11 febbraio 2013

LE DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI: L’ONNIPOTENZA E L’UMANITA’

fulmini VaticanoSono un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”.

Con queste parole si presentò al mondo Papa Benedetto XVI nell’Aprile del 2005, il giorno della sua elezione.

Oggi la notizia, giunta come un fulmine a ciel sereno, si è trasferita in un attimo in ogni angolo del mondo: il primo contadino della fede ha deciso di lasciare la vigna.

Lo fa con i suoi piedi e in piena coscienza, in maniera secca, con un gesto semplice, umile e al contempo rivoluzionario.

Anche se il fulmine ha colpito a ciel sereno, in verità in molti se lo aspettavano da tempo. Almeno da un anno, molti erano stati i “tuoni” che l’avevano in un certo senso preannunciato.

In queste ore, molti sono stati i commenti circa i motivi “nascosti” di queste dimissioni.

E’ indubbio che uno studioso della fede e della religione della fratellanza per eccellenza come Papa Ratzinger, sia rimasto profondamente colpito dallo scandalo provocato dalla divulgazione di documenti riservati. Quel tradimento –perché di vero e proprio tradimento s’è trattato- non può non aver pesato nell’assunzione della decisione odierna.

Altri, più stupidamente, hanno parlato anche di "codardia" e di incapacità nella gestione degli "affari vaticani"

Le motivazioni che l'hanno indotto a prendere questa decisione definitiva sono secondo me ben più profonde.

Con il suo gesto, Papa Ratzinger ha dimostrato una dimensione umana che non ha nulla a che vedere con quell’immagine di potenza che viene cucita addosso a chiunque rivesta una carica di grande levatura, a maggior ragione addosso a un Papa.

Benedetto XVI rimarrà nella storia, proprio come Celestino V, da noi conosciuto solo attraverso le pagine della Divina Commedia.

Celestino amava la solitudine, la meditazione, proprio come Joseph Ratzinger, sempre alla ricerca quasi fisica di Dio, attraverso la preghiera e lo studio della Parola.

A questo proposito, mi tornano in mente alcune frasi dal suo libro "Gesu di Nazareth" che mi hanno molto colpito:

"L'accesso immediato di Mosè a Dio -che fa di lui il grande mediatore della rivelazione, il mediatore dell'Alleanza- ha dei limiti. Egli non vede il volto di Dio anche se gli è permesso di immergersi nella nube della sua vicinanza e parlare con Lui come con un amico"....All'ultimo profeta, al nuovo Mosè sarà concesso in dono quello che è negato al primo -vedere davvero e immediatamente il volto di Dio e poter così parlare in base alla piena visione di Dio e non soltanto dopo averne viste le spalle".

Dunque, nemmeno chi veramente conosce nel profondo la Parola, perché vi si immerge come in una nube che lo avvolge e lo avvicina a Dio, potrà vedere com'è fatto Dio. Può solo parlargli, ma da amico.

L’estrema vicinanza a Dio non è quindi un mezzo per divenire Onnipotenti né per mettersi sul Suo stesso piano. Nessuno degli uomini, per quanto potenti siano o si credano di essere, ci riuscirà.

Secondo me, in queste parole è racchiusa invece la profonda consapevolezza da parte di chi crede, primo fra tutti il Papa, della vera natura dell'uomo e dei suoi limiti fisici. Quei limiti che oggi ha riconosciuto pubblicamente.

Nell’ultimo tweet consegnato alla rete e alla storia appena ieri, il Papa ha scritto: “Dobbiamo aver fiducia nella potenza della misericordia di Dio. Noi siamo tutti peccatori, ma la Sua grazia ci trasforma e ci rende nuovi”.

Ecco ancora una volta messa in evidenza la fragilità dell’uomo. Quel “siamo tutti peccatori” (di certo non una frase nuova per la Chiesa cattolica) è l’ennesimo promemoria della fragilità umana, che include necessariamente anche lo stesso Papa, il quale da uomo estremamente sapiente, non si sottrae alle sue colpe.

Tutt’altro. Nell’accettarle, da credente si affida alla grazia dell’Onnipotente, l’unica forza in grado di trasformare e rinnovare gli uomini, ivi compresi gli uomini della Chiesa cattolica e quindi la stessa Chiesa come istituzione.

Riletta oggi, a poco più di 24 ore di distanza, alla luce delle dimissioni annunciate, si può dire che questa frase costituisce il segnale dell’inizio di una rivoluzione; il segnale che quella vigna del Signore nella quale Benedetto XVI ha operato per quasi otto anni, è destinata a subire profonde trasformazioni.

Ma a continuare a coltivarla non sarà più un contadino tedesco, oramai vecchio e, giustamente, stanco. A continuare l’opera di pulizia e disinfestazione già avviata –preludio a ogni trasformazione del terreno, saranno altri. Lui, Joseph Ratzinger, nella vigna vi era entrato quando c’era da ripartire quasi da zero, ha iniziato a pulire e non l'ha mai chiusa, rifugiandosi nella sua "nube di vicinanza". Ha invece sempre cercato di farci entrare tutti i cristiani, mediante le sue opere, i suoi scritti. Di questo mi sento in dovere di ringraziarlo.

Oggi è uscito dalla vigna in piena coscienza, ma non l’ha abbandonata. Ha solo lasciato il cancello aperto.

* Foto di Alessandro Di Meo, (agenzia Ansa) via La Repubblica

03 febbraio 2013

AND YOU ARE SLEEPING STILL

(libera traduzione anglofona di “ E vui durmiti ancora” –di Giovanni Formisano e Gaetano Emanuel Calì- nel testo cantato da Andrea Bocelli)

 

The sun's already rised from the sea
and you, my little beauty, are sleeping still,
the birds, they are all really tired to sing
they're waiting out there, all filled with chill;
they’re alighted on this balcony for thee
waiting for you to appear, just let you see.

Now it’s enough, don't sleep anymore,
'cause between them in this narrow lane
I am also waiting, for you, I'm sore,
to see your face, a beauty, once again.
Out there I'm spending ev’ry single night,
I only wait for you to appear in sight.

The flowers can't stay without you, it's doom,
they're all with dangling heads, they won't resist,
everyone of them don't wanna bloom
if you don't open up this locked door first.
They’re hidden in this balcony for thee
waiting for you to appear, just let you see.

Now it’s enough, don't sleep anymore,
'cause between them in this narrow lane
I'm also waiting, for you, I'm sore,
to see your face, a beauty, once again.
Out there I'm spending ev’ry single night,
I only wait for you to appear in sight.

Out there I'm spending ev’ry single night,
I only wait for you to appear in sight.

TRA OMERTA’ E SOLIDARIETA’: IL RINNOVAMENTO DELLE COSCIENZE

Nel quadro confuso della situazione politica italiana, tra scandali e polemiche, una cosa è certa: chiunque vinca, le imminenti elezioni ci regaleranno un Parlamento nel quale nessuna delle forze in campo riuscirà verosimilmente ad ottenere la maggioranza.
Questo significa che sarà molto dura poter governare normalmente, cioè senza il timore di pericolose imboscate che sarebbero senz’altro un dejà vu di cui faremmo volentieri a meno.
Le divisioni la fanno dunque da padrone e nessuno sembra disposto a cedere, facendo un passo verso l’altro. E’ un brutto segnale, che non promette nulla di buono.
I protagonisti della politica nostrana rimangono arroccati ciascuno sulle proprie posizioni, incapaci di dialogare ma capacissimi di continuare ad urlare. E quando si urla, è difficile che chi ascolta riesca a capire.

Se c’è una persona che invece parla sempre in modo chiaro e diretto, senza giri di parole, quella è don Luigi Ciotti. Ieri sera, intervenendo a una trasmissione televisiva durante la quale gli è stato chiesto un commento agli ultimi avvenimenti politici della settimana, don Ciotti ha risposto: l’unico modo per far sì che la politica sia in condizioni di dare risposte serie e concrete alle esigenze dei cittadini (in particolare per quanto riguarda i temi della legalità), è quello di fare leggi giuste. Ma le leggi giuste sono il frutto non certo delle divisioni ma dell’unione di intenti, che si realizza solo e soltanto se si guarda a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide.
Non è un passo semplice da fare, tutt’altro. E’ necessario, dice ancora don Ciotti, un elemento fondamentale: il rinnovamento delle coscienze.
Solo attraverso un serio rinnovamento che parte dal profondo, dalle nostre stesse viscere, potremo sviluppare quel sentimento di solidarietà concreta –che è il marchio di fabbrica di “Libera”, l’associazione fondata da don Ciotti- in grado di sconfiggere le divisioni e l’omertà che contraddistingue la società moderna, specie nel meridione.
Troppo spesso confondiamo, equivochiamo, il significato di solidarietà; più che dimostrarci solidali, ci dimostriamo sodali –diretti, ma spesso anche indiretti- della prepotenza, vittime della paura. Troppo spesso, e troppo facilmente, sconfiniamo nell’omertà.















Come fare allora a distinguere la solidarietà dall’omertà? Per rispondere a questa domanda, credo sia estremamente utile riportare una paginetta tratta da “In alto a sinistra” dello scrittore napoletano Erri De Luca. 
Scrive di una lezione del Prof. Giovanni La Magna -suo insegnante di latino e greco al liceo “Umberto I” di Napoli.
Era l’anno scolastico 1966/67 e il Prof. La Magna così parlò ai suoi alunni secondo i ricordi dello scrittore:

<< Sono siciliano. Nella mia terra c’è un costume che vieta di denunciare i colpevoli di reati: si chiama omertà.
L’omertà nasce dal bisogno di difendersi da un regime sociale di spoprusi in cui la giustizia è applicata con parzialità e favoritismi, ma contrappone malauguratamente a questo un altro regime di soprusi: la mafia.
L’omertà è un comportamento radicato in tutta la popolazione quando considera l’intero apparato statale un grande sbirro. La mafia che è nata da questa silenziosa protezione popolare, l’ha trasformata in legge di sangue sicché oggi l’omertà è frutto principale della paura.
Essa non distingue tra chi si ribella a un sopruso e chi agisce da criminale, copre tutti, il povero cristo e il malfattore. L’omertà è diventata cieca ed è al servizio di un’altra prepotenza
.>>
Poi continua il Prof. La Magna: <<Lo spirito di solidarietà è invece un sentimento che onora l’uomo. Non è una legge, come l’omertà, sorge di rado. Spunta di colpo tra persone che si trovano in difficoltà, comporta il sacrificio personale, non si nasconde dietro il mucchio formato da tutti gli altri.
La solidarietà è opera preziosa di un’occasione, appena compiuto il suo dovere rompe le righe, lasciando in ognuno la coscienza tranquilla
.>>


Queste parole -pronunciate alla vigilia del clamoroso rinnovamento culturale avviato nel ‘68- ci indicano chiaramente qual è la strada per un nuovo rinnovamento altrettanto clamoroso: quello dei costumi del nostro tempo, un cambiamento che non possiamo più rinviare: il rinnovamento delle coscienze.
Rinnovare le coscienze significa dunque far sì che la solidarietà non duri un attimo, non sia leggera, fugace, di facciata, come spesso accade.
Dobbiamo fare in modo che quegli attimi diventino sempre più lunghi: siano minuti, ore, giorni, anni.
Solidarietà significa condivisione di un percorso, di uno stato d'animo, con colui che è in difficoltà, che soffre. E la sofferenza, in genere, non è mai istantanea, non dura mai un attimo.
Dare solidarietà significa vivere i giorni di una vita con la coscienza tranquilla, una vita normale.

Perciò, non bisogna lasciarsi coprire dal malcostume dell'omertà, dalla sua legge cieca che ci rende massa, esseri indistinti.
Non copriamoci, ma scopriamo invece la solidarietà, lasciamoci percorrere da questo sentimento che -come dice De Luca- <<...è come una scarica elettrica, capace di trasformare varie genti in un popolo, molte prudenze in coraggio>>.

E se abbiamo il coraggio di rinnovare le nostre coscienze, allora sì che -come dice don Ciotti- possiamo sognare un orizzonte di normalità.






27 gennaio 2013

YOUNG WOMAN


foamingwaves
When it’s quiet all around
an’ ev’rybody has gone away
I get my thoughts together
on a so-called long silence day.
The stereo is playin’ low
and I hear a music jam
as I’m hummin’ into my mind
that well known music theme.

In my heart I have your sign,
that’s why I like to do a game:
I use to close ev’ry song’s line
spellin’ your musical name.
No I can’t play the music,
I don’t know the chords, nor the notes
so I write to you, young woman,
I get on well with words and dots. 

Oh, young woman with
a french kind of name, so sweet.

I’m addressin’ you, young woman
who dug my heart with a deep trace,
on the beach you look like Venus
comin’ out from the foamin’ waves.
The day when the sea was rough,
red flag, no sailin’ boat,
well I tried to call you loud
but  your name didn’t leave my throat.

You could not hear my voice,
I was so sorry, what a shame,
the crashin’ waves made so much noise,
I couldn’t spell your catchy name.   
No, I can’t play the music,
I don’t know the chords, nor the notes
so I write to you, young woman,
I get on well with words and dots. 

Oh, young woman with
a french kind of name, so sweet.

24 gennaio 2013

TRA RIFORMISMO E POPULISMO: LA DEMOCRAZIA IMPERFETTA

Tra poco più di un mese saremo chiamati al voto per eleggere il nuovo Parlamento e indicare il nome di colui il quale -secondo gli italiani- dovrebbe guidare il nuovo Governo (sarà il Presidente della Repubblica a nominarlo).

Nel corso di questa campagna elettorale che ha riservato non pochi colpi di scena rispetto all'ormai stucchevole contrapposizione bipolare, si è innescato nel popolo un meccanismo di definitivo rigetto verso comportamenti personali di tanti presunti "onorevoli" che di onorevole hanno dimostrato di aver ben poco se non nulla.

Si è perciò tornati a scoprire che la politica è appassionante non per le urla, ma per il dibattito tra idee diverse.

Alcuni giorni fa ho seguito alla radio un convegno nel quale si dibatteva di riformismo e populismo, due termini che sono stati ampiamente ribaditi -talvolta abusandone- dai rispettivi schieramenti.

Riformismo e populismo sono due modi diversi di pervenire al perfezionamento della democrazia.

Il riformismo è una creatura del movimento socialista ed è riferito in primo luogo al mantenimento dello stato sociale, cioè di tutte quelle norme che permettono di concretizzare il principio di eguaglianza tra tutti i cittadini, attraverso riforme graduali, senza perciò ricorrere alla "rivoluzione" propugnata dalla sinistra più radicale.

A destra dello schieramento politico si è assistito al passaggio da un indirizzo conservatore -che sta nell'ordine delle cose, poiché naturale contrapposizione al riformismo di sinistra, comunque finalizzato allo stesso obbiettivi di fondo- a un atteggiamento che è pericolosamente sconfinato nel populismo.

Ecco dunque che si sta diffondendo nel Paese la convinzione che le "elite" rappresentate da un governo che ha fatto gli interessi dei "poteri forti", hanno ridotto quelli che sono i diritti e i beni del popolo, che nella visione populista è come il cliente descritto nei cartelli in alcuni negozi: ha sempre ragione.

Ma questo modo di intendere la realtà italiana non è rimasto confinato da una sola parte ma si è via via diffuso, tanto che ritroviamo forti accenti populisti anche in neonate formazioni che sono diretta espressione non delle idee, dei sentimenti politici ma dei risentimenti degli italiani.

Riassumendo e semplificando, come notava Antonio Fuciniello nel convegno di qualche giorno fa, il riformismo si propone di migliorare la democrazia rimuovendo le cause (le leggi sbagliate, comunque migliorabili) che ne impediscono il perfezionamento; il populismo si nutre delle imperfezioni della democrazia, ne esaspera le conseguenze e va a caccia dei colpevoli, cioè degli uomini ritenuti responsabili delle condizioni di vita del popolo.

Appare evidente come sia estremamente facile che una concezione populista della democrazia, alimentata da particolari condizioni economico-sociali, possa sconfinare in forme di regime estremamente dannose. Ne abbiamo avuto esempi già in passato e ci auguriamo che non si ripetano mai più.

Dunque, la democrazia, non può essere regolata dagli uomini, bensì dalle Leggi, che sono il frutto del confronto delle idee che il popolo esprime attraverso chi lo rappresenta.

Ecco perché è sulle Leggi che bisogna intervenire per rendere la democrazia -cioè il potere del popolo- sempre più perfetta.

La democrazia, come la natura, non si crea né si distrugge, ma si trasforma: le Leggi cambiano, si adeguano alla realtà e ai bisogni del nostro tempo.

Così come l'uomo tende ad avvicinarsi alla perfezione, anche le sue Leggi continueranno a perfezionarsi, nella consapevolezza dei propri limiti. E' un processo continuo, inarrestabile.

Tornano perciò in mente le parole che Obama ha pronunciato durante il discorso di insediamento per il secondo mandato alla Casa Bianca: "Dobbiamo agire, consapevoli che la nostra opera sarà imperfetta".

21 gennaio 2013

OBAMA: VERSO UN FUTURO INCERTO, ALLA RICERCA DI VITA, LIBERTA’ E FELICITA’

Di seguito, il testo –tradotto dalla trascrizione originale- del discorso di inaugurazione del secondo mandato del Presidente Barack Obama, pronunciato oggi a Washington.
 


Vice Presidente Biden, Sig. Presidente della Corte Suprema, Membri del Congresso degli Stati Uniti, illustri ospiti, e concittadini:
Ogni volta che ci riuniamo per l'insediamento di un presidente, portiamo testimonianza della forza duratura della nostra Costituzione. Confermiamo la promessa della nostra democrazia. Ricordiamo che ciò che tiene insieme questa nazione non è il colore della nostra pelle o i dogmi della nostra fede o l'origine dei nostri nomi. Ciò che ci rende eccezionali - ciò che ci rende americani - è la nostra fedeltà a un'idea, articolata in una dichiarazione fatta più di due secoli fa:
"Noi riteniamo queste verità di per sé stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi ci sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità".
Oggi continuiamo un viaggio senza fine, per congiungere il senso di quelle parole con le realtà del nostro tempo. Poiché la storia ci dice che, mentre queste verità possono essere di per sé stesse evidenti, non si sono mai eseguite da sole, che, mentre la libertà è un dono di Dio, deve essere garantito dal Suo popolo qui sulla Terra. I patrioti del 1776 non hanno combattuto per sostituire la tirannia di un re con i privilegi di pochi o il volere di una folla. Loro ci hanno dato una Repubblica, un governo di, e da, e per il popolo, affidando a ogni generazione il compito di proteggere il nostro credo fondante.
Da più di duecento anni, lo facciamo.
Attraverso il sangue versato dalla frusta e il sangue prelevato con la spada, abbiamo imparato che nessuna unione fondata sui principi di libertà e di uguaglianza potrebbe sopravvivere per metà schiava e per metà libera. Ci siamo rinnovati, e abbiamo promesso di andare avanti insieme.
Insieme, abbiamo stabilito che una moderna economia necessita di ferrovie e strade per velocizzare viaggi e commerci; di scuole e università per formare i nostri lavoratori.
Insieme, abbiamo scoperto che un libero mercato prospera solo quando ci sono delle regole volte a garantire la concorrenza e la correttezza.
Insieme abbiamo deciso che una grande nazione deve aver cura dei più vulnerabili, e proteggere il suo popolo dai peggiori pericoli e dalle disgrazie della vita.
Attraverso tutto questo, non abbiamo mai abbandonato il nostro scetticismo verso l'autorità centrale, né abbiamo ceduto alla finzione che tutti i mali della società possano essere curati solo attraverso il governo. La nostra esaltazione dell'iniziativa e dell'impresa, la nostra insistenza sul duro lavoro e sulla responsabilità personale, queste sono le costanti nel nostro carattere.
Ma abbiamo sempre compreso che quando i tempi cambiano, così dobbiamo cambiare noi; che la fedeltà ai nostri principi fondanti richiede risposte nuove alle nuove sfide; che la tutela delle nostre libertà individuali richiede in ultima analisi, l'azione collettiva. Perché il popolo americano non può più soddisfare agendo da solo le esigenze del mondo di oggi più di quanto i soldati americani avrebbero potuto affrontare le forze del fascismo o del comunismo con i moschetti e i gruppi di volontari armati. Nessuno da solo può formare tutti gli insegnanti di matematica e di scienze di cui avremo bisogno per darli in dote ai nostri figli per il futuro, o costruire le strade e le reti e i laboratori di ricerca che porteranno nuovi posti di lavoro e imprese sulle nostre sponde. Ora, più che mai, dobbiamo fare queste cose insieme, come una sola nazione e un solo popolo.
Questa generazione di americani è stata messa alla prova da crisi che hanno indurito la nostra determinazione e dimostrato la nostra capacità di ripresa. Un decennio di guerra sta per concludersi. La ripresa economica è iniziata. Le possibilità dell'America sono infinite, poiché possediamo tutte le qualità richieste da questo mondo senza confini: la gioventù e l'iniziativa, la diversità e l'apertura; una capacità infinita di rischiare e il dono di reinventarsi. Compatrioti americani, siamo pronti per questo istante, e noi lo coglieremo -fino a quando lo coglieremo insieme.
Poiché noi, il popolo, siamo consapevoli che il nostro paese non può avere successo quando alcuni in numero ristretto vive molto bene e un numero sempre più crescente faticano a farcela. Noi crediamo che la prosperità degli Stati Uniti deve poggiare sulle spalle larghe di una classe media emergente. Sappiamo che l'America prospera quando ogni persona può trovare l'indipendenza e l'orgoglio nel proprio lavoro; quando il salario del lavoro onesto libera le famiglie dal baratro della privazione. Noi siamo fedeli al nostro credo, quando una bambina nata nella più nera povertà sa che ha la stessa possibilità di avere successo di tutti gli altri, perché è un'americana, è libera, e lei è uguale, non solo agli occhi di Dio ma anche ai nostri.
Siamo consapevoli che i programmi obsoleti sono inadeguati alle esigenze del nostro tempo. Dobbiamo sfruttare le nuove idee e le tecnologie per ricreare il nostro governo, rinnovare il nostro codice tributario, riformare le nostre scuole, e rafforzare i nostri cittadini con le competenze necessarie per lavorare di più, imparare di più, arrivare più in alto. Ma mentre i mezzi cambiano, il nostro scopo resta: una nazione che premia l'impegno e la determinazione di ogni singolo americano. Questo è ciò che questo momento richiede. Questo è ciò che da un senso vero al nostro credo.
Noi, il popolo, crediamo ancora che ogni cittadino meriti una base essenziale di sicurezza e dignità. Dobbiamo prendere decisioni difficili per ridurre il costo della sanità e le dimensioni del nostro deficit. Ma rifiutiamo la convinzione secondo la quale l’America debba scegliere tra prendersi cura della generazione che ha costruito questo paese e investire nelle generazione che ne costruirà il futuro. In quanto ricordiamo le lezioni del nostro passato, quando gli anni del crepuscolo si trascorrevano in povertà, e i genitori di un bambino disabile non avevano nessuno a cui rivolgersi. Non crediamo che in questo paese la libertà sia riservata ai fortunati, o la felicità a pochi. Riconosciamo che per quanto responsabilmente viviamo le nostre vite, ciascuno di noi, in qualsiasi momento, potrà affrontare la disoccupazione, o ammalarsi all'improvviso, piuttosto che vedersi spazzare via la casa da una terribile tempesta. Gli impegni che prendiamo l’un con l’altro - tramite Medicare, Medicaid e la Social Security - che cose come queste non riducano la nostra intraprendenza; ci rafforzino. Non ci trasformino in una nazione di mendicanti; ci rendano liberi di prendere quei rischi che fanno grande questo paese.
Noi, il popolo, crediamo ancora che i nostri doveri come americani non siano solo verso noi stessi, ma verso tutta la posterità. Daremo una risposta alla minaccia del  cambiamento climatico, consapevoli che se non lo facessimo tradiremmo i nostri figli e le generazioni future. Alcuni possono ancora negare il soverchiante giudizio della scienza, ma nessuno può evitare il devastante impatto della furia degli incendi, e della siccità soffocante e delle più potenti tempeste. La strada verso fonti energetiche sostenibili sarà lunga e talvolta ardua. Ma l’America non può resistere a questa transizione; dobbiamo guidarla. Non possiamo cedere ad altre nazioni la tecnologia che darà energia a nuovi posti di lavoro e nuove industrie - dobbiamo farne nostra promessa. Ecco come conserveremo la nostra vitalità economica e il nostro tesoro nazionale - le nostre foreste e le vie fluviali; i nostri terreni produttivi e le cime innevate. Ecco come preserveremo il nostro pianeta, affidato da Dio alla nostra cura. Ecco ciò che darà senso al credo che i nostri padri pronunciarono un tempo.
Noi, il popolo, ancora crediamo che una sicurezza duratura e una pace prolungata non richiedano una guerra perpetua. I nostri coraggiosi uomini e donne in uniforme, temprati dal fuoco della battaglia, non hanno pari in quanto a capacità e coraggio. I nostri cittadini, segnati dal ricordo di coloro che abbiamo perso, conoscono fin troppo bene il prezzo che viene pagato per la libertà. La consapevolezza del loro sacrificio ci terrà sempre vigili contro coloro che vorrebbero farci del male. Ma siamo altresì eredi di coloro che hanno vinto la pace, non solo la guerra, trasformando nemici giurati nei più leali fra gli amici, e dovremo portare quelle lezioni anche in questo nostro tempo.
Noi difenderemo il nostro popolo e terremo saldi i nostri valori con la forza delle armi e le regole della legge. Mostreremo il coraggio necessario a cercare e risolvere i contrasti con le altre nazioni in modo pacifico - non perché siamo ignari dei pericoli che affrontiamo, ma perché lo scontro può a lungo termine sollevare sospetti e paure. L’America resterà l’ancora di alleanze forti in ogni angolo del globo; e rinnoveremo quelle istituzioni che ampliano la nostra capacità di affrontare le crisi all’estero, in quanto nessuno ha più interesse in un mondo in pace della sua nazione più potente. Noi sosterremo la democrazia dall’Asia all’Africa; dalle Americhe al Medio Oriente, perché i nostri interessi e la nostra coscienza ci spingono ad agire dalla parte di coloro che aspirano alla libertà. E dovremo essere fonte di speranza per i poveri, i malati, gli emarginati, le vittime del pregiudizio - non per mera carità, ma perché la pace nella nostra epoca richiede il costante progresso di quei principi descritti dal nostro credo condiviso: tolleranza e opportunità; dignità umana e giustizia.
Noi, il popolo, oggi dichiariamo che la più evidente fra le verità - che tutti noi siamo stati creati uguali - è l’astro che ancora ci guida; così come ha guidato i nostri precursori a Seneca Falls, Selma e Stonewall; così come ha guidato tutti quegli uomini e donne, noti e ignoti, che hanno lasciato le proprie impronte lungo questo grande viale, per sentire un predicatore dire che non possiamo camminare da soli; per ascoltare [Martin Luther] King proclamare che la nostra libertà individuale è inestricabilmente legata alla libertà di ogni altra anima sulla Terra.
E' adesso compito della nostra generazione portare avanti ciò che quei pionieri hanno cominciato. Perché il nostro viaggio non sarà concluso finché le nostre mogli, madri e figlie non potranno guadagnarsi da vivere proporzionalmente ai loro sforzi. Il nostro viaggio non sarà concluso finché i nostri fratelli e sorelle omosessuali non saranno trattati come chiunque altro davanti alla legge –perché se siamo veramente stati creati uguali, allora di certo l’amore con cui ci leghiamo l’uno all’altro dovrà essere altrettanto uguale. Il nostro viaggio non sarà concluso finché nessun cittadino si troverà costretto ad aspettare per ore il suo turno per esercitare il suo diritto di voto. Il nostro viaggio non sarà concluso finché non troveremo un modo migliore per accogliere gli immigrati volenterosi e pieni di speranza che ancora vedono l’America come la terra delle opportunità; finché bravi e giovani studenti e ingegneri saranno inclusi nella nostra forza lavoro piuttosto che essere espulsi dal nostro paese. Il nostro viaggio non sarà concluso finché tutti i nostri figli, dalle strade di Detroit alle colline degli Appalachi, ai vicoli silenziosi di Newtown, sapranno che ci si prenderà cura di loro, che verranno amati e tenuti al sicuro dal pericolo.
Questo è il compito della nostra generazione - rendere queste parole, questi diritti, questi valori – di Vita, e Libertà e Perseguimento della Felicità – vere per ogni americano. Essere fedeli ai nostri testi fondamentali non ci richiede di concordare su ogni singolo aspetto della vita; non significa che definiremo la libertà tutti nello stesso identico modo, o che seguiremo la stessa identica strada verso la felicità. Il progresso non ci impone di porre fine per sempre a dibattiti lunghi secoli sul ruolo del governo - ma ci richiede di agire nel nostro tempo.
Perché adesso ci tocca decidere, e non possiamo permetterci di rimandare. Non possiamo confondere l’assolutismo col principio, o sostituire la politica con lo spettacolo, né trattare gli insulti come ragionevoli dibattiti. Dobbiamo agire, consapevoli che la nostra opera sarà imperfetta. Dobbiamo agire sapendo che le vittorie di oggi saranno solo parziali, e che toccherà a chi sarà qui fra quattro anni, e quarant’anni e quattrocento anni da oggi, portare avanti quello spirito senza tempo che fu infuso in noi in una sala spartana di Philadelphia.

Miei compatrioti americani, il giuramento che ho fatto davanti a voi oggi, come quello pronunciato da altri che hanno prestato servizio in questo Campidoglio, è stato un giuramento davanti a Dio e al paese, non a un partito o a una fazione - e dovremo eseguire fedelmente questo impegno per la durata del nostro incarico. Ma le parole che ho pronunciato oggi non sono così diverse da quelle del giuramento prestato ogni volta che un soldato si arruola, o da un'immigrata che realizza il suo sogno. Il mio giuramento non è così diverso dalla promessa che noi tutti facciamo davanti alla bandiera che sventola sopra di noi, e che riempie d’orgoglio i nostri cuori.
Sono le parole dei cittadini, e rappresentano la nostra più grande speranza.

Voi e io, come cittadini, abbiamo il potere di determinare il corso di questo paese.
Voi e io, come cittadini, abbiamo il dovere di dare forma ai dibattiti della nostra epoca - non solo con i voti che esprimiamo, ma con le voci che leviamo in difesa dei nostri più antichi valori e dei più duraturi ideali.
Ciascuno di noi abbracci, con solenne dovere e meravigliosa gioia, ciò che è il nostro permanente diritto di primogenitura. Con sforzi comuni, e comuni intenti, con passione e dedizione, rispondiamo alla chiamata della storia, e portiamo in un futuro incerto la preziosa luce della libertà.

Grazie, Dio vi benedica, e che benedica per sempre questi Stati Uniti d’America.






















20 gennaio 2013

‘U LIMUNI ‘I FAVAZZINA: RIPRENDIAMOCI LA NOSTRA TRADIZIONE

COSTA LIMONILa mia generazione è probabilmente l’ultima ad aver sentito parlare e raccontare “ru limuni ‘i Favazzina”.
I giovani di oggi e i bambini scillesi non sanno che in passato ma anche nei tempi moderni, in particolare nel dopoguerra e fino a qualche decennio fa, il nome di Scilla era associato anche al suo famoso limone, coltivato in special modo negli agrumeti posti sul litorale compreso tra Scilla e Favazzina, ma anche al di là del torrente Rustico, nella zona di Praialonga della vicina Bagnara.
Questo tratto di Costa Viola, oltre che dal viola del mare, era infatti caratterizzato dal colore dorato del limone, lo “sfusato” –come viene chiamato in gergo tecnico.
Era un tipo di coltura, quella del limone, che garantiva il mantenimento di una buona economia cittadina, tant’è che il prodotto è stato esportato nei tempi passati anche nel resto d’Italia, non ultima in quella costiera amalfitana che oggi risulta essere rinomata anche per questo tipo di limone.
Se provate a digitare “limone sfusato” su internet, viene infatti fuori che è il limone della costa di Amalfi! Che fosse coltivato  e commercializzato da Scilla fin dai tempi remoti, lo sanno in pochissimi.
Eppure, il limone presenta una varietà d’impiego tale (succhi, industria  dolciaria, liquori, cosmetici, ecc.) da poter rappresentare davvero una ricchezza, specie in un territorio come il nostro dove l’economia agricola è quasi del tutto scomparsa, fatta eccezione per qualche timido risveglio operato negli ultimi anni, in particolare con la ripresa dei vigneti della Costa Viola, soprattutto nella zona tra Scilla e Bagnara.
MANIFESTO convegno limone per WEB E’ per stimolare ancora di più questo risveglio dell’agricoltura –vera ricchezza della nostra regione, insieme al mare- che il Comune di Scilla e la Cooperativa Agricola “Enopolis –Costa Viola” hanno organizzato presso il Municipio di Scilla un convegno per il prossimo venerdi, 25 gennaio alle ore 18:00, durante il quale si discuterà dell’ipotesi di rilancio della coltura “ru limuni ‘i Favazzina”, nella zona tra Scilla e Bagnara.
Le basi di partenza ci sono già tutte:
-la tradizione, che non fosse altro per una dimostrazione di orgoglio nel chiamarci “scigghitani”, dovremmo fare di tutto per mantenere;
-le potenzialità, sicuramente numerose, atteso che i vari agrumeti presenti nel nostro Comune –ma anche altri terreni oggi in stato di abbandono- possono garantire una base produttiva di tutto rispetto e che la nascita di piccole aziende operanti nel settore specifico (che cureranno raccolta, conferimento, lavorazione e commercializzazione del prodotto)  favorirebbe la creazione di posti di lavoro;
- la qualità del prodotto, già conosciuta in passatato ma che oggi dovrà essere anche “riconosciuta” direttamente sul mercato, attraverso una seria politica di valorizzazione del marchio, utilizzando quegli strumenti che hanno consentito di fare emergere sul mercato italiano ed europeo anche realtà agricole vicine alla nostra, ma nettamente più piccole in termini di territorio.
Il convegno rappresenta dunque il primo passo di un progetto aperto al pubblico, alle comunità di Scilla e Bagnara Calabra, che già negli anni scorsi hanno dimostrato di saper operare congiuntamente con buoni risultati.
Le basi ci sono tutte, come detto, le possibilità tecniche e gli strumenti operativi sono sicuramente migliori e più numerosi di quelli che avevano a disposizione i nostri nonni. Sta a noi scillesi dimostrare, oggi come già fatto in passato, di essere fieri e orgogliosi di esserlo.

15 gennaio 2013

L'ASSISSURI SI NDI IAU

 

'Na notizia oi 'rrivau:
l'assissuri ndi chiantau!
'U partitu l'ha chiamatu:
“Pi favuri, fatti 'i latu.”

Sutt' all'acqua, senz' umbrelli
pigghiau armi e bagattelli,
quasi mancu salutau,
l'assissuri si ndi iau!

Oh Calabria, sbinturata,
sempri mal fusti trattata!
Dimmi, comu travagghiamu
senza l'assissuri o' ramu?

Nc'esti cu' scutola i mani,
e grira forti: “Manch' i cani!”
Cu' rispundi: “Simu cotti!”
e fui cu trenu, puru 'i notti.

Ma l'assissuri si cunsola,
'chì a Roma si ndi vola.
Sì, concorri o' Parlamentu,
iddhu almenu è cuntentu.

Cu nci faci sempri 'i spisi
e' 'u giuvin calabrisi,
ahi vogghia 'u cerca aiutu,
cu' ccà resta è futtutu!

28 dicembre 2012

STREUSA PU MAR

(libera versione in dialetto scigghitano di “Creuza de ma” di Fabrizio De André)










All'umbra ri sciur ra chiappirara c'è
nu vecchiu piscaturi, varda a' Chianalea:
ccà 'u Strittu cerca a' luna la manu sua,
chi sutta 'ddhumau 'u casteddhu e 'a rua.

E' 'n pugnu 'i casi ch' ha criatu Diu,
ch'i peri a mari, ad arcu li mintiu.
Nisciu ca so' barca e ru mar si cugghìa,
pinsò nda menti: “Ah, bbonu pi mia!”


S'u furister nci spia, da paisà
cu arti e fantasia 'u sa 'ccumpagnà.
'A genti di luntan ca bucca 'perta sta
ccà mi vai a spassu, nci piaci assa'
si faci maravigghia quand'è stagiuni
si c'è 'n figghiol chi pisca ru so' barcuni.



'U varda e pensa “Pi mia tardu è già”
a' casa torna, ch’è ura di mangia'.
Frittura di fracaglia e 'na schizza i vinu
'u sciauru è bbonu, puru p'u vicinu.
Si bagna 'a bucca e 'i quant' è forti 'llucchi,
tunnu in agrodolci e 'nsalata di pruppi


E ca so barca mbicina, propria sutta, nde scogghi,
'u figghiu randi ch' 'a zzita, 'i pateddhi nci cogghi.
E ampestru matin, nesci e prestu s'accogghi
'ch 'i friddu trema, comu li fogghi.
'Ttaccandu ca corda la so' barca sa
ch' 'a so' vita l'ha fatta, ma streusa pu mar.





Traduzione italica

PAZZA PER IL MARE


All'ombra dei fiori del cappero c'è
un vecchio pescatore, guarda la Chianalea:
qui lo Stretto chiede alla luna la sua mano
che sotto ha illuminato il castello e la strada.

E' un pugno di case che ha creato Dio,
con i piedi a mare, ad arco le ha messe
Era uscito con la sua barca, dal mare tornava
pensò nella mente: “Ah, buon per me!”


Se il forestiero glielo chiede, da paesano
con arte e fantasia lo sa accompagnare.
La gente che viene da lontano resta con la bocca aperta
passeggiare qua, piace molto
e ci si meraviglia quando è la stagione
se c'è un bambino che pesca dal suo balcone.



Lo guarda e pensa “Per me è già tardi”
a casa torna, perché è ora di mangiare.
Frittura di fragaglia e un goccio di vino
l'odore è buono, lo sente pure il vicino.
Si bagna la bocca e per quanto è forte è stordito,
tonno in agrodolce e insalata di polpi.


E con la sua barca s'avvicina, proprio sotto, negli scogli,
il figlio grande che raccoglie le patelle per la fidanzata.
E il mattino dopo, esce ma torna presto
'ché trema di freddo, come le foglie.
Legando con la corda la sua barca sa
che la sua vita l'ha fatta, ma pazza per il mare.

26 dicembre 2012

SOGNO DI UNA NOTTE DI…NATALE

Non mi capita spesso di sognare. Non so se sia un male o un bene ma dopo quel che mi è successo la notte scorsa....Beh, giudicate voi.
Notte tra il 24 e il 25 ultimi scorsi, dormivo.
A un certo punto, mi passa davanti una signora che tiene per mano un bimbo che sgambetta procedendo a fatica, avrà avuto due anni, sì e no.
Quando arriva davanti a me, la madre scompare alla mia vista, il bimbo si ferma e mi guarda: è piccolo, abbastanza paffutello.
 
Gli sorrido, come si fa con tutti i bambini e gli faccio "ciao" con la mano.
E' un attimo, il bimbo mi salta sulle gambe e continua a fissarmi con un sorriso, ma c'è qualcosa di strano: è quasi del tutto calvo, tranne una striscia continua di capelli che adorna la sa testa all'altezza della fronte e di metà nuca, a mo di corona, a tipu monicu francescanu.
Nel sogno, mi stropiccio gli occhi come a svegliarmi realmente e lo guardo con più attenzione: sul suo nasino compaiono due piccole lenti tonde di cui si vede solo la montatura, i vetri sono letteralmente trasparenti; dal nasino, compaiono dei piccoli peli neri.
Il bimbo continua a fissarmi, sempre sorridente, poi apre la bocca come per volermi dire qualcosa, ma non parla, canta, così: <<E per la gente del porto mi chiamo... Gesù Bambino.>>
Quel bimbo era Lucio Dalla, che ha cantato "4 Marzo 1943" per la prima volta, a Sanremo nel 1971. Qualche mese più tardi sono nato io.
Lascio a chi se ne intende ogni plausibile interpretazione.











25 dicembre 2012

NOTTI ‘I NATALI














E’ natu Gesù, è natu Bambinu,
pi stari a nuiatri un po’ cchiù vicinu.


E' natu Gesù, 'perti ha li brazza,
porta la gioia, comu 'na carizza.


E' natu Gesù, ru mundu è la luci,
pa strata ndi varda cu l'occhi so', ruci.


E' natu Gesù, re senza nenti,
ma caddìa lu cori, dà luci alla menti.


E' natu Gesù, nta 'sta notti speciali:
'a cchiù bella di utti, lu Santu Natali.


16 dicembre 2012

LETTERA AL PRESIDENTE OBAMA

BrianCaro Sig. Presidente,

il dolore per quello che è successo nella scuola elementare di Newtown –Connecticut non è solo degli americani, ma del mondo.

Pur essendo italiano, per diversi motivi mi sento particolarmente legato agli Stati Uniti e, sinceramente, fa rabbia dover assistere per l’ennesima volta ad atti così tragici che colpiscono sempre luoghi (scuole, università, cinema) frequentati da giovani o da bambini, che sono il futuro di una Nazione.

Nella recente campagna elettorale che l’ha riconfermata alla guida di una grande Nazione come gli Stati Uniti, la sua vittoria è stata legata al fatto che la maggioranza del popolo statunitense ha creduto alle sue parole e si è affidata alla sua umanità e alle sue promesse per il futuro dell’America e degli americani.

 

Ma è un’America che deve fare i conti con una violenza che mette in pericolo la vita dei più giovani e dei bambini, cioè di coloro che rappresentano il futuro di una Nazione.

So che Lei è consapevole di tutto ciò e che non esiterà a porre in essere ogni iniziativa per arginare ed eliminare questo pericolo da cui nessuno è immune, senza distinzioni. Ma non sarà facile.

La Costituzione degli Stati Uniti garantisce a ogni cittadino il diritto di possedere un'arma.

In verità il secondo emendamento è stato concepito a quel tempo (più di 200 anni fa) per consentire la formazione di milizie di cittadini per difendere la sicurezza di uno Stato.
Credo che tale fine non abbia più ragione d'esistere: a mantenere l’ordine pubblico e perseguire i delinquenti ci sono già polizia, FBI e sceriffi, oltre all’esercito.

La Costituzione non è certo immutabile, tutt'altro. Essa deve essere in grado di stabilire principi adeguati, tali da rendere possibile la sicurezza dello Stato e quindi dei suoi cittadini, in ogni tempo.
Nessun esercito, nessuna polizia al mondo potrà mai avere la forza di difendere la collettività da atti orribili e tremendi posti in essere da da “persone normali”, soggetti singoli, non individuabili,

L’unica forza che può difendere i cittadini e i giovani americani  in particolare da questo orrendo pericolo è quella della Legge.

Certo, ognuno può avere il diritto di possedere un'arma, ma solo con dei limiti ristretti (è inconcepibile che si possano acquistare liberamente fucili automatici che sono vere e proprie armi da guerra), per finalità ben determinate e, in ogni caso, previa verifica di determinati requisiti psicofisici dei soggetti che intendono esercitare questo diritto. Occorre quindi regolamentare in maniera seria l’intera materia, è una cosa che gli Stati Uniti hanno rinviato per troppo tempo, ma adesso il tempo è scaduto.

Ma non basta. Anche se il meccanismo legislativo è lungo e complicato, bisogna modificare il secondo emendamento, aggiornandolo ai nostri giorni, un tempo in cui sulle strade americane non ci sono più le milizie armate.

La Corte Suprema con le sue decisioni ha equiparato il diritto di possedere un’arma ai diritti inviolabili. Ma il diritto di possedere un’arma (anche solo per difendersi) provocando la morte, non può essere equiparato al diritto alla vita!

E' dunque il momento di aggiornare questa norma Costituzionale, poiché il suo abuso ha prodotto un risultato contrario a quello che chi l'ha concepita si prefiggeva di conseguire.

E' il momento di porre fine al libero arbitrio di individui che, armati come in guerra perché in guerra con il mondo che li circonda, mettono a repentaglio la vita dei cittadini e, quindi, la sicurezza stessa dello Stato e il futuro della sua esistenza.
Con profonda stima e fiducia

18 novembre 2012

ISRAELIANI E PALESTINESI: I SCECCHI SI SCIARRIUNU E…

gaza Poche cose sono o sembrano immutabili nell'universo, una di queste è l'odio tra israeliani e palestinesi.
Sì, Hamas è un'organizzazione terroristica di cui aver paura, che nessuno dei palestinesi è riuscito a “disinnescare” e da cui è giusto e sacrosanto difendersi.

Ma come definire uno Stato che, andando ben oltre il diritto di difendersi, ammette pubblicamente che i bombardamenti in risposta ai razzi palestinesi sono un atto politico?!
Uno Stato la cui politica è basata sui bombardamenti è peggio che terrorista, è uno Stato guerrafondaio.

La cosa è doppiamente tragica se si considera che trattasi di uno Stato -quello di Israele- nato proprio in conseguenza alle devastazioni del più grande conflitto mondiale del secolo scorso.

Il passato non ha insegnato nulla. E' una situazione insopportabile, cui bisogna porre fine prima che accada l'irreparabile.

Dice un nostro detto: quandu 'u sceccu non voli mbiviri, ambatula nci frischi.
Ma israeliani e palestinesi sono "scecchi" che si fanno la guerra oramai da 65 anni, in maniera pressoché continua.
E quandu i scecchi si sciarriunu, i barriddhi levunu 'a furia.
I barriddhi sono gli innocenti, i bambini, che da un lato e dall'altro, muoiono senza nemmeno sapere perché.
Ho ancora negli occhi le lacrime di una ragazza il cui fratellino è stata la prima vittima di questi nuovi “raid punitivi” che stanno infiammando Gaza in questi ultimi giorni.

Quante lacrime dovremo ancora vedere? Che sgorghino dagli occhi delle mamme o delle sorelle israeliani o palestinesi che siano, non hanno tutte lo stesso sapore? Il sapore salato di quel sale che torna a spargersi su una delle ferite più profonde di questo nostro mondo.

Come uscirne?
La soluzione è una e una soltanto: dare a ciascun popolo il diritto ad avere un proprio Stato.
Se questa possibilità è stata concessa a Israele, quasi a parziale risarcimento di quanto subito nella seconda guerra mondiale, perché non concederlo ai palestinesi?

E' un principio sacrosanto, riconosciuto da tutte le democrazie occidentali, condiviso dal mondo arabo moderato, sul quale si è già più volte discusso in passato, ma che deve trovare attuazione nel più breve tempo possibile.
Come fare?
Un ruolo fondamentale dovrebbe giocarlo l'Onu, così come fece nel 1947, riconoscendo Israele.
Convocherei in seduta permanente i rappresentanti israeliani e palestinesi -assistiti da Stati a loro vicini, con esclusiva funzione di mediazione- e li "costringerei" a trovare un accordo definitivo e vincolante per sempre.
Su quell'accordo, in deroga al regolamento vigente all'Onu, non vi deve essere la possibilità di porre alcun veto da parte di qualunque altro Stato. Nessuno ha il diritto di decidere il destino di un popolo se non quel popolo stesso. Si chiama autodeterminazione.

Dicevo prima delle madri, delle sorelle, dei bambini, vittime innocenti.

Ecco, mentre padri e fratelli sono impegnati a farsi la guerra, dovrebbero essere le mamme e le sorelle israeliane e palestinesi a dire: basta, non vogliamo piangere più!
Dovremmo tener presente solo una cosa: non ci sarà nessun futuro senza bambini, né per gli israeliani, né per i palestinesi.
Perciò, inviterei tutte le organizzazioni mondiali che si occupano dei bambini, a partire dall'Unicef, a stabilire una sede comune operativa proprio nei territori dei due Stati, organizzando eventi che coinvolgano bimbi arabi e israeliani insieme.
Vorrei che quei territori, dove oggi i bambini sono vittime e ostaggi innocenti, fossero per così dire ostaggio dei bambini, della loro voglia di vivere, della loro voglia di avere un futuro, indipendente e comune.
Questa loro azione continua, incessante, la forza della loro innocenza, è l'unica che può ancora riuscire a convincere i rispettivi rappresentanti politici a trovare una soluzione che sia definitiva, prima che sia troppo tardi per tutti.

n.b.: foto tratta da http://www.ilmessaggero.it/foto/nuovi_raid_su_gaza_uccisi_nove_bimbi/5-10481-232445.shtml

14 novembre 2012

LE PAROLE, I NUMERI E IL TEATRO DELLA POLITICA

Assistere lunedi scorso in televisione al confronto tra i cinque candidati del centrosinistra ha risvegliato in molti la voglia di tornare a interessarsi di politica.

I partecipanti erano: tre del PD (Bersani, Renzi, Puppato), uno di SEL (Vendola), uno dell'API (Tabacci).

Ci si è affrettati a precisare che si trattava di primarie di coalizione, quindi del centrosinistra e non del solo PD, come da statuto modificato, corretto e integrato al fine di chiarire uno dei punti più controversi (e più comici) di uno strumento -le primarie- che così com'era nato, permetteva di far votare anche chi non apparteneva all'area politica del centrosinistra, in una libera interpretazione tutta italiana del sistema in uso negli Stati Uniti.

In linea di massima, tra i cinque si sono riscontrati pareri simili sulla maggior parte delle questioni politiche ed economiche attuali. Su due temi però si sono registrate divergenze di non poco conto: sui diritti civili delle unioni di fatto, specie tra omosessuali; sulle alleanze da porre in atto per riuscire a governare un Paese alla disperata ricerca di una guida sicura e affidabile.

Tali distinguo hanno portato alcuni dei candidati ed esprimere veri e propri veti preventivi che, a ben vedere, secondo me non hanno ragione d'esistere.

Il motivo sta nel significato delle parole e nella forza dei numeri.

I DIRITTI

Sul tema dei diritti delle coppie di fatto omosessuali, è indiscutibile che anch'essi -in quanto cittadini italiani- devono godere delle stesse possibilità di tutti gli altri, per cui negare loro alcuni di questi diritti significa contravvenire a un principio costituzionalmente riconosciuto.

Cosa ben diversa è però volere estendere il matrimonio anche a queste coppie.

Nel nostro codice civile viene distinto tra il matrimonio regolato con rito religioso -regolato da leggi speciali (per la religione cattolica, secondo il Concordato come modificato nel 1985) e il matrimonio civile, regolato dalle disposizioni dello stesso codice.

In questo secondo caso, nel Codice civile non si afferma mai che i coniugi debbano essere di sesso diverso, si parla soltanto di marito e moglie.

Pertanto, si potrebbe essere portati a credere che le disposizioni relative al matrimonio possano essere applicate anche nel caso in cui marito e moglie siano dello stesso sesso.

In verità, lasciando da parte ogni considerazione inerente all'aspetto religioso, tale estensione del matrimonio non è possibile.

Tale impossibilità, seppur non espressamente sancita, è desumibile sia dalla struttura stessa del Codice Civile, sia dalle norme di rango superiore dettate dalla Costituzione.

Gli articoli del Codice che riguardano il matrimonio sono infatti inseriti nel Libro I “delle persone e della famiglia”.

La famiglia è definita dalla nostra Costituzione (art. 29) come “società naturale fondata sul matrimonio”.

Dunque, seguendo il significato letterale delle norme civili in vigore, il matrimonio è il fondamento di una società naturale, cioè una società -la famiglia- caratterizzata dalla sussistenza oggettiva di funzioni “facilmente riconducibili a un ambito di indiscussa ovvietà” (Devoto-Oli).

E' fuor di dubbio che all'epoca a cui risalgono le norme di cui si parla l'ovvietà di avere una moglie e un marito di sesso opposto sembrava indiscutibile. Oggi, nell'epoca “moderna”, quell'ovvietà sembra essere un po' meno ovvia, ma il quadro normativo costituzionale ci indica che potrebbe parlarsi di matrimonio per le coppie dello stesso sesso al tempo in cui ciò che è naturale oggi, non lo sarà più, vale a dire al tempo in cui quella tale ovvietà verrà definitivamente meno.

Voler dunque estendere il matrimonio come oggi definito a casi diversi da quelli diciamo così naturali, è sicuramente una grande forzatura, che presenterebbe anche aspetti di incostituzionalità ed è perciò da escludere.

E' sicuramente giusto e possibile invece, estendere gran parte dei diritti e dei doveri previsti per il matrimonio (mantenimento, assistenza reciproca, diritti di successione, ecc.), a tipi di convivenza meno ovvi. Lo si può fare tenendo presenti le norme già esistenti nel codice civile per i contratti e le obbligazioni.

Non serve dunque stravolgere nulla, basta una legge (e ci sono già diversi testi presentati) che richiami i tipi di contratto già esistenti in maniera tale da rispondere a un'esigenza della collettività.

LE ALLEANZE PER IL GOVERNO

In tema di alleanze, sia Vendola che Renzi hanno categoricamente (ma in politica questo avverbio di fatto si dimentica facilmente) escluso futuri accordi con Casini, manco fosse il diavolo.

Questa preclusione, sinceramente, faccio fatica a comprenderla.

E' un dato di fatto storico che l'Italia repubblicana sia stata governata per larga parte della sua esistenza da partiti di centro (DC) o da alleanze di centro-sinistra (DC-PSI) poi allargate. In non pochi casi però vi è stato l'appoggio o comunque l'implicito avallo anche del PCI, unico partito comunista d'Europa a staccarsi -seppur parzialmente- dalla rigida ortodossia imposta dall'Unione Sovietica, dove l'ideologia comunista era in realtà solo una maschera dietro la quale si è nascosta un'oligarchia, spesso al confine con la dittatura, che ha vissuto sulle spalle del proprio popolo.

Dunque, in Italia il centro e la sinistra hanno sempre dialogato tra loro. L'hanno fatto da binari ideologici paralleli, che però stavano per convergere già trent'anni prima della nascita del PD, quando i muri ideologici erano molto alti e spessi.

A proposito di ideologia, molti ne hanno decretato la fine. In verità, la parola ideologia indica un insieme sistematico di concetti e principi che stanno alla base di un atteggiamento politico e culturale, per cui oggi potremmo dire che l'ideologia dell'individuo ha finito per prevalere (ahinoi!) sull'ideologia di partito.

C'è un piccolo particolare però che ai più sfugge.

I partiti sono i soli cui la Costituzione (art. 49) assegna il compito di determinare la politica nazionale.

Quegli "agglomerati" che oggi fanno di tutto per non chiamarsi "partito" e che sono "gruppi", "popoli", "case", "movimenti", sono tutte espressioni individualistiche, veri e propri marchi posseduti da un uomo solo (Berlusconi, Grillo, Di Pietro, ecc.) e che rispecchiano non la coscienza o la cultura di un pezzo di società ma l'incoscienza di un solo individuo: il capo.

La colpa più grande che imputo ai protagonisti di quella che fu la seconda Repubblica, con poche eccezioni è quella di essersi nascosti, rinnegando quindi in un certo senso il loro pensiero, la loro cultura, la loro ideologia. Di essersi vergognati di quello che erano, andando a nascondersi dietro sigle o acronimi nuovi, confondendosi e disperdendosi in gruppuscoli che dopo poco più di 15 anni hanno dimostrato tutti i loro limiti.

L'esempio di Berlusconi è emblematico. E' entrato sulla scena politica quando il palco era rimasto vuoto (o quasi) e ne è divenuto -questo il suo merito- assoluto padrone. Ma mentre recitava il suo monologo -con poche interruzioni- da attore consumato, ha acceso i riflettori e ha accecato gli spettatori. Poi, una alla volta, le luci si sono spente. E' rimasto soltanto un "occhio di bue" che ha illuminato solo lui per tanto, troppo tempo.

Alla fine, il capocomico ha deciso che era ora di porre fine alla commedia ed è uscito di scena giusto in tempo. Ma mentre usciva, non ha spento solo la luce sul palco bensì quelle dell'intero teatro, lasciando la platea italiana a brancolare nel buio, all'affannosa ricerca di un'uscita di sicurezza.

Stessa sorte toccherà -inevitabilmente- a quei movimenti che adesso vanno per la maggiore: il loro destino è scritto nella loro stessa natura.

Per una legge fisica, il movimento nella realtà non può avere durata infinita ma prima o poi sarà destinato ad avere fine, a fermarsi, a causa -se non altro- dell'attrito sia esterno che interno, che peraltro ha già cominciato a manifestarsi piuttosto precocemente.

Il risultato per l'Italia è stato tragico, con aspetti anche comici, come in ogni dramma che si rispetti.

L'Italia è, infatti, l'unico Paese al mondo in cui esistono i socialisti di destra, rappresentato da quella parte del PSI mimetizzatasi dietro il paravento berlusconiano, per difendersi -dicono loro- dal furore giustizialista dei comunisti. Un obbrobrio di cui non possiamo certo andar fieri.

L'ideologia si è dunque trasformata, in molti casi (come quello di cui sopra) come peggio non avrebbe potuto, ma non è morta. Non possono morire i principi base che guidano l'atteggiamento nella società, la cultura e la coscienza degli individui. Si può, anzi si deve modernizzare, attualizzare il proprio pensiero ma certamente non si può vergognarsene.

Ora, appare difficile che alle prossime elezioni il centrosinistra possa riuscire ad avere i numeri per governare da solo (ah, la matematica!). Sarà dunque necessario allargare ad altre forze che -per logica di "fisica politica"- non potranno stare ancora più a sinistra di SEL ma dovranno essere quelle più vicine alla parte centrista che fa già parte della coalizione.

Dall'altra parte, a sinistra, c'è una forza -SEL- che a mio parere fornisce un'ampia garanzia di serietà intellettuale -prima ancora che politica- con la quale ci si potrà confrontare nel merito delle singole questioni, per due buoni motivi: sulla politica economica, le differenze saranno attutite da una situazione particolare che rende alcune scelte obbligatorie; sulle altre questioni credo che Vendola abbia acquisito un'esperienza di governo regionale che in questi anni ha "smussato" parecchi spigoli nella sua originaria cieca visione sinistrorsa.

Le differenze permangono su tutti i temi etici, ma essi sfuggono a una qualunque logica politica, in quanto toccano la sfera della coscienza personale di ciascuno dei futuri parlamentari, come è sempre stato.

Dunque, il significato delle parole (se ancora gliene si attribuisce uno) e la forza della verità dei numeri, forniscono la soluzione per sanare le differenze attuali e consentire al centrosinistra di tornare a governare il nostro Paese.

Qualsiasi altra soluzione sarebbe improponibile, a meno che i candidati alle primarie del centrosinistra non intendano applicare la "bizona" di Oronzo Canà con il famoso "5-5-5". Quello è uno schema che ha funzionato solo al cinema. Il teatro della politica è un'altra cosa.

11 novembre 2012

RICORDO DI ERALDO DE LIO, UN UOMO BUONO

EDL La notizia è arrivata ieri, portata da uno strano vento di scirocco, freddo come la sensazione che ho provato appena l'ho saputo: Eraldo, lo storico fotografo di Scilla, ci ha lasciati.

Colpito all'improvviso -come a volerci fare un ultimo scherzo- da giorni lottava per riprendersi, ma alla fine ci ha salutato.

Tanti ricordi mi scorrono nella mente in queste ore, e so che sono i ricordi di diverse generazioni di scillesi che lo hanno conosciuto, che sono cresciuti accompagnati dai “click” della sua macchina fotografica.

Nelle stesse ore in cui Eraldo combatteva la sua ultima battaglia, mi è capitato di leggere una frase di Aldo Moro:

Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato, con tutte le sue difficoltà.

Ecco, Eraldo il suo tempo l'ha vissuto e raccontato attraverso le immagini, attraverso le foto che con maestria e professionalità hanno fatto ricordare e rivivere nel tempo i fatti e la storia di Scilla negli ultimi cinquant'anni.

L'ha fatto con la discrezione e l'umiltà cui oggi tutti abbiamo reso omaggio nell'ultimo saluto, nella chiesa di San Rocco.

Quel Santo di cui era particolarmente devoto, tanto che in tutti questi anni, ha ripreso in mille inquadrature, da ogni angolazione possibile, arrampicandosi sui muretti o per le scalinate o scegliendo il balcone più adatto, anche se magari pericolante, è ancora la prima immagine esposta nella vetrina del suo studio fotografico.

In tutti questi anni, non c'è stata festa di San Rocco che non l'abbia visto in prima fila, con al collo il fazzoletto dei portatori e la macchina fotografica, a fermare sulla pellicola ogni istante del trionfino, a scattare una foto a tutti i portatori, un modo per regalare loro un sorriso e alleviarne la fatica.

Credo di non esagerare se dico che a Scilla -e in giro per il mondo ovunque abiti uno scillese- non c'è casa in cui non sia conservata una foto con sopra riportata la sua firma.

Sì, non c'è buffetta, non c'è barò o vitrina di scigghitanu che non conservi una foto scattata da Eraldo, il quale ha condiviso gioia, feste, cerimonie e anche momenti meno belli, di ogni famiglia scillese.

E l'ha fatto sempre, oltre che con professionalità, con un'umanità che infondeva coraggio e fiducia in chiunque lo incontrasse.

Personalmente ricordo le foto delle partite di quando eravamo ragazzini; le foto dei “Trofeo San Rocco”; le foto delle formazioni della Reggina, le foto dell'inaugurazione della chiesa di San Rocco...e mille altre immagini.

Un mix di colori, inquadrature, sfumature, che non sono altro che lo scorrere di una vita.

Mi è capitato spesso, anche negli ultimi tempi, di vederlo magari al Comune a scattare una foto per un insediamento, una visita di un personaggio importante.

Immagini e pellicole che custodiva con particolare cura e gelosia. Spesso mi è capitato di rivolgermi a lui, alla ricerca di un'immagine della Scilla di un tempo.

Lui, sempre disponibile, inforcava gli occhiali e con estrema semplicità, di ogni immagine ti raccontava un aneddoto, un particolare, attraverso cui riuscivi ad apprezzare la foto ancora di più, riconoscendole un valore storico.

E poi come non ricordare di Eraldo i tanti pellegrinaggi a Polsi, a' Maronna ra muntagna, quand'ero bambino; o quel modo sempre gentile di prenderti benevolmente in giro, come solo gli amici sanno fare.

Sono questi i ricordi che hanno affollato la mia mente da ieri e durante il funerale, che si è concluso con un applauso spontaneo, forte, prolungato, che da dentro la chiesa s'è propagato come un'eco fino a fuori, nella piazza, dove in tanti lo abbiamo salutato e gli abbiamo semplicemente detto: grazie.

Da oggi, dicevo a un amico, abbiamo perso un pezzo di storia del nostro paese, siamo tutti un po’ più poveri. Ci rimangono però in dote le sue foto che sono già storia e, con esse, un esempio umano che costituisce una ricchezza.

Me l'immagino adesso Eraldo, con al collo la sua macchina fotografica, seduto magari su una nuvola che il vento porta un po' a spasso, su e giù per la nostra provincia. Me l'immagino che cerca l'inquadratura migliore per scattare, lì dall'alto, ancora una foto della sua Scilla, mentre i raggi del sole, riflettendo nel suo obbiettivo, ci rimandano giù la luce dei suoi occhi e del suo sorriso di uomo buono.

*N.B.: foto tratta da http://reggiopress.blogspot.it/2012/11/scilla-eraldo-de-lio-ci-ha-lasciati.html

08 novembre 2012

OBAMA E I NOSTRI NONNI

"The best has yet to come" -Il meglio deve ancora venire.
E’ una frase pronunciata dopo la vittoria alle elezioni da Obama, ma non l'ha inventata lui.
'A 'mbintaru i nostri nonni, quando dissero:
'u megghiu è arretu! -the best is behind!
Sembrerebbe una contraddizione, visto che quel che deve ancora accadere, non può essere "dietro".
In realtà è solo una questione linguistica
: il nostro dialetto non contempla il tempo futuro, è tutto presente o passato, perciò i nostri nonni guardavano dietro, ma non al passato, anche quando pensavano al futuro.
Sì, perché in verità questa frase era una sfida a proseguire verso il futuro -che si sperava essere migliore- qualcosa che restava ignoto, nascosto "dietro" il tempo stesso che doveva ancora trascorrere fino appunto ad arrivare o' megghiu.

10 ottobre 2012

RIPRENDIAMOCI IL FUTURO

Alla fine è successo.
Il Consiglio comunale di Reggio Calabria è stato sciolto. L’annuncio di ieri sera del ministro dell’interno non ha colto di sorpresa nessuno. A Reggio –e provincia- tutti sapevano che sarebbe successo.
Non perché qualcuno abbia letto la corposa relazione della Commissione d’accesso, né il documento che il Prefetto ha inviato al ministro dell’interno né tanto meno perché è stato influenzato dall’”odiosa campagna di stampa” della sinistra.
No, diciamo la verità, era qualcosa che si sentiva nell’aria da tempo, come quei nuvoloni che prima appaiono lontani all’orizzonte, poi si avvicinano sempre di più, preannunciati da lampi e tuoni. E di lampi e tuoni in questo ultimo periodo a Reggio se ne sono visti parecchi.
Quei lampi e quei tuoni sono esplosi ieri sera in maniera fragorosa, tanto che la luce e il rumore si sono visti e sentiti in tutta Italia e, grazie a internet, in tutto il mondo.
Oggi, non c’è stato giornale o sito d’informazione dell’Europa occidentale, dell’America del nord o dell’America del Sud che non riportasse la notizia riguardante la più grande città della Calabria.
Di sicuro, non si può e non si deve andar fieri di quello che è successo, tutt’altro. Bisogna fermarsi a riflettere.
Due cose, tra quanto ha detto il ministro Cancellieri ieri sera, mi hanno colpito:
1. Il provvedimento ha riguardato l’amministrazione in carica e non la precedente.
2. Il Consiglio è stato sciolto non per infiltrazioni mafiose ma per “contiguità” con gli ambienti mafiosi;
Ora, è vero, gli elementi raccolti dalla Commissione d’accesso si riferiscono all’amministrazione in carica fino a ieri sera. E’ però difficile negare –e chi ha vissuto e vive all’interno della città lo sa- che l’amministrazione appena decaduta fosse la naturale prosecuzione di quella precedente guidata dall’attuale governatore Scopelliti, che ha beneficiato del trampolino di lancio reggino per raggiungere la prima poltrona regionale.
A Reggio la democrazia non è più esistita a partire dal momento stesso in cui ne è stato celebrato il trionfo.
Era il 2007 quando Peppone Scopelliti fu eletto sindaco con il 70% dei voti. Una percentuale “castrista” che consentì al futuro governatore di diventare il sindaco più amato d’Italia. Era la Reggio che, uscita dall’entusiasmante rinascita vissuta con l’amministrazione Falcomatà, cercava una nuova speranza. "Mi amano perché riaccendo la speranza” dichiarò Scopelliti.
La speranza c’era, si sentiva e si vedeva. Ma la fiamma che la alimentava s’è andata viva via affievolendo, fino a spegnarsi, ieri sera. La causa che ne ha provocato lo spegnimento, che ha soffocato la democrazia è, in verità, quello che doveva essere il combustibile che avrebbe dovuto alimentarla: il metodo.
A Reggio il metodo è stato fatto assurgere al rango di modello di amministrazione da seguire ma questo modello –i cui limiti sono stati evidenti a chi ha vissuto e vive all’interno della città reggina- che nelle intenzioni di chi l’ha proposto, doveva costituire un vanto per Reggio e la sua provincia e per la Calabria, si è rivelato fallimentare.
Più volte, da tempo e da più parti chi è stato addentro alle beghe amministrative reggine ha avuto modo di denunciare che i conti non quadravano. Non solo quelli del bilancio.
Da quello che finora hanno svelato le indagini –anche se ancora in corso- per le varie società di servizi che operavano per conto del Comune di Reggio è accaduta la stessa cosa successa a tante delle ditte che hanno appaltato i lavori lungo il tratto reggino della Salerno-Reggio.
Prima hanno firmato contratti, convenzioni e simili con l’amministrazione, salvo poi scoprire che quelle società erano emanazione più o meno diretta della criminalità organizzata.
Tenuto conto che solo indagini più approfondite e solo la magistratura nelle sedi opportune potrà risalire a chiarire quelle che sono le diverse responsabilità personali, ci sia consentito porci tre semplici domande: quei contratti, quelle convenzioni, quando sono stati stipulati? chi li ha firmati? Possibile che non si sia controllata la “provenienza” di determinati elementi con i quali si stipulavano formali accordi a nome della collettività? O se la si è controllata, possibile che non si sapesse con chi si aveva a che fare? Certo, può essere anche se, con un po’ di sforzo in più….
Era il febbraio 2010, all’epoca della presentazione delle liste per le regionali, quando Scopelliti dichiarò: ‘’Ho invitato i responsabili di due liste a ritirare le due candidature non gradite’’ nella provincia di Cosenza..’Sono antitetiche con i principi che rappresento e che riguardano l’intera coalizione’
Se tanta attenzione fu riservata in quella occasione, come mai non si è usato lo stesso metodo, lo stesso modello –come invece si è andato propagandando- per le cose che riguardavano l’amministrazione della città, della “sua” città, quella che conosceva meglio di tutte le altre?
In fondo Reggio non è poi così tanto grande, quali siano le famiglie dedite alla criminalità organizzata è ben noto, i loro nomi sono pubblicati in decine e decine di sentenze, giornali, riviste e libri.
Dei contratti con le società di servizi, degli incarichi professionali rimasti solo sulla carta ma puntualmente e lautamente retribuiti, l’opinione pubblica reggina è venuta a conoscenza man mano che si susseguivano le operazioni delle forze dell’ordine.
Prima solo pochi, come detto, sapevano direttamente. Gli altri, il popolo che ignorante e pecorone aveva votato in massa in cerca di speranza, è rimasto stordito, col cervello annebbiato, accecato dalla macchina del fumo che ha circondato le stanze del palazzo. Ma poi il fumo s’è diradato, il calore è evaporato, l’estate è finita e l’immagine della verità che si è andata via via delineando con sempre maggior chiarezza dietro la caligine è oggi sotto gli occhi di tutti.
Il risultato: doveva essere l’amministrazione della continuità, ha finito con l’essere un’esperienza amministrativa di contiguità.

File:Reggio calabria panorama dal fortino.jpg
Contiguità. E’ una parola preoccupante. Non è “semplice” infiltrazione, cioè di un corpo estraneo che si inserisce in un’istituzione, nel tessuto democratico di una città. Se così fosse, con le opportune cure il o i corpi estranei potrebbero essere allontanati e/o eliminati con relativa facilità.
La contiguità non esprime semplice vicinanza ma qualcosa di più: contatto fisico, nello spazio e nel tempo.
Che un consiglio comunale –espressione quindi dell’intera comunità cittadina- sia interessato da contiguità con ambienti mafiosi o ‘ndranghetisti, cioè sia in contatto fisico con essi, significa che l’intera Reggio, città metropolitana in fieri –e perciò con essa tutta la provincia- è a contatto fisico, nel tempo e nello spazio, con qualcosa che invece non è degno nemmeno di essere guardato.
Stamattina i nuvoloni l’hanno preannunciata, poi nel tardo pomeriggio è arrivata: la pioggia.
A ventiquattr’ore dalla notizia che ha spento la speranza offerta dal “modello Reggio”, la pioggia che fa depositare la caligine, depura l’aria ed è portatrice di nuova vita.
E’ un segno che credo dobbiamo cogliere al volo. Liberiamo la democrazia da quel fumo ingannatore e soffocante che l’ha avvolta finora. Riappropriamoci del tempo e dello spazio, del nostro tempo e del nostro spazio che nessuna mafia, nessuna ‘ndrangheta ha il diritto di occupare. Il tempo e lo spazio, due dimensioni che costituiscono il futuro, il nostro futuro di reggini. Riprendiamocelo!