31 gennaio 2009

CHE NE SARA' DELL'A3: NON SO PIU' A CHI CREDERE

Pigghiamu sciatu. La Statale 18 tra Scilla e Villa San Giovanni è stata riaperta nel pomeriggio, così almeno i camion per la Sicilia avranno un percorso alternativo dove... fare la fila.
La situazioni frane è ancora pisanti, vista la forte preoccupazione che suscita lo stato della collina che sovrasta la provinciale per Melia; i disagi della popolazione continuano, tanto da essere in piena emergenza sanitaria (l'ospedale è stato irraggiungibile) e commerciale (negozi a secco di rifornimenti).
A menzu a tuttu 'stu panegiricu, c'è qualcosa che prosegue: i lavori di "ammodernamento" della "A3".
Apprufittandu della chiusura forzata, i lavori hanno subito quasi un'accelerazione, alla faccia delle preoccupazioni manifestate un po' da tutti circa la situazione idrogeologica delle nostre contrade.
Cominciano infatti a farsi sentire i cori, le urla, di chi grida al disastro idrogeologico, aggravato se non in qualche caso provocato dall'esecuzione di questi lavori, in uno dei tratti più delicati dell'intera penisola 'taliana.

E' veru, non si può negari: una morfologia come quella della Costa Viola, caratterizzata da costeri e vaddhuni ripidi, stritti e longhi, di certu non favorisci il passaggio di una via di comunicazioni importanti comu una nuova autostrada, se non a costi altissimi e con l'obbligo di dover in qualche maniera turbare un equilibrio idrogeologico già piuttosto precario pi natura.

Nonostanti tuttu, nel nome del progressu, s'è andato avanti. Ora però, u carru ccuminciau a 'mpuntari.

A quanto denunciato dal Segretario provinciale del PDCI
Ivan Tripodi -e riportato anche dagli organi d'informazione- il Consorzio Scilla -varda casu!- è stato sciolto. Ciò significa chi gli operai saranno mandati a' casa e che i lavuri subiranno uno stop, nonostante le continue assicurazioni ru Guvernu, che ha ribadito che i lavuri sono completamente finanziati.
Intantu, pochi giorni fa, dopo un incontro con i responsabili del progetto che stazionano al campo base di Scirò, c'è stato detto che il progetto riguardante lo svincolo scigghitanu è ancora allo studio. Ancora? E chi nci hannu a studiari, dopu quattr'anni di tiritera infinita?

In ogni casu, finu o' svinculu, i lavori continuano.


Tri anni arretu, c'era stato più volte ed in più occasioni assicurato che la corsia Sud -direzione Reggio- sarebbe rimasta intoccata. L'amministrazione comunale, ci aveva detto che dopo numerose iati a Roma, il Ministero aveva valutatu positivamenti l'idea scigghitana, di riservare detta corsia Sud a strada di collegamento tra i pianori della Fronte, S. Stefano, Ieracari, Utra e Pacì. Min...a! Megghiu chi "Sulle strade della California"!


Passunu ddu' anni e, mentre Impregilo e company fannu terra chiana nella Piana, disstruggendu il distruggibili, l'assessore regionale all'urbanistica Michelangelo Tripodi -stesso nomu e stesso partito dell'omonimo di prima- nel nome dell'ambientalismo più spinto, ha un'ideona, ribadita con forza non più di due mesi fa: perché non lasciare che una carregiata della vecchia autostrada funga da collegamento intercomunale per tutti i centri da Palmi a Scilla (venendo quindi incontro alla vecchia proposta scigghitana).
E l'altra carreggiata? Semplice: sarà trasformata nella più grande centrale solare calabrisi mediante l'installazione di pannelli solari. Si eviterebbe la demolizione delle vecchie strutture, con una spesa di circa 40 milioni di euri. Arimin...a!

Ora, non pi fari a chiddhu chi rumpi sempri l'ova nto panaru ma, vi 'mmaginati nu nastru di pannelli solari longu circa 30 km, da Palmi a Scilla? Sicundu vui non si viri? Sicundu mia, rifletterebbiru u suli finu a Milazzu! Se la soluzioni energetica è ottima, che dobbiamo diri dell'impatto ambientali? L'apparecchiatura necessaria sarebbe un pugnu nto somucu longu 30 km.
E' giustu ricurdari chi l'assessori regionali, è 'u stessu che, secondo quanto riferito dal Sindaco in una recente intervista, ha fatto modificare il progetto del progettando ascensore da Piazza S. Rocco a Marina. In un primo momento, le due cabine erano state previste "con vista" sulla spiaggia delle Sirene e sullo Stretto ma, sicundu l'assessore, potrebbero avere un impatto negativo sull'ambiente. Pirciò, l'ascensore, dicono, sarà intubato. Intubatu? Aundi, nta rocca?

Mi domandu: dannu cchiù all'occhiu 30 km di specchi o ddui cabini d'ascensori?


Insomma, parrasìi, parrasìi, sulu parrasìi. 'A virità vera, chi virimu sutta all'occhi, l'ho fotografata giustu stamatina: datinci 'n'occhiata: finu o' svinculu, la carreggiata Nord della "A3" è già smuntata!
Avi tri anni chi ndi incunu a chiacchiri e tabbaccheri 'i lignu: comu riciva 'na canzuna di Antonacci,

Tutti dicono le stesse bugie

tutti parlano non sanno ascoltare
Non puoi vivere una vita così
non so a chi credere
non so se credere
confuso e schiavo di
di chi non sa decidere*
*N.B.:[da Non so più a chi credere -di Biagio Antonacci, dall'album "Liberatemi", 1992]

Eh, già, non so più a chi credere, se non a quel che vedo.

30 gennaio 2009

NTA SURICERA ,SENZA ...FURMAGGIU

Altra giornata difficile. E le previsioni diramate dalla Protezione Civile non sono buone. Nei prossimi giorni, soprattutto domenica, vi saranno ancora forti piogge.
Anche oggi ha continuato a piovere e alle strade chiuse al traffico, si è aggiunta anche la Provinciale "Scilla-Melia".
Infatti, all'altezza della prima curva, in località "Fontanella", è a rischio distacco completo una parte della collina, con relativo muro di sostegno. Il rischio, è quello che tutto questo materiale finisca col riversarsi nel sottostante vallone Livorno, andando a finire anche sui viadotti della "A3".
Gli stessi viadotti, o meglio, i piloni che li sorreggono, sono messi a dura prova dall'altro movimento franoso verificatosi sopra Cannitello, che già ieri ha comportato la chiusura dell'autostrada in direzione Reggio.
L'unica via percorribile era la S.S. 18 in direzione Villa S. Giovanni ma anche qui, tra Scilla e Santa Trada, nella notte c'è stata un'altra frana che ne ha comportato l'interruzione.

Il risultato è che Scilla è un paese semi isolato:
nelle edicole, non c'erano i giornali, in quanto la loro distribuzione è stata praticamente impossibile; in tutti i negozi di generi alimentari, è mancata la solita fornitura di pane proveniente dai paesi vicini (Melia, Villa, ecc.); i commercianti han dovuto prendere un giorno di "ferie forzate", non potendosi recare nei mercati per l'usuale rifornimento di pesce, ortaggi, frutta. Insomma: simu nta suricera e puru senza....furmaggiu!

'Na cosa bona però, nci fu: il blackout di ieri sera è stato superato, la luce nelle case di gran parte del paese è tornata solo dopo circa cinque ore,
quando ormai la fredda resistenza dei congelatori stava per cedere.

L'unica via di collegamento percorribile è la vecchia strada ferrata, nella speranza che la situazione non peggiori ulteriormente.
Meglio fare gli scongiuri e tuccari ferru (chiddhu ri binari).

29 gennaio 2009

'NA SURICERA A CIELO APERTO

Manch' i cani chi iurnata!

E' da poco trascorso il centenario del sisma del 1908 -che ancora comunque viene ricordato con mostre e manifestazioni- ma, inveci ru terremotu -che tutti abbiamo in qualche modo esorcizzato- sembra che sulla Calabria e sulla provincia riggitana si stia abbattendo di tutto, comu pi 'na speci di leggi del contrappasso nostrana.

Iorna e iorana di pioggia senza sosta, ci hanno messo in ginocchio. Aundi ndi vutamu e ndi giramu, è tuttu 'na frana: pi Bagnara, oramai ndi cacciammu u viziu puru mi pinsamu mi iamu; da qualche giorno, non 'rrivamu mancu a Favazzina, pirchì si varau menzu costone appena sutta 'a Nucareddha, precisamente nella zona della scalinata 'i Sutt' o' Serru (vedi foto).


Da ieri sera alle 22, è chiuso anche il transito sulla "A3", dallo svincolo di Scilla in direzione Reggio. In questo caso non c'è stata una frana -almeno non ancora- ma ovvi motivi di prudenza, dopo quel che è successo nel tratto cosentino della stessa autostrada, hanno portato il Prefetto a questa decisione, una volta che si è verificato il precario equilibrio di un tratto delle nostre montagne.

La viabilità alternativa -oltre la S.S. 18 intasata- è rappresentata dalla provinciale che sale a Melia per poi scendere a Campo Calabro, ma puru 'sta strata ha i suoi problemi: nella sola giornata di oggi, all'altezza ra "Funtaneddha" -poco sopra l'acquedotto- il terreno si è "varato" per ben due volte. Per domani è atteso un sopralluogo dei tecnici della Provincia: cosa potranno mai fare?

A questo quadro, si aggiungono anche i lavori in corso sulla "A3": nel nostro tratto, è in corso lo smontaggio delle travi dei viadotti, con conseguenti rallentamenti del traffico quotidiano da Ieracari al paesello.

Oggi, per andare a Reggio si è impiegato qualcosa come due ore! due ore! E' una situazione al limite della sopportazione umana.

Per le strade di Scilla sembrava fosse il pomeriggio del giorno di Pasquetta, quandu pi calari ra chiazza a' Marina ci s'impiega menz'ura.

La stessa cosa si è verificata in tutta la provincia: ieri le pagine della cronaca locale della "Gazzetta del Sud" sembravano il bollettino della Protezione Civile.

E' in momenti come questi che ci si accorge di quanto sia facile rimanere "intrappolati" come topi in trappola, sì nta suricera.
Ma è 'na suricera speciali, a cielo aperto, il cielo pulito, tipico delle giornate di tramontana.
Ddhà tramuntana sicca, chi ti trasi nta l'ossa, che fa sembrare la Sicilia e le isole Eolie ancora più vicine di quanto non lo siano. Che ti fa pensare: ma chi bisognu nc'è mi fannu 'u ponti? Tanto, pare che basta quasi allungare la mano per toccare Punta Faro.

La stessa domanda -ma chi bisognu c'è mi fannu 'u ponti?- mi veni vardandu tutti ddhi machini, ddhi autotreni, fermi, incolonnati per chissà quanto lungo quella tortuosa vineddha che è la vecchia, scassata, Statale 18.
Lo so che non è così, ma mi pari chi il numero (18) non indica più il progressivo delle arterie di traffico nazionali, ma le prime due cifre dell'anno in cui è stata sparmentata: 18.., quandu ancora si caminava ch' i scecchi!

L'unica cosa positiva è che anche oggi è passato e, a parte gli enormi disagi, non ci sono state conseguenze o problemi di altro tipo. Possiamo tirare un respiro di sollievo: fiuuuù!

