt’altro. Nell’accettarle, da credente si affida alla grazia dell’Onnipotente, l’unica forza in grado di trasformare e rinnovare gli uomini, ivi compresi gli uomini della Chiesa cattolica e quindi la stessa Chiesa come istituzione.

Riletta oggi, a poco più di 24 ore di distanza, alla luce delle dimissioni annunciate, si può dire che questa frase costituisce il segnale dell’inizio di una rivoluzione; il segnale che quella vigna del Signore nella quale Benedetto XVI ha operato per quasi otto anni, è destinata a subire profonde trasformazioni.

Ma a continuare a coltivarla non sarà più un contadino tedesco, oramai vecchio e, giustamente, stanco. A continuare l’opera di pulizia e disinfestazione già avviata –preludio a ogni trasformazione del terreno, saranno altri. Lui, Joseph Ratzinger, nella vigna vi era entrato quando c’era da ripartire quasi da zero, ha iniziato a pulire e non l'ha mai chiusa, rifugiandosi nella sua "nube di vicinanza". Ha invece sempre cercato di farci entrare tutti i cristiani, mediante le sue opere, i suoi scritti. Di questo mi sento in dovere di ringraziarlo.

Oggi è uscito dalla vigna in piena coscienza, ma non l’ha abbandonata. Ha solo lasciato il cancello aperto.

* Foto di Alessandro Di Meo, (agenzia Ansa) via La Repubblica

03 febbraio 2013

AND YOU ARE SLEEPING STILL

(libera traduzione anglofona di “ E vui durmiti ancora” –di Giovanni Formisano e Gaetano Emanuel Calì- nel testo cantato da Andrea Bocelli)

 

The sun's already rised from the sea
and you, my little beauty, are sleeping still,
the birds, they are all really tired to sing
they're waiting out there, all filled with chill;
they’re alighted on this balcony for thee
waiting for you to appear, just let you see.

Now it’s enough, don't sleep anymore,
'cause between them in this narrow lane
I am also waiting, for you, I'm sore,
to see your face, a beauty, once again.
Out there I'm spending ev’ry single night,
I only wait for you to appear in sight.

The flowers can't stay without you, it's doom,
they're all with dangling heads, they won't resist,
everyone of them don't wanna bloom
if you don't open up this locked door first.
They’re hidden in this balcony for thee
waiting for you to appear, just let you see.

Now it’s enough, don't sleep anymore,
'cause between them in this narrow lane
I'm also waiting, for you, I'm sore,
to see your face, a beauty, once again.
Out there I'm spending ev’ry single night,
I only wait for you to appear in sight.

Out there I'm spending ev’ry single night,
I only wait for you to appear in sight.

TRA OMERTA’ E SOLIDARIETA’: IL RINNOVAMENTO DELLE COSCIENZE

Nel quadro confuso della situazione politica italiana, tra scandali e polemiche, una cosa è certa: chiunque vinca, le imminenti elezioni ci regaleranno un Parlamento nel quale nessuna delle forze in campo riuscirà verosimilmente ad ottenere la maggioranza.
Questo significa che sarà molto dura poter governare normalmente, cioè senza il timore di pericolose imboscate che sarebbero senz’altro un dejà vu di cui faremmo volentieri a meno.
Le divisioni la fanno dunque da padrone e nessuno sembra disposto a cedere, facendo un passo verso l’altro. E’ un brutto segnale, che non promette nulla di buono.
I protagonisti della politica nostrana rimangono arroccati ciascuno sulle proprie posizioni, incapaci di dialogare ma capacissimi di continuare ad urlare. E quando si urla, è difficile che chi ascolta riesca a capire.

Se c’è una persona che invece parla sempre in modo chiaro e diretto, senza giri di parole, quella è don Luigi Ciotti. Ieri sera, intervenendo a una trasmissione televisiva durante la quale gli è stato chiesto un commento agli ultimi avvenimenti politici della settimana, don Ciotti ha risposto: l’unico modo per far sì che la politica sia in condizioni di dare risposte serie e concrete alle esigenze dei cittadini (in particolare per quanto riguarda i temi della legalità), è quello di fare leggi giuste. Ma le leggi giuste sono il frutto non certo delle divisioni ma dell’unione di intenti, che si realizza solo e soltanto se si guarda a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide.
Non è un passo semplice da fare, tutt’altro. E’ necessario, dice ancora don Ciotti, un elemento fondamentale: il rinnovamento delle coscienze.
Solo attraverso un serio rinnovamento che parte dal profondo, dalle nostre stesse viscere, potremo sviluppare quel sentimento di solidarietà concreta –che è il marchio di fabbrica di “Libera”, l’associazione fondata da don Ciotti- in grado di sconfiggere le divisioni e l’omertà che contraddistingue la società moderna, specie nel meridione.
Troppo spesso confondiamo, equivochiamo, il significato di solidarietà; più che dimostrarci solidali, ci dimostriamo sodali –diretti, ma spesso anche indiretti- della prepotenza, vittime della paura. Troppo spesso, e troppo facilmente, sconfiniamo nell’omertà.















