Era il 2004, l'anno in cui le Olimpiadi si tennero ad Atene...dove tutto ebbe inizio.
L'allora governatore della Calabria, Chiaravalloti (a dimostrazione di quanto sia stato amato dal suo popolo, nessun calabrese sa che fine abbia fatto, o quasi), ebbe una bella pensata: "Perché non cloniamo i bronzi di Riace e li mandiamo ad Atene?"
I guerrieri sarebbero così potuti tornare -sotto le mentite spoglie clonate- nella loro patria, tutto il mondo li avrebbe potuti vedere, con ovvio (secondo il governatore) ritorno d'immagine per la Calabria.
E quelli veri? Non se li sarebbe filati più nessuno e avrebbero continuato a starsene al sicuro in una fresca stanza del Museo della Magna Grecia di Reggio.
Fu questa considerazione a guidare il fronte del "no" alla clonazione. Fronte di cui faceva parte -ed in prima fila- l'allora ed attuale primo cittadino di Reggio Calabria, Scopelliti.
A quel tempo, tutti i reggini furono grati al Sindaco per aver impedito la realizzazione del progetto del governatore -per giunta della sua stessa coalizione politica.
Sicuramente -anche se non è stato mai pubblicamente ammesso da nessuno- un ulteriore motivo per cui dire "no" ad un proggetto tanto ambizioso quanto ad alto rischio di improduttività, era stato dettato dalla circostanza che il governatore era di origini catanzaresi, razza con i quali, è risaputo, i riggitani non è che siano mai andati tantu d'accordo.
A distanza di cinque anni, non è più il governatore della Regione a farsi avanti, bensì il Presidente del Consiglio in persona, il cavalier Silvio. L'idea dei bronzi in trasferta non si è prescritta (d'altra parte, al Cavaliere interessano ben altri tipi di prescrizione) ma viene riproposta con due varianti di non poco conto.
Per fare bella figura con gli altri pari-grado del G8, dovendo ospitarli ha scelto la terra di Sardegna a lui così tanto cara. Sulu chi, per fare ammirari ai suoi amici le meravigghie possedute dall'Italia, nci vini nta testa di farsi mandare la coppia di guerrieri bronzei ripescati nel mare antistante Riace.
Ma stavolta -e qui sta la seconda novità- il Silvio non vuole le copie (lui non è cosa da...fotocopie), bensì gli originali!
Visto il pulpito dal quale è giunta la richiesta, il Peppone riggitano si è riserbato di decidiri dopo l'incontro di dopodomani con il ministro Bondi -praticamente, il portavoce del Berlusca- facendo intendiri di aviri 'ntinzioni di fare un referendum -o simili- tra i riggitani. Intantu però, la maggioranza che lo sostiene in Consiglio Comunale ha vutatu sì! Peppone, Peppone, ma chi fai ti smentisci da solo?
Per il fronte del "sì" (ma a Reggio su' pocu), si ribadisce l'opportunità di sfruttare un "palcoscenico" così prestigioso come il G8 e si fa notare che a luglio, il Museo riggitano sarà impraticabili per via di lavori di ristrutturazioni che vanno avanti già da tempo.
Il fronte del "no", si ricorda che a luglio cominciano ad arrivari le più consistenti comitive di turisti e che le due statue greche, ma oramai reggine d'adozione, devono rimanere dove sono. Chi vuole vederle, venga a Reggio!
Tutti sannu chi l'Italia è bella perché è varia ed è varia pirchì è bella. Troppu bella.
Personalmente, non credo che la Sardegna non possegga quegli elementi naturali, le bellezze paesaggistiche o gli elementi storico-culturali per far restare ca bucca 'perta tutti quanti:'mericani, 'ngrisi, tedeschi, francisi, ecc. D'altra parte, se il cavalier Silvio ha preferito la Costa Smeralda alla Costa Viola un motivo ci dovrà essere stato.
Grazie a Dio, l'Italia ha un patrimonio artistico-culturale da far invidia a tutto il resto del mondo. Ecco perché sono convinto che tutti coloro che ci rappresentano, a maggior ragione se rivestono una veste istituzionale e per di più se chiamati ad intervenire in un contesto internazionale, debbano mettere in risalto le bellezze italiane nel contesto ove si trovano.
Chi cintra 'a Magna Grecia cull'isola de La Maddalena? Non mi risulta ci sia mai stato qualche sbarco ellenico da quelle parti, nemmeno di clandestini in questi ultimi tempi.
E' come se a Reggio volessimo il David di Donatello o la Pietà di Michelangelo. Eh no, chi vuole vederli avi aviri 'a pacenzia:parti pi Firenzi o pi Roma.
Portarli da un'altra parte, per quanto commercialmente conveniente possa essere (ma lo è davvero?), vuol dire annullare con un sol colpo le vicende storiche che hanno consentito la realizzazione di tali capolavori e quindi, grossa parte del loro fascino, della loro bellezza.
Quando ho visto il David o la Pietà, mi 'mmaginava a Donatello e a Michelangelo cu scappeddhu e' mani: sintiva 'i marteddhati, viriva a sulura chi nci sculava ra frunti mentri si firmavunu ad osservari la nascita delle loro opiri d'arti.
Se unu viri i Bronzi a Riggiu, si 'ffaccia ra Via Marina e, guardandu 'u Strittu i Missina, l'isole Eolie, s'immagina ddhi navi, ddhi bastimenti provenienti dall'Est, chi carriavunu ogni ben di Diu; s'immagina magari 'na battaglia o, chi sacciu, 'na iurnata di punenti e maistru, di mari grossu e 'sta navi chi 'nfunda, purtandusi dintra la stiva le due statue bronzee.
Se invece quelli del G8 e pochi altri dovessero vedere i Bronzi a La Maddalena, si affacciano dall'isola e vedono le Bocche di Bonifacio, la Corsica, luoghi di Bonapartiana memoria che con l'Ellade cintrunu picca e nenti.
Ma stasira, mentri faciva lo slalom tra le frane sulla S.S. 18 pi turnari a' casa, forsi ho compreso per quali motivo il cavalier Silvio ha avutu la bronzea pinsata: visto che la Calabria -e la provincia reggina in particolare- sono irraggiungibili, come faranno i tanti turisti ad andare ad ammirare i guerrieri di Riace? L'autostrada è chiusa; la Statale ionica 106 è "la strada della morte"; la Statale 18 è una frana; l'aeroporto dello Stretto è, ma...non è (nel senso di esistere).
Tanto vale -ha pinsatu il Berlusca in un impeto di sinceru "mindifuttismu"- portarli da me...cioè volevo dire in Sardegna, dove le più grandi personalità internazionali a trovarmi e a passare con me 'na settimana di (finto) lavoro, (pavatu e strapavatu).
Eh no, caro Presidente Berlusconi. Non lo possiamo accettare. Se davvero ci tiene a vedere e far vedere i Bronzi di Riace ai suoi potenti amici, li porti a Reggio.
Sì, venga. Tanto per lei avrà poca importanza se le strade e le autostrade sono chiuse e gli aeroporti non funzionano.
Potrà venire lo stesso insieme ai suoi illustri amici e salutare con le facce sorridenti, indurite dal mare ed abbronzate (o dovrei dire di bronzo?), chi al porto di Reggio assisterà all'attracco del suo yacht da 48 metri. Se così fosse, Le auguro buon viaggio e di... non fare la fine dei bronzi.
News, pensieri e parole (non di Battisti) dallo Scigghio calabrese. ‘Chi non vive per servire, non serve per vivere’
17 febbraio 2009
10 febbraio 2009
PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA-TUTELA DELLA VITA 1-0
Principio di uguaglianza-tutela della vita 1-0.
E' questo il risultato che traduce in maniera secca, impietosa, drammatica ma legalmente valida, la tragica "partita"che si è "giocata" attorno a un tema delicato, difficile, incredibilmente pieno di implicazioni scientifiche-giuridiche-morali-religiose, sempre presenti nell'eterno conflitto tra fede e ragione.
Sicuramente, sono l'ultima persona titolata a disquisire o a pretendere di spiegare qualcosa che è molto più grande di me.
Ci provo, comunque. Se non altro, per cercare di liberarmi da un pensiero, che da più giorni è fisso nella mia mente; per dare una risposta a una domanda allo stesso tempo semplice e impossibile:ci sarebbe potuto essere una soluzione diversa al caso Englaro?
Premesso che sento di potermi definire cattolico, non posso però dimenticare di aver avuto la fortuna di poter nascere, crescere e vivere in un Paese democratico, in uno Stato di diritto, regolato cioè dalla Legge. E non posso dimenticare che lo Stato democratico, tutela tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, perciò tutela anche i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli indù, gli animisti, gli atei.
Per cercare di capire quel che è accaduto, è necessario quindi osservare quel che le cronache ci hanno riferito da un punto di vista più "neutrale" possibile, impermeabile a qualsiasi genere di influenza.
Ho letto le sentenze che riguardano il caso Englaro -e solo, specificamente, quello e non altri simili.