Per poco però: perché in serata -ore 20:30 circa- pari a causa di lavori di manutenzione della rete elettrica da parte dell'Enel, che naturalmente non sono stati comunicati in nessun modo, 'i casi 'i menzu paisi (o quasi) ristaru o' scuru all'improvviso: e cusì, nci fu cu' brusciau 'u computer e cu' brusciau 'u piscistoccu ch'i patati e ristau puru a ddiunu e mortu 'i fami!

20 gennaio 2009

OBAMA: COSTRUIAMO LA LIBERTA' DEL FUTURO

Barack Obama è il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America.

Tanti sono stati e saranno i commenti al discorso di inaugurazione. Un discorso che ha illustrato al mondo la nuova visione americana del tempo in cui viviamo. Un tempo pieno di sfide, da affrontare nella consapevolezza storica di un cammino che non si è mai interrotto, nemmeno davanti alle più grandi avversità.

Un cammino che prosegue oggi, dopo le grandi conquiste del passato, illuminato da quegli ideali che hanno permesso di costruire una grande nazione che è stata -e vuole continuare a essere- una guida per il mondo intero.

Ideali cui gli uomini, le donne, i bambini, di ogni razza, religione o credo politico -la nuova generazione- devono ispirarsi, forti delle loro diversità, per uno scopo comune: trasmettere la libertà, il dono più bello che Dio ci ha donato, alle generazioni future.

Senza dilungarmi oltre, nella convinzione che sia un messaggio rivolto anche alle nuove generazioni di tutto il mondo -e quindi anche a noi italiani- ho pensato che la cosa migliore fosse quella di tradurre il discorso d'insediamento, il cui testo ho tratto dalla trascrizione fatta da CQ Transcriptions, pubblicata dal sito del New York Times

* * * *

Miei concittadini: sono qui oggi umile nell'incarico che abbiamo davanti, grato per la fiducia che mi avete accordato, memore dei sacrifici fatti dai nostri antenati.

Ringrazio il Presidente Bush per il suo servizio alla nazione.... così come per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante la transizione.

Quarantaquattro americani hanno ora prestato il giuramento presidenziale.

Le parole sono state pronunciate durante le maree montanti della prosperità e le calme acque della pace. Ancora, troppo spesso il giuramento è prestato nel bel mezzo dell'addensarsi di nubi e tempeste che infuriano. In questi momenti, l'America è andata avanti non semplicemente per via della capacità o della visione di coloro che avevano alti incarichi, ma perché Noi il Popolo siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e fedeli ai nostri documenti costituenti.

Così è stato. Così dovrà essere con questa generazione di Americani.

Che siamo nel mezzo della crisi adesso è ben noto. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e odio che viene da lontano. La nostra economia è fortemente indebolita, una conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità da parte di alcuni ma anche il nostro fallimento collettivo nel fare scelte difficili e preparare la nazione per una nuova generazione.

Case sono andate perse, posti di lavoro persi, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole sono troppo insufficienti, e ogni giorno porta prove sempre maggiori che i modi in cui usiamo l'energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.

Questi sono gli indicatori della crisi, destinati alle statistiche. Meno misurabile, ma non meno profondo, è un fiaccarsi della fiducia nel nostro paese; una fastidiosa paura che il declino dell'America sia inevitabile, che la prossima generazione dovrà diminuire i suoi interessi.

Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali, sono serie e sono molte. Non si farà loro fronte facilmente o in un breve periodo di tempo. Ma sappi questo America: faremo loro fronte.

In questo giorno, siamo riuniti perché abbiamo scelto la speranza alla paura, l'unità d'intento al conflitto e alla discordia.

In questo giorno, arriviamo a proclamare la fine dei piccoli motivi di lagnanza e delle false promesse, le recriminazioni e i logori dogma che troppo a lungo hanno soffocato la nostra politica.

Restiamo una nazione giovane, ma nelle parole della Scrittura, è venuto il tempo di mettere da parte le cose infantili. E' venuto il tempo per riaffermare il nostro spirito durevole; scegliere la nostra storia migliore; portare avanti quel dono prezioso, quella nobile idea, passati di generazione in generazione: la promessa che Dio ci ha dato che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità di inseguire la loro piena misura della felicità.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, comprendiamo che la grandezza non è mai un dono. Deve essere guadagnata. Il nostro viaggio non è mai stato di scorciatoie o preparato per poco.

Non è stato il sentiero per i leggeri di cuore, per quelli che preferiscono il tempo libero al lavoro, o cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.

Piuttosto, è stato chi ha preso dei rischi, chi ha agito, chi ha fatto delle cose -alcune celebrate, ma più spesso uomini e donne che hanno lavorato nell'ombra- che hanno portato avanti il lungo, vigoroso cammino verso la prosperità e la libertà.

Per noi, loro hanno impacchettato i loro pochi averi e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita. Per noi, hanno faticato nelle fabbriche di sudore e sistemato il West, resistito alla sferzata della frusta e arato la dura terra.

Per noi, hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg; la Normandia e Khe Sahn.

Nel tempo questi uomini e donne hanno lottato, si sono sacrificati e hanno lavorato fino a scorticarsi le mani così che noi possiamo vivere una vita migliore. Hanno visto l'America più grande della somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita o ricchezza o fazione.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Restiamo la più prosperosa, potente nazione sulla Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi di quando questa crisi ha avuto inizio. Le nostre menti non hanno meno inventiva, i nostri beni e servizi non sono meno bisognosi di quanto fossero la scorsa settimana o il mese scorso o lo scorso anno. La nostra capacità rimane intatta. Ma il nostro tempo del non mutare posizione, di proteggere interessi limitati ed emettere decisioni spiacevoli- quel tempo è sicuramente passato.

A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, toglierci di dosso la polvere, e cominciare di nuovo a lavorare per rifare l'America.

Poiché ovunque guardiamo, c'è del lavoro da fare.

Lo stato della nostra economia ci chiama all'azione: coraggiosi e rapidi. E agiremo non solo per creare nuovi posti di lavoro ma per gettare le nuove basi per la crescita.

Costruiremo le strade e i ponti, le griglie elettriche e le linee digitali che alimentano il nostro commercio e ci tengono uniti.

Rimetteremo la scienza al suo giusto posto e maneggeremo i prodigi della tecnologia per aumentare la qualità della cura della salute...e abbassare i suoi costi.

Utilizzeremo il sole e i venti e il suolo per far camminare le nostre automobili e condurre le nostre fattorie. Trasformeremo le nostre scuole e i licei e le università per andar incontro alle richieste della nuova generazione.

Tutto questo possiamo fare. Tutto questo faremo.

Ora, ci sono alcuni che mettono in dubbio la scala delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi grossi piani. Hanno memoria corta, poiché hanno dimenticato cosa questo paese ha già fatto, cosa gli uomini e le donne libere possono raggiungere quando all'immaginazione si unisce lo scopo comune e la necessità al coraggio.

Quel che i cinici difettano di comprendere è che il terreno sotto di loro ha cambiato direzione, che le stantìe argomentazioni politiche che ci hanno consumato per così tanto, non si applicheranno più.

La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona, se aiuta le famiglie a trovare lavori con un salario decente, cure che possano affrontare, una pensione che sia dignitosa.

Dove la risposta è sì, intendiamo andare avanti. Dove la risposta è no, i programmi avranno termine.

E coloro di noi che hanno a che fare con il denaro pubblico dovranno render conto, spendere in modo saggio, modificare le cattive abitudini, e fare il nostro lavoro alla luce del giorno, perché solo allora potremoricostruire la vitale fiducia tra la gente e il suo governo.

Ne è davanti a noi la domanda se il mercato sia una forza per chi sta bene o male. Il suo potere di generare ricchezza ed espandere la libertà è indiscusso.

Ma questa crisi ci ha ricordato che senza un occhio vigile, il mercato può girare fuori controllo. La nazione non può prosperare a lungo quando favorisce solo colui che prospera.

Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalla misura del nostro prodotto interno, ma dalla ricerca della nostra prosperità; dall'abilità di estendere l'opportunità ad ogni cuore di buona volontà non dalla carità, ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.

Come per la nostra difesa comune, rifiutiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali.

I nostri padri fondatori hanno affrontato pericoli che noi a fatica riusciamo a immaginare, scelto una carta per assicurare il ruolo della legge e i diritti dell'uomo, una carta espansa dal sangue delle generazioni.

Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e non li abbandoneremo nell'interesse della convenienza.

E così, a tutti gli altri popoli e ai governi che ci stanno guardando oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove nacque mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e siamo pronti a fare da guida ancora una volta.

Ricordo che le generazioni precedenti hanno affrontato il fascismo e il comunismo non solo con missili e carri armati ma con le alleanze forti e le convinzioni durevoli.

Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né può darci il diritto a fare come ci piace. Invece, sapevano che la nostra potenza cresce attraverso il suo prudente uso. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa; la forza del nostro esempio; le qualità moderanti dell'umiltà e della misura.

Siamo i custodi di questa eredità, guidati da questi principi ancora una volta, possiamo affrontare quelle nuove minacce che richiedono anche uno sforzo più grande, anche più grandi cooperazione e comprensione tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq al suo popolo e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan.

Con i vecchi amici e i nemici di una volta, lavoreremo instancabilmente per minimizzare la minaccia nucleare e riportare indietro lo spettro del riscaldamento planetario.

Non ci scuseremo per il nostro modo di vivere né vacilleremo in sua difesa.

E per coloro che cercano di avanzare le loro mire inducendo il terrore e facendo strage di innocenti, vi diciamo adesso che, “Il nostro spirito è più forte e non può essere abbattuto. Non potete sopravvivere a noi, e vi sconfiggeremo.”

Poiché sappiamo che la mescolanza del nostro retaggio è una forza, non una debolezza.

Siamo una nazione di Cristiani e Musulmani, Ebrei e Indù, e non credenti. Siamo formati con ogni lingua e cultura estratti da ogni angolo di questa Terra.

E perché abbiamo assaggiato l'amara ubriacatura della guerra civile e della segregazione e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, non possiamo fare a meno di credere che i vecchi odi un giorno passeranno; che le linee della tribù si dissolveranno presto; che mentre il mondo diventa più piccolo, la nostra comune umanità si rivelerà; e che l'America dovrà giocare il suo ruolo nell'inaugurare una nuova era di pace.

Al mondo Musulmano, cerchiamo un nuovo modo di andare avanti, basata sul mutuo interesse e il mutuo rispetto.

A quei leader nel mondo che cercano di seminare il conflitto o dare la colpa dei mali della loro società all'Occidente, sappiate che il vostro popolo vi giudicherà su ciò che riuscite a costruire, non su quel che distruggete.

A coloro...A coloro che si attaccano al potere con la corruzione e l'inganno e mettendo il silenziatore al dissenso, sappiate che siete sul lato sbagliato della storia, ma che vi porgeremo la mano se avrete la volontà di aprire il vostro pugno.

Ai popoli delle nazioni povere, ci impegniamo a lavorare al vostro fianco per far prosperare le vostre fattorie e far scorrere acque pulite; per nutrire corpi che soffrono la fame e nutrire menti affamate.

E a quelle nazioni come la nostra che godono di relativa abbondanza, diciamo che non possiamo sopportare oltre l'indifferenza nei confronti dei sofferenti fuori dai nostri confini, né possiamo consumare le risorse del mondo senza aver riguardo degli effetti. Poiché il mondo è cambiato, e dobbiamo cambiare con esso.

Mentre teniamo in considerazione la strada che si svela davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi Americani che, proprio in quest' ora, pattugliano deserti e montagne lontani. Hanno qualcosa da dirci, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington sussurrano attraverso le generazioni.

Li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare un significato in qualcosa più grande di loro stessi.

E ancora, in questo momento, un momento che definirà una generazione, è precisamente questo lo spirito che deve essere in tutti noi. Poiché per quanto il governo può e deve fare, alla fine sono la fede e la determinazione del popolo Americano sui quali questa nazione fa assegnamento.

E' la benevolenza a ospitare un estraneo quando si rompono gli argini; l'autoflessibilità di lavoratori che preferirebbero tagliare il loro orario piuttosto che vedere un amico perdere il lavoro che ci accompagna nelle nostre ore più buie.

E' il coraggio dei vigili del fuoco a prendere d'assalto una scala piena di fumo, ma anche la volontà di un genitore a nutrire un bambino, che alla fine decide il nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con i quali le affrontiamo possono essere nuovi, ma quei valori dai quali dipende il nostro successo, onestà e duro lavoro, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo -queste cose sono antiche.

Queste cose sono vere. Sono state la forza silenziosa del progresso attraverso la nostra storia.

Quel che è richiesto allora è un ritorno a queste verità. Cosa ci viene richiesto adesso è una nuova era di responsabilità -un riconoscimento, da parte di ogni Americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo, doveri che non accettiamo malvolentieri ma piuttosto prendiamo con orgoglio, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di così soddisfacente per lo spirito, che definisce il nostro carattere che dar tutto in un lavoro difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza

Questa è la fonte della nostra fiducia: la consapevolezza che Dio ci ha chiamato per dar forma a un destino incerto.

Questo è il significato della nostra libertà, del nostro credo, perché uomini e donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possano unirsi nella celebrazione per tutta questa magnifica spianata. E perché un uomo il cui padre meno di 60 anni fa poteva non essere servito in un ristorante può adesso stare davanti a voi a prestare uno dei più sacri giuramenti.

Quindi lasciateci segnare questo giorno in ricordo di chi siamo e di quanto lontano siamo andati.

Nell'anno della nascita dell'America, nel più freddo dei mesi, un piccolo gruppo di patrioti si riunì in nove bivacchi sulle rive di un fiume ghiacciato.

La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui la riuscita della nostra rivoluzione era più in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole venissero lette al popolo:

"Lasciate che si dica al mondo futuro che nella profondità dell'inverno, quando nient' altro che la speranza e la virtù potevano sopravvivere, che la città e il paese, allarmati da un comune pericolo, si fecero avanti per affrontarlo."

America, di fronte ai nostri comuni pericoli, in quest' inverno della nostra avversità, ricordiamoci queste parole senza tempo; con speranza e virtù, affrontiamo ancora una volta le correnti ghiacciate, e resistiamo a ciò che possono portare le tempeste; lasciate che si dica ai figli dei nostri figli che quando siamo stati messi alla prova abbiamo rifiutato di porre fine a questo viaggio, che non ci gireremo indietro né esiteremo; e con gli occhi fissi all'orizzonte e la grazia di Dio sopra di noi, porteremo avanti quel grande dono della libertà e lo porteremo al sicuro alle generazioni future.

Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica gli Stati Uniti d'America.

17 gennaio 2009

L'ARIA S'HA DA CAGNA'

Prendo spunto dal post pubblicato sul blog di Giovanni Panuccio da parte dell'amico catanisi Aldo Franco, per un commento sulla visita frisca frisca che il nostro Presidente della Repubblica ha fatto ieri nella città della Fata Morgana.

Nella due giorni calabrese (giovedì la prima tappa era stata Cosenza), il Presidente Napolitano ha messo in chiara evidenza che una delle armi più potenti in mano ai calabresi per invertire la rotta del loro attuale destino, è la possibilità di poter fare cultura, di poter vivere della loro cultura.
Napolitano ha poi posto l'accento sul momento politico attuale, sottolinenado ancora due aspetti.

Il primo, la necessità di salvaguardare sempre e comunque l'unità nazionale, anche e soprattutto in un momento in cui, parlando di federalismo fiscale, a qualcuno potrebbe far tornare quella voglia di secessione che troppo spesso in questi anni ha fatto capolino da alcune regioni del Nord. Un federalismo fiscale che deve contemperare le esigenze di una buona amministrazione, con il bisogno di non aggravare ulteriormente le forti disparità economiche attualmente esistenti tra Nord e Sud.
Il secondo, quello più importante, l'assoluto bisogno in Calabria di rinnovare una classe politica che oramai ha fatto il suo tempo, ha esaurito il suo percorso.

Qualche riflessione.

E' innegabile che poter contare su due università come quelle di Cosenza (dove si sono formati tanti paisani scigghitani) e di Reggio Calabria (che ha sviluppato in particolare le materie scientifiche, ma che ha anche avviato da qualche anno la facoltà di giurisprudenza), costituisce un'occasione importante per i giovani della nostra terra, affinché possano non solo imparare ma anche sviluppare e mettere in pratica quanto di buono proviene dalle nuove tecnologie e dal sapere in generale, direttamente "in loco", come direbbe Catarella.
Ricordo che dopo una delle sedute di laurea cui ho avuto modo di assistere, l'allora preside della facoltà di ingegneria, ing. Morabito, dopo aver lodato i laureandi per l'alto valore scientifico delle loro tesi aggiunse, con grande amarezza, che sapeva già che tanti di quei ragazzi, sarebbero presto partiti per altri lidi, in Italia e all'estero, dove avrebbero portato le conoscenze acquisite a Reggio, facendo valere altrove la loro intelligenza.
E' bene, invece, che i nostri ciriveddhi rimangano qui. Perché non pensare a una serie di agevolazioni -concesse dallo Stato o dalla stessa Regione- per le industrie o le ditte disposte a trasferirsi o ad aprire alcune loro sedi in Calabria, dove potranno trovare lavoro i laureati -ma anche i diplomati in istituti tecnici, con qualifiche specifiche- 'ndigini?
Un progetto simile -seppur in scala ridotta- è già stato avviato lo scorso anno dalla facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria. Sarebbe senz'altro il caso di ampliarlo, anche in altri campi.

In merito all'appello all'unità del nostro Paese lanciato dal Presidente della Repubblica, per tutta risposta, agli alleati meridionali che gli facevano notare la sfacciataggine dimostrata da Bossi nel tenere praticamente in pugno il Governo, "costretto" ad approvare dei provvedimenti a dir poco discutibili, con buona pace della nerbatura smuvuta (invano) del Presidente della Camera Fini (chi puru di pacenzia ndi poti vindiri), il nostro caro cavalier Silvio ha dato il seguente consiglio: invece di lamentarvi sempre, perché non fate anche voi [meridionali] una Lega come quella dell'Umberto? Alla faccia dell'unità d'Italia!
E' l'ennesima riprova che al più conosciuto cittadino di Arcore non stanno a cuore né l'Italia, né le attuali Istituzioni repubblicane né, tantomeno, chi le rappresenta.
E' l'ennesima riprova che il vero scopo -che però mai confesserà- il disegno ultimo che il presidente Silvio ha in mente, è quello di modificare la Costituzione in maniera tale da poter arrivare ad essere il capo di una Repubblica presidenziale. E spero non voglia andare oltre.
Fin quando ci sarà chi ragiona così....

Torno però alla Calabria e ai suoi tanti guai. La possibilità di contare su tali "dispensatori di cultura", deve essere messa a frutto per poter avere nel più breve tempo possibile quel ricambio generazionale da tutti auspicato. "Preparatevi a sostituirli". Poche ma precise e dirette, le parole del Presidente Napolitano.
Solo con un nuovo modo di pensare potremo far sì che la nostra terra, abbandonata dallo Stato -che da anni non ha investito più cifre importanti per il Meridione, lasciandoci solo qualche "contentino di tanto in tanto-non sia condannata a dover contare sull'assistenzialismo mascherato costituito dai contributi piovutici addosso da otto anni a questa parte direttamente dall'Europa.
Sono cifre importanti, certo, però sono state concesse letteralmente a pioggia, senza aver dietro una programmazione seria, degna di questo nome.
Sono soldi che i calabresi -nella maggior parte dei casi- credendosi furbi, hanno utilizzato e speso "una tantum". Si è creduto comodo, cioè, accaparrarsi i fondi iniziali con la scusa di avviare iniziative produttive che avrebbero dovuto ammodernare la nostra regione, ma che invece sono miseramente e tragicamente abortite, in quanto non hanno mai visto la luce.
Una luce che è stata spenta dalle tante indagini che la magistratura ha dovuto avviare e ha portato a termine per truffa ai danni della tanto magnanima Comunità Europea.
Dice bene Napolitano:"Preparatevi a sostituirli". A sostituire quella mentalità attendista che da sempre ha contraddistinto la nostra politica. Dobbiamo essere noi stessi calabresi a essere propositivi, a dimostrare di avere idee concrete, realizzabili. Ne abbiamo tutti i presupposti, la capacità, l'intelligenza.
No, non possiamo aspettare che piova. Non possiamo più stare sotto una pioggia passeggera di denaro che, per colpa di pochi, non è stata portatrice di vita, ma si è trasformata in fango, in una melma dentro la quale siamo già scivolati, dentro la quale rischiamo di affondare.
E proprio come cantava un concittadino del Presidente Napolitano, Pino Daniele:

E aspiette che chiove
l'acqua te 'nfonne e va
tanto l'aria s'ha da cagnà
ma po' quanno chiove
l'acqua te 'nfonne e va
tanto l'aria s'ha da cagnà*

*N.B. [tratta da "Quanno chiove" di Pino Daniele -Album "Yes I Know my way" -1998]

27 dicembre 2008

E' NATALI? 'U CASTEDDHU CHIURI!

Fora iabbu!
E' periudu di vacanzi e, comu mi capita o' spissu, mi piaci passiari peri peri cu l'amici per le strade del nostro paisuzzo, comu fussi nu turista chi veni da fora.
Aieri, messi fuori strada da una soffiata rivelatasi infondata, ndi calammu o' portu e poi a' Chianalea, dove era passata vuci si sarebbe organizzato un prisepiu sulle barche. Cu' sapi pirchì, supr' e barchi non vittimu nenti, tuttu o' scuru.
Gli unici presepi che abbiamo potuto ammirare, sono stati un paio fatti direttamente sui davanzali delle finestre, ra parti i fora, supr' 'a strata.

Datosi il tema natalizio, arrivati a' Nunziata e basciata a cresia i San Giuseppi, ndi turnammu arretu e abbiamo decisu di nchianari o' casteddhu, per ammirare una mostra sui presepi viventi fatti nella provincia di Reggio Calabria, di cui abbiamo sintutu la pubblicità.
Il soggetto della mostra è sicuramenti interessanti ma, non facimu mancu a tempu mi 'rrivamu davanti 'a porta ru casteddhu Ruffo, che una malasorpresa ci accoglie.
E' una comunicazioni firmata dal sindico in pirsona pirsonalmenti, il quale ci informa chi nei giorni di 25-26 dicembre, il castello rimarrà chiuso. Ma comu!?

Pochi giorni fa, all'arioportu di Roma succiriu nu parapigghia, con genti bloccata ddhà pi ddu' iorna 'i fila a causa di uno sciopiro stranu assai. La sala partenze dell'arioportu pariva 'na moderna Torre di Babele, aundi ognunu si sfogava lanciando malanove a destra e a sinistra in tutte le lingue del mondo. E' dovuta interveniri perfinu la Protezioni Civili, pirchì la cosa si è trasformata in una emergenza nazionali!
Alla fini, il Ministro, ricurdatusi ch'era Natali, periudu dell'annu in cui la genti evidentementi si sposta più del solitu, ha dovuto precettare gli sciopiranti, i quali sono tornati al lavoro, ripristinando cusì 'na pocu di normalità.

Ma se a Roma 'u Ministru precetta, a Scilla 'u Sindicu autorizza gli operatori che tenunu 'pertu il nostro castello Ruffo a starsene a casa, a... 'mpastari zippuli e a iucari a stuppa.

Certu, a Scilla non ci sarannu mai centinaia di migliaia di cristiani in visita ma è comu se a Riggiu il Sindicu -o meglio la Soprintendenti competenti- autorizzassi coloro che vi lavorano a chiudere il Museo della Magna Grecia.

Per un paisi che ietta u bandu ammunti e abbasciu di essiri turisticu, che nc'è di megghiu se non 'ssicutari coloro che hanno l'infelici pinzata di passarsi 'na menza iurnata natalizia nto Scigghiu?

Ma se 'u casteddhu era chiusu, 'a mostra -organizzata nei locali del CE.RE.RE. era aperta. Pirciò nchianammu e siccomu 'a testa l'haiu dura, mi mintìa 'i poprositu, a cuntari le firme sul registro dei visitatori nei due giorni del 25-26. Ndi cuntaia 114 (salvu errori).

Ora, considerandu chi non tutti firmunu e facendu 'na proporzioni minima di una firma ogni tri cristiani visitanti, veni fora chi nta ddu' iorna o' casteddhu nchianaru pocu menu di 350 visitatori. Vulendu tradurri il tuttu in termini economici, facendu finta chi nu bigliettu custa 5 €, significa chi 'u Cumuni 'i Scilla ha avutu un mancatu incasso di circa € 1.500 nta ddu' iorna! Si viri chi non ndavi bisognu!

E cusì, mentri o' Cannateddhu e a Firritu nci su' i strati tutti illuminati; al Palazzo ducale Ruffo di Bagnara c'è la sagra del torrone. Mentri nta ogni paisi vicinu si organizza una qualchi manifestazioni natalizia, a Scilla nenti. Mancu un arbiru i Natali: evidentementi ndi scuntammu quell'anno in cui il Comune l'albero lo fece a ddu' piani. Vi ricurdati?

Se non fussi per l'iniziativa isolata di qualche cittadino che -come ogni anno- iarmau nu picculu ed originali presepi all'angolo tra via San Rocco e Via Sinuria, o per luci festive accese nto balcuni o nta facciata di qualche abitazione privata (cresia Matrici a parti), a Scilla si fa davvero fatica a percepire l'atmosfera natalizia, pari cchiù 'n'aria da venerdi santu. Tant'è che l'atru iornu in piazza un ragazzo ironicamente chiedeva:"Ma chi è, Pasca o Natali?".

In compenso, anche le iniziative volte a ricordarci la bellezza del Natale viene snobbata, non presa minimamente in considerazione; passa nel più assoluto silenzio.

Ma se questo silenzio non dice niente alle orecchie ru scigghitanu, esso alle orecchie di un turista -che venga dalla provincia o da più lontano, non fa differenza- verso il quale dimostriamo ogni giorno di più di non nutrire il benché minimo rispetto, che si vede trattato così male, fino a sentirsi quasi colpevole mi veni mi ndi "nzurta" nta casa, questo silenzio dicevo, si trasforma in imprecazioni il cui significato -a differenza di quelle all'arioportu i Roma- siamo in grado di comprendere e condividere benissimo, tanto che (ricurdandumi ch'è Natali) non mi veni altro da dire che: fora iabbu!

26 dicembre 2008

I CATAMISI 2: PREVISIONI DEL TEMPO PER IL 2009

Passatu Natali, ci concentriamo sulla fini dell'annu oramai prossima e sul novu chi sta vinendu.
Non putendu ancora cuntari sull'aiutu di un astrolugu professionista e dovendoci rranciari coi nostri malamezzi, vi offriamo, come promesso, le previsioni del tempo per il 2009 secondo la tradizioni scigghitana dettata dai "catamisi".
Non pi mintiri 'i mani avanti ma pirchì è un datu di fattu, vi dicu chi da una quattrina d'anni queste previsioni non è che vengano rispittate in pieno. Tiniti presenti però chi all'epuca in cui questo metodo empirico è stato sparmentatu, 'u 'mbernu era ancora 'mbernu, 'a 'stati era ancora 'stati e esistivunu ancora i robbi 'i menzu tempu.
Quanto sopra premesso (eh, i danni ra burocrazia!), circandu pirdunanza alla bonanima del colonnello Bernacca, ecco che tempo farà nel 2009.

GENNAIU : Farà generalmente 'n saccu e 'na sporta 'i friddu.

FEBBRAIU: Puru a frivaru, curtu e amaru, cuntinuerà lu friddu. Pacenzia, ndi caddiamo al fuoco delle caddarate di frittuli.

MARZU: U tempu ccumincia mi s'aggiusta. Cieli sereni.

APRILI: La iurnata corrispondenti fu cadda e cu suli, comu il tipicu misi di centru-primavera. Non mancherà un vecchiu amicu ru Scigghiu: 'u sciroccu.

MAGGIU: Tempu variabili, con qualchi nuvulata di troppu.

GIUGNU: Torna 'u suli, ma 'u tempu si mmanterrà strambu.

LUGLIU (GIUGNETTU): Puru luglio sarà variabili. Lu iornu corrispondenti (il 19 dicembre). chiuviu. Ora, siccomu parramu i misi 'i 'stati, può darsi chi sia da 'nterpritari o' cuntrariu, per cui dovrebbe fari caddu, un caddu umidu però.

AUSTU: Suli forti.

SETTEMBRI: Sempri suli, ancora suli, con qualche sponziata di pioggia.

OTTOBRI: Dopu vindigna, friddu e maistrali.

NOVEMBRI: Tempu bonu, non farà tantu friddu.

DICEMBRI: L'annu finisci cu tempu bonu, temperatura mite.

Ora non resta chi mentiri i latu queste previsioni e verificari nel corso del 2009. Virendu, facendu...

13 dicembre 2008

I "CATAMISI"

'Stu tempu è pacciu! A chi chiovi, a chi faci ventu; chiovi cu suli; si 'ngigghia ru friddu.

La protezione Civile non havi bentu nel dirmare bollettini chi portunu piogge, alluvioni, esondazioni, frane e ogni tipu di malanova dovuta a questi malitempi.
Pi diri veru, siccomu non possiamo certo sfigurare in confronto a Roma, mi hanno appena riferito dell'ennesima frana lungo la "Stradale" 18, direzioni Bagnara.

Oggi però, ch'è di Santa Lucia, nci sarà 'na 'nticchia in più di luci;'u iornu 'llonga " 'n passu i puddhia".
E propria da oggi, secondo un'antica consuetudine scigghitana, iniziano i giorni che ci indicheranno le previsioni del tempo per l'anno prossimo.


Infatti, quando non esistevano i satelliti (e forse mancu l'aerei); quandu il colonnello Bernacca (famoso colonnello dell'aeronautica che dava le previsioni in tv, prima ru telegiornali) era ancora nta naca; quandu ancora c'erano le stagioni e anche le mezze stagioni; a quell'epoca, insomma, i nostri antenati, dall'alto del loro pratico 'ngegno, avevano un semplice metodo per capire che tipo di annata avrebbero avuto davanti: i catamisi.

Si tratta di questo. Prendevano nota delle condizioni del tempo nei dodici giorni che vanno dal 13 al 24 dicembre. Ciascuno di questi giorni, corrispondeva poi a un mese dell'anno venturo, così:

13 dicembre = Gennaio
14 dicembre = Febbraio
15 dicembre = Marzo
16 dicembre = Aprile
17 dicembre = Maggio
18 dicembre = Giugno
19 dicembre = Luglio
20 dicembre = Agosto
21 dicembre = Settembre
22 dicembre = Ottobre
23 dicembre = Novembre
24 dicembre = Dicembre

Pirciò, siccomu oggi pari bontempu -almeno finora- nel prossimo mese di Gennaio dovremmo avere, nel complesso, un tempo abbastanza buono, seppur freddo.
Quest'anno, proviamo pure noi a signarci 'u tempu dei prossimi 12 giorni. Il responso finale, lo avremo il giorno di Natale. Poi verificheremo durante il corso del 2009.


Appuntamento dunque a giorno 25: vi daremo le previsioni del tempo valide per tutto il 2009!

07 dicembre 2008

PROVACI ANCORA SCIGGHIU

Faci friddu. Oramai si nisciru cuperti, piumoni, plaid e chi più ne ha, più ne metta. Si pulizzaru i canni fumarii e i caminetti, soprattuttu 'a sira, crepitano e mandunu nu pocu i caluri.
Nele nostre case, che notoriamente non sono il massimo in fatto di contenimento delle dispersioni termiche (in barba a ogni moderna normativa), è normale avere la caldaia a GPL, o le stufe a gas, oppuru, i camini (o stufe) che bruciano un combustibile moderno: il pellet (non è altro chi trucioli di legno). Altri ancora, si sono avventurati nell'installazione dei pannelli solari.

E 'u metanu? Chi è questo sconosciuto?

Eppuru, proveniendo direttamenti dall'Africa, ndi passa 'i tutti i parti: a mari, davanti e' mussa, (c'è addirittura l'impianto a Favazzina); ammunti (gran parte di Melia è attraversata dai tubi segnalati dai cartelli gialli); a Est (stanno cominciando a fare la rete anche a Bagnara) e a Ovest (stessa cosa dicasi per Villa San Giovanni).

Scilla ristau nto menzu, un caccioffulu paratu addritta.

La storia risale alla fine degli anni '80, quando il nostro Comune si trovò accuss' 'ndebitatu da vedersi pignorare poi perfino i quadri che erunu 'mpisi nella sala del Consiglio Comunale.

All'epoca si cominciò a parlare di metano e diversi comuni calabresi aderirono ad un Consorzio, "Calabria 30", il cui fine era quello di realizzare la rete di distribuzione metanifera nei nostri territori. Al momento di concludere l'accordo con la Snam -società che ha poi realizzato i lavori- il nostro Scigghio s'è ritrovato comu si dici "a pà", vali a diri senza 'na lira mi sa 'zzicca nta 'n occhiu.

Scilla dovette quindi abbandonare il Consorzio e fu cusì chi ristammu, finu ad oggi, senza metanu.

Finu a oggi però, pirchì pari chi ci sia qualche novità al riguardo.
Dopo tantu parrari e diri, sembra chi tutti i paisi vicini, Bagnara, Villa, ecc., comu i migliori amici, non possano fari a menu della prisenza scigghitana al loro fianco. Cusì, l'atru iornu, hanno votato all'unanimità l'ingresso -o per meglio diri il reingresso- di Scilla nel famoso Consorzio metanifero.
Certu, sarebbi ì'na bella cosa. Vuliti mentiri m'avimu i casi caddiati comu si devi, risparmiandu nu bellu pocu i dinari? (il GPL va a circa 65-70 centesimi, il metano a circa 40 centesimi)
Mi pongo però due domande:
  1. Se tra due-tre anni arriverà il metano, significa chi tutte le strade del nostro paese saranno aperte "a libru" per consentire il passaggio della rete, proprio come è successo a Reggio. Certo, il disagio sarà temporaneo ma come la mettiamo con tutti quei tratti di paisi che sono stati rinnovati (e più volte ripizzati) di recente, sfruttando i finanziamenti regionali offerti dai fondi europei?Chi fini farannu le pavimentazioni di Chianalea, di Piazza San Rocco, della via Panoramica, di Via Canalello e -se ultimati prima- quelle previste per i vicoli di Via Umberto I e via Nucarella, annunciate poco tempo fa, nell'ambito del progetto riguardante i centri storici?
  2. Con quali soldi saranno rifatte le suddette opere? Poi, soprattutto, ci sono stavolta le disponibilità economiche richieste da un progetto del genere? Il dubbio esiste, è reale, atteso che -nonostante si stia facendo di tutto per minimizzare- è notorio che le casse comunali non versino in una situazione florida.
Se qualcuno ha le risposte a queste domande, ce lo faccia sapere, lo ringrazio fin d'ora.

Per intanto, scusatimi, ma questa vicenda mi fa viniri in menti la trama di un film vecchiu quantu a mia, tratto da una commedia di Woody Allen: "Provaci ancora Sam".

Provate a fare queste sostituzioni: al posto del protagonista maschile ci mettete il Comune di Scilla; al posto degli amici, i Comuni di Bagnara e Villa; al posto delle donne le varie opere sopra richiamate; al posto della protagonista femminile, la tubazione del metano.

Ne viene fuori la storia che ho appena ricordato e che si potrebbe riassumere con "Provaci ancora Scigghiu".
L'augurio di tutti è che il finale, stavolta, sia diverso.

09 novembre 2008

SULLA SOGLIA DI UNA NUOVA ALBA

"I tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto"*. Cosi scriveva il reverendo Martin Luther King in una lettera inviata dalla prigione di Birmingham (Alabama), il 16.4.1963.

Pochi anni dopo, tra gennaio ad agosto del 1966, Chicago -città del Nord ma non esente dal bubbone dell'intolleranza razziale- fu la sede di una delle più grandi campagne lanciate dal reverendo King a favore dell'integrazione razziale, per cancellare i ghetti e i quartieri degradati, divenuti in quei giorni "una pentola a pressione di emozioni": la campagna ribattezzata Operazione breadbasket [ letteralmente cesto del pane, ma anche pancia (da saziare)]*.

Cinque giorni fa, dopo 42 anni (!), è stata proprio Chicago a certificare che i tempi erano maturi per un evento storico: festeggiare compatta il successo di un proprio "figlio", Barack Obama, neo eletto nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.

E' così che in questi giorni, per la via della capitale degli Stati Uniti, dopo i festeggiamenti la domanda più ricorrente è: come ti senti? cosa provi?

E' la domanda che i bianchi fanno ai loro connazionali neri, da martedi scorso. Tanti, non sono riusciti a trattenere le lacrime. Lacrime di gioia, di commozione certamente, ricordando i sacrifici fatti, i soprusi e le umiliazioni subite dai neri americani nel Paese che, nonostante tutto, si è sempre definito una delle culle della democrazia occidentale.

Agli americani sembra strano porsi questa domanda e qualcuno ci scherza sopra.
Si dice sia stata la negligenza dell'Amministrazione Bush -un presidente che proviene da una famiglia "patrizia"- ad aver favorito l'elezione del primo Presidente nero.
I neri, con tipico humor autoironico, dicono che il mondo è messo così male che nessun bianco ha voglia di "ripararlo" e hanno quindi preferito rovesciare tutto sulle spalle di un nero.

Ma, come nota giustamente Nicholas Kristof sul New York Times di oggi, l'elezione di Obama è una pietra miliare nella storia americana al di là del colore dei pigmenti della sua pelle e -aggiungo io- di quello che può pensare quel buontempone del nostro Presidente del Consiglio, con il suo incomprensibile "umorismo".
E' dai tempi di Kennedy che gli Stati Uniti non hanno un Presidente così "intellettuale", che ama circondarsi delle menti migliori che il Paese sia in grado di offrire, che ha delle idee, che abbia il carisma di un vero leader.

La cosa fa ancora più risalto dopo otto anni (sedici se si considerano anche i due mandati Clinton), nei quali hanno governato amministrazioni formate da politici purosangue o da "potentati" di famiglia che -utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione, guerre comprese- hanno mirato più a conservare il loro potere che a portare avanti una nuova idea della politica.
Si avvertiva da tempo questa necessità di cambiamento, dopo anni di paura conseguenti agli attentati del tristemente famoso 11 settembre; dopo anni di guerre che sono state il frutto -almeno nel primo periodo- più di una reazione naturale che di un disegno coordinato ed efficace e che hanno finito -come nota Frank Rich, sempre sul NYT- "col far rivoltare gli statunitensi l'uno contro l'altro, nel nome del patriottismo".

Adesso, a complicare le cose, s'è aggiunta anche la crisi economica, che è anche la crisi del liberismo puro, espressione di quel capitalismo che diventa pericoloso quando finiamo col giudicare il nostro successo "in base alla scala dei nostri stipendi o alla dimensione delle nostre automobili, piuttosto che in base alla qualità del servizio che rendiamo all'umanità" (M.L. King)*.
La situazione a livello mondiale è molto delicata, non si può più attendere e,
anche se al momento i due rami del Parlamento americano sono delle "anatre zoppe", bisogna agire subito.

"Ma nella vita siamo sempre nella mezzanotte, siamo sempre sulla soglia di una nuova alba" (M.L. King, 24.2.1956)*
Così, pur in questo tempo così difficile, con questo nuovo clima nel quale negli States stanno riscoprendo di non essere né whites, né blacks, ma semplicemente e solamente Americans, nell'attesa che i nuovi eletti, il prossimo 20 gennaio, accorrano nella capitale statunitense da ogni angolo dello sterminato Paese americano -come hanno fatto i loro predecessori al tempo delle diligenze- aspettiamo fiduciosi che sorga questa nuova alba sul cielo di Washington.


*N.B.:I brani citati sono s
tati estrapolati da "Martin Luther King -Autobiografia" a cura di Clayborne Carson

02 novembre 2008

ALLA FINI, TUTTU CCA' RIMANI

Non pari, visto il ventinaio di gradi e la calurìa ru suli, ma simu a Novembri.

Oggi, ricorrenza dei defunti, divintamu tutti (i cristiani, almeno) picculi picculi. E' uno di quei giorni speciali, in cui ci si rende conto che c'è qualcosa o qualcuno più grande di noi, davanti al quale dobbiamo inevitabilmente fermarci, davanti al quale non simu nenti.
Fermarci, sì, a riflettere su quanto abbiamo fatto nella nostra vita, nel nostro lavoro, nel rapporto con la famiglia, con gli amici, con il prossimo.
Ognuno ricorda i propri cari defunti, coloro che -quand'erano ancora tra di noi- ci hanno insegnato a diventare ciò che ciascuno di noi oggi è.
Ma li ricordiamo non con tristezza, ma con un sorriso, figlio della gratitudine che dobbiamo loro e della nostra umana, cristiana speranza di poterli riabbracciare il giorno in cui ritorneremo ad assumere sulla terra la nostra forma originaria: polvere.

Forse non è un caso che, proprio oggi, in un'agenda di qualche anno fa, abbia ritrovato un pensiero che mi aveva molto colpito.

"Fratelli della Grande Prateria ora voi dovete ricominciare la vostra vita e dimenticare gli insegnamenti dei vostri padri.
Per diventare come l'Uomo Bianco e per imparare a vivere nel suo mondo, dovrete imparare ad accumulare cibo e ricchezza solo per voi stessi, e dimenticare i poveri e gli altri uomini, che non sono fratelli, ma selvaggina da cacciare.
Dovrete costruirvi una casa di legno e di pietra, e, quando la vostra casa sarà costruita, dovrete guardarvi intorno e cercare quale altra casa e quali altri ricchezze potrete portare via al vostro vicino.
Perché questa è la maniera dei bianchi e questo è il mondo nel quale il nostro popolo ora dovrà imparare a vivere e sopravvivere."
Nuvola Rossa (capo Lakota Sioux)
Fort Laramie 6-11-1869

Sono le amare ma sagge parole di un capo che aveva da poco realizzato l'inutilità delle guerre, imprigionato, cotretto a firmare la resa del suo popolo, della sua civiltà, sconfitto.
Parole pronunciate in questi stessi giorni 140 anni fa, ma la cui attualità -nella nostra società "civile"- è a dir poco sorprendente.

Mi piace ricordarle proprio oggi, secondo giorno del mese che -quando ancora le stagioni erano regolari- i Lakota chiamavano "Luna dei vitelli che mutano il pelo", mentre i nostri avi negli orti, usavano ancora chianiari i brocculi*.

E' un monito, quello del valoroso capo indiano. Una fotografia di noi stessi, di quello che -malgrado tutto- siamo (in parte) diventati o rischiamo (sempre più) di diventare.
E' giusto l'esatto contrario di quanto la religione cattolica -con la quale le credenze e la saggezza degli indiani d'America presenta sorprendenti analogie- ci ricorda spesso, anche con l'odierna ricorrenza.

E' perfettamente inutile accumulare ricchezze, case, terreni, portandoli via agli altri, facendo loro del male e finendo col comportarsi come bestie, perdendo la propria dignità di persona.
Dicivunu 'i 'ntichi: alla fini, tuttu ccà rimani.

Non serviranno a niente, il giorno in cui ci presenteremo davanti alla tenda di Dio (o Manito, come lo chiamavano i Sioux), nei beati territori di caccia del paradiso.


*N.B.: Pratica agricola che consisteva nel rendere piani i solchi dove erano piantati i broccoli.

25 ottobre 2008

SPINELLI SCIGGHITANI

Le cene di famigghia, da molti ritenute 'na gran camurrìa, sono dal sottoscritto (e dai suddoli in generali, comu a mia) molto apprezzate, non sulu per la quantità e la qualità mangiatoria ma anche perché, il più delle volte, finiscono col rivelarsi una miniera di informazioni che oserei definire malanovamente istruttive.
Cena di famiglia per festeggiare un compleanno da "cuntu paru". Al tavolo simu in setti, età media 65 anni, escluso il sottoscritto, 'u cchiù figghiolu.
I miei commensali ricordunu i loro tempi, i mitici anni '60 ru Scigghiu: 'i iati a fungi, castaniti castaniti; i mangiati 'i pisci friscu, appena piscatu, nei locali cittadini, ecc.
Certo, erano tempi "ruspanti", genuini, dove ognunu s'industriava comu putiva, anche in tema di "vizi giovanili". E, parrandu di vizi e di fumu in particolari, di sigaretti cu filtru o senza filtru, ru tabaccu ch'i cartini, ecc., a sorpresa, un amico confessa:
"A mucciuni, mi ndi sintimu 'randi, siccomu 'i sigaretti custavunu, ndi calaumu nto Vaddhuni 'i Livurnu* e ndi fumaumu 'i ramitti sicchi ri cucuzzi 'i spina." Tanto erano preziosi e "proibiti" che, continua l'amico "'i tiniumu 'mmucciati tra li petri 'ill'armacii".
Lo ammetto:provo quasi tenerezza davanti a questo tipo di "trasgressioni".
Eh già. Negli anni '60, la 'ndrangheta non si era ancora urbanizzata e non produceva certo quanto oggi: il giro d'affari (sporchi) è pari a quasi 1/5 della ricchezza prodotta in Calabria. Di questa "ricchezza" particolare, poco più del 60% deriva dal traffico di stupefacenti che le 'ndrine calabre (e reggine in primis) importano direttamente dal Sud America.
A quel tempo, gli unici legami che univano la Calabria e l'Aspromonte con l'America erunu sulu Garibaldi (ferito ad una gamba quando si trovò tra le nostre montagne e poi divenuto l'eroe dei due mondi) e i vapuri carichi dei nostri emigranti che sbarcavano a Ellis Island (Stati Uniti) o a Mar del Plata (Argentina), inconsapevoli di ciò che li aspettava e, soprattutto, del fatto che -dopu quarant'anni- avrebbero fatto la fortuna (loro e) di...Raffaella Carrà.

Ma parrandu di fumu, trattandusi di tema delicatu e pi non criari cunfusioni vista la difficoltà di leggere e comprendere a volte il dialetto, prima mi vi 'mmaginati cu sapi chi, mi tocca spiegari megghiu a cosa si riferisse l'amicu meu.
Tra le tante specie di zucca (o cucuzza che dir si voglia), ce n'è una i cui frutti sono caratterizzati dalla presenza, sulla buccia, di piccole ed esili parti legnose, appuntite simili a spine, da cui il nome scigghitano: cucuzzi 'i spina.
Questa pianta, crisci in fusti prostrati o rampicanti, muniti di viticci ramificati, la cui sezione circolare è pari -cchiù o menu- a quella delle comuni sigarette. Proprio per questo, i viticci venivano quindi essiccati, tagghiati a misura e fumati.
Di norma, il combustibile di queste "sigarette" era il tabacco. A lu voti però, in periodi di fami nira, approfittando del fatto che ci si trovava spesso vigni vigni, il tabacco veniva sostitito dalle foglie secche delle viti.
C'era anche chi alle "sigarette" di campagna preferiva (essendu cchiù viziusu oppuru attento lettore di Tex Willer), le più "aristocratiche" cartine, che si trovavano nei tabacchini.
I loro emuli cchiù povireddhi, invece di andare al tabacchino, le cartine le realizzavano da soli, utilizzando carta di giornale e, in particolare, la parte bianca -priva d'inchiostro- compresa tra l'inizio della pagina e la testata.
Ora, siccomu mi piaci essiri completu nell'apprendere le cose, comu fu e comu non fu, soo andato a pigghiari il vocabolario della lingua italiana Treccani, che testualmente riporto:

SPINELLO
: [Etimo incerto] Voce gergale, usata originariamente da carcerati per indicare la sigaretta fatta a mano con la cartina (o anche con carta qualsiasi) e poco tabacco. Nell'uso odierno, sigaretta confezionata artigianalmente con droga leggera, cioè con marijuana (o hascisc).

Varda, varda! Vo' viriri chi, da nu fatticeddhu cuntatu cusì, pi passari 'na sirata, abbiamo scoperto l'etimologia di una parola della lingua 'taliana?
Lo spinello, altro non era che la "sigaretta" che i giuvini scigghitani, già quarant'anni fa , ricavavanu ri ramitti sicchi ra cucuzza 'i spina!
Mi tocca comunicare la felice scoperta alla Treccani: l'etimo non è più incerto.

*N.B.: Vallone Livorno -Vallone ubicato nel quartiere Marina Grande, prende il nome dall'omonimo torrente che sfocia a mari, supr' a' spiaggia.

P.S.: Un ringraziamento a Pepè B. e a me' patri per le preziose informazioni.

07 ottobre 2008

PALAZZETTO DELLO SPORT: NON E' ANCORA TROPPO TARDI

MALANOVA!
La malaparola scigghitana per eccellenza, risuona alta e rimbomba tra le mura della palestra di Villa San Giovanni. Chi cintra Villa, ch' i scigghitani?
Cintra, cintra. Eh sì, cari mei, pirchì da quest'anno la formazione pallavollistica femminile scigghitana che con tanto onore s'era battuta nello scorso campionato di Serie D, non esiste più!
Lo Scillavolley ha infatti cambiato nome, in quanto il titolo sportivo è stato rilevato da imprenditori villesi e quest'anno, a disputare lo stesso campionato, sarà la società denominata Costa Viola Volley, come ci informa anche la lettera (piena di comprensibile amarezza) inviataci dalle stesse giocatrici, che potete leggere qui.
Cusì, 'na vota tantu chi nto Scigghiu c'era 'na cosa bona, positiva, di cui poter andare orgogliosi, fummu capaci mi nda facimu fuiri ri mani, a vantaggio di altre realtà a noi vicine che -a ragione e con pieno merito- hanno sfruttato l'occasione per poter avere a disposizione un patrimonio sportivo (ma anche sociale ed economico) di tutto rispetto. A' facci nostra!
Ma se a Scilla di 'sta cosa si sa poco o niente e si continua a vivere come se niente fosse, a mia personalmenti mi nturciuniunu i bureddhi!
Quando mi trasferii a Ieracari Hill -passaru quasi 25 anni!- era menzu cuntentu pirchì pensavo di avere la possibilità di passare le mie giornate al nuovo(all'epuca) campo sportivo, a tirare calci a un pallone. Pensavo che avrei avuto la possibilità di non perdermi nemmeno una partita della Scillese. Pinsavu...
Tutti 'sti pinseri e questi sogni, si sono rivelati essere ... farina chi si ndi iau a livatu!
Non sulu a Scillesi falliu e non esisti cchiù (meglio stendere un velo pietoso), ma l'attuale campo di gioco tuttu pari menu che un impianto dove si possono svolgere attività sportive. Vardati!
Manca poco, dopo che il circo avrà tolto le tende, che venga di nuovo dissodato e ci si ripiantino le viti -di zibibbu, magari- comu a 'na vota, quand'era tuttu vigni vigni e scalunati 'i petra.
Adesso, una società che -pur con grosssi sacrifici, ma con entusiasmo- riusciva a far parlare in maniera più che lusinghiera del nostro paisuzzo, è stata lasciata sola, senza alcun aiuto.
Ben vengano allora gli amici villoti! I quali non hanno fatto altro che 'llungari 'u coddhu appena al di là ru vaddhuni i San Gri'oli, scoprendo un splendida realtà sportiva, ricca di entusiasmo -come dicevo- e soprattutto, di talento. Talento puro, cristallino!
No, figghioli, non è pi fari sviolinati ('a musica na sacciu mancu leggiri). E' sulu a virità. E chi di talento se ne intende, di certo non fa nessuna fatica ad accorgersene.
Che fare, dunque?
Pi st'annu, comu fu, fu. Sarebbe il caso che qualcuno degli imprenditori scigghitani aprisse gli occhi davanti a questa realtà. E' mai possibile che pensino solo a lamentarsi (legittimamente, pi carità) se non cala l'acqua o se i parcheggi sono pochi o se gli stessi danneggino la loro attività piuttosto che favorirla?
Possibile che non ci sia nessuno in grado di poter contribuire fattivamente a sostenere una piccola società sportiva che -com'è facile rendersi conto- può rappresentare un fattore economico di non secondaria importanza, nell'ambito di una realtà difficile come quella scigghitana?
Finora, dispiace dirlo, è stato possibile.
E il Comune? Silenzio di tomba!
Certo, direte voi, è facile parlare. Quando bisogna muoversi, agire, 'ccuminciunu i duluri.
A diri 'a virità, da questo blog già nello scorso mese di aprile, era partita una segnalazione che, ahimé, non fu sintuta da nuddhu.
Avevamo parlato della possibilità, offerta dalla Regione Calabria in accordo con il Coni regionale, di procedere all'accensione di mutui,
a favore di Enti e federazioni sportive calabresi che hanno in programma la costruzione o anche il completamento, l'ampliamento e la riqualificazione di impianti sportivi.
Ora, il DIPARTIMENTO N. 12 TURISMO, BENI CULTURALI, SPORT E SPETTACOLO, POLITICHE GIOVANILI, ha emesso il DECRETO n. 10821 del 5 agosto 2008, pubblicato sul B.U.R.C. parte III n. 35 del 29.8.2008, con il quale ha approvato l'impegno di spesa complessivo, pari a € 1.000.000,00.
Il termine per la presentazione della domanda per accedere ai contributi scade il 26.11.2008.
Come dicevo nel post datato 12.6.2007, il progetto del Palazzetto dello Sport è già stato predisposto ed era stato bandiato a suo tempo pure sui giornali.
Adesso ci sono a disposizione le "risorse" economiche per poterlo realizzare.
"Chiedi, e ti sarà dato", rissi Gesù Cristo un paio di milleni arretu. Cos' altro si aspetta? Faciti 'sta domanda!
'U tempu passa viatu...e non 'spetta. Pertanto ho solo un invito da fare alla nostra Amministrazione:
MUVITIVI!!!

03 ottobre 2008

E A CATANZARU, SI CHIANTARU!

Nel novembre del 2007, v'aiva cuntatu la tragicomica vicenna, tutta calabrisi relativa all'assegnazione della sede regionale dell'Agenzia delle Dogane.
Con una sentenza tutta da ridere, il Tar del Lazio aveva infatti stabilito che la sede regionale spettava a Catanzaro in quanto capicoddhu...ehm...capoluogo di regione.
Questa decisioni era stata accolta malamenti in riva allo Strittu, poiché da chi mundu è mundu, la sede doganale per eccellenza è stata sempri Riggiu.
Da qui, il ricorso presentato al Consiglio di Stato, che è stato accolto in pieno dal massimo organo di giustizia amministrativa.
Se all'epoca della sentenza del TAR i catanzarisi aivunu 'ittatu 'u bandu pi mari e pi terra, da quando è stata resa nota la decisione del Consiglio di Stato dagli abitanti della città (?) dei tre (capi)colli non è pervenuto manco un fiato, un commento, 'na parola, nenti di nenti. Si chiantaru!
E' la più evidente e lampante dimostrazione di una sola cosa: avevano torto marcio!

20 settembre 2008

MA DIO, DA CHE PARTE STA?

Chiovi stasira, e forti puru...
Ho pensato pirciò di dedicarmi alla lettura. Avevo diversi libri tra cui scegliere: “Quel treno da Vienna”, giallo di Corrado Augias, ambientato nel 1911, quando la giovane nazione italiana festeggiava i suoi primi 50 anni; “Il massacro di Goldena”, riedizione di un breve romanzo di G.L. Bonelli, in occasione del 60° compleanno (editoriale) di Tex Willer; “Voi non sapete -Non vedo, non sento, non parlo”, il dizionario della mafia, scritto e commentato da Andrea Camilleri; “Il grande inganno”, ultimo saggio del giudice Nicola Gratteri, sui falsi valori della mafia.

Alla fine, non ho scelto nessuno di questi. Ho letto invece un libro molto particolare: la cronaca scigghitana di quest'ultimo mese, racchiusa e condensata in ben 52 pagine (!) di considerazioni, commenti, ecc., fatti dagli scillesi sul blog scillachiese.blogspot.com, su un unico tema: il parroco!

Al mare, in piazza, al bar, nto barberi, al supermercato, nta putìa, a' farmacia o nto medicu, non fa differenza. Aundi vi vutati e vi girati è sempre lo stesso ritornello: comu mai si ndi vai? Menu mali chi si ndi vai! Chi piccatu chi si ndi vai!

E' un “libro” che ho sentito il bisogno di leggere, semplicemente per tenermi informato, per non essere tagliato fuori dalle discussioni.
In un certo qual modo racchiude e comprende al suo interno -alla manera scigghitana- alcuni degli aspetti trattati nelle pubblicazioni sopra citate, che avrei potuto leggere al suo posto.
Dopo soli cinque anni, l'attuale parroco ci lascia per assumere la guida della parrocchia di Vito (piccola frazione a Nord di Reggio). Sebbene si sia detto di tutto e di più, in realtà i veri motivi di questo trasferimento deciso dal vescovo, Mons. Mondello, sono un vero e proprio giallo degno del miglior Augias.

Ho letto davvero laqualunque. In un certo senso è stato il proseguimento di quanto si era verificato lo scorso anno -più o meno nello stesso periodo- sui blog e sul forum del nostro malasito.
E' tutto un susseguirsi di pro e contro la persona del parroco, di schieramenti contrapposti, Guelfi e Ghibellini, in una sorta di gioco al massacro, di gara a chi dimostra di essere il più forte, come tra indiani e cowboy ai tempi di Tex Willer.

In mezzo, coloro -e sono tanti- che preferiscono non intervenire, che stanno alla finestra, chi non parrunu, non virunu e non sentunu, in un'apparente indifferenza, che termina non appena vengono coinvolti di persona.

In tutti, alberga la convinzione di essere nel giusto, di agire per il meglio, in applicazione dei principi cristiani. Ma la cosa curiusa è che questi valori, alla luce di quanto si legge, sembrano proprio non collimare fra loro!

Diverso è l'approccio, diversa è la “priorità” (chiamamola così) che ciascuna delle due parti -Guelfi e Ghibellini scigghitani- attribuisce (erroneamente, secondo me) ai principi di una religione -quella cristiana- che di sicuro non è facile comprendere nei suoi aspetti più intimi, né, ancor di più, mettere in pratica in maniera corretta.
Sicuramente ci sono stati incomprensioni e fraintendimenti; si è voluta redigere una sorta di classifica di questi valori, di questi diversi aspetti che compongono la complessità della dottrina cristiana.
Lo si è fatto credendo -in maniera errata- di rivelarli al popolo scillese per la prima volta, un po' come fecero i frati spagnoli al seguito dei Conquistadores con i popoli nativi dell'America latina.
Sono il primo a riconoscere di non avere né i titoli, né le competenze specifiche per parlare di temi teologici, perciò dico solo che mi è stato insegnato che, pur presentandosi sotto tre “forme” diverse, in verità Dio è uno e uno soltanto e ciascuna di queste tre “forme” sono del tutto complementari tra loro e non soggiacciono ad alcuna gerarchia.

La gerarchia è invece un elemento caratterizzante del clero. Seppur chiamati per vocazione a svolgere una missione del tutto particolare, i ministri della Chiesa sono pur sempre uomini, consapevoli più degli altri della fragilità della condizione umana. E, proprio in virtù della loro natura e del particolarissimo compito che sono chiamati ad assolvere nella vita sociale di intere comunità, devono essere soggetti a forme di controllo del loro operato.
Insomma, i preti sono come i carabinieri. E' del tutto normale che avvengano avvicendamenti tra coloro che hanno rivestito importanti incarichi. Così come cambiano i Prefetti, i funzionari di polizia, i giudici, allo stesso modo cambiano i preti o i vescovi.
Non si tratta di essere stati più o meno bravi; non è questione di essere stati ben voluti o mal voluti; di essere mandati via per aver esaurito il proprio compito o magari per “incompatibilità ambientale”. E' qualcosa di fisiologico, di profondamente insito nella stessa istituzione, sia essa civile, militare o religiosa.
Sono cambiati, cambiano e cambieranno gli uomini, lo Stato, la Polizia, i Carabinieri, la Chiesa, resteranno sempre, poiché diretta espressione della vita (civile e religiosa) dell'uomo.

Il ricorso a toni da battaglia, da guerriglia che hanno caratterizzato le discussioni scigghitane in questi ultimi due anni in particolare, sono quindi del tutto inappropriati e fuori luogo.
Diceva Abramo Lincoln:”La mia preoccupazione non è se Dio è dalla nostra parte; la mia più grande preoccupazione è essere dalla parte di Dio, poiché Dio ha sempre ragione”.
Ecco, mi sembra che ognuno tra Guelfi e Ghibellini scillesi, abbia finito col credere di essere "dalla parte di Dio".

Parafrasando questa citazione, Bob Dylan in una delle sue più belle canzoni, ha messo in evidenza come in tutte le guerre combattute (da quella contro gli indiani, fino alla guerra fredda con i russi), gli Stati Uniti abbiano agito nella convinzione che Dio fosse sempre dalla loro parte.
Ma non è Dio a stare da una parte piuttosto che dall'altra. Siamo noi a vederlo da lati diversi, da prospettive diverse, a percepirne la potenza e la grandezza in momenti e circostanze diverse, a seconda di come ci comportiamo e non da quale parte ci schieriamo.

Se Dio è dalla nostra parte -concludeva Dylan- fermerà la prossima guerra.”


Il mio augurio è che quello che si è verificato in questi ultimi anni ci faccia comprendere che, effettivamente, Dio sarà dalla nostra parte, dalla parte di tutti, solo quando le attuali contrapposizioni all'interno della nostra comunità avranno termine.
Per adesso, Dio è sopra di noi e ci guarda, dispiaciuto. E le gocce di pioggia che continuano a cadere sono le Sue lacrime, l'espressione del Suo dolore per quanto sta accadendo.
Ma la pioggia di oggi, significa nuova vita domani.

15 settembre 2008

NO, 'A SCOLA 'I ME' NONNU NO!

DRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNN! Tutti a' scola!
'A 'stati finiu e cari figghioli, dovete turnari a menz' e' banchi, a faticare.
Il tempo, comunque, da una mano, nel senso che ieri, dopo quattro mesi e mezzo di attesa, tanto tuonò che piovve!
Menu mali, cusì a racina unchia ancora 'n autru pocu e ndi vindignamu menzu cofunu 'i cchiù!
Eravamo veramente struriati da nu caddu umidu chi mancu nta foresta Amazzonica, cusì aieri a 'ittau a pagghiolati pi tutta 'a iurnata. Nda ricriammu: Aaaaaahhhhhhh!

Cusì oggi, chi pari cchiù autunnu chi fini 'stati, belli frischi e ripusati, senza alcun rimpianto pi ddhu mari-tavula cusì caddu chi parivi essiri alle terme, bimbi, figghioleddhi, figghioli, ragazzi, bacchettuni e calamari (alias ripetenti), ritornano a frequentari le aule scolastiche.

Ma chi scola troveranno?

Il discorso rischia di essiri longu assai, appirciò cercherò di ricapitolarlo in brevi.
'U Guvernu (sempre lui, chi altri se no?), si mintiu nta testa chi nci sunnu troppi prufissuri, maestri, insegnanti, ecc. e che, siccomu si cerca di limitari li spisi in quantu soldi non ci ndé, dal 2009, parecchie decine di migliaia dei suddetti dipendenti del Ministero dell'Istruzione dovranno cominciare a trovarsi altro da fare.

Sinceramenti, a mia 'sta cosa non è chi mi cala tantu.

Quandu ancora iava a scola superiori -e parru di vint'anni fa, cchiù o menu- i me' prufissuri (previggenti, bontà loro!) non facivunu autru mi ndi ripetunu: dovete essere flessibili, avere la capacità di cambiare lavoro. Questo non significa che dovete saper far tutto ma che se siete bravi in quello che fate, sarete più richiesti dal mercato. Questo è possibile solo in un modo: con la specializzazione.
Ricordo anche che ero in una sezione "sperimentale", nella quale erano stati modificati i programmi classici di alcune materie o se ne erano aggiunte di nuove, come l'informatica (eh, sì, all'epuca era 'na cosa nova!).
Ebbene, il mio professore di informatica, era lo stesso che ci insegnava a ...far di conto. Sì, pirchì, in quanto trattavasi di cosa nova, il prufissuri di matematica aveva semplicemente fatto dei corsi di informatica per poterci poi trasferire quasi "in diretta" le sue conoscenze su software, hardware, linguaggio Pascal [ch'era bellu, praticamenti 'u nonnu di windows], ecc.

Ora, dopo anni di cambiamenti, siamo arrivati al punto di aviri 'na scola che funziona (?) né cchiù né menu comu negli Stati Uniti d'America. 'Azz'! direte voi. Invece non c'è niente di cui andare fieri: siamo riusciti a copiare i 'mericani in una delle poche cose in cui le cose non vanno tanto bene: la scuola, apppunto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il generale impoverimento culturale dei nostri ragazzi, i quali -come ha affermato giustamente il dott. Gratteri sabato scorso, durante la presentazione del suo ultimo libro- "sono sì informati, ma non colti".

Adesso ci si è accorti dello sfascio in cui si è andati a finire e si cerca di correre ai ripari. Come? Turnandu a' scola 'i me' nonnu!
Va bene il richiamo alla disciplina, al 6 in condotta al ritorno del voto (ma prendere sufficiente o prendere 6, mi spiegati chi cangia?), all'educazione civica (era ura, nta 'sti tempi cusì bastardi!), al grembiule ca nnocca d'ordinanza.
Non va bene il ritorno al maestro unico.
No, perché mentri 'na vota si iava a' scola ca cartella 'i pezza, che custodiva il diario, i pinni bic, due quaderni (uno a righe, per i temi e la grammatica, e uno a quadri per i numeri), magari nu quadernoni (pi' ricerchi, da scriviri a manu, dopo aver letto menza Treccani) e il famoso abeccedario, oggi i figghioli hannu bisognu comu minimu 'i nu trolley se non propriu 'i nu carrellu i chiddhi ri supermercati mi si carrìunu tutto il necessario.

E no, cari ministri, non è cchiù possibili.

In una società ultra specializzata, dove si arriva a fare l'insegnante attraverso una moltitudine di percorsi formativi diversi, l'insegnante di matematica non poti insegnari l'italianu o l'informatica, oppuru l'inglesi. Ma non pirchì è sceccu (chistu magari è tutto da dimostrare), ma pirchì non ci 'a poti fari, cusì comu già non ci 'a faciva ddhu 'maricchieddhu ru me' prufissuri i matematica -che saluto.
La non attuabilità di questo discorso, i difetti di quanto si (ri)propone oggi, il sottoscritto li ha già vissuti, sperimentati ben ventidue anni fa, mica aieri!

Un discorso diverso è quello della localizzazione delle scuole. Visto che ci avviamo verso il federalismo, anche questa dovrebbe essere una materia da discutere. 'Na cosa è avere dieci plessi scolastici nella pianura padana, tutta un'altra cosa è avere quattru scoli elementari in Calabria: a Matiniti, a Sulanu, a Melia e a Petrastorta.
Lasciando da parte i problemi di carattere sociologico e passando agli aspetti pratici, mi spiegati vui comu faci nu figghiolu calabrisi i sei anni mi si iaza prima ru iaddhu, pi mi poti iari a scola a trenta chilomitri di distanza, cu acqua, nivi e ventu e attraverso strade chi sunnu mulatteri?
Quale la soluzione, allora?
Non è stato lu stessu Guvernu attuali a inchiri giurnali, radiu e televisioni col discorso delle tre "i":internet, inglese, impresa?
Perchè dunque non proseguire su questa strada? Intendo dire che si potrebbero lasciare sia i professori attuali che le sedi attuali. Come? Sfruttando le enormi potenzialità di internet. I ragazzi potrebbero seguire le lezioni sempre nela loro scuola, tutti insieme, magari utilizzando i moderni strumenti informatici, con lezioni svolte via internet, in videoconferenza (è mai possibili che si debba utilizzare solo per ascoltare i pentiti in tribunale?).
Sarebbe così salvaguardata la cosiddetta "funzione sociale" della scuola, vista come punto di aggregazione; si abbatterebbero i costi; si garantirebbe la reale professionalità degli insegnanti.
Segui il dibattito sul nostro Malaforum

07 settembre 2008

I TEMPI...'ILL'OVU SBATTUTU

"The times they are a-changin' "-i tempi stanno cambiando. Cusì cantava nel lontano 1964 Bob Dylan.
Erano i tempi in cui 'ccuminciavano a sentirsi i primi pruriti, 'i primi mangiasciumi che sarebbero sfociati pochi anni dopo nel mitico movimento sessantottino. Erano i tempi dei figli dei fiori, dell'amore libero.
Erano tempi molto lontani da quello che succedeva nto Scigghiu all'epuca... ri nonni (mica tantu poi).
Siccome il più delle volte durante il periodo del fidanzamento erano vardati a vista da patri, mammi, frati e soru cchiù grandi e i momenti di intimità erunu pochi, praticamenti "rubati" e coincidenti magari con il "passaggio delle consegne" della ferrea guardia parentale, i giuvini non virivunu l'ura mi si maritunu, pi putiri stari pi fatti soi.
Eccu pirchì 'na vota si maritavunu giuvini!

Pari poi che i novelli sposini, una volta salutati parenti e amici dopo il ricevimento, venissero 'ccumpagnati a' casa. Naturalmente, la sposa doviva trasiri in casa in braccio al maritu, ma sennò oh mal' 'ccasioni!

Tradizioni vuliva chi, 'na vota trasuti nta casa, maritu e mugghieri vinissiru ivi chiusi per una simanata 'ntera, duranti la quali dovevano recuperare il tempo che non avevano avuto da fidanzati per putiri fari intima cunuscenza. Duranti tali periudu, non potevano essere visti nemmeno nta facci da chicchessia.
L'unico momento in cui la coppia rientrava in contatto con il mondo esterno, era quandu -'na vota o' iornu- qualcuno bussava alla loro camera e porgeva loro un uovo.
Ddh'ovuceddhu, chi la sposa pruvvidiva sollecita a fari sbattutu, furniva nuove energie ai novelli sposini che, accussì putivanu continuari a...confrontarsi.
Eh, chi belli tempi: non pilluli blu, russi 'ill'ovu!

Oggi tuttu chistu non succedi cchiù. Si è libiri di fari comu si voli e, soprattutto, quandu si voli. Forsi pi chistu non c'è cchiù prescia di maritarsi.

E cusì capita di vidiri sposini frischi di matrimoniu, cu risu ancora nte capiddhi, sdraiarsi a prendere il sole sulla spiaggia, signu chi la sposa l'avrà avutu sbattutu prima! (l'ovu, intendu)


Eh sì, Bob Dylan oggi scriverebbe: the times they are changed -i tempi cangiaru.


N.B.:un grazie alla Sig.ra Mimma per l'aneddoto 'ill'ovu sbattutu.

23 agosto 2008

Tri cosi sunnu storti: 'i cucuzzi, 'i citrola e...i scigghitani!

Qualche mese fa mi era capitato per le mani un depliant che illustrava le meraviglie della Costa Viola e in particolare quelle dei comuni di Scilla e Bagnara.
C'era qualche notiziola storica, ma la gran parte dell'opuscolo era dedicata alle foto: supra a 10, ottu si riferivano allo Scigghio -Chianalea, marina e, come al solito, il Castello dei Ruffo- e solamente due alle meraviglie paesaggistiche bagnarote.
La prima domanda che mi saltò in mente fu: comu mai 'sti bagnaroti si 'mbiddharu ch' i scigghitani?
Domanda legittima se si pensa che, come tutti sapimu, tra scigghitani e bagnaroti non c'è mai stato tanto feeling.
Comunque, siccomu oramai 'u dumila 'u passammu, dovendo essere "al passo coi tempi", il singolare abbionamento all'insegna della promozione turistica della Costa Viola può starci benissimo, facendo riferimento agli stretti legami commerciali, marittimi, ecc. che ci sono sempre stati tra Scilla e Bagnara.
Ma poi, ecco la sorpresa. In un articolo di "Gazzetta del Sud" di giovedi 21.08.2008 (pag. 36), si legge nel titolo: "Riconsegnati alla città due spazi d'aggregazione".
I due spazi in questione, stando all'articolo, sono: il castello Ruffo e il belvedere, dove è stato realizzato un anfiteatro all'aperto.
Unu pensa: ma 'stu giurnali duna 'i numira?
A Scilla il castello Ruffo è tornato nella disponibilità del Comune già da qualche anno. Idem per il belvedere, il nostro caro 'ffacciaturi, con le sue caratteristiche panchine che voltano le spalle al mare dello Stretto (caso più unico che raro al mondo), deliziando i turisti con la vista...ri casi ri cristiani! L'anfiteatro poi, che doveva essere consegnato alla fine di giugno, non è ancora stato ultimato e, se va bene, lo potremo avere disponibile entro la fine dell'anno.
Ma, scusati 'n attimu: leggendo bene l'articolo, scopro con grande meraviglia che non si tratta di Scilla, bensì di Bagnara! Bagnara?
Quando mai c'è stato un "castello ducale dei Ruffo" a Bagnara Calabra? Sintindumi incoddhu un'ignorantitudine fuori dal comune, fuìa mi trovu qualche notiziola direttamente dal sito della proloco bagnarese (eh sì, iddhi hannu puru 'u situ, nui non avimu mancu 'a Pro Loco!).
Il castello di cui si parla è il castello Emmarita -che abbiamo sempre saputo essere a Bagnara, appunto- e, nel raccontarne la storia, i Ruffo vengono menzionati soltanto una volta ed in una sola frase: "Dalla II metà del 700 i beni immobili del lussuoso castello furono portati altrove dai Ruffo." Praticamenti, nto casteddhu 'i Bagnara, i Ruffo ficiru sulu i latri!
Eppuru, 'u casteddhu bagnarotu, Ruffo o non Ruffo, appena ristrutturato, ha: una sala convegni da 80 posti, 10 stanze e ampia terrazza panoramica, con all'interno "...alcuni affreschi che richiamano personaggi della famiglia Ruffo e imperatrici bizantine".
E non finiù ccà. Il vecchio belvedere che sta nella parte alta di Bagnara è stato ristrutturato e trasformato in un anfiteatro all'aperto.
L'inaugurazione sarà domenica, alle 18:30.
Complimenti e' bagnaroti, cusì si faci!
Ma se Bagnara ridi, a Scilla c'è i ciangiri: si sbandiera la realizzazione di progetti e opere ma poi non vengono ultimati nei tempi previsti e, cosa più grave, non vengono per niente valorizzati.
Insomma, nui facimu i chiacchiri e l'autri fannu i fatti. Ma si sa, i chiacchiri su' chiacchiri e i maccarruni incunu 'a panza!
Cusì, iau a finiri chi i bagnaroti prima hanno messo il loro nome accanto a quello di Scilla nei depliant, mi si fannu 'u nomu, poi, zittu zittu, si ficiru l'anfiteatru prima 'i nui e, dulcis in fundo, furu capaci puru mi ndi futtunu 'u casteddhu (almeno come nome)!
Ancora 'na vota, abbiamo avuto la conferma -se mai ce ne fosse bisogno- dell'antico detto che così recita: "Tri cosi sunnu storti: 'i cucuzzi, 'i citrola e...i scigghitani"!

13 agosto 2008

'SPITALI: LA REGIONE AMMETTE L'ERRORE

"Abbiamo fatto un errore".

Con queste quattro letterali parole, pronunciate durante un'intervista a RTV, l'on. Demetrio Naccari Carlizzi, assessore regionale al Bilancio e Patrimonio della Regione Calabria (nonché ex vicisindico di Reggio Calabria), ha onestamente ammesso il grande abbaglio preso dalla Regione nella redazione dell'oramai famosissimo Piano Sanitario Regionale che, lo ricordiamo, prevedeva la chiusura dell'ospedale "Scillesi d'America" e la sua aggregazione ai Riuniti di Reggio Calabria, nonché la sua riconversione a centro specialistico per la ricerca sulle cellule staminali.
Evidentemente, la pausa estiva che i nostri politici hanno appena 'ccuminciato ha portato consiglio.
Forti sono state -almeno a parole- le proteste e gli appunti sollevati in merito, contro una decisione presa a tavolino, in maniera troppo semplicistica e che rischiava di penalizzare ben 50.000 poviri cristianeddhi, Scigghitani in primis.

Pure sull nostro sito -alla nostra manera- avevamo messo in particolare evidenza la penalizzazione che gli scillesi e gli abitanti di una decina di comuni limitrofi avrebbero avuto se quel Malanova di P.S.R. sarebbe stato approvato in via definitiva.
Soltanto adesso, la Regione scopre che le due strutture (ospedale e centro per la ricerca sulle cellule staminali) possono coesistere (nci mmancava, cu sei piani 'i 'spitali ch'avimu!).
In particolare, secondo quanto riferito sempre dall'assessore Naccari, l'ospedale scigghitano sarebbe destinato alle cure di "primo livello", considerato che il nosocomio scigghitano è già dotato di sale operatorie funzionanti, lasciando ai Riuniti di Reggio quelle specialistiche di "secondo livello".
Nel contempo, dovrebbe realizzarsi presso lo "Scillesi d'America" anche il progetto previsto nel P.S.R. in merito alla costituzione di questo centro di ricerca sulle staminali.
Si perverrebbe così a una effettiva valorizzazione del presidio sanitario scigghitano.
Dunque, meglio tardi che mai. Nonostante la calura estiva, ancora c'è cu' usa nu pocu 'u ciriveddhu.
Per adesso è tutto, carissimi paisani.
Ovunque voi siate (ca testa sutt'acqua, a panza all'aria, o' friscu sutta a 'n peri 'i castagnara), buona continuazioni di ferii.