Come fare allora a distinguere la solidarietà dall’omertà? Per rispondere a questa domanda, credo sia estremamente utile riportare una paginetta tratta da “In alto a sinistra” dello scrittore napoletano Erri De Luca. 
Scrive di una lezione del Prof. Giovanni La Magna -suo insegnante di latino e greco al liceo “Umberto I” di Napoli.
Era l’anno scolastico 1966/67 e il Prof. La Magna così parlò ai suoi alunni secondo i ricordi dello scrittore:

<< Sono siciliano. Nella mia terra c’è un costume che vieta di denunciare i colpevoli di reati: si chiama omertà.
L’omertà nasce dal bisogno di difendersi da un regime sociale di spoprusi in cui la giustizia è applicata con parzialità e favoritismi, ma contrappone malauguratamente a questo un altro regime di soprusi: la mafia.
L’omertà è un comportamento radicato in tutta la popolazione quando considera l’intero apparato statale un grande sbirro. La mafia che è nata da questa silenziosa protezione popolare, l’ha trasformata in legge di sangue sicché oggi l’omertà è frutto principale della paura.
Essa non distingue tra chi si ribella a un sopruso e chi agisce da criminale, copre tutti, il povero cristo e il malfattore. L’omertà è diventata cieca ed è al servizio di un’altra prepotenza
.>>
Poi continua il Prof. La Magna: <<Lo spirito di solidarietà è invece un sentimento che onora l’uomo. Non è una legge, come l’omertà, sorge di rado. Spunta di colpo tra persone che si trovano in difficoltà, comporta il sacrificio personale, non si nasconde dietro il mucchio formato da tutti gli altri.
La solidarietà è opera preziosa di un’occasione, appena compiuto il suo dovere rompe le righe, lasciando in ognuno la coscienza tranquilla
.>>


Queste parole -pronunciate alla vigilia del clamoroso rinnovamento culturale avviato nel ‘68- ci indicano chiaramente qual è la strada per un nuovo rinnovamento altrettanto clamoroso: quello dei costumi del nostro tempo, un cambiamento che non possiamo più rinviare: il rinnovamento delle coscienze.
Rinnovare le coscienze significa dunque far sì che la solidarietà non duri un attimo, non sia leggera, fugace, di facciata, come spesso accade.
Dobbiamo fare in modo che quegli attimi diventino sempre più lunghi: siano minuti, ore, giorni, anni.
Solidarietà significa condivisione di un percorso, di uno stato d'animo, con colui che è in difficoltà, che soffre. E la sofferenza, in genere, non è mai istantanea, non dura mai un attimo.
Dare solidarietà significa vivere i giorni di una vita con la coscienza tranquilla, una vita normale.

Perciò, non bisogna lasciarsi coprire dal malcostume dell'omertà, dalla sua legge cieca che ci rende massa, esseri indistinti.
Non copriamoci, ma scopriamo invece la solidarietà, lasciamoci percorrere da questo sentimento che -come dice De Luca- <<...è come una scarica elettrica, capace di trasformare varie genti in un popolo, molte prudenze in coraggio>>.

E se abbiamo il coraggio di rinnovare le nostre coscienze, allora sì che -come dice don Ciotti- possiamo sognare un orizzonte di normalità.






27 gennaio 2013

YOUNG WOMAN


foamingwaves
When it’s quiet all around
an’ ev’rybody has gone away
I get my thoughts together
on a so-called long silence day.
The stereo is playin’ low
and I hear a music jam
as I’m hummin’ into my mind
that well known music theme.

In my heart I have your sign,
that’s why I like to do a game:
I use to close ev’ry song’s line
spellin’ your musical name.
No I can’t play the music,
I don’t know the chords, nor the notes
so I write to you, young woman,
I get on well with words and dots. 

Oh, young woman with
a french kind of name, so sweet.

I’m addressin’ you, young woman
who dug my heart with a deep trace,
on the beach you look like Venus
comin’ out from the foamin’ waves.
The day when the sea was rough,
red flag, no sailin’ boat,
well I tried to call you loud
but  your name didn’t leave my throat.

You could not hear my voice,
I was so sorry, what a shame,
the crashin’ waves made so much noise,
I couldn’t spell your catchy name.   
No, I can’t play the music,
I don’t know the chords, nor the notes
so I write to you, young woman,
I get on well with words and dots. 

Oh, young woman with
a french kind of name, so sweet.