Il 26 Agosto 2016 Colin Kaepernick, giocatore dei San Francisco 49ers -franchigia che fa parte della NFL, lega professionistica del football americano- si inginocchiò sulla linea laterale terreno di gioco durante l'esecuzione di "Star spangled banner", l'inno degli Stati Uniti che di solito i giocatori asoltano in piedi, con la mano sul cuore, prima dell'inizio delle partite.
Era il modo, civile e non violento, in cui Kaepernick protestò perché non voleva rendere nessun onore a un paese in cui i neri erano ancora
oppressi, vittime di odio e violenza razziale e della brutalità della polizia, che in quel periodo si rese protagonista di diverse uccisioni diamericani dalla pelle nera.
La protesta continuò durante tutta la stagione agonistica, seguita da molti altri giocatori, anche nelle altre leghe professionistiche. Anzi, fu ancora più intensa, a causa delle sconsiderate parole del presidente Trump dichiarò che i proprietari delle squadre avrebbero dovuto licenziare quei giocatori che protestavano contro l'inno nazionale.
L'anno successivo, Kaepernick rimase senza contratto e non mise più piede in campo, per nessuna squadra della NFL che, invece, fu citata in giudizio dal giocatore di colore -di madre di origini italiane- per un presunto accordo tra i vari proprietari delle squadre (sono 32) per non farlo giocare perché divenuto socialmente scomodo. La causa si è conclusa lo scorso anno, con un lauto risarcimento a favore di Kaepernick, il quale, però, non si è fermato e ha continuato la sua protesta civile, fondando la "Know Your Rights Camp" [Campagna Conosci i Tuoi Diritti], un'associazione che tiene seminari gratis a favore dei giovani disagiati, su storia americana e diritti civili.
Il 25 Maggio 2020, a distanza di meno di quattro anni, un altro uomo si è inginocchiato a Minneapolis, ma non ai bordi di un campo da football o in uno stadio. Quell'uomo era un poliziotto, bianco, e si è inginocchiato sulla gola di un uomo, nero, George Floyd, che era stato bloccato pancia a terra da quattro agenti poiché accusato di avere con sè una banconota falsa da $20.
Il video dell'arresto ha fatto il giro del mondo. Floyd, che manifestava chiari segni di difficoltà respiratorie, e dopo aver implorato aiuto più volte, è rimasto immobile, esanime, sulla strada ed è morto poco dopo essere arrivato in ospedale.
Quello che più mi ha colpito in quel video, è l'espressione di convinta superiorità del viso dell'agente -il cui nome non merita di essere menzionato né, tanto meno, ricordato- di polizia, forte del suo potere. Potere non in quanto agente di polizia, ma in quanto bianco, che sottomette un nero.
Dopo la morte di George Floyd, l'ennesima ai danni di un nero americano da parte delle forze di polizia, negli Stati Uniti è divampata la protesta. Bianchi, neri, asiatici, ispanici, si sono uniti a protestare contro i razzisti suprematisti della razza bianca.
E' il segno che il Paese che della democrazia e dei diritti civili degli uomini liberi e coraggiosi è stato sempre il simbolo, è stanco di assistere ad atti di violenza gratuita che hanno l'aggravante di essere stati posti in essere da tutori dell'ordine.
Vero è che pur avendo fatto passi da gigante negli ultimi sessant'anni, la questione razziale negli Stati Uniti è ancora un problema irrisolto, che serpeggia latente tra i vari gruppi etnici, pronto a esplodere in occasione di episodi particolarmente violenti, come la morte di George Floyd.
Il problema fondamentale, però, è sconfiggere una volta per sempre la sparuta minoranza dei suprematisti bianchi. In un Paese come gli Stati Uniti, sono facilmente identificabili e contenibili, se solo si vuole, con delle leggi appropriate, ivi compresa una maggiore severità nella selezione di coloro che intendono indossare una divisa. E' questo, credo, che la maggioranza del popolo statunitense chiede oggi a chi li governa.
Nell'attesa che chi di dovere prenda delle drastiche decisioni legislative, al popolo -la parte sana, solidale, della società americana- non resta che la protesta. Non certo quella violenta, fatta di danneggiamenti e furti, incendi e bombe o sparatorie 8tipici metodi usati dai suprematisti). ma quella fatta in maniera civile, non violenta.
Questa foto che vedete sotto - scattata lo scorso 29 Maggio da Dai Sugano, fotogiornalista del quotidiano "The Mercury News"- è emblematica: un giovane nero americano si inginocchia davanti alle forze di polizia in assetto antisommossa, durante una protesta a San Josè, in California.
Tra le tante immagini di scontri e proteste, chiudo con queste, che ho trovato tra le più significative. Ci ricordano che l'esempio di Kaepernick continua a dare i suoi frutti e che quanto sta succedendo non è un problema di bianchi contro neri, di poliziotti contro neri ma di umanità contro il razzismo, di umanità contro disumanità.
N.B.:Foto tratte da: https://www.procon.org/files/2-headlines-images/kaepernick-kneels-during-national-anthem-750.jpg; https://twitter.com/daisugan/status/1266620213073637380; https://twitter.com/onelovesbutera/status/1266902623774441473; https://twitter.com/tfiotae/status/1267117942539456512
News, pensieri e parole (non di Battisti) dallo Scigghio calabrese. ‘Chi non vive per servire, non serve per vivere’
31 maggio 2020
15 maggio 2020
15 MAGGIO 1948, النكبة (LA NAKBA, LA CATASTROFE)
15 Maggio 1948, النكبة (la Nakba, la catastrofe).
E' il giorno in cui, dopo la dichiarazione della nascita dello Stato di Israele, ebbe inizio l'estromissione forzata del popolo palestinese dalle terre in cui era sempre stato.
Sono passati 72 anni, ed i palestinesi aspettano ancora di ritornare nella loro Patria, nel loro luogo del cuore.
Se chiudo gli occhi e immagino di essere palestinese, facendo un salto indietro nel tempo di 72 anni, vedo i miei nonni, costretti a lasciare le loro case, li vedo scappare portandosi dietro i loro figli e le loro figlie, ancora bambini, alcuni di loro ancora in fasce.
Li vedo rifugiarsi nei campi profughi, senza niente da mangiare. Vedo i miei nonni cercare un lavoro, per racimolare i soldi necessari a comprare un biglietto che possa consentire alle loro famiglie di imbarcarsi su una nave, attraversare il Mediterraneo ed approdare, dopo ventiquattro anni, a Scilla, dove sono nato, cresciuto ed ho vissuto fino ad oggi.
Intanto, però, i miei nonni non ci sono più, non c'è più nemmeno mio padre. Della Palestina conosco solo quello che mi hanno raccontat, non l'ho mai vista se non con la forza dell'immaginazione. La Palestina non è quella che vedo attraverso la televisione, non è così la terra di cui mi hanno raccontato i miei nonni e mio padre.
Mentre scrivo, chiudendo gli occhi vedo due vecchie chiavi.
Sono qui, a pochi centimetri da me, ma ad occhi chiusi raccontano la storia che avete letto.
Sì, perché sono le chiavi che hanno conservato i miei nonni il giorno in cui furono costretti a lasciare le loro case. Servivano per aprire le porte di quelle abitazioni dalle quali sono dovuti uscire sotto la forza delle armi.
E il portapenne vuoto è quello in cui appoggio la penna con la quale sto scrivendo queste righe.
Le hanno portate con loro, le hanno lasciate a me, la terza generazione che vive lontano da casa. Sì, perché sto bene a Scilla, è un bel paese. E questa, da dove scrivo, è la mia casa, ma non è casa mia, della mia famiglia.
Se chiudo gli occhi, casa mia è nella terra dei miei nonni, è in Palestina.
Spero, un giorno, di poterci andare, di poter usare di nuovo quelle chiavi, aprire le porte di quelle case. E porterò con me anche questa penna, per poter scrivere di un giorno che resterà nella storia. Perché è una storia, quella del popolo palestinese, che non può essere cancellata, ma sarà ancora tutta da raccontare.
Questa che segue è la traduzione della testimonianza diretta di Mahmoud Salah, che ha ispirato il racconto che avete letto e che trovate CLICCANDO QUI
- Ho perso la mia dignità come uomo. Ho perso il mio futuro. Ho perso la mia terra.
Immaginate di essere costretti con la forza ad uscire da casa vostra...di essere rimpiazzati da qualcun altro. E' quello che è successo a Mahmoud Salah. E' originario di un villaggio palestinese chiamato Sar'a (pron. Sarà), nel sottodistretto di Gerusalemme.
- Ricordo il villaggio, vivevamo come una famiglia molto felice, in un villaggio molto felice.
Ma poi arrivò il 1948
- Il villaggio è stato invaso da ovest.
Mahmoud ha 86 anni ed è un sopravvissuto alla Nakba (النكبة, la catastofe). E' uno degli oltre 750.000 palestinesi che fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante la creazione dello Stato di Israele. Mahmoud aveva 16 anni quando fu costretto a lasciare il suo villaggio.
- La Haganah (l'esercito del pre-stato israeliano) decise di prendere questo villaggio, il nostro villaggio. Il villaggio dietro di noi fu quasi distrutto, e la gente che lo abitava venne con noi, di villaggio in villaggio, uno dopo l'altro.
A causa dell'esodo la famiglia di Mahmoud non potè portare molto con sè.
- Lasciai tutto lì. Lasciammo tutto.
Mahmoud e migliaia di altri continuarono a cercare posti in un cui stare temporaneamente, sperando di tornare ai loro villaggi.
- Ero qui e dicevo (al mio cuore): torneremo.
Furono senza casa per lungo tempo e soggiornarono in diversi campi profughi
- Eravamo molti, molti villaggi, (a stare) sotto gli alberi, nelle grotte, aspettando soltanto quando tornare. Avevamo fame. Non avevamo niente da mangiare.
Da giovane rifugiato, Mahmoud divenne depresso, guadagnava solo 15 centesimi al giorno
- Scrissi una lettera alla United Nations Relief Agency [agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione, oggi UNRWA] a Beirut. Dissi loro: ho bisogno di un lavoro, ho bisogno di aiuto. Se non trovo un lavoro, mi ucciderò.
Provò a trovare lavoro in un campo profughi per 5 anni e mezzo. Mahmoudalla fine si diresse in Colombia, in un viaggio via mare che durò diverse settimane. Vi rimase per quasi 5 anni. Quasi vent'anni dopo aver lasciato il suo villaggio, arrivò in America (Stati Uniti).
- Amo questo paese, ma a volte ho qualche problema. A volte ti chiamano con nomi... ma questo paese è ancora il migliore che conosca.
Poiché ha il passaporto americano Mahmoud è potuto tornare e visitare il sito del suo villaggio.
- Quando tornai, andai al villaggio. Non vidi un villaggio. Non c'è nessun villaggio. Provai tristezza e cominciai a piangere. Ma ho portato il villaggio qui...nel mio cuore. Ancora adesso [stando con gli occhi chiusi] vedo la strada del villaggio, vedo le case nel villaggio. Vedo ogni cosa nel villaggio.
Seppur abbia trovato una nuova casa in America, gli manca ancora molto la Palestina e vorrebbe poter "tornare a casa".
- Questa è la mia casa, ma non è casa mia. Casa mia è Sar'a. Non sento che questa (casa) mi appartenga. Il mio cuore, la mia mente, i miei occhi, il mio pensiero è ancora in Palestina.
03 maggio 2020
E CHI CATINAZZU!
Mi piace la radio. La ascolto spesso, fin da bambino. Mi piace perché è più seria, più educata della televisione che, invece, guardo sempre meno.
In questi giorni, a causa della pandemia in corso, non c'è distinzione tra una stazione e l'altra: Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Africa, di qualunque nazione siano, il tema centrale dei canali d'informazione radiofonica è solo e soltanto il "corona virus", che seppur pronunciato in modo diverso per ciascuna lingua, sempri schifu faci. E chi catinazzu!
Come fare a trovare qualche programma che informi ma in maniera allegra? Esclusi i canali musicali, che mandano tutti la stessa musica, a volte perfino negli stessi orari -e chi catinazzu!- non mi è rimasto che cercare nei podcast.
Il primo che mi appare nella lista porta solo tre lettere: WTF. Non è la sigla di un'emittente radiofonica, come potrebbe sembrare a prima vista. No, sono le iniziali di un'espressione americana -nu pocu scustumata- che potrei tradurre nel nostro dialetto con ECC: E Chi Catinazzu!
Non è una strana coincidenza?! No, non lo è: senza saperlo, ho trovato quello che cercavo.
E' il podcast di un comico americano, o meglio di uno "stand up comedian" -cioè quei comici ospitati nei programmi di intrattenimento o che fanno i loro spettacoli, che fanno il loro intervento in piedi e non da dietro una scrivania- che si chiama Marc Maron. Ricordo di averlo visto molti anni fa, ospite del "David Letterman Show". Trasmette i suoi podcast da un garage della sua casa di Los Angeles, riadattato a studio radiofonico, in compagnia dei suoi amati gatti. Lo show, che può contare su diversi sponsor, va avanti dal 2009 e al momento in cui scrivo, gli episodi sono 1119.
In ogni puntata, Maron intervista comici e personaggi famosi del mondo dello spettacolo o del cinema, attori, registi, sceneggiatori, ma anche scrittori e politici (nel 2015 è stato ospite il Presidente Obama).
L'obiettivo dichiarato del conduttore è quello di curare le sue debolezze condividendole con quelle dei suoi ospiti e dei suoi ascoltatori, che gli scrivono in parecchi, offrendo contemporaneamente un punto suo punto di vista della società e della politica americana, a dire il vero palesemente orientato su posizioni liberal anti-Trumpiane, ma questo è solo un dettaglio.
L'aspetto che più colpisce è lo scoprire come anche i personaggi famosi abbiano i propri punti deboli (numerosi sono i casi di dipendenze da alcool e droghe) e commettono i loro errori, a volte anche molto gravi; è scoprire come la fama li abbia raggiunti non perché l'abbiano veramente cercata, ma per una serie di circostanze più o meno fortunate; è scoprire che anche dietro uomini e donne influenti e di successo, si possono nascondere veri e propri drammi familiari.
Ogni puntata è un colloquio -tra ospite e conduttore- che, in realtà, si trasforma in una sorta di autanalisi collettiva. Perché poi, al di là delle differenze di capacità economica, si scopre che i problemi umani del pubblico che ascolta non sono diversi da quelli della più famosa star di Hollywood.
Un'altra cosa salta alle orecchie di ascolta: la rivendicazione, giusta, delle origini e delle basi culturali di ciascun ospite. Non ho potuto fare a meno di constatare, ad esempio, che su dieci ospiti, otto sono di origini europee -sette di cultura e religione ebraica (come il conduttore), uno di cultura e religione cattolica, anche se spesso non praticanti- uno è afro-americano, uno asiatico. Il dato di fatto che emerge, naturalmente evidenziato molte volte in modo ironico dai comici, è che queste differenziazioni sono ancora molto presenti nella società americana, nonostante essa sia una tra le più evolute al mondo, tanto da sfociare, purtroppo, ancora oggi in sentimenti razzisti. E chi catinazzu, però!
Ho cominciato ad ascoltarle tutte le puntate, anche quelle precedenti, che ascolto a ritroso nel tempo. E' anche questo un modo per confrontare la realtà del presente con le aspettative che avevamo per quel futuro che oggi è attualità. Scopri che ci sono cose che avevamo programmato di fare a cui dovremo rinunciare -e chi catinazzu!- ma per fortuna non sono poi molte. Scopri che molte cose le potremo continuare a fare comunque -e chi catinazzu!- anche se in modo diverso rispetto a quello a cui siamo stati abituati. Ce la faremo, chi catinazzu!
In questi giorni, a causa della pandemia in corso, non c'è distinzione tra una stazione e l'altra: Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Africa, di qualunque nazione siano, il tema centrale dei canali d'informazione radiofonica è solo e soltanto il "corona virus", che seppur pronunciato in modo diverso per ciascuna lingua, sempri schifu faci. E chi catinazzu!
Come fare a trovare qualche programma che informi ma in maniera allegra? Esclusi i canali musicali, che mandano tutti la stessa musica, a volte perfino negli stessi orari -e chi catinazzu!- non mi è rimasto che cercare nei podcast.
Il primo che mi appare nella lista porta solo tre lettere: WTF. Non è la sigla di un'emittente radiofonica, come potrebbe sembrare a prima vista. No, sono le iniziali di un'espressione americana -nu pocu scustumata- che potrei tradurre nel nostro dialetto con ECC: E Chi Catinazzu!
Non è una strana coincidenza?! No, non lo è: senza saperlo, ho trovato quello che cercavo.
E' il podcast di un comico americano, o meglio di uno "stand up comedian" -cioè quei comici ospitati nei programmi di intrattenimento o che fanno i loro spettacoli, che fanno il loro intervento in piedi e non da dietro una scrivania- che si chiama Marc Maron. Ricordo di averlo visto molti anni fa, ospite del "David Letterman Show". Trasmette i suoi podcast da un garage della sua casa di Los Angeles, riadattato a studio radiofonico, in compagnia dei suoi amati gatti. Lo show, che può contare su diversi sponsor, va avanti dal 2009 e al momento in cui scrivo, gli episodi sono 1119.
In ogni puntata, Maron intervista comici e personaggi famosi del mondo dello spettacolo o del cinema, attori, registi, sceneggiatori, ma anche scrittori e politici (nel 2015 è stato ospite il Presidente Obama).
L'obiettivo dichiarato del conduttore è quello di curare le sue debolezze condividendole con quelle dei suoi ospiti e dei suoi ascoltatori, che gli scrivono in parecchi, offrendo contemporaneamente un punto suo punto di vista della società e della politica americana, a dire il vero palesemente orientato su posizioni liberal anti-Trumpiane, ma questo è solo un dettaglio.
L'aspetto che più colpisce è lo scoprire come anche i personaggi famosi abbiano i propri punti deboli (numerosi sono i casi di dipendenze da alcool e droghe) e commettono i loro errori, a volte anche molto gravi; è scoprire come la fama li abbia raggiunti non perché l'abbiano veramente cercata, ma per una serie di circostanze più o meno fortunate; è scoprire che anche dietro uomini e donne influenti e di successo, si possono nascondere veri e propri drammi familiari.
Ogni puntata è un colloquio -tra ospite e conduttore- che, in realtà, si trasforma in una sorta di autanalisi collettiva. Perché poi, al di là delle differenze di capacità economica, si scopre che i problemi umani del pubblico che ascolta non sono diversi da quelli della più famosa star di Hollywood.
Un'altra cosa salta alle orecchie di ascolta: la rivendicazione, giusta, delle origini e delle basi culturali di ciascun ospite. Non ho potuto fare a meno di constatare, ad esempio, che su dieci ospiti, otto sono di origini europee -sette di cultura e religione ebraica (come il conduttore), uno di cultura e religione cattolica, anche se spesso non praticanti- uno è afro-americano, uno asiatico. Il dato di fatto che emerge, naturalmente evidenziato molte volte in modo ironico dai comici, è che queste differenziazioni sono ancora molto presenti nella società americana, nonostante essa sia una tra le più evolute al mondo, tanto da sfociare, purtroppo, ancora oggi in sentimenti razzisti. E chi catinazzu, però!
Ho cominciato ad ascoltarle tutte le puntate, anche quelle precedenti, che ascolto a ritroso nel tempo. E' anche questo un modo per confrontare la realtà del presente con le aspettative che avevamo per quel futuro che oggi è attualità. Scopri che ci sono cose che avevamo programmato di fare a cui dovremo rinunciare -e chi catinazzu!- ma per fortuna non sono poi molte. Scopri che molte cose le potremo continuare a fare comunque -e chi catinazzu!- anche se in modo diverso rispetto a quello a cui siamo stati abituati. Ce la faremo, chi catinazzu!
29 marzo 2020
NON ASPETTIAMO GODOT!
Ci sono rischi maggiori
che pensare. Come, per esempio, uscire in questi giorni. Quindi,
meglio stare a casa e impiegare parte del tempo a pensare.
Ho pensato alle parole del Papa.
Ho pensato al fatto che finora siamo stati fortunati: a non conoscere cosa vuol dire guerra; ad avere la possibilità di non farci mancare niente di ciò che è necessario; ad avere avuto la possibilità di avere tante cose non necessarie.
Siamo cresciuti e diventati adulti, infatti, in una società che ha anteposto il profitto a ciò che serve, come osservava benissimo oggi Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Il risultato:
- anche se abbiamo i soldi necessari, quando ci serve qualcosa non ce l'abbiamo. Non abbiamo chi fabbrica mascherine, tanto da aver dovuto riconvertire numerose attività perché se ne producessero abbastanza;
- anche se abbiamo le strutture ospedaliere, le abbiamo abbandonate perché "non rendono", così che oggi ci vediamo costretti a spendere dei soldi per poterli riattivare -là, dove possibile- per sopperire all'emergenza sanitaria che nessun Piano Sanitario regionale ha mai preso in considerazione potesse verificarsi. Così è stato in Calabria ma anche in Lombardia (vedi il caso dell'ospedale di Legnano, abbandonato al punto tale che oggi ci vorrebbe un anno di lavori per poterlo riutilizzare, così che si è preferito costruire un reparto nuovo di sana pianta).
Siamo stati fortunati, fino ad oggi, fino a questi giorni tremendi. E quando uno è fortunato, non ha altri pensieri, in fondo, è come i personaggi di "Aspettando Godot": aspettano, incuranti del tempo che passa, stando fermi lì dove sono, ingannando il tempo inventandosi le cose più futili, non credendo a nulla se non all'arrivo di qualcuno che, in verità, non arriverà mai.
Così, la società del progresso, la società che crede di aver raggiunto l'onnipotenza, è in realtà costituita da un insieme di barboni esistenziali, di signorottti-padroni che tengono al guinzaglio i propri servitori che comandano a bacchetta, i quali, dal canto loro, sono ben felici di farlo, rifiutando di pensare con la propria testa, rifiutando di parlare o, quando lo fanno, dimostrandosi incapaci di articolare un ed esprimere un pensiero autonomo.
Una società, la nostra, che non va avanti come crediamo, non progredisce ma, semmai, regredisce. Sì, perché i barboni esistenziali -alcuni dei quali pensano anche al suicidio, così, tanto per avere qualcosa da fare- continuano a rimanere tali, mentre tra il signorotto-padrone e il servitore le distanze si accorciano al punto tale che non c'è più differenza agli occhi degli altri, si appiattiscono uno sull'altro, senza più essere distinti: agli occhi degli altri, uno identifica l'altro. Ma è una simbiosi al ribasso la loro: sia il servitore -il cui nome è Lucky, cioè fortunato- sia il suo padrone (di nome Pozzo, come il pozzo si scienza che si crede essere ogni potente di turno) diventano uno sordo e l'altro cieco.
Così siamo diventati noi fortunati a vivere questa epoca: deboli, vulnerabili nelle nostre "false e superflue sicurezze", che ci hanno resi sordi e ciechi verso la tempesta che stava arrivando e si è materializzata i questi mesi con evidenza tanto drammatica.
Ho pensato alle parole del Papa.
Ho pensato al fatto che finora siamo stati fortunati: a non conoscere cosa vuol dire guerra; ad avere la possibilità di non farci mancare niente di ciò che è necessario; ad avere avuto la possibilità di avere tante cose non necessarie.
Siamo cresciuti e diventati adulti, infatti, in una società che ha anteposto il profitto a ciò che serve, come osservava benissimo oggi Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Il risultato:
- anche se abbiamo i soldi necessari, quando ci serve qualcosa non ce l'abbiamo. Non abbiamo chi fabbrica mascherine, tanto da aver dovuto riconvertire numerose attività perché se ne producessero abbastanza;
- anche se abbiamo le strutture ospedaliere, le abbiamo abbandonate perché "non rendono", così che oggi ci vediamo costretti a spendere dei soldi per poterli riattivare -là, dove possibile- per sopperire all'emergenza sanitaria che nessun Piano Sanitario regionale ha mai preso in considerazione potesse verificarsi. Così è stato in Calabria ma anche in Lombardia (vedi il caso dell'ospedale di Legnano, abbandonato al punto tale che oggi ci vorrebbe un anno di lavori per poterlo riutilizzare, così che si è preferito costruire un reparto nuovo di sana pianta).
Siamo stati fortunati, fino ad oggi, fino a questi giorni tremendi. E quando uno è fortunato, non ha altri pensieri, in fondo, è come i personaggi di "Aspettando Godot": aspettano, incuranti del tempo che passa, stando fermi lì dove sono, ingannando il tempo inventandosi le cose più futili, non credendo a nulla se non all'arrivo di qualcuno che, in verità, non arriverà mai.
Così, la società del progresso, la società che crede di aver raggiunto l'onnipotenza, è in realtà costituita da un insieme di barboni esistenziali, di signorottti-padroni che tengono al guinzaglio i propri servitori che comandano a bacchetta, i quali, dal canto loro, sono ben felici di farlo, rifiutando di pensare con la propria testa, rifiutando di parlare o, quando lo fanno, dimostrandosi incapaci di articolare un ed esprimere un pensiero autonomo.
Una società, la nostra, che non va avanti come crediamo, non progredisce ma, semmai, regredisce. Sì, perché i barboni esistenziali -alcuni dei quali pensano anche al suicidio, così, tanto per avere qualcosa da fare- continuano a rimanere tali, mentre tra il signorotto-padrone e il servitore le distanze si accorciano al punto tale che non c'è più differenza agli occhi degli altri, si appiattiscono uno sull'altro, senza più essere distinti: agli occhi degli altri, uno identifica l'altro. Ma è una simbiosi al ribasso la loro: sia il servitore -il cui nome è Lucky, cioè fortunato- sia il suo padrone (di nome Pozzo, come il pozzo si scienza che si crede essere ogni potente di turno) diventano uno sordo e l'altro cieco.
Così siamo diventati noi fortunati a vivere questa epoca: deboli, vulnerabili nelle nostre "false e superflue sicurezze", che ci hanno resi sordi e ciechi verso la tempesta che stava arrivando e si è materializzata i questi mesi con evidenza tanto drammatica.
Adesso stiamo
combattendo contro un nemico invisibile e, per questo, più
pericoloso. "In
mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli
affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose",
come dice il Papa, pur non potendo muoverci più di tanto
fisicamente, non dobbiamo rimanere fermi ad aspettare né Godot né
nessun altro.
Dobbiamo
darci da fare, rimodulare le nostre priorità e
conseguentemente le nostre scelte, sia nel pubblico che nel privato;
dobbiamo trovare il coraggio di abbandonare l'affannosa ricerca di
onnipotenza e di possesso.
Usiamo
la nostra intelligenza non per ricercare il profitto fine a sé
stesso -che si rivela inutile- o per seguirne -come ciechi- la
logica. Usiamola l'intelligenza, ma per "permettere
nuove forme di solidarietà",
perché per quanto possa essere grande, ricco e potente, nessuno in
questa tempesta si potrà salvare da solo.
08 marzo 2020
TU
T'ho vista ridere, serena e felice,
gioire di piccole cose
con l'entusiasmo di una bambina.
Ho ascoltato la tua voce
ansiosa di raccontare,
calma e dolce nel comprendere.
T'ho vista irrequieta, addormentarti
lasciandoti vincere dalla stanchezza,
e fare chissà quali sogni,
cullata da piccoli vuoti d'attrito.
T'immagino, in viaggio,
sentire il gusto della libertà,
nel vento che ti accarezza
e che ti fa amare la vita.
T'immagino danzare,
muoverti al ritmo di una canzone
che odora di terra d'Africa,
che ha il sapore di un'isola lontana,
oltre l'alba di là dal mare.
T'ho vista diventare isola,
per essere, esistere, in un mare
conosciuto ma estraneo
e riempirti gli occhi del tuo mondo,
nel quale gli altri non sono
che ombre su un muro.
T'ho vista far della tua isola
uno scudo, contro il male che viene
da questa terra ma è costretto
ad arrendersi di fronte al mare.
T'ho vista piangere
al cospetto della santità
e ho voltato le spalle,
per rispetto alla tua intimità,
alle emozioni liquide,
frammenti di segreti, sgorgati
come piccole gocce dal tuo cuore.
T'ho vista, ascoltata, immaginata
e ti vedo, adesso, qui:
sorridi e sei,
semplicemente, tu.
26 gennaio 2020
LE ELEZIONI E I POLITICI IN COMIZIO PERMANENTE EFFETTIVO
Oggi si vota in Calabria ed Emilia Romagna. I media hanno dato risalto per il 95% del loro tempo a quello che succede in Emilia Romagna, regione storicamente "rossa", che rischia di registrare un clamoroso ribaltone da parte della Lega, anche se lì ci saranno le Sardine a provare a mettere il sale sulla coda di Salvini.
In Calabria, invece, di salato c'è sulu 'u mari. Per ammissione degli osservatori più attenti, siamo la regione meno considerata d'Italia, ultima in quasi tutte le classifiche, tranne quella della criminalità: possiamo "vantare" l'organizzazione criminale più pericolosa al mondo.
I giornali si interrogano sulla violazione del silenzio elettorale nella giornata che precede il voto (violato da Salvini con un tweet). La legge attuale sanziona solo le violazioni fatte via radio o in tv, non quello via internet, sui social. Il fatto è che la legge è vecchia e nessuno dei nostri politici ha mai pensato di aggiornarla per un semplice motivo: la campagna elettorale via internet, sui social che pesano sempre di più nella formazione del pensiero degli elettori, è del tutto gratuita.
Se l'attenzione della stampa nazionale è stata rivolta soltanto al Nord (tanto che per qualche emittente straniera si vota solo in Emilia Romagna) è anche e soprattutto per la battaglia quotidiana che si registra sui social network, Twitter in testa. Sul microblog più famoso del mondo, ciascuno di noi può seguire i personaggi (politici e dello spettacolo) o i mezzi d'informazione che più gli aggradano, che sono più in sintonia col suo modo di pensare. Pochi, i più intelligenti, seguono anche chi la pensa diversamente.
Così, quasi senza accorgercene, segui uno oggi e l'altro domani, siamo arrivati ad avere la nostra personale parrocchietta, sì, un luogo dove ognuno...si senti a so' missa.
Questo modo (si potrebbe anche dire questa moda) di seguire ciò che avviene, mostra con ancora maggior evidenza i suoi limiti nel campo della politica e della relativa propaganda. Siamo passati dai politici di lungo corso, in SPE -"Servizio Permnente Effettivo- della Prima Repubblica, ai politici di oggi, che dimostrano di essere in CPE, "Comizio Permanente Effettivo". Un bombardamento quotidiano che ha prodotto come risultato il rincretinimento generale e l'atrofizzazione delle capacità cerebrali di organizzare il pensiero in ognuno di noi (o quasi).
Una volta, in occasione delle elezioni di qualunque livello, i comizi si facevano sui palchi nelle piazze, che conservavano, pertanto, la loro storica funzione sociale. Era un bene, poiché chi era interessato aveva modo di ascoltare le proposte di tutti, per poi decidere secondo i propri principi, la propria coscienza.
Oggi no, i comizi in piazza sono finiti, sostituiti da quelli su Twitter o Facebook giorno dopo giorno, senza soluzione di continuità. Ti vengono recapitati inviti ad incontri con il politico di turno direttamente sul telefono. Sono incontri che si svolgono in luoghi chiusi, generalmente di capienza limitata, che hanno la sola funzione di far verificare al politico di turno la consistenza numerica della propria parrocchietta, del proprio sostegno servile.
E' la politica moderna, si dirà. A me non piace. Non ci si può fare un'idea se si ascolta solo chi ci dirà le cose che ci piace sentirci dire; non puoi decidere se la verità te la raccontano solo da una parte; non saprai mai cosa accade davvero, qual è la verità vera.
Così, andiamo a votare "forti" della nostra verità, convinti -tutti- di fare la scelta giusta. Beh, se si guarda la Calabria negli ultimi quindici anni, non credo di poter dire che abbiamo scelto bene, che abbiamo avuto ragione ad agire così.
In Calabria, invece, di salato c'è sulu 'u mari. Per ammissione degli osservatori più attenti, siamo la regione meno considerata d'Italia, ultima in quasi tutte le classifiche, tranne quella della criminalità: possiamo "vantare" l'organizzazione criminale più pericolosa al mondo.
I giornali si interrogano sulla violazione del silenzio elettorale nella giornata che precede il voto (violato da Salvini con un tweet). La legge attuale sanziona solo le violazioni fatte via radio o in tv, non quello via internet, sui social. Il fatto è che la legge è vecchia e nessuno dei nostri politici ha mai pensato di aggiornarla per un semplice motivo: la campagna elettorale via internet, sui social che pesano sempre di più nella formazione del pensiero degli elettori, è del tutto gratuita.
Se l'attenzione della stampa nazionale è stata rivolta soltanto al Nord (tanto che per qualche emittente straniera si vota solo in Emilia Romagna) è anche e soprattutto per la battaglia quotidiana che si registra sui social network, Twitter in testa. Sul microblog più famoso del mondo, ciascuno di noi può seguire i personaggi (politici e dello spettacolo) o i mezzi d'informazione che più gli aggradano, che sono più in sintonia col suo modo di pensare. Pochi, i più intelligenti, seguono anche chi la pensa diversamente.
Così, quasi senza accorgercene, segui uno oggi e l'altro domani, siamo arrivati ad avere la nostra personale parrocchietta, sì, un luogo dove ognuno...si senti a so' missa.
Questo modo (si potrebbe anche dire questa moda) di seguire ciò che avviene, mostra con ancora maggior evidenza i suoi limiti nel campo della politica e della relativa propaganda. Siamo passati dai politici di lungo corso, in SPE -"Servizio Permnente Effettivo- della Prima Repubblica, ai politici di oggi, che dimostrano di essere in CPE, "Comizio Permanente Effettivo". Un bombardamento quotidiano che ha prodotto come risultato il rincretinimento generale e l'atrofizzazione delle capacità cerebrali di organizzare il pensiero in ognuno di noi (o quasi).
Una volta, in occasione delle elezioni di qualunque livello, i comizi si facevano sui palchi nelle piazze, che conservavano, pertanto, la loro storica funzione sociale. Era un bene, poiché chi era interessato aveva modo di ascoltare le proposte di tutti, per poi decidere secondo i propri principi, la propria coscienza.
Oggi no, i comizi in piazza sono finiti, sostituiti da quelli su Twitter o Facebook giorno dopo giorno, senza soluzione di continuità. Ti vengono recapitati inviti ad incontri con il politico di turno direttamente sul telefono. Sono incontri che si svolgono in luoghi chiusi, generalmente di capienza limitata, che hanno la sola funzione di far verificare al politico di turno la consistenza numerica della propria parrocchietta, del proprio sostegno servile.
E' la politica moderna, si dirà. A me non piace. Non ci si può fare un'idea se si ascolta solo chi ci dirà le cose che ci piace sentirci dire; non puoi decidere se la verità te la raccontano solo da una parte; non saprai mai cosa accade davvero, qual è la verità vera.
Così, andiamo a votare "forti" della nostra verità, convinti -tutti- di fare la scelta giusta. Beh, se si guarda la Calabria negli ultimi quindici anni, non credo di poter dire che abbiamo scelto bene, che abbiamo avuto ragione ad agire così.
14 gennaio 2020
CARTA E MATITA
E' noto che ci sono diversi tipi di matite, sono indicate con sigle e/o numeri diversi secondo la durezza/morbidezza della punta. Come forse avete avuto modo di verificare, non tutte sono in grado di scrivere sullo stesso foglio di carta. Secondo il tipo di grafite, lasciano sulla carta segni diversi, più o meno leggibili.
Ci sono matite che "incontrano" pezzi di carta sui quali si muovono leggere, scorrendo senza difficoltà sulla superficie liscia o più o meno ruvida. Riescono, così, a realizzare capolavori, opere d'arte, sia scritte che grafiche. E non sai mai, non riesci a distinguere se sono merito della matita o della carta o chi ha più merito tra tutte e due.
Ci sono matite, invece, che stentano, che su quello stesso foglio di carta scivolano, lasciando tracce minime, illegibili, che si scolorano subito e si perdono dopo poco tempo. Evidentemente perché per loro (le matite), quel foglio di carta non va bene. Ce ne vuole di un altro tipo.
Ci sono matite, poi, la cui grafite si rompe, indipendentemente dal tipo di carta con cui vengono a contatto, perciò inadatte a qualsiasi uso.
Dall'altro lato, anche la carta non è da meno in quanto a varietà, per cui il discorso fatto sopra può essere visto da un punto di vista ribaltato. I matematici parlerebbero di corrispoondenza biunivoca tra matite e fogli di carta. Se da un lato, infatti, c'è la matita che si rompe, dall'altro c'è la carta sulla quale non si può scrivere, che è inadatta a tale uso.
Ogni matita ha la sua carta, così come ogni carta ha la sua matita. Ma ci sono matite che non avranno mai la loro carta e carta che non avrà mai la sua matita.
Così sono i rapporti umani tra uomo e donna: chi è matita, chi è carta. Insieme possono fare della loro vita un capolavoro, o a vivere insieme possono rivelarsi inadatti.
Ci sono matite che "incontrano" pezzi di carta sui quali si muovono leggere, scorrendo senza difficoltà sulla superficie liscia o più o meno ruvida. Riescono, così, a realizzare capolavori, opere d'arte, sia scritte che grafiche. E non sai mai, non riesci a distinguere se sono merito della matita o della carta o chi ha più merito tra tutte e due.
Ci sono matite, invece, che stentano, che su quello stesso foglio di carta scivolano, lasciando tracce minime, illegibili, che si scolorano subito e si perdono dopo poco tempo. Evidentemente perché per loro (le matite), quel foglio di carta non va bene. Ce ne vuole di un altro tipo.
Ci sono matite, poi, la cui grafite si rompe, indipendentemente dal tipo di carta con cui vengono a contatto, perciò inadatte a qualsiasi uso.
Dall'altro lato, anche la carta non è da meno in quanto a varietà, per cui il discorso fatto sopra può essere visto da un punto di vista ribaltato. I matematici parlerebbero di corrispoondenza biunivoca tra matite e fogli di carta. Se da un lato, infatti, c'è la matita che si rompe, dall'altro c'è la carta sulla quale non si può scrivere, che è inadatta a tale uso.
Ogni matita ha la sua carta, così come ogni carta ha la sua matita. Ma ci sono matite che non avranno mai la loro carta e carta che non avrà mai la sua matita.
Così sono i rapporti umani tra uomo e donna: chi è matita, chi è carta. Insieme possono fare della loro vita un capolavoro, o a vivere insieme possono rivelarsi inadatti.
14 maggio 2019
HA DA PASSA' 'A NUTTATA
Da qualche anno collaboro con l'ITG "A. Righi" di Reggio Calabria -istituto nel quale mi sono formato, umanamente e professionalmente- nel progetto scuola-lavoro, seguendo alcuni studenti e, in particolare, cercando di illustrare loro come trasferire nella professione le conoscenze che hanno acquisito durante questi anni di studio. Quest'anno seguo alcuni studenti di quinto anno, quelli che tra pochi mesi faranno gli esami di maturità.
Attraverso i loro racconti e colloqui coi professori che li seguono nel progetto, mi sono reso conto di una cosa: sono drammaticamente ignoranti.
I programmi d'insegnamento sono stati stravolti, quelle che erano le materie formative e professionali sono ridotte a poco più di un articolo, un titolo di giornale: lo leggono, lo memorizzano giusto per qualche giorno, finché ne parlano in classe, poi se lo dimenticano come se non lo avessero mai fatto.
<<Dobbiamo andare avanti, dobbiamo finire il programma>> è il mantra che si sentono ripetere dai professori. Durante gli anni della mia formazione scolastica non credo di essere mai riuscito -con i miei compagni- a completare l'intero programma. Si faceva di meno, ma quel che si studiava si approfondiva, erano semi che restavano nel terreno, così da poter dare frutto negli anni successivi.
Oggi no, c'è una scuola frettolosa, si corre -come in tutte le faccende della vita di ogni giorno- si ha fretta di finire il programma, non curandosi di ciò che è rimasto nella testa degli alunni.
"'A iatta presciarola faci 'i iattareddhi orbi", dice un detto nostrano. E la scuola presciarola, non può ottenere altro che lo stesso risultato della gatta: i ragazzi saranno nel mondo come iattareddhi orbi, incapaci di saper prendere la direzione nelle loro vite, si fermeranno davanti al primo muro.
La notizia che agli esami di stato sarebbero state fatte loro alcune domande di "cittadinanza" (la vecchia educazione civica), li ha mandati nel panico: non sanno nulla o quasi nulla. A pensarci, è proprio buffo, se pensiamo che siamo governati attualmente da chi per non definirsi "onorevole", preferisce definirsi "cittadino", pensando -erroneamente- che sia un termine meno impegnativo ma che, comunque, serve (anch'esso) a livellare la società, a diminuire la distanza che separa il popolo dalle istituzioni.
Nel libro "Questa nostra Italia", Corrado Augias esamina lo stato della nostra nazione e riguardo alla scuola scrive parole che condivido in pieno e faccio mie:
Attraverso i loro racconti e colloqui coi professori che li seguono nel progetto, mi sono reso conto di una cosa: sono drammaticamente ignoranti.
I programmi d'insegnamento sono stati stravolti, quelle che erano le materie formative e professionali sono ridotte a poco più di un articolo, un titolo di giornale: lo leggono, lo memorizzano giusto per qualche giorno, finché ne parlano in classe, poi se lo dimenticano come se non lo avessero mai fatto.
<<Dobbiamo andare avanti, dobbiamo finire il programma>> è il mantra che si sentono ripetere dai professori. Durante gli anni della mia formazione scolastica non credo di essere mai riuscito -con i miei compagni- a completare l'intero programma. Si faceva di meno, ma quel che si studiava si approfondiva, erano semi che restavano nel terreno, così da poter dare frutto negli anni successivi.
Oggi no, c'è una scuola frettolosa, si corre -come in tutte le faccende della vita di ogni giorno- si ha fretta di finire il programma, non curandosi di ciò che è rimasto nella testa degli alunni.
"'A iatta presciarola faci 'i iattareddhi orbi", dice un detto nostrano. E la scuola presciarola, non può ottenere altro che lo stesso risultato della gatta: i ragazzi saranno nel mondo come iattareddhi orbi, incapaci di saper prendere la direzione nelle loro vite, si fermeranno davanti al primo muro.
La notizia che agli esami di stato sarebbero state fatte loro alcune domande di "cittadinanza" (la vecchia educazione civica), li ha mandati nel panico: non sanno nulla o quasi nulla. A pensarci, è proprio buffo, se pensiamo che siamo governati attualmente da chi per non definirsi "onorevole", preferisce definirsi "cittadino", pensando -erroneamente- che sia un termine meno impegnativo ma che, comunque, serve (anch'esso) a livellare la società, a diminuire la distanza che separa il popolo dalle istituzioni.
Nel libro "Questa nostra Italia", Corrado Augias esamina lo stato della nostra nazione e riguardo alla scuola scrive parole che condivido in pieno e faccio mie:
La scuola detta "democratica" così come è stata applicata è stata, nei fatti, la negazione della democrazia...In una scuola dove erano stati eliminati i criteri di valutazione del merito, dove tutti sono diventati uguali, quelli che hanno sofferto di più sono stati i meno avvantaggiati perché se l'uguaglianza delle opportunità è una conquista, quella dei risultati è una beffa a danno proprio degli svantaggiati che si ritrovano un titolo di studio screditato e inutile, mentre i più agiati, i fortunati, trovano sempre il modo di cavarsela.
La scuola dell'indulgenza, i corsi, i testi, le prove d'esame, organizzate in modo da non affaticare troppo gli allievi, sono il contrario di ciò che la scuola dovrebbe essere (e che è stata), perché l'apprendimento è il lavoro della mente, come ogni altro lavoro costa fatica.
...Se la società è incolta, non legge, non sa parlare né pensare, non se ne preoccupa, non se ne vergogna, se anche la politica dà prova di sciatteria nel linguaggio e nel pensiero, non c'è scuola che possa fungere da rimedio.
...La democrazia è un sistema fragile, di uso delicato, presuppone un buon livello di consapevolezza nei cittadini utenti. Se il numero di chi non riesce a interpretare un articolo di giornale è troppo alto, la democrazia non funziona più, cresce il rischio che un qualunque dottor Dulcamara, venditore di magici elisir, se ne impadronisca.
A questo servivano i partiti politici, quando c'erano. Filtrare le esigenze, mediare i contrastanti interessi, farli arrivare al livello della decisione legislativa depurati dalla spinta più impetuosa e meno ragionevole, quella che non ha tempo per riflettere perché nasce dall'istinto. Nella Costituzione c'è scritto anche questo, proprio all'inizio, [articolo 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" n.d.r.].Si dice sia il risultato del periodo di crisi che stiamo vivendo. Insomma:ha da passa' 'a nuttata. Ma 'a nuttata, cioè la crisi, per sua stessa definizione, è un fenomeno passeggero, tanto che Augias (e io con lui) si chiede:
Forme e limiti. A questo servivano i partiti, finché hanno funzionato, dovevano rispettare le forme e i limiti, mediando le spinte. Oggi che quei partiti sono scomparsi, le spinte arrivano senza forma né limiti, col risultato che vediamo: caos. Quasi ovunque nel mondo, del resto.
….Stiamo solo soffrendo come hanno sofferto molte altre generazioni che ci hanno preceduto. Loro ne sono venuti fuori, ne usciremo anche noi?
26 aprile 2019
03 marzo 2019
24 febbraio 2019
21 gennaio 2019
RAHAF, LA SCINTILLA DELLA LIBERTA'
Basta
poco, anche solo una scintilla, per cambiare la propria vita. La
scintilla di Rahaf è stata il viaggio della sua famiglia dall'Arabia
Saudita al Kuwait. Da lì, il suo coraggio e la sua voglia di libertà
le hanno consentito di eludere la sorveglianza della sua famiglia,
giusto in tempo per salire a bordo di un aereo per la Thailandia. Era
la sua prima tappa verso il futuro.
«Mi
chiamo Rahaf Mohammed, e pubblicherò il mio nome per intero sul
profilo [di Twitter -n.d.r.] se la mia famiglia, l'Ambasciata
Saudita, e l'uomo dell'Ambasciata Kuwaitiana non smetteranno di darmi
la caccia. Ho 20 anni e posso vivere da sola, libera, indipendente da
chiunque non abbia rispettato la mia dignità e non mi abbia
rispettato come donna».
Lo ha fatto mentre era chiusa in una stanza di albergo dell'aeroporto di Bangkok, dove era stata bloccata dalle autorità kuwaitiane allertate dalla famiglia della giovane, la cui maggior paura era quella di essere consegnata prima alle autorità del suo Paese e poi alla sua famiglia, il che avrebbe significato -con molla probabilità- punizioni corporali o, peggio ancora, la sua morte.
Ma Rahaf è stata più forte della paura. In aeroporto le hanno sequestrato il passaporto ma non hanno pensato al suo telefono cellulare. E' stato grazie al suo cellulare che Rahaf ha posto le basi della sua libertà. Ha attivato l'account twitter e ha cominciato a chiedere aiuto al mondo.
Questo suo grido di richiesta di libertà è stato raccolto da Mona Eltahawy -femminista radicale, come si autodefinisce sul suo profilo twitter- giornalista egiziano-americana, attivista molto nota negli Stati Uniti, per la sue campagne quotidiane in difesa dei diritti delle donne e, per questo, altrettanto osteggiata da non poca parte del mondo arabo (i più "gentili" la definiscono la pornostar dai capelli rossi) . Mona Eltahawy ha tradotto in inglese e rilanciato il grido di aiuto di Rahaf.
A supportare la giovane ribelle, è stata anche Sophie McNeill, reporter ed ex corrispondente dal Medio Oriente per la ABC australiana. E' stata lei ad assisterla e incoraggiarla materialmente in quella stanza d'albergo.
Era il 5 gennaio scorso quando tutto ha avuto inizio, ma in Italia il clamoroso gesto di ribellione della giovane Rahaf non ha trovato risonanza sui media, occupati a stordirci con la propaganda del governo giallo-verde, di un ministro che cambia felpe come cambiava divise Mussolini, e di ministri pronti a mettersi in posa per accogliere un terrorista pluriomicida certificato, divenuto una sorta di star.
Rahaf ha fatto appello al Canada, all'Australia e a tutti i governi democratici occidentali. Due giorni dopo, visto il grande coinvolgimento creatosi attorno a questa ragazza, in suo aiuto è intervenuto l'ufficio thailandese dell'UNHCR -il Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (ogni tanto funzionano!)- guidato da Giuseppe de Vincentiis.
In un primo momento la sua richiesta era stata presa in esame dalle autorità australiane, che però ritardavano a decidere. Così, tre giorni più tardi è stato il Canada, il Paese dell'acero, a decidere in pochissime ore di accogliere la giovane Rahaf, la quale è atterrata a Toronto l'11 gennaio, dove è stata accolta -con il mazzo di rose che vedeve nella foto in alto- da Tarek Fatah, scrittore ed editorialista del quotidiano “The Toronto Sun”.
Lo stesso giornalista, il 13 gennaio ha promosso una raccolta fondi, che in pochissime ore ha raccolto 10.273 $ canadesi (poco più di € 6.800). Ha scritto Tarek Fatah:
«Rahaf
Al Qanun ha fatto scalpore per essere l'adolescente coraggiosa e
senza paura che si è barricata in una stanza d'albergo in Thailandia
e si è rifiutata di tornare in aereo in Arabia Saudita. Sfidando la
sua famiglia, il suo governo e TUTTE le probabilità contro di lei,
Rahaf è sbarcata sana e salva in Canada. La sua nuova famiglia
canadese (Ensaf Haider, Tarek Fatah e Yasmine Mohammed) vuole avviare
un fondo per lei. Iniziare una nuova vita senza niente, tranne i
vestiti che ha addosso sarà scoraggiante per questa ragazza di 18
anni, soprattutto perché non è abituata ai rigidi inverni canadesi
(o al prezzo di un cappotto e stivali!).
Se
avete fatto il tifo per Rahaf nella sua ricerca della libertà e
volete continuare a sostenerla, per favore contribuite a questa
campagna.
Questa intera saga ci
ha mostrato tutta la capacità di recupero dello spirito umano. Rahaf
è un'eroina e un esempio per tanti che desiderano essere nei suoi
panni ... e se non fosse per il vostro sostegno, avrebbe potuto
farcela.La vicenda ha avuto il suo lieto fine, Rahaf ce l'ha fatta!
Appena arrivata in Canada ha scritto su Twitter: «Vorrei ringraziare le persone per avermi aiutato a salvare la mia vita. Davvero, non mi ero mai nemmeno sognata tutto questo affetto e questo sostegno. Siete la scintilla che mi ha motivato ad essere una persona migliore.»
Il 15 gennaio, Rahaf ha rilasciato ai media una dichiarazione, nella quale, tra l'altro, afferma:
«Sono
una delle fortunate. So che ci sono donne sfortunate che sono
scomparse dopo aver cercato di fuggire o che non hanno potuto fare
nulla per cambiare la loro realtà. Voglio essere indipendente,
viaggiare, prendere le mie decisioni riguardo l'istruzione, una
carriera, o chi, e quando dovrei sposarmi....
Non
sono stata trattata con rispetto dalla mia famiglia e non mi è stato
concesso di essere me stessa e chi voglio essere. Come sapete, in
Arabia Saudita questa è la situazione per tutte le donne saudite,
eccetto per quelle che sono abbastanza fortunate ad avere genitori
comprensivi. Non possono essere indipendenti e hanno bisogno
dell'approvazione del loro guardiano per tutto. Ogni donna che pensa
di fuggire, o fugge, rischierà di essere perseguitata....
Non
ho potuto dire la mia in nessuna di queste cose. Oggi posso dire con
orgoglio che sono capace di prendere tutte quelle decisioni.
...
Vorrei cominciare a vivere una normale vita privata, proprio come
ogni altra giovane donna che vive in Canada.
...Oggi
e per gli anni a venire, lavorerò a sostegno alla libertà per le
donne nel mondo. La stessa libertà che ho sperimentato dal primo
giorno in cui sono arrivata in Canada.»
La scintilla di Rahaf, quel viaggio in Kuwait, in verità è stata la scintilla che ha fatto esplodere la sua voglia di libertà, l'elemento indispensabile per renderci tutti persone migliori, la sensazione più bella che possiamo sperimentare. Buona vita, Rahaf!
N.B.: foto tratta dal profilo twitter di Rahaf Mohammed https://twitter.com/rahaf84427714?lang=it
12 gennaio 2019
GILETS GIALLI, GILETS ARANCIONI E...PLAIDS 'I LANA
Tempo di proteste, di rivolte, che tali rimangono anche se si tenta di farle passare per rivoluzioni.Come 230 anni fa, ad accendere la miccia sono stati i francesi, con la rivolta dei gilets gialli. Rivendicano l'attuazione di un programma che un tempo sarebbe stato onore e vanta dei socialisti. Ma dopo la presidenza Holland, costellata da una miriade di attentati terroristici, il Partito Socialista Francese s'è quasi dissolto, risucchiato dalla propria inadeguatezza a difendere i francesi.
Da noi, in Italia, la protesta -non è ancora rivolta sociale- ha come simbolo sempre i gilets, ma arancioni. Evidentemente, noi italiani siamo ancora più arrabbiati dei francesi ma molto meno organizzati e compatti.
In questo tempo di proteste, anche Scilla si è adeguata. Ad alzare la voce sono state le donne e precisamente le mamme degli alunni dell'Istituto Comprensivo "Raffaele Piria", che raggruppa elementari e medie.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza è stata la mancata messa in funzione dei riscaldamenti nel plesso della scuola media per mancanza del gasolio. Così, i ragazzi sono rimasti belli al calduccio delle loro case, prolungando le vacanze natalizie e perdendo giorni di lezione.
Quanto accaduto, mi ha fatto tornare alla mente un episodio di oltre trent'anni fa, all'epoca in cui ero un giovane studente del primo anno dell'I.T.G. "A. Righi", a Reggio.
La scuola è un vecchio convento di suore posto in cima alla ventosa collina del Trabocchetto, poi adattato a edificio scolastico.
Capitò che in pieno inverno restammo anche noi senza riscaldamento nelle aule. Era una buona occasione per scioperare, certo. I primi due giorni ci fu qualche protesta, ma quando ci dissero che la mancanza di gasolio si sarebbe prolungata, abbiamo reagito.
Non abbiamo mandato a scuola le nostre mamme a parlare col Preside, no, all'epoca non si usava, come non si usava ricevere telefonate dalle mamme per sapere come stavamo, se faciva friddu o no.
La nostra è stata una "protesta" estremamente civile, altamente rivoluzionaria: per sopperire al freddo dell'inverno, per dieci giorni sono andato a scuola portando nello zaino, con i libri e i quaderni, nu plaid 'i lana. Sì, insieme ai miei compagni, antesignani degli odierni gilets, eravamo i ragazzi ri plaids 'i lana.
I plaids 'i lana ci aiutarono a stare caldi in quell'inverno particolarmente rigido. Per il resto, avevamo già cappotti o giubbotti e sciarpe e, in più, essendo in classe circa una ventina, in pratica parlando ci scaldavamo a vicenda con il nostro fiato.
Pensavo che è buffo, a tanti anni di distanza, dover assistere ancora a proteste per il mancato riscaldamento delle aule. E' ancora più buffo, se si pensa che l'episodio è accaduto subito dopo Natale, cioè pochi giorni dopo aver festeggiato la nascita di un Bambino venuto al mondo in una grotta, "al freddo e al gelo", scaldato dal fiato di un bue e di un asinello.
Non intendo fare del moralismo né impartire lezioni, mi limito ad osservare che tra il dirsi cristiano e il comportarsi da tale, ce ne passa.
Certo, la Sacra Famiglia aveva sicuramente più pazienza di noi comuni mortali che però, ammettiamolo, qualche comodità in più rispetto a duemila anni fa ce l'abbiamo. E poi, a dirla tutta, non è che viviamo in provincia di Bolzano, con temperature (anche di molto) sottozero.
Non credo che le nostre mamme trent'anni fa fossero più incoscienti rispetto a quelle di oggi. Sono queste ultime, anzi, ad essere molto più apprensive rispetto a chi le ha precedute nel ruolo. Così, ubbidendo al proprio istinto materno o alla voglia di rivolta emulativa dei gilets che sfilano in tv o a chissà quale altro ragionamento (entrare nella testa delle donne è difficile, se non impossibile), le mamme scillesi si sono adeguate ai tempi.
Sono convinto che qualche giorno di freddo sia sopportabile, tutto sommato. E poi, per la scuola, il freddo è un alleato: costringe a stare svegli, a non sprecare energie muovendosi e, quindi, a prestare maggiore attenzione.
Invece, i criatureddhi nostri devono stare belli al caldo, non hannu a pigghiari friddu, non sia mai, 'chì sennò carunu malati! Una volta, varda tu chi fissa chi erimu!, si pensava che il freddo temprasse il corpo.
Non è solo una questione di vaccini o no-vax. La verità è che il solo pensiero a dover rinunciare a tali comodità (il riscaldamento non è un diritto, è una comodità), ci fa perdere di vista cose più importanti: meglio qualche giorno di lezione in più con un plaid sulle gambe, che qualche giorno in più a casa a rincoglionirsi giocando col cellulare o i videogames. Perché? Semplicemente perché nel primo caso c'è qualche probabilità in più che s'impari qualcosa di utile per la propria vita.
p.s.: immagine tratta da https://it.depositphotos.com/27922971/stock-photo-red-plaid.html
08 novembre 2018
ELOGIO BREVE DELLA MATITA
Mi sono sempre piaciute le matite, più delle penne.
La penna è da signori, la matita è per i bambini, i giovani.
La penna è per chi è sicuro di sè e non ha paura di sbagliare. Se si sbaglia quando si scrive a penna, è difficile correggersi e si finisce con lo "sporcare" il foglio. La matità è insicura, è per chi ha dubbi, per chi vuole migliorarsi, perché ti lascia il tempo e il modo di correggere gli errori cancellandoli e lasciando il foglio bianco, in ordine.
La penna ha l'inchiostro colorato: una volta c'erano solo le penne dall'inchiostro nero, blu o rosso. Il primo era per i burocrati, il blu per i dotti e gli uomini importanti, quelli che avevano il colore dello stesso sangue, il rosso per le intestazioni o i dati importanti. Poi, sono arrivate le penne multicolor.
Di matite, invece, c'erano quelle rosse/blu, usate dalle maestre per correggere i compiti (gli errori gravi erano segnati in blu, quelli meno gravi erano segnati in rosso) o metter i voti sul quaderno; e c'erano le matite normali, il pezzo di grafite rivestto di legno -il più delle volte di colore giallo o marrone- e sormontato, a volte, da una gomma. Più tardi, il bastoncino di legno è divenuto multicolor (unico elemento in comune con le penne).
La penna è silenziosa, come chi agisce di nascosto. La matita, invece, fa rumore. Mi è sempre piaciuto ascoltare il "suono" della punta di grafite mentre scorre sul foglio, dà l'idea del movimento della mano e, al contempo, del movimento dei neuroni nel cervello, dove si formano le idee che vengono poi trasferite sulla carta, dove prendono forma.
La penna ha una conformazione robusta, una corazza (di plastica o di metallo) e il suo inchiostro scorre liscio, scende in verticale, dritto, senza deviazioni. E' un percorso facile il suo, ma noioso. Quando finisce, l'inchiostro della penna, quasi non te ne accorgi nemmeno. La penna è come una persona che vive la sua vita in modo piatto, nell'anonimato. E' un'esistenza comoda la sua, scorre sul foglio liscia, facile sì, ma di una noia insopportabile.
La matita, al contrario, è esile, un piccolo pezzo di legno che può rompersi o spezzarsi facilmente, al minimo urto. La sua esistenza è legata alla sua fragilità. Usare la matita dà l'dea del tempo che passa, che si consuma piano piano, come la sua punta. Ha una vita travagliata la matita, ma ogni volta che sembra che stia per morire -quando la sua punta è consumata- finisce con l'essere girata e rigirata dentro il temperino. Perde un po' della sua corazza di legno ma ogni volta rinasce, temperata, cioè formata plasmata e, allo stesso tempo temprata, resa più forte e vigorosa, irrobustita. La vita della matita è come quella delle persone semplici, che combattono e si consumano nelle difficoltà di ogni giorno, ma sono capaci di creare meraviglie.
Non a caso, Santa Teresa di Calcutta diceva:
Con la penna puoi soltanto scrivere e, ormai non si usa quasi più, perché il suo posto è stato preso dai computers o dai telefonini.
Con la matita, invece, si può fare di tutto: scrivere, truccarsi, disegnare figure geometriche, nature morte, opere d'arte, su un pezzo di carta come su un muro, creare meraviglie. La matita è lo strumento della cretività umana: quante opere d'arte sono nate da un piccolo pezzo di grafite! Niente e nessuno potrà mai sostituire la creatività umana. Per questo la matita è più viva che mai, difficilmente potrà essere sostituita.
Immagine tratta da: https://www.gaservices.it/shop/gadget/penne/personalizzazione-a-colori-matita-mod-pd057-100-pz/
La penna è da signori, la matita è per i bambini, i giovani.
La penna è per chi è sicuro di sè e non ha paura di sbagliare. Se si sbaglia quando si scrive a penna, è difficile correggersi e si finisce con lo "sporcare" il foglio. La matità è insicura, è per chi ha dubbi, per chi vuole migliorarsi, perché ti lascia il tempo e il modo di correggere gli errori cancellandoli e lasciando il foglio bianco, in ordine.
La penna ha l'inchiostro colorato: una volta c'erano solo le penne dall'inchiostro nero, blu o rosso. Il primo era per i burocrati, il blu per i dotti e gli uomini importanti, quelli che avevano il colore dello stesso sangue, il rosso per le intestazioni o i dati importanti. Poi, sono arrivate le penne multicolor.
Di matite, invece, c'erano quelle rosse/blu, usate dalle maestre per correggere i compiti (gli errori gravi erano segnati in blu, quelli meno gravi erano segnati in rosso) o metter i voti sul quaderno; e c'erano le matite normali, il pezzo di grafite rivestto di legno -il più delle volte di colore giallo o marrone- e sormontato, a volte, da una gomma. Più tardi, il bastoncino di legno è divenuto multicolor (unico elemento in comune con le penne).
La penna è silenziosa, come chi agisce di nascosto. La matita, invece, fa rumore. Mi è sempre piaciuto ascoltare il "suono" della punta di grafite mentre scorre sul foglio, dà l'idea del movimento della mano e, al contempo, del movimento dei neuroni nel cervello, dove si formano le idee che vengono poi trasferite sulla carta, dove prendono forma.
La penna ha una conformazione robusta, una corazza (di plastica o di metallo) e il suo inchiostro scorre liscio, scende in verticale, dritto, senza deviazioni. E' un percorso facile il suo, ma noioso. Quando finisce, l'inchiostro della penna, quasi non te ne accorgi nemmeno. La penna è come una persona che vive la sua vita in modo piatto, nell'anonimato. E' un'esistenza comoda la sua, scorre sul foglio liscia, facile sì, ma di una noia insopportabile.
La matita, al contrario, è esile, un piccolo pezzo di legno che può rompersi o spezzarsi facilmente, al minimo urto. La sua esistenza è legata alla sua fragilità. Usare la matita dà l'dea del tempo che passa, che si consuma piano piano, come la sua punta. Ha una vita travagliata la matita, ma ogni volta che sembra che stia per morire -quando la sua punta è consumata- finisce con l'essere girata e rigirata dentro il temperino. Perde un po' della sua corazza di legno ma ogni volta rinasce, temperata, cioè formata plasmata e, allo stesso tempo temprata, resa più forte e vigorosa, irrobustita. La vita della matita è come quella delle persone semplici, che combattono e si consumano nelle difficoltà di ogni giorno, ma sono capaci di creare meraviglie.
Non a caso, Santa Teresa di Calcutta diceva:
Sono come una piccola matita
nelle Sue mani, nient'altro.
È Lui che pensa.
È Lui che scrive.
La matita non ha nulla
a che fare con tutto questo.
La matita deve solo
poter essere usata.
nelle Sue mani, nient'altro.
È Lui che pensa.
È Lui che scrive.
La matita non ha nulla
a che fare con tutto questo.
La matita deve solo
poter essere usata.
Con la penna puoi soltanto scrivere e, ormai non si usa quasi più, perché il suo posto è stato preso dai computers o dai telefonini.
Con la matita, invece, si può fare di tutto: scrivere, truccarsi, disegnare figure geometriche, nature morte, opere d'arte, su un pezzo di carta come su un muro, creare meraviglie. La matita è lo strumento della cretività umana: quante opere d'arte sono nate da un piccolo pezzo di grafite! Niente e nessuno potrà mai sostituire la creatività umana. Per questo la matita è più viva che mai, difficilmente potrà essere sostituita.
Immagine tratta da: https://www.gaservices.it/shop/gadget/penne/personalizzazione-a-colori-matita-mod-pd057-100-pz/
16 settembre 2018
PI ‘N PICCATURI, SI PERDI ‘NA NAVI
Stavolta, mi riferisco alla Delibera
adottata dalla Commissione Straordinaria lo scorso 1 Agosto, con la quale è
stato decisa l’immediata restituzione, da parte della Polisportiva San Filippo
Neri, del campo sportivo comunale.
Nel novembre del 2010, con apposita
convenzione, l’Associazione Polisportiva Dilettantistica “Oratorio San
Filippo Neri” –Circolo Parrocchiale di Scilla, aveva ricevuto in comodato d’uso
gratuito la maggiore struttura sportiva cittadina.
L’intento, ovviamente, era ed è
stato in tutti questi anni- di coinvolgere i tanti bambini e giovani scillesi
nella pratica dell’attività sportiva. Naturalmente, credo che a nessuno sfugga
l’utilità sociale che un’attività sportiva svolga all’interno di una comunità,
pertanto non mi soffermerò più di tanto in merito.
Una cosa, però, mi tocca dirla: nel 1984 entrai a far parte di una piccola società calcistica, l’”A.S. Scilla Calcio”, costituita da un gruppo di giovani poiché, all’epoca, oltre la Scillese –squadra militante in seconda categoria- non esisteva una società sportiva che si prendesse cura di bambini e giovani. Gli stessi fondatori, tra l’altro, erano loro stessi il frutto di un’attività calcistica giovanile, svolta a metà degli anni ‘70. A dieci anni di distanza, dunque, loro riproposero lo stesso modello di educazione sportiva e non solo. Due anni più tardi, nel 1986, l’”A.S. Scilla Calcio” partecipò a un torneo calcistico giovanile a livello nazionale che si svolse a Torino, riscuotendo unanime apprezzamento e simpatia e permettendo a uno dei giovani componenti della squadra, di essere selezionato per entrare a far parte di una società di serie A. Quel ragazzo divenne calciatore professionista e oggi fa ancora l’allenatore. Se uno solo riuscì a coronare il sogno di diventare calciatore, tutti riuscimmo a divertirci e a vivere quell’esperienza con un entusiasmo e una serietà che viene ricordata ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni. Sì, perché quella trasferta, quell’esperienza è rimasta unica, mai replicata da parte di altre società calcistiche scillesi.
Una cosa, però, mi tocca dirla: nel 1984 entrai a far parte di una piccola società calcistica, l’”A.S. Scilla Calcio”, costituita da un gruppo di giovani poiché, all’epoca, oltre la Scillese –squadra militante in seconda categoria- non esisteva una società sportiva che si prendesse cura di bambini e giovani. Gli stessi fondatori, tra l’altro, erano loro stessi il frutto di un’attività calcistica giovanile, svolta a metà degli anni ‘70. A dieci anni di distanza, dunque, loro riproposero lo stesso modello di educazione sportiva e non solo. Due anni più tardi, nel 1986, l’”A.S. Scilla Calcio” partecipò a un torneo calcistico giovanile a livello nazionale che si svolse a Torino, riscuotendo unanime apprezzamento e simpatia e permettendo a uno dei giovani componenti della squadra, di essere selezionato per entrare a far parte di una società di serie A. Quel ragazzo divenne calciatore professionista e oggi fa ancora l’allenatore. Se uno solo riuscì a coronare il sogno di diventare calciatore, tutti riuscimmo a divertirci e a vivere quell’esperienza con un entusiasmo e una serietà che viene ricordata ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni. Sì, perché quella trasferta, quell’esperienza è rimasta unica, mai replicata da parte di altre società calcistiche scillesi.
Le motivazioni poste alla base della decisione dei Commissari, sostanzialmente, consistono nel mancato riscontro “agli articolati adempimenti” cui la Polisportiva era chiamata dalla convenzione stipulata e segnatamente nella mancata esecuzione di opere di ristrutturazione (in gran parte eseguite due anni fa dal Comune con finanziamenti pubblici), nel mancato pagamento della TARI per l’anno 2017 e, infine, nell’asserita mancanza di riscontro degli investimenti sostenuti dalla Polisportiva (in cambio dei quali era stata attuata una franchigia di cinque anni, fino al 2015, sul pagamento delle tasse relative alla TARI e alla fornitura idrica). Tali inadempienze, a norma della convenzione, giustificano la restituzione dell’impianto sportivo al Comune.
Non entro nel merito della questione
legale, anche se –oltre alla preliminare questione della titolarità del campo
sportivo (tuttora irrisolta), sulla quale si potrebbe scrivere un romanzo che
non ha ancora una fine- leggendo la convenzione, quel che salta all’occhio è
che quanto previsto nel contratto stipulato, va ben oltre il semplice comodato
d’uso comunemente inteso e definito dalle norme vigenti.
La domanda che mi pongo è: pur in
presenza delle contestate inadempienze, davvero non c’era un’altra soluzione,
che consentisse di salvaguardare lo svolgimento dell’attività sportiva?
La verità è che le vicende inerenti
l’impianto sportivo comunale erano state attenzionate dalla Commissione
d’indagine prefettizia, tanto che nella relazione del Prefetto di Reggio
Calabria allegata al D.P.R. che ha disposto lo scioglimento del consiglio
comunale cittadino ed ha nominato i componenti della Commissione Straordinaria,
era scritto:
«Per quanto concerne la gestione
degli impianti sportivi e' da evidenziare che il campo da calcio, nonostante
sia in uso, non appare dotato dei nulla osta e delle autorizzazioni previste
dalla legge.»
Ancora più esplicitamente, nella
relazione del Ministro dell’Interno allegata allo stesso D.P.R. è evidenziato:
«…è
altresi' significativa la circostanza che il locale campo di calcio e'
stato concesso in
comodato d'uso -in assenza della necessaria
certificazione di agibilita'
prescritta dall'art. 80 T.U.L.P.S. - ad un'associazione
dilettantistica, mentre di fatto e'
gestito da altra associazione sportiva che annovera tra i suoi amministratori
soggetti che, per frequentazioni
e/o parentele, sono affiliati o
riconducibili alla locale criminalita' organizzata.»
Ora, nei
confronti dei soggetti cui si riferisce la relazione non risulta siano stati
presi provvedimenti. Nulla mi risulta, finora, essere stato fatto per ottenere
la certificazione di agibilità dell’impianto sportivo, dopo oltre trent’anni.
Per risolvere il problema, si è finito col vietare l’utilizzo della struttura
alla Polisportiva, contestandole le semplici inadempienze di cui sopra.
Davanti a
questa vicenda, mi torna in mente un detto nostrano: pi ‘n piccaturi, si
perdi ‘na navi. Per colpa di uno o,
comunque, pochi “peccatori”, peraltro identificabili e già identificati dalle
autorità e, quindi, isolabili dal contesto in cui operavano, si è finito col
perdere la nave che, invece, era lo strumento che poteva contribuire a salvare
molti giovani scillesi, instradandoli verso sentieri certamente lontani dal
mondo criminale e dal “fascino” che esso possa esercitare sulle menti e le
personalità di bambini ed adolescenti. Sì, perché per la presenza di uno o più
soggetti riguardo ai quali emergono elementi che li fanno ricondurre alla
criminalità organizzata, si è finito col criminalizzare un’intera associazione,
peraltro riconducibile alla Parrocchia. Invece di togliere le mele marce, si è
preferito tagliare l’intero albero. Insomma, con l’acqua sporca, si è buttato
pure il bambino, o meglio, i bambini e i giovani che usufruivano dell’opera di
un’associazione retta essenzialmente sul volontariato.
Viviamo in
un tempo in cui ogni giorno sentiamo parlare di navi che salvano clandestini,
quindi soggetti non regolari dal punto di vista burocratico-amministrativo, ma
pur sempre esseri umani, che hanno come loro primo diritto quello di vivere.
A Scilla
l’applicazione cieca delle norme ha portato alla perdita di una
nave –quella della Polisportiva- la cui funzione educativa era per molti
versi fondamentale e insostituibile ma, soprattutto, alla perdita dei
“clandestini” –bambini e giovani- che ne avevano fatto il loro rifugio
sociale. Da questo punto di vista, la Commissione Straordinaria, ha dimostrato
di essere lontana dalla realtà in cui si trova ad operare.
Che il campo
sportivo fosse privo dell’agibilità, l’avrebbe dovuto sapere il Comune prima di
concedere la struttura in comodato. In ogni caso, si tratta di adempimenti
burocratici non certo impossibili e che possono essere eseguiti in tempi
ragionevolmente limitati. Inoltre, in attesa di ottenere l’agibilità, si
sarebbe comunque potuto consentire alla Polisportiva di continuare ad
utilizzare la struttura per gli allenamenti, considerando che i campionati cui
partecipavano i ragazzi inizieranno non prima del prossimo ottobre. C’era tutto
il tempo –da agosto fino a ottobre- di risolvere il problema “agibilità”.
Le inadempienze contestate, poi, sono tutte regolarizzabili con poco:
- rateizzare
il pagamento di un anno di TARI non è impresa impossibile, tanto che viene
fatto con tanti cittadini morosi;
- concedere
un termine entro cui dimostrare, carte alla mano, che di investimenti per
garantire le migliori condizioni di svolgimento della propria attività sociale,
la Polisportiva ne ha fatti certamente. Bastava che i Commissari –che sono
arrivati a fine marzo scorso- fossero saliti a dare un’occhiata durante gli
allenamenti dei ragazzi;
- riguardo
alla mancata ristrutturazione dell’impianto sportivo, basta ricordarsi com’era
diventato il campo otto anni fa e come, invece, si presenta adesso.
Insomma,
c’erano tutte le condizioni per trovare ed attuare una soluzione indolore al
problema.
E’ vero, la
legge che regola la loro presenza nelle istituzioni locali è una legge
preventiva, il cui scopo è quello di evitare condizionamenti mafiosi; è vero, i
Commissari agiscono sulla base della particolare “agenda” dettata loro dal
Ministero dell’Interno. E’ altrettanto vero, però, che dietro quei “punti
d’agenda” ci sono persone, c’è una comunità intera che non può essere
danneggiata oltre che dalla presenza di organizzazioni mafiose, anche da quella
Legge che, invece, da quelle organizzazioni avrebbe dovuto difenderla. E' amaro
dirlo, ma da decisioni come questa, Scilla si ritrova oggi ulteriormente
danneggiata. Le conseguenze che ciò provoca possono essere dirompenti e il
pericolo reale, specie se valutato nel lungo periodo, è quello di finire con lo stravolgere completamente
la corretta percezione dell’amministrazione pubblica da parte dei cittadini.
Dio ce ne scampi.
N.B.:
immagine tratta da http://www.gamesblog.it
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