Non ho potuto fare a meno di notare l'enorme sforzo fatto dai giudici per cercare di contemperare le comprensibili emozioni umane con il rigore, la stretta osservanza delle Leggi o, meglio ancora, dei principi che stanno alla base dell'ordinamento democratico e, soprattutto -per quanto possibile- con una loro corretta interpretazione ed applicazione.
La Corte d'Appello di Milano -richiamando un principio di diritto affermato in diverse occasioni dalla Corte di Cassazione- ha osservato che il diritto alla salute o alla vita (entrambi tutelati dalla Costituzione), non può essere imposto a nessun malato mediante trattamenti artificiali nemmeno in stato di assoluta incapacità.
Così, dice la Corte, si attua la preminenza della persona umana e della sua potestà di autodeterminazione, che è direttamente correlata al rispetto del diritto alla salute e alla vita e costituisce l'attuazione, la realizzazione più piena del principio di uguaglianza dei diritti e di libera espressione della personalità.
E, nel caso dei soggetti riconosciuti incapaci, tale diritto all'autodeterminazione può esprimersi solo attraverso il tutore.
Ma l'azione e il "potere" del tutore sono necessariamente soggetti a dei limiti: irreversibilità delle condizioni in cui versa l'incapace (provata, secondo i giudici, con tutti i mezzi che la scienza ha oggi a disposizione); controllo della conformità della determinazione del tutore alla presumibile scelta dell'incapace (valutata seguendo numerose testimonianze, concordanti nell'affermare che Eluana ritenesse inconciliabile con la sua concezione di dignità della vita, il permanere in uno stato simile).
I giudici ammettono però, con molta onestà che questi limiti, in quanto privi di un fondamento normativo, sono soltanto il risultato di un processo logico, non motivato ma basato soltanto su una presunzione di volontà dell'incapace, dedotta solo con dei mezzi di prova (perizie mediche di alto livello scientifico, testimonianze degli amici più prossimi, dei parenti).
Concludono, quindi, affermando che: la durata straordinariamente prolungata dello stato di permanenza/irreversibilità in cui versa l'incapace; la sopravvivenza solo biologica del suo corpo; l'inconciliabilità di tale stato con la sua concezione di dignità della vita (accertata con le testimonianze), siano tutti e tre fattori prevalenti -nel solo caso di specie- sulla necessità di tutela della vita biologica.
Sulla base di questa ricostruzione logico-normativa si è dunque fondata la decisione di permettere l'interruzione dell'alimentazione artificiale, che è considerata dalla giurisprudenza un trattamento di natura medica, ma di tipo particolare.
Gli stessi giudici della Corte d'Appello affermano che tale tipo di trattamento alimentare è sempre legittimo, anche in mancanza di esplicito consenso, in quanto cura medica finalizzata al rispetto del diritto alla vita del malato incapace.
Tale legittimità del trattamento però finisce, quando viene espressa una volontà contraria da parte del tutore, portatore -diciamo così- della volontà del libero pensiero dell'incapace che, per suo tramite, realizza l'uguaglianza di diritti.
Ma seguendo il ragionamento dei giudici, porre un limite a tale trattamento legittimo si traduce, di fatto, nel non rispetto del diritto alla vita.
I giudici parlano di vita biologica, operando quindi indirettamente una distinzione tra la vita del corpo e la vita della mente. Così come il corpo umano può avere diversi tipi di morte (cerebrale, cardiaca, ecc.), esso può dunque "vivere" in modi diversi.
Sembrerà strano, ma il diritto alla vita non è espressamente previsto dalla nostra Costituzione. Esso può tuttavia desumersi nella nostra Carta fondamentale per via "indiretta", in quanto l'art. 27 dispone che non è ammessa la pena di morte. Lo citano però direttamente altre norme internazionali recepite in Italia con leggi ordinarie, ultima delle quali la Costituzione Europea (art. 62 -Parte II), ratificata con la Legge n. 57 del 7.4.2005.
Chi deve dunque prevalere? il diritto alla vita o il principio di uguaglianza dei diritti e di libera espressione della personalità?
Stando al tenore letterale esplicito della nostra Costituzione, l'interpretazione fornita dai giudici sarebbe ineccepibile.
Ma è possibile costruire una scala delle priorità? E' possibile farlo solo nell'ambito del diritto, della Legge, senza farsi influenzare da altri fattori?
Sono domande a cui è quasi impossibile dare delle risposte.
Gli operatori del diritto sono consapevoli che, purtroppo, la Legge non sempre ha le risposte a tutte le domande ma è anzi di volta in volta soggetta a interpretazioni diverse, per questo ci sono i giudici.
Non so nemmeno se la risposta esista in campo filosofico, anzi, sicuramente ne esisterà più d'una anche qui.
Mi limito soltanto ad osservare semplicemente che tutti i diritti riconosciuti nel nostro ordinamento, sono posseduti dall'individuo in quanto persona, cioè essere vivente (quando poi abbia inizio la vita, è un altro tema, che però tralascio, perché porterebbe molto lontano...).
Dunque, solo chi vive può esprimere liberamente il proprio pensiero, può essere uguale agli altri. Questo vale per tutti, per i credenti e per gli atei. E' evidente quindi che il diritto alla vita costiuisca la base, la condizione fondamentale di ciascun altro diritto.
E le norme, tutte le norme finora in vigore in Italia, non operano nessuna distinzione se essa debba essere vissuta pienamente o possa esserlo anche in modo parziale (vita biologica, ecc.).
Non vi è poi nessuna norma che leghi il diritto alla vita, al progresso realizzato o realizzabile dall'uomo nel campo della medicina.
Ciò non significa subordinare il diritto alla vita alla scienza. Significa che è necessario fissare un criterio legale, in base al quale una certa metodologia possa essere ritenuta di uso"normale" per la cura di una determinata patologia, senza che essa sconfini nell'accanimento terapeutico.
A questi deficit normativi dovrà porre rimedio una legislazione nuova, che -così come fatto più di trent'anni fa con la riforma del diritto di famiglia- prenda in considerazione non il caso specifico (sul quale peraltro era già intervenuta una sentenza divenuta esecutiva e perciò pienamente applicabile), ma tratti la materia -difficile- in tutti i suoi aspetti, partendo proprio dai punti deboli manifestatisi, purtroppo in tutta la loro drammaticità nel caso Englaro.
Per adesso, a mio modesto parere, siamo in una situazione del tutto anomala. Il "punteggio" di questa partita straordinariamente complicata, non dice la verità, è un risultato in qualche modo falsato -passatemi il termine- da regole non del tutto chiare e -nonostante il grande sforzo interpretativo, poco convincenti.
E quando si gioca con regole poco chiare, si finisce inevitabilmente -seppur in maniera involontaria- col farsi del male.
E' questo il risultato che traduce in maniera secca, impietosa, drammatica ma legalmente valida, la tragica "partita"che si è "giocata" attorno a un tema delicato, difficile, incredibilmente pieno di implicazioni scientifiche-giuridiche-morali-religiose, sempre presenti nell'eterno conflitto tra fede e ragione.
Sicuramente, sono l'ultima persona titolata a disquisire o a pretendere di spiegare qualcosa che è molto più grande di me.
Ci provo, comunque. Se non altro, per cercare di liberarmi da un pensiero, che da più giorni è fisso nella mia mente; per dare una risposta a una domanda allo stesso tempo semplice e impossibile:ci sarebbe potuto essere una soluzione diversa al caso Englaro?
Premesso che sento di potermi definire cattolico, non posso però dimenticare di aver avuto la fortuna di poter nascere, crescere e vivere in un Paese democratico, in uno Stato di diritto, regolato cioè dalla Legge. E non posso dimenticare che lo Stato democratico, tutela tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, perciò tutela anche i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli indù, gli animisti, gli atei.
Per cercare di capire quel che è accaduto, è necessario quindi osservare quel che le cronache ci hanno riferito da un punto di vista più "neutrale" possibile, impermeabile a qualsiasi genere di influenza.
Ho letto le sentenze che riguardano il caso Englaro -e solo, specificamente, quello e non altri simili.
Non ho potuto fare a meno di notare l'enorme sforzo fatto dai giudici per cercare di contemperare le comprensibili emozioni umane con il rigore, la stretta osservanza delle Leggi o, meglio ancora, dei principi che stanno alla base dell'ordinamento democratico e, soprattutto -per quanto possibile- con una loro corretta interpretazione ed applicazione.
La Corte d'Appello di Milano -richiamando un principio di diritto affermato in diverse occasioni dalla Corte di Cassazione- ha osservato che il diritto alla salute o alla vita (entrambi tutelati dalla Costituzione), non può essere imposto a nessun malato mediante trattamenti artificiali nemmeno in stato di assoluta incapacità.
Così, dice la Corte, si attua la preminenza della persona umana e della sua potestà di autodeterminazione, che è direttamente correlata al rispetto del diritto alla salute e alla vita e costituisce l'attuazione, la realizzazione più piena del principio di uguaglianza dei diritti e di libera espressione della personalità.
E, nel caso dei soggetti riconosciuti incapaci, tale diritto all'autodeterminazione può esprimersi solo attraverso il tutore.
Ma l'azione e il "potere" del tutore sono necessariamente soggetti a dei limiti: irreversibilità delle condizioni in cui versa l'incapace (provata, secondo i giudici, con tutti i mezzi che la scienza ha oggi a disposizione); controllo della conformità della determinazione del tutore alla presumibile scelta dell'incapace (valutata seguendo numerose testimonianze, concordanti nell'affermare che Eluana ritenesse inconciliabile con la sua concezione di dignità della vita, il permanere in uno stato simile).
I giudici ammettono però, con molta onestà che questi limiti, in quanto privi di un fondamento normativo, sono soltanto il risultato di un processo logico, non motivato ma basato soltanto su una presunzione di volontà dell'incapace, dedotta solo con dei mezzi di prova (perizie mediche di alto livello scientifico, testimonianze degli amici più prossimi, dei parenti).
Concludono, quindi, affermando che: la durata straordinariamente prolungata dello stato di permanenza/irreversibilità in cui versa l'incapace; la sopravvivenza solo biologica del suo corpo; l'inconciliabilità di tale stato con la sua concezione di dignità della vita (accertata con le testimonianze), siano tutti e tre fattori prevalenti -nel solo caso di specie- sulla necessità di tutela della vita biologica.
Sulla base di questa ricostruzione logico-normativa si è dunque fondata la decisione di permettere l'interruzione dell'alimentazione artificiale, che è considerata dalla giurisprudenza un trattamento di natura medica, ma di tipo particolare.
Gli stessi giudici della Corte d'Appello affermano che tale tipo di trattamento alimentare è sempre legittimo, anche in mancanza di esplicito consenso, in quanto cura medica finalizzata al rispetto del diritto alla vita del malato incapace.
Tale legittimità del trattamento però finisce, quando viene espressa una volontà contraria da parte del tutore, portatore -diciamo così- della volontà del libero pensiero dell'incapace che, per suo tramite, realizza l'uguaglianza di diritti.
Ma seguendo il ragionamento dei giudici, porre un limite a tale trattamento legittimo si traduce, di fatto, nel non rispetto del diritto alla vita.
I giudici parlano di vita biologica, operando quindi indirettamente una distinzione tra la vita del corpo e la vita della mente. Così come il corpo umano può avere diversi tipi di morte (cerebrale, cardiaca, ecc.), esso può dunque "vivere" in modi diversi.
Sembrerà strano, ma il diritto alla vita non è espressamente previsto dalla nostra Costituzione. Esso può tuttavia desumersi nella nostra Carta fondamentale per via "indiretta", in quanto l'art. 27 dispone che non è ammessa la pena di morte. Lo citano però direttamente altre norme internazionali recepite in Italia con leggi ordinarie, ultima delle quali la Costituzione Europea (art. 62 -Parte II), ratificata con la Legge n. 57 del 7.4.2005.
Chi deve dunque prevalere? il diritto alla vita o il principio di uguaglianza dei diritti e di libera espressione della personalità?
Stando al tenore letterale esplicito della nostra Costituzione, l'interpretazione fornita dai giudici sarebbe ineccepibile.
Ma è possibile costruire una scala delle priorità? E' possibile farlo solo nell'ambito del diritto, della Legge, senza farsi influenzare da altri fattori?
Sono domande a cui è quasi impossibile dare delle risposte.
Gli operatori del diritto sono consapevoli che, purtroppo, la Legge non sempre ha le risposte a tutte le domande ma è anzi di volta in volta soggetta a interpretazioni diverse, per questo ci sono i giudici.
Non so nemmeno se la risposta esista in campo filosofico, anzi, sicuramente ne esisterà più d'una anche qui.
Mi limito soltanto ad osservare semplicemente che tutti i diritti riconosciuti nel nostro ordinamento, sono posseduti dall'individuo in quanto persona, cioè essere vivente (quando poi abbia inizio la vita, è un altro tema, che però tralascio, perché porterebbe molto lontano...).
Dunque, solo chi vive può esprimere liberamente il proprio pensiero, può essere uguale agli altri. Questo vale per tutti, per i credenti e per gli atei. E' evidente quindi che il diritto alla vita costiuisca la base, la condizione fondamentale di ciascun altro diritto.
E le norme, tutte le norme finora in vigore in Italia, non operano nessuna distinzione se essa debba essere vissuta pienamente o possa esserlo anche in modo parziale (vita biologica, ecc.).
Non vi è poi nessuna norma che leghi il diritto alla vita, al progresso realizzato o realizzabile dall'uomo nel campo della medicina.
Ciò non significa subordinare il diritto alla vita alla scienza. Significa che è necessario fissare un criterio legale, in base al quale una certa metodologia possa essere ritenuta di uso"normale" per la cura di una determinata patologia, senza che essa sconfini nell'accanimento terapeutico.
A questi deficit normativi dovrà porre rimedio una legislazione nuova, che -così come fatto più di trent'anni fa con la riforma del diritto di famiglia- prenda in considerazione non il caso specifico (sul quale peraltro era già intervenuta una sentenza divenuta esecutiva e perciò pienamente applicabile), ma tratti la materia -difficile- in tutti i suoi aspetti, partendo proprio dai punti deboli manifestatisi, purtroppo in tutta la loro drammaticità nel caso Englaro.
Per adesso, a mio modesto parere, siamo in una situazione del tutto anomala. Il "punteggio" di questa partita straordinariamente complicata, non dice la verità, è un risultato in qualche modo falsato -passatemi il termine- da regole non del tutto chiare e -nonostante il grande sforzo interpretativo, poco convincenti.
E quando si gioca con regole poco chiare, si finisce inevitabilmente -seppur in maniera involontaria- col farsi del male.
31 gennaio 2009
CHE NE SARA' DELL'A3: NON SO PIU' A CHI CREDERE
Pigghiamu sciatu. La Statale 18 tra Scilla e Villa San Giovanni è stata riaperta nel pomeriggio, così almeno i camion per la Sicilia avranno un percorso alternativo dove... fare la fila.
La situazioni frane è ancora pisanti, vista la forte preoccupazione che suscita lo stato della collina che sovrasta la provinciale per Melia; i disagi della popolazione continuano, tanto da essere in piena emergenza sanitaria (l'ospedale è stato irraggiungibile) e commerciale (negozi a secco di rifornimenti).
A menzu a tuttu 'stu panegiricu, c'è qualcosa che prosegue: i lavori di "ammodernamento" della "A3".
Apprufittandu della chiusura forzata, i lavori hanno subito quasi un'accelerazione, alla faccia delle preoccupazioni manifestate un po' da tutti circa la situazione idrogeologica delle nostre contrade.
Cominciano infatti a farsi sentire i cori, le urla, di chi grida al disastro idrogeologico, aggravato se non in qualche caso provocato dall'esecuzione di questi lavori, in uno dei tratti più delicati dell'intera penisola 'taliana.
E' veru, non si può negari: una morfologia come quella della Costa Viola, caratterizzata da costeri e vaddhuni ripidi, stritti e longhi, di certu non favorisci il passaggio di una via di comunicazioni importanti comu una nuova autostrada, se non a costi altissimi e con l'obbligo di dover in qualche maniera turbare un equilibrio idrogeologico già piuttosto precario pi natura.
Nonostanti tuttu, nel nome del progressu, s'è andato avanti. Ora però, u carru ccuminciau a 'mpuntari.
A quanto denunciato dal Segretario provinciale del PDCI Ivan Tripodi -e riportato anche dagli organi d'informazione- il Consorzio Scilla -varda casu!- è stato sciolto. Ciò significa chi gli operai saranno mandati a' casa e che i lavuri subiranno uno stop, nonostante le continue assicurazioni ru Guvernu, che ha ribadito che i lavuri sono completamente finanziati.
Intantu, pochi giorni fa, dopo un incontro con i responsabili del progetto che stazionano al campo base di Scirò, c'è stato detto che il progetto riguardante lo svincolo scigghitanu è ancora allo studio. Ancora? E chi nci hannu a studiari, dopu quattr'anni di tiritera infinita?
In ogni casu, finu o' svinculu, i lavori continuano.
Tri anni arretu, c'era stato più volte ed in più occasioni assicurato che la corsia Sud -direzione Reggio- sarebbe rimasta intoccata. L'amministrazione comunale, ci aveva detto che dopo numerose iati a Roma, il Ministero aveva valutatu positivamenti l'idea scigghitana, di riservare detta corsia Sud a strada di collegamento tra i pianori della Fronte, S. Stefano, Ieracari, Utra e Pacì. Min...a! Megghiu chi "Sulle strade della California"!
Passunu ddu' anni e, mentre Impregilo e company fannu terra chiana nella Piana, disstruggendu il distruggibili, l'assessore regionale all'urbanistica Michelangelo Tripodi -stesso nomu e stesso partito dell'omonimo di prima- nel nome dell'ambientalismo più spinto, ha un'ideona, ribadita con forza non più di due mesi fa: perché non lasciare che una carregiata della vecchia autostrada funga da collegamento intercomunale per tutti i centri da Palmi a Scilla (venendo quindi incontro alla vecchia proposta scigghitana).
E l'altra carreggiata? Semplice: sarà trasformata nella più grande centrale solare calabrisi mediante l'installazione di pannelli solari. Si eviterebbe la demolizione delle vecchie strutture, con una spesa di circa 40 milioni di euri. Arimin...a!
Ora, non pi fari a chiddhu chi rumpi sempri l'ova nto panaru ma, vi 'mmaginati nu nastru di pannelli solari longu circa 30 km, da Palmi a Scilla? Sicundu vui non si viri? Sicundu mia, rifletterebbiru u suli finu a Milazzu! Se la soluzioni energetica è ottima, che dobbiamo diri dell'impatto ambientali? L'apparecchiatura necessaria sarebbe un pugnu nto somucu longu 30 km.
E' giustu ricurdari chi l'assessori regionali, è 'u stessu che, secondo quanto riferito dal Sindaco in una recente intervista, ha fatto modificare il progetto del progettando ascensore da Piazza S. Rocco a Marina. In un primo momento, le due cabine erano state previste "con vista" sulla spiaggia delle Sirene e sullo Stretto ma, sicundu l'assessore, potrebbero avere un impatto negativo sull'ambiente. Pirciò, l'ascensore, dicono, sarà intubato. Intubatu? Aundi, nta rocca?
Mi domandu: dannu cchiù all'occhiu 30 km di specchi o ddui cabini d'ascensori?
Insomma, parrasìi, parrasìi, sulu parrasìi. 'A virità vera, chi virimu sutta all'occhi, l'ho fotografata giustu stamatina: datinci 'n'occhiata: finu o' svinculu, la carreggiata Nord della "A3" è già smuntata!
La situazioni frane è ancora pisanti, vista la forte preoccupazione che suscita lo stato della collina che sovrasta la provinciale per Melia; i disagi della popolazione continuano, tanto da essere in piena emergenza sanitaria (l'ospedale è stato irraggiungibile) e commerciale (negozi a secco di rifornimenti).
A menzu a tuttu 'stu panegiricu, c'è qualcosa che prosegue: i lavori di "ammodernamento" della "A3".
Apprufittandu della chiusura forzata, i lavori hanno subito quasi un'accelerazione, alla faccia delle preoccupazioni manifestate un po' da tutti circa la situazione idrogeologica delle nostre contrade.
Cominciano infatti a farsi sentire i cori, le urla, di chi grida al disastro idrogeologico, aggravato se non in qualche caso provocato dall'esecuzione di questi lavori, in uno dei tratti più delicati dell'intera penisola 'taliana.
E' veru, non si può negari: una morfologia come quella della Costa Viola, caratterizzata da costeri e vaddhuni ripidi, stritti e longhi, di certu non favorisci il passaggio di una via di comunicazioni importanti comu una nuova autostrada, se non a costi altissimi e con l'obbligo di dover in qualche maniera turbare un equilibrio idrogeologico già piuttosto precario pi natura.
Nonostanti tuttu, nel nome del progressu, s'è andato avanti. Ora però, u carru ccuminciau a 'mpuntari.
A quanto denunciato dal Segretario provinciale del PDCI Ivan Tripodi -e riportato anche dagli organi d'informazione- il Consorzio Scilla -varda casu!- è stato sciolto. Ciò significa chi gli operai saranno mandati a' casa e che i lavuri subiranno uno stop, nonostante le continue assicurazioni ru Guvernu, che ha ribadito che i lavuri sono completamente finanziati.
Intantu, pochi giorni fa, dopo un incontro con i responsabili del progetto che stazionano al campo base di Scirò, c'è stato detto che il progetto riguardante lo svincolo scigghitanu è ancora allo studio. Ancora? E chi nci hannu a studiari, dopu quattr'anni di tiritera infinita?
In ogni casu, finu o' svinculu, i lavori continuano.
Tri anni arretu, c'era stato più volte ed in più occasioni assicurato che la corsia Sud -direzione Reggio- sarebbe rimasta intoccata. L'amministrazione comunale, ci aveva detto che dopo numerose iati a Roma, il Ministero aveva valutatu positivamenti l'idea scigghitana, di riservare detta corsia Sud a strada di collegamento tra i pianori della Fronte, S. Stefano, Ieracari, Utra e Pacì. Min...a! Megghiu chi "Sulle strade della California"!
Passunu ddu' anni e, mentre Impregilo e company fannu terra chiana nella Piana, disstruggendu il distruggibili, l'assessore regionale all'urbanistica Michelangelo Tripodi -stesso nomu e stesso partito dell'omonimo di prima- nel nome dell'ambientalismo più spinto, ha un'ideona, ribadita con forza non più di due mesi fa: perché non lasciare che una carregiata della vecchia autostrada funga da collegamento intercomunale per tutti i centri da Palmi a Scilla (venendo quindi incontro alla vecchia proposta scigghitana).
E l'altra carreggiata? Semplice: sarà trasformata nella più grande centrale solare calabrisi mediante l'installazione di pannelli solari. Si eviterebbe la demolizione delle vecchie strutture, con una spesa di circa 40 milioni di euri. Arimin...a!
Ora, non pi fari a chiddhu chi rumpi sempri l'ova nto panaru ma, vi 'mmaginati nu nastru di pannelli solari longu circa 30 km, da Palmi a Scilla? Sicundu vui non si viri? Sicundu mia, rifletterebbiru u suli finu a Milazzu! Se la soluzioni energetica è ottima, che dobbiamo diri dell'impatto ambientali? L'apparecchiatura necessaria sarebbe un pugnu nto somucu longu 30 km.
E' giustu ricurdari chi l'assessori regionali, è 'u stessu che, secondo quanto riferito dal Sindaco in una recente intervista, ha fatto modificare il progetto del progettando ascensore da Piazza S. Rocco a Marina. In un primo momento, le due cabine erano state previste "con vista" sulla spiaggia delle Sirene e sullo Stretto ma, sicundu l'assessore, potrebbero avere un impatto negativo sull'ambiente. Pirciò, l'ascensore, dicono, sarà intubato. Intubatu? Aundi, nta rocca?
Mi domandu: dannu cchiù all'occhiu 30 km di specchi o ddui cabini d'ascensori?
Insomma, parrasìi, parrasìi, sulu parrasìi. 'A virità vera, chi virimu sutta all'occhi, l'ho fotografata giustu stamatina: datinci 'n'occhiata: finu o' svinculu, la carreggiata Nord della "A3" è già smuntata!
Avi tri anni chi ndi incunu a chiacchiri e tabbaccheri 'i lignu: comu riciva 'na canzuna di Antonacci,
Tutti dicono le stesse bugie
tutti parlano non sanno ascoltare
Non puoi vivere una vita così
non so a chi credere
non so se credere
confuso e schiavo di
di chi non sa decidere*
*N.B.:[da Non so più a chi credere -di Biagio Antonacci, dall'album "Liberatemi", 1992]
Eh, già, non so più a chi credere, se non a quel che vedo.
Tutti dicono le stesse bugie
tutti parlano non sanno ascoltare
Non puoi vivere una vita così
non so a chi credere
non so se credere
confuso e schiavo di
di chi non sa decidere*
*N.B.:[da Non so più a chi credere -di Biagio Antonacci, dall'album "Liberatemi", 1992]
Eh, già, non so più a chi credere, se non a quel che vedo.
30 gennaio 2009
NTA SURICERA ,SENZA ...FURMAGGIU
Altra giornata difficile. E le previsioni diramate dalla Protezione Civile non sono buone. Nei prossimi giorni, soprattutto domenica, vi saranno ancora forti piogge.
Anche oggi ha continuato a piovere e alle strade chiuse al traffico, si è aggiunta anche la Provinciale "Scilla-Melia".
Infatti, all'altezza della prima curva, in località "Fontanella", è a rischio distacco completo una parte della collina, con relativo muro di sostegno. Il rischio, è quello che tutto questo materiale finisca col riversarsi nel sottostante vallone Livorno, andando a finire anche sui viadotti della "A3".
Gli stessi viadotti, o meglio, i piloni che li sorreggono, sono messi a dura prova dall'altro movimento franoso verificatosi sopra Cannitello, che già ieri ha comportato la chiusura dell'autostrada in direzione Reggio.
L'unica via percorribile era la S.S. 18 in direzione Villa S. Giovanni ma anche qui, tra Scilla e Santa Trada, nella notte c'è stata un'altra frana che ne ha comportato l'interruzione.
Il risultato è che Scilla è un paese semi isolato: nelle edicole, non c'erano i giornali, in quanto la loro distribuzione è stata praticamente impossibile; in tutti i negozi di generi alimentari, è mancata la solita fornitura di pane proveniente dai paesi vicini (Melia, Villa, ecc.); i commercianti han dovuto prendere un giorno di "ferie forzate", non potendosi recare nei mercati per l'usuale rifornimento di pesce, ortaggi, frutta. Insomma: simu nta suricera e puru senza....furmaggiu!
'Na cosa bona però, nci fu: il blackout di ieri sera è stato superato, la luce nelle case di gran parte del paese è tornata solo dopo circa cinque ore, quando ormai la fredda resistenza dei congelatori stava per cedere.
L'unica via di collegamento percorribile è la vecchia strada ferrata, nella speranza che la situazione non peggiori ulteriormente.
Meglio fare gli scongiuri e tuccari ferru (chiddhu ri binari).
Anche oggi ha continuato a piovere e alle strade chiuse al traffico, si è aggiunta anche la Provinciale "Scilla-Melia".
Infatti, all'altezza della prima curva, in località "Fontanella", è a rischio distacco completo una parte della collina, con relativo muro di sostegno. Il rischio, è quello che tutto questo materiale finisca col riversarsi nel sottostante vallone Livorno, andando a finire anche sui viadotti della "A3".
Gli stessi viadotti, o meglio, i piloni che li sorreggono, sono messi a dura prova dall'altro movimento franoso verificatosi sopra Cannitello, che già ieri ha comportato la chiusura dell'autostrada in direzione Reggio.
L'unica via percorribile era la S.S. 18 in direzione Villa S. Giovanni ma anche qui, tra Scilla e Santa Trada, nella notte c'è stata un'altra frana che ne ha comportato l'interruzione.
Il risultato è che Scilla è un paese semi isolato: nelle edicole, non c'erano i giornali, in quanto la loro distribuzione è stata praticamente impossibile; in tutti i negozi di generi alimentari, è mancata la solita fornitura di pane proveniente dai paesi vicini (Melia, Villa, ecc.); i commercianti han dovuto prendere un giorno di "ferie forzate", non potendosi recare nei mercati per l'usuale rifornimento di pesce, ortaggi, frutta. Insomma: simu nta suricera e puru senza....furmaggiu!
'Na cosa bona però, nci fu: il blackout di ieri sera è stato superato, la luce nelle case di gran parte del paese è tornata solo dopo circa cinque ore, quando ormai la fredda resistenza dei congelatori stava per cedere.
L'unica via di collegamento percorribile è la vecchia strada ferrata, nella speranza che la situazione non peggiori ulteriormente.
Meglio fare gli scongiuri e tuccari ferru (chiddhu ri binari).
29 gennaio 2009
'NA SURICERA A CIELO APERTO
Manch' i cani chi iurnata!
E' da poco trascorso il centenario del sisma del 1908 -che ancora comunque viene ricordato con mostre e manifestazioni- ma, inveci ru terremotu -che tutti abbiamo in qualche modo esorcizzato- sembra che sulla Calabria e sulla provincia riggitana si stia abbattendo di tutto, comu pi 'na speci di leggi del contrappasso nostrana.
Iorna e iorana di pioggia senza sosta, ci hanno messo in ginocchio. Aundi ndi vutamu e ndi giramu, è tuttu 'na frana: pi Bagnara, oramai ndi cacciammu u viziu puru mi pinsamu mi iamu; da qualche giorno, non 'rrivamu mancu a Favazzina, pirchì si varau menzu costone appena sutta 'a Nucareddha, precisamente nella zona della scalinata 'i Sutt' o' Serru (vedi foto).

Da ieri sera alle 22, è chiuso anche il transito sulla "A3", dallo svincolo di Scilla in direzione Reggio. In questo caso non c'è stata una frana -almeno non ancora- ma ovvi motivi di prudenza, dopo quel che è successo nel tratto cosentino della stessa autostrada, hanno portato il Prefetto a questa decisione, una volta che si è verificato il precario equilibrio di un tratto delle nostre montagne.
La viabilità alternativa -oltre la S.S. 18 intasata- è rappresentata dalla provinciale che sale a Melia per poi scendere a Campo Calabro, ma puru 'sta strata ha i suoi problemi: nella sola giornata di oggi, all'altezza ra "Funtaneddha" -poco sopra l'acquedotto- il terreno si è "varato" per ben due volte. Per domani è atteso un sopralluogo dei tecnici della Provincia: cosa potranno mai fare?
A questo quadro, si aggiungono anche i lavori in corso sulla "A3": nel nostro tratto, è in corso lo smontaggio delle travi dei viadotti, con conseguenti rallentamenti del traffico quotidiano da Ieracari al paesello.
Oggi, per andare a Reggio si è impiegato qualcosa come due ore! due ore! E' una situazione al limite della sopportazione umana.
Per le strade di Scilla sembrava fosse il pomeriggio del giorno di Pasquetta, quandu pi calari ra chiazza a' Marina ci s'impiega menz'ura.
La stessa cosa si è verificata in tutta la provincia: ieri le pagine della cronaca locale della "Gazzetta del Sud" sembravano il bollettino della Protezione Civile.
E' in momenti come questi che ci si accorge di quanto sia facile rimanere "intrappolati" come topi in trappola, sì nta suricera.
Ma è 'na suricera speciali, a cielo aperto, il cielo pulito, tipico delle giornate di tramontana.
Ddhà tramuntana sicca, chi ti trasi nta l'ossa, che fa sembrare la Sicilia e le isole Eolie ancora più vicine di quanto non lo siano. Che ti fa pensare: ma chi bisognu nc'è mi fannu 'u ponti? Tanto, pare che basta quasi allungare la mano per toccare Punta Faro.
La stessa domanda -ma chi bisognu c'è mi fannu 'u ponti?- mi veni vardandu tutti ddhi machini, ddhi autotreni, fermi, incolonnati per chissà quanto lungo quella tortuosa vineddha che è la vecchia, scassata, Statale 18.
Lo so che non è così, ma mi pari chi il numero (18) non indica più il progressivo delle arterie di traffico nazionali, ma le prime due cifre dell'anno in cui è stata sparmentata: 18.., quandu ancora si caminava ch' i scecchi!
L'unica cosa positiva è che anche oggi è passato e, a parte gli enormi disagi, non ci sono state conseguenze o problemi di altro tipo. Possiamo tirare un respiro di sollievo: fiuuuù!
Per poco però: perché in serata -ore 20:30 circa- pari a causa di lavori di manutenzione della rete elettrica da parte dell'Enel, che naturalmente non sono stati comunicati in nessun modo, 'i casi 'i menzu paisi (o quasi) ristaru o' scuru all'improvviso: e cusì, nci fu cu' brusciau 'u computer e cu' brusciau 'u piscistoccu ch'i patati e ristau puru a ddiunu e mortu 'i fami!
E' da poco trascorso il centenario del sisma del 1908 -che ancora comunque viene ricordato con mostre e manifestazioni- ma, inveci ru terremotu -che tutti abbiamo in qualche modo esorcizzato- sembra che sulla Calabria e sulla provincia riggitana si stia abbattendo di tutto, comu pi 'na speci di leggi del contrappasso nostrana.
Iorna e iorana di pioggia senza sosta, ci hanno messo in ginocchio. Aundi ndi vutamu e ndi giramu, è tuttu 'na frana: pi Bagnara, oramai ndi cacciammu u viziu puru mi pinsamu mi iamu; da qualche giorno, non 'rrivamu mancu a Favazzina, pirchì si varau menzu costone appena sutta 'a Nucareddha, precisamente nella zona della scalinata 'i Sutt' o' Serru (vedi foto).
Da ieri sera alle 22, è chiuso anche il transito sulla "A3", dallo svincolo di Scilla in direzione Reggio. In questo caso non c'è stata una frana -almeno non ancora- ma ovvi motivi di prudenza, dopo quel che è successo nel tratto cosentino della stessa autostrada, hanno portato il Prefetto a questa decisione, una volta che si è verificato il precario equilibrio di un tratto delle nostre montagne.
La viabilità alternativa -oltre la S.S. 18 intasata- è rappresentata dalla provinciale che sale a Melia per poi scendere a Campo Calabro, ma puru 'sta strata ha i suoi problemi: nella sola giornata di oggi, all'altezza ra "Funtaneddha" -poco sopra l'acquedotto- il terreno si è "varato" per ben due volte. Per domani è atteso un sopralluogo dei tecnici della Provincia: cosa potranno mai fare?
A questo quadro, si aggiungono anche i lavori in corso sulla "A3": nel nostro tratto, è in corso lo smontaggio delle travi dei viadotti, con conseguenti rallentamenti del traffico quotidiano da Ieracari al paesello.
Oggi, per andare a Reggio si è impiegato qualcosa come due ore! due ore! E' una situazione al limite della sopportazione umana.
Per le strade di Scilla sembrava fosse il pomeriggio del giorno di Pasquetta, quandu pi calari ra chiazza a' Marina ci s'impiega menz'ura.
La stessa cosa si è verificata in tutta la provincia: ieri le pagine della cronaca locale della "Gazzetta del Sud" sembravano il bollettino della Protezione Civile.
E' in momenti come questi che ci si accorge di quanto sia facile rimanere "intrappolati" come topi in trappola, sì nta suricera.
Ma è 'na suricera speciali, a cielo aperto, il cielo pulito, tipico delle giornate di tramontana.
Ddhà tramuntana sicca, chi ti trasi nta l'ossa, che fa sembrare la Sicilia e le isole Eolie ancora più vicine di quanto non lo siano. Che ti fa pensare: ma chi bisognu nc'è mi fannu 'u ponti? Tanto, pare che basta quasi allungare la mano per toccare Punta Faro.
La stessa domanda -ma chi bisognu c'è mi fannu 'u ponti?- mi veni vardandu tutti ddhi machini, ddhi autotreni, fermi, incolonnati per chissà quanto lungo quella tortuosa vineddha che è la vecchia, scassata, Statale 18.
Lo so che non è così, ma mi pari chi il numero (18) non indica più il progressivo delle arterie di traffico nazionali, ma le prime due cifre dell'anno in cui è stata sparmentata: 18.., quandu ancora si caminava ch' i scecchi!
L'unica cosa positiva è che anche oggi è passato e, a parte gli enormi disagi, non ci sono state conseguenze o problemi di altro tipo. Possiamo tirare un respiro di sollievo: fiuuuù!
Per poco però: perché in serata -ore 20:30 circa- pari a causa di lavori di manutenzione della rete elettrica da parte dell'Enel, che naturalmente non sono stati comunicati in nessun modo, 'i casi 'i menzu paisi (o quasi) ristaru o' scuru all'improvviso: e cusì, nci fu cu' brusciau 'u computer e cu' brusciau 'u piscistoccu ch'i patati e ristau puru a ddiunu e mortu 'i fami!
20 gennaio 2009
OBAMA: COSTRUIAMO LA LIBERTA' DEL FUTURO
Barack Obama è il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America.
Tanti sono stati e saranno i commenti al discorso di inaugurazione. Un discorso che ha illustrato al mondo la nuova visione americana del tempo in cui viviamo. Un tempo pieno di sfide, da affrontare nella consapevolezza storica di un cammino che non si è mai interrotto, nemmeno davanti alle più grandi avversità.
Un cammino che prosegue oggi, dopo le grandi conquiste del passato, illuminato da quegli ideali che hanno permesso di costruire una grande nazione che è stata -e vuole continuare a essere- una guida per il mondo intero.
Ideali cui gli uomini, le donne, i bambini, di ogni razza, religione o credo politico -la nuova generazione- devono ispirarsi, forti delle loro diversità, per uno scopo comune: trasmettere la libertà, il dono più bello che Dio ci ha donato, alle generazioni future.
Senza dilungarmi oltre, nella convinzione che sia un messaggio rivolto anche alle nuove generazioni di tutto il mondo -e quindi anche a noi italiani- ho pensato che la cosa migliore fosse quella di tradurre il discorso d'insediamento, il cui testo ho tratto dalla trascrizione fatta da CQ Transcriptions, pubblicata dal sito del New York Times
Tanti sono stati e saranno i commenti al discorso di inaugurazione. Un discorso che ha illustrato al mondo la nuova visione americana del tempo in cui viviamo. Un tempo pieno di sfide, da affrontare nella consapevolezza storica di un cammino che non si è mai interrotto, nemmeno davanti alle più grandi avversità.
Un cammino che prosegue oggi, dopo le grandi conquiste del passato, illuminato da quegli ideali che hanno permesso di costruire una grande nazione che è stata -e vuole continuare a essere- una guida per il mondo intero.
Ideali cui gli uomini, le donne, i bambini, di ogni razza, religione o credo politico -la nuova generazione- devono ispirarsi, forti delle loro diversità, per uno scopo comune: trasmettere la libertà, il dono più bello che Dio ci ha donato, alle generazioni future.
Senza dilungarmi oltre, nella convinzione che sia un messaggio rivolto anche alle nuove generazioni di tutto il mondo -e quindi anche a noi italiani- ho pensato che la cosa migliore fosse quella di tradurre il discorso d'insediamento, il cui testo ho tratto dalla trascrizione fatta da CQ Transcriptions, pubblicata dal sito del New York Times
* * * *
Miei concittadini: sono qui oggi umile nell'incarico che abbiamo davanti, grato per la fiducia che mi avete accordato, memore dei sacrifici fatti dai nostri antenati.
Ringrazio il Presidente Bush per il suo servizio alla nazione.... così come per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante la transizione.
Quarantaquattro americani hanno ora prestato il giuramento presidenziale.
Le parole sono state pronunciate durante le maree montanti della prosperità e le calme acque della pace. Ancora, troppo spesso il giuramento è prestato nel bel mezzo dell'addensarsi di nubi e tempeste che infuriano. In questi momenti, l'America è andata avanti non semplicemente per via della capacità o della visione di coloro che avevano alti incarichi, ma perché Noi il Popolo siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e fedeli ai nostri documenti costituenti.
Così è stato. Così dovrà essere con questa generazione di Americani.
Che siamo nel mezzo della crisi adesso è ben noto. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e odio che viene da lontano. La nostra economia è fortemente indebolita, una conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità da parte di alcuni ma anche il nostro fallimento collettivo nel fare scelte difficili e preparare la nazione per una nuova generazione.
Case sono andate perse, posti di lavoro persi, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole sono troppo insufficienti, e ogni giorno porta prove sempre maggiori che i modi in cui usiamo l'energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.
Questi sono gli indicatori della crisi, destinati alle statistiche. Meno misurabile, ma non meno profondo, è un fiaccarsi della fiducia nel nostro paese; una fastidiosa paura che il declino dell'America sia inevitabile, che la prossima generazione dovrà diminuire i suoi interessi.
Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali, sono serie e sono molte. Non si farà loro fronte facilmente o in un breve periodo di tempo. Ma sappi questo America: faremo loro fronte.
In questo giorno, siamo riuniti perché abbiamo scelto la speranza alla paura, l'unità d'intento al conflitto e alla discordia.
In questo giorno, arriviamo a proclamare la fine dei piccoli motivi di lagnanza e delle false promesse, le recriminazioni e i logori dogma che troppo a lungo hanno soffocato la nostra politica.
Restiamo una nazione giovane, ma nelle parole della Scrittura, è venuto il tempo di mettere da parte le cose infantili. E' venuto il tempo per riaffermare il nostro spirito durevole; scegliere la nostra storia migliore; portare avanti quel dono prezioso, quella nobile idea, passati di generazione in generazione: la promessa che Dio ci ha dato che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità di inseguire la loro piena misura della felicità.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, comprendiamo che la grandezza non è mai un dono. Deve essere guadagnata. Il nostro viaggio non è mai stato di scorciatoie o preparato per poco.
Non è stato il sentiero per i leggeri di cuore, per quelli che preferiscono il tempo libero al lavoro, o cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.
Piuttosto, è stato chi ha preso dei rischi, chi ha agito, chi ha fatto delle cose -alcune celebrate, ma più spesso uomini e donne che hanno lavorato nell'ombra- che hanno portato avanti il lungo, vigoroso cammino verso la prosperità e la libertà.
Per noi, loro hanno impacchettato i loro pochi averi e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita. Per noi, hanno faticato nelle fabbriche di sudore e sistemato il West, resistito alla sferzata della frusta e arato la dura terra.
Per noi, hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg; la Normandia e Khe Sahn.
Nel tempo questi uomini e donne hanno lottato, si sono sacrificati e hanno lavorato fino a scorticarsi le mani così che noi possiamo vivere una vita migliore. Hanno visto l'America più grande della somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita o ricchezza o fazione.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Restiamo la più prosperosa, potente nazione sulla Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi di quando questa crisi ha avuto inizio. Le nostre menti non hanno meno inventiva, i nostri beni e servizi non sono meno bisognosi di quanto fossero la scorsa settimana o il mese scorso o lo scorso anno. La nostra capacità rimane intatta. Ma il nostro tempo del non mutare posizione, di proteggere interessi limitati ed emettere decisioni spiacevoli- quel tempo è sicuramente passato.
A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, toglierci di dosso la polvere, e cominciare di nuovo a lavorare per rifare l'America.
Poiché ovunque guardiamo, c'è del lavoro da fare.
Lo stato della nostra economia ci chiama all'azione: coraggiosi e rapidi. E agiremo non solo per creare nuovi posti di lavoro ma per gettare le nuove basi per la crescita.
Costruiremo le strade e i ponti, le griglie elettriche e le linee digitali che alimentano il nostro commercio e ci tengono uniti.
Rimetteremo la scienza al suo giusto posto e maneggeremo i prodigi della tecnologia per aumentare la qualità della cura della salute...e abbassare i suoi costi.
Utilizzeremo il sole e i venti e il suolo per far camminare le nostre automobili e condurre le nostre fattorie. Trasformeremo le nostre scuole e i licei e le università per andar incontro alle richieste della nuova generazione.
Tutto questo possiamo fare. Tutto questo faremo.
Ora, ci sono alcuni che mettono in dubbio la scala delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi grossi piani. Hanno memoria corta, poiché hanno dimenticato cosa questo paese ha già fatto, cosa gli uomini e le donne libere possono raggiungere quando all'immaginazione si unisce lo scopo comune e la necessità al coraggio.
Quel che i cinici difettano di comprendere è che il terreno sotto di loro ha cambiato direzione, che le stantìe argomentazioni politiche che ci hanno consumato per così tanto, non si applicheranno più.
La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona, se aiuta le famiglie a trovare lavori con un salario decente, cure che possano affrontare, una pensione che sia dignitosa.
Dove la risposta è sì, intendiamo andare avanti. Dove la risposta è no, i programmi avranno termine.
E coloro di noi che hanno a che fare con il denaro pubblico dovranno render conto, spendere in modo saggio, modificare le cattive abitudini, e fare il nostro lavoro alla luce del giorno, perché solo allora potremoricostruire la vitale fiducia tra la gente e il suo governo.
Ne è davanti a noi la domanda se il mercato sia una forza per chi sta bene o male. Il suo potere di generare ricchezza ed espandere la libertà è indiscusso.
Ma questa crisi ci ha ricordato che senza un occhio vigile, il mercato può girare fuori controllo. La nazione non può prosperare a lungo quando favorisce solo colui che prospera.
Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalla misura del nostro prodotto interno, ma dalla ricerca della nostra prosperità; dall'abilità di estendere l'opportunità ad ogni cuore di buona volontà non dalla carità, ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.
Come per la nostra difesa comune, rifiutiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali.
I nostri padri fondatori hanno affrontato pericoli che noi a fatica riusciamo a immaginare, scelto una carta per assicurare il ruolo della legge e i diritti dell'uomo, una carta espansa dal sangue delle generazioni.
Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e non li abbandoneremo nell'interesse della convenienza.
E così, a tutti gli altri popoli e ai governi che ci stanno guardando oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove nacque mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e siamo pronti a fare da guida ancora una volta.
Ricordo che le generazioni precedenti hanno affrontato il fascismo e il comunismo non solo con missili e carri armati ma con le alleanze forti e le convinzioni durevoli.
Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né può darci il diritto a fare come ci piace. Invece, sapevano che la nostra potenza cresce attraverso il suo prudente uso. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa; la forza del nostro esempio; le qualità moderanti dell'umiltà e della misura.
Siamo i custodi di questa eredità, guidati da questi principi ancora una volta, possiamo affrontare quelle nuove minacce che richiedono anche uno sforzo più grande, anche più grandi cooperazione e comprensione tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq al suo popolo e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan.
Con i vecchi amici e i nemici di una volta, lavoreremo instancabilmente per minimizzare la minaccia nucleare e riportare indietro lo spettro del riscaldamento planetario.
Non ci scuseremo per il nostro modo di vivere né vacilleremo in sua difesa.
E per coloro che cercano di avanzare le loro mire inducendo il terrore e facendo strage di innocenti, vi diciamo adesso che, “Il nostro spirito è più forte e non può essere abbattuto. Non potete sopravvivere a noi, e vi sconfiggeremo.”
Poiché sappiamo che la mescolanza del nostro retaggio è una forza, non una debolezza.
Siamo una nazione di Cristiani e Musulmani, Ebrei e Indù, e non credenti. Siamo formati con ogni lingua e cultura estratti da ogni angolo di questa Terra.
E perché abbiamo assaggiato l'amara ubriacatura della guerra civile e della segregazione e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, non possiamo fare a meno di credere che i vecchi odi un giorno passeranno; che le linee della tribù si dissolveranno presto; che mentre il mondo diventa più piccolo, la nostra comune umanità si rivelerà; e che l'America dovrà giocare il suo ruolo nell'inaugurare una nuova era di pace.
Al mondo Musulmano, cerchiamo un nuovo modo di andare avanti, basata sul mutuo interesse e il mutuo rispetto.
A quei leader nel mondo che cercano di seminare il conflitto o dare la colpa dei mali della loro società all'Occidente, sappiate che il vostro popolo vi giudicherà su ciò che riuscite a costruire, non su quel che distruggete.
A coloro...A coloro che si attaccano al potere con la corruzione e l'inganno e mettendo il silenziatore al dissenso, sappiate che siete sul lato sbagliato della storia, ma che vi porgeremo la mano se avrete la volontà di aprire il vostro pugno.
Ai popoli delle nazioni povere, ci impegniamo a lavorare al vostro fianco per far prosperare le vostre fattorie e far scorrere acque pulite; per nutrire corpi che soffrono la fame e nutrire menti affamate.
E a quelle nazioni come la nostra che godono di relativa abbondanza, diciamo che non possiamo sopportare oltre l'indifferenza nei confronti dei sofferenti fuori dai nostri confini, né possiamo consumare le risorse del mondo senza aver riguardo degli effetti. Poiché il mondo è cambiato, e dobbiamo cambiare con esso.
Mentre teniamo in considerazione la strada che si svela davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi Americani che, proprio in quest' ora, pattugliano deserti e montagne lontani. Hanno qualcosa da dirci, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington sussurrano attraverso le generazioni.
Li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare un significato in qualcosa più grande di loro stessi.
E ancora, in questo momento, un momento che definirà una generazione, è precisamente questo lo spirito che deve essere in tutti noi. Poiché per quanto il governo può e deve fare, alla fine sono la fede e la determinazione del popolo Americano sui quali questa nazione fa assegnamento.
E' la benevolenza a ospitare un estraneo quando si rompono gli argini; l'autoflessibilità di lavoratori che preferirebbero tagliare il loro orario piuttosto che vedere un amico perdere il lavoro che ci accompagna nelle nostre ore più buie.
E' il coraggio dei vigili del fuoco a prendere d'assalto una scala piena di fumo, ma anche la volontà di un genitore a nutrire un bambino, che alla fine decide il nostro destino.
Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con i quali le affrontiamo possono essere nuovi, ma quei valori dai quali dipende il nostro successo, onestà e duro lavoro, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo -queste cose sono antiche.
Queste cose sono vere. Sono state la forza silenziosa del progresso attraverso la nostra storia.
Quel che è richiesto allora è un ritorno a queste verità. Cosa ci viene richiesto adesso è una nuova era di responsabilità -un riconoscimento, da parte di ogni Americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo, doveri che non accettiamo malvolentieri ma piuttosto prendiamo con orgoglio, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di così soddisfacente per lo spirito, che definisce il nostro carattere che dar tutto in un lavoro difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza
Questa è la fonte della nostra fiducia: la consapevolezza che Dio ci ha chiamato per dar forma a un destino incerto.
Questo è il significato della nostra libertà, del nostro credo, perché uomini e donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possano unirsi nella celebrazione per tutta questa magnifica spianata. E perché un uomo il cui padre meno di 60 anni fa poteva non essere servito in un ristorante può adesso stare davanti a voi a prestare uno dei più sacri giuramenti.
Quindi lasciateci segnare questo giorno in ricordo di chi siamo e di quanto lontano siamo andati.
Nell'anno della nascita dell'America, nel più freddo dei mesi, un piccolo gruppo di patrioti si riunì in nove bivacchi sulle rive di un fiume ghiacciato.
La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui la riuscita della nostra rivoluzione era più in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole venissero lette al popolo:
"Lasciate che si dica al mondo futuro che nella profondità dell'inverno, quando nient' altro che la speranza e la virtù potevano sopravvivere, che la città e il paese, allarmati da un comune pericolo, si fecero avanti per affrontarlo."
America, di fronte ai nostri comuni pericoli, in quest' inverno della nostra avversità, ricordiamoci queste parole senza tempo; con speranza e virtù, affrontiamo ancora una volta le correnti ghiacciate, e resistiamo a ciò che possono portare le tempeste; lasciate che si dica ai figli dei nostri figli che quando siamo stati messi alla prova abbiamo rifiutato di porre fine a questo viaggio, che non ci gireremo indietro né esiteremo; e con gli occhi fissi all'orizzonte e la grazia di Dio sopra di noi, porteremo avanti quel grande dono della libertà e lo porteremo al sicuro alle generazioni future.
Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica gli Stati Uniti d'America.
Ringrazio il Presidente Bush per il suo servizio alla nazione.... così come per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante la transizione.
Quarantaquattro americani hanno ora prestato il giuramento presidenziale.
Le parole sono state pronunciate durante le maree montanti della prosperità e le calme acque della pace. Ancora, troppo spesso il giuramento è prestato nel bel mezzo dell'addensarsi di nubi e tempeste che infuriano. In questi momenti, l'America è andata avanti non semplicemente per via della capacità o della visione di coloro che avevano alti incarichi, ma perché Noi il Popolo siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e fedeli ai nostri documenti costituenti.
Così è stato. Così dovrà essere con questa generazione di Americani.
Che siamo nel mezzo della crisi adesso è ben noto. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e odio che viene da lontano. La nostra economia è fortemente indebolita, una conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità da parte di alcuni ma anche il nostro fallimento collettivo nel fare scelte difficili e preparare la nazione per una nuova generazione.
Case sono andate perse, posti di lavoro persi, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole sono troppo insufficienti, e ogni giorno porta prove sempre maggiori che i modi in cui usiamo l'energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.
Questi sono gli indicatori della crisi, destinati alle statistiche. Meno misurabile, ma non meno profondo, è un fiaccarsi della fiducia nel nostro paese; una fastidiosa paura che il declino dell'America sia inevitabile, che la prossima generazione dovrà diminuire i suoi interessi.
Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali, sono serie e sono molte. Non si farà loro fronte facilmente o in un breve periodo di tempo. Ma sappi questo America: faremo loro fronte.
In questo giorno, siamo riuniti perché abbiamo scelto la speranza alla paura, l'unità d'intento al conflitto e alla discordia.
In questo giorno, arriviamo a proclamare la fine dei piccoli motivi di lagnanza e delle false promesse, le recriminazioni e i logori dogma che troppo a lungo hanno soffocato la nostra politica.
Restiamo una nazione giovane, ma nelle parole della Scrittura, è venuto il tempo di mettere da parte le cose infantili. E' venuto il tempo per riaffermare il nostro spirito durevole; scegliere la nostra storia migliore; portare avanti quel dono prezioso, quella nobile idea, passati di generazione in generazione: la promessa che Dio ci ha dato che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità di inseguire la loro piena misura della felicità.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, comprendiamo che la grandezza non è mai un dono. Deve essere guadagnata. Il nostro viaggio non è mai stato di scorciatoie o preparato per poco.
Non è stato il sentiero per i leggeri di cuore, per quelli che preferiscono il tempo libero al lavoro, o cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.
Piuttosto, è stato chi ha preso dei rischi, chi ha agito, chi ha fatto delle cose -alcune celebrate, ma più spesso uomini e donne che hanno lavorato nell'ombra- che hanno portato avanti il lungo, vigoroso cammino verso la prosperità e la libertà.
Per noi, loro hanno impacchettato i loro pochi averi e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita. Per noi, hanno faticato nelle fabbriche di sudore e sistemato il West, resistito alla sferzata della frusta e arato la dura terra.
Per noi, hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg; la Normandia e Khe Sahn.
Nel tempo questi uomini e donne hanno lottato, si sono sacrificati e hanno lavorato fino a scorticarsi le mani così che noi possiamo vivere una vita migliore. Hanno visto l'America più grande della somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita o ricchezza o fazione.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Restiamo la più prosperosa, potente nazione sulla Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi di quando questa crisi ha avuto inizio. Le nostre menti non hanno meno inventiva, i nostri beni e servizi non sono meno bisognosi di quanto fossero la scorsa settimana o il mese scorso o lo scorso anno. La nostra capacità rimane intatta. Ma il nostro tempo del non mutare posizione, di proteggere interessi limitati ed emettere decisioni spiacevoli- quel tempo è sicuramente passato.
A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, toglierci di dosso la polvere, e cominciare di nuovo a lavorare per rifare l'America.
Poiché ovunque guardiamo, c'è del lavoro da fare.
Lo stato della nostra economia ci chiama all'azione: coraggiosi e rapidi. E agiremo non solo per creare nuovi posti di lavoro ma per gettare le nuove basi per la crescita.
Costruiremo le strade e i ponti, le griglie elettriche e le linee digitali che alimentano il nostro commercio e ci tengono uniti.
Rimetteremo la scienza al suo giusto posto e maneggeremo i prodigi della tecnologia per aumentare la qualità della cura della salute...e abbassare i suoi costi.
Utilizzeremo il sole e i venti e il suolo per far camminare le nostre automobili e condurre le nostre fattorie. Trasformeremo le nostre scuole e i licei e le università per andar incontro alle richieste della nuova generazione.
Tutto questo possiamo fare. Tutto questo faremo.
Ora, ci sono alcuni che mettono in dubbio la scala delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi grossi piani. Hanno memoria corta, poiché hanno dimenticato cosa questo paese ha già fatto, cosa gli uomini e le donne libere possono raggiungere quando all'immaginazione si unisce lo scopo comune e la necessità al coraggio.
Quel che i cinici difettano di comprendere è che il terreno sotto di loro ha cambiato direzione, che le stantìe argomentazioni politiche che ci hanno consumato per così tanto, non si applicheranno più.
La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona, se aiuta le famiglie a trovare lavori con un salario decente, cure che possano affrontare, una pensione che sia dignitosa.
Dove la risposta è sì, intendiamo andare avanti. Dove la risposta è no, i programmi avranno termine.
E coloro di noi che hanno a che fare con il denaro pubblico dovranno render conto, spendere in modo saggio, modificare le cattive abitudini, e fare il nostro lavoro alla luce del giorno, perché solo allora potremoricostruire la vitale fiducia tra la gente e il suo governo.
Ne è davanti a noi la domanda se il mercato sia una forza per chi sta bene o male. Il suo potere di generare ricchezza ed espandere la libertà è indiscusso.
Ma questa crisi ci ha ricordato che senza un occhio vigile, il mercato può girare fuori controllo. La nazione non può prosperare a lungo quando favorisce solo colui che prospera.
Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalla misura del nostro prodotto interno, ma dalla ricerca della nostra prosperità; dall'abilità di estendere l'opportunità ad ogni cuore di buona volontà non dalla carità, ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.
Come per la nostra difesa comune, rifiutiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali.
I nostri padri fondatori hanno affrontato pericoli che noi a fatica riusciamo a immaginare, scelto una carta per assicurare il ruolo della legge e i diritti dell'uomo, una carta espansa dal sangue delle generazioni.
Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e non li abbandoneremo nell'interesse della convenienza.
E così, a tutti gli altri popoli e ai governi che ci stanno guardando oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove nacque mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e siamo pronti a fare da guida ancora una volta.
Ricordo che le generazioni precedenti hanno affrontato il fascismo e il comunismo non solo con missili e carri armati ma con le alleanze forti e le convinzioni durevoli.
Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né può darci il diritto a fare come ci piace. Invece, sapevano che la nostra potenza cresce attraverso il suo prudente uso. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa; la forza del nostro esempio; le qualità moderanti dell'umiltà e della misura.
Siamo i custodi di questa eredità, guidati da questi principi ancora una volta, possiamo affrontare quelle nuove minacce che richiedono anche uno sforzo più grande, anche più grandi cooperazione e comprensione tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq al suo popolo e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan.
Con i vecchi amici e i nemici di una volta, lavoreremo instancabilmente per minimizzare la minaccia nucleare e riportare indietro lo spettro del riscaldamento planetario.
Non ci scuseremo per il nostro modo di vivere né vacilleremo in sua difesa.
E per coloro che cercano di avanzare le loro mire inducendo il terrore e facendo strage di innocenti, vi diciamo adesso che, “Il nostro spirito è più forte e non può essere abbattuto. Non potete sopravvivere a noi, e vi sconfiggeremo.”
Poiché sappiamo che la mescolanza del nostro retaggio è una forza, non una debolezza.
Siamo una nazione di Cristiani e Musulmani, Ebrei e Indù, e non credenti. Siamo formati con ogni lingua e cultura estratti da ogni angolo di questa Terra.
E perché abbiamo assaggiato l'amara ubriacatura della guerra civile e della segregazione e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, non possiamo fare a meno di credere che i vecchi odi un giorno passeranno; che le linee della tribù si dissolveranno presto; che mentre il mondo diventa più piccolo, la nostra comune umanità si rivelerà; e che l'America dovrà giocare il suo ruolo nell'inaugurare una nuova era di pace.
Al mondo Musulmano, cerchiamo un nuovo modo di andare avanti, basata sul mutuo interesse e il mutuo rispetto.
A quei leader nel mondo che cercano di seminare il conflitto o dare la colpa dei mali della loro società all'Occidente, sappiate che il vostro popolo vi giudicherà su ciò che riuscite a costruire, non su quel che distruggete.
A coloro...A coloro che si attaccano al potere con la corruzione e l'inganno e mettendo il silenziatore al dissenso, sappiate che siete sul lato sbagliato della storia, ma che vi porgeremo la mano se avrete la volontà di aprire il vostro pugno.
Ai popoli delle nazioni povere, ci impegniamo a lavorare al vostro fianco per far prosperare le vostre fattorie e far scorrere acque pulite; per nutrire corpi che soffrono la fame e nutrire menti affamate.
E a quelle nazioni come la nostra che godono di relativa abbondanza, diciamo che non possiamo sopportare oltre l'indifferenza nei confronti dei sofferenti fuori dai nostri confini, né possiamo consumare le risorse del mondo senza aver riguardo degli effetti. Poiché il mondo è cambiato, e dobbiamo cambiare con esso.
Mentre teniamo in considerazione la strada che si svela davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi Americani che, proprio in quest' ora, pattugliano deserti e montagne lontani. Hanno qualcosa da dirci, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington sussurrano attraverso le generazioni.
Li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare un significato in qualcosa più grande di loro stessi.
E ancora, in questo momento, un momento che definirà una generazione, è precisamente questo lo spirito che deve essere in tutti noi. Poiché per quanto il governo può e deve fare, alla fine sono la fede e la determinazione del popolo Americano sui quali questa nazione fa assegnamento.
E' la benevolenza a ospitare un estraneo quando si rompono gli argini; l'autoflessibilità di lavoratori che preferirebbero tagliare il loro orario piuttosto che vedere un amico perdere il lavoro che ci accompagna nelle nostre ore più buie.
E' il coraggio dei vigili del fuoco a prendere d'assalto una scala piena di fumo, ma anche la volontà di un genitore a nutrire un bambino, che alla fine decide il nostro destino.
Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con i quali le affrontiamo possono essere nuovi, ma quei valori dai quali dipende il nostro successo, onestà e duro lavoro, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo -queste cose sono antiche.
Queste cose sono vere. Sono state la forza silenziosa del progresso attraverso la nostra storia.
Quel che è richiesto allora è un ritorno a queste verità. Cosa ci viene richiesto adesso è una nuova era di responsabilità -un riconoscimento, da parte di ogni Americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo, doveri che non accettiamo malvolentieri ma piuttosto prendiamo con orgoglio, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di così soddisfacente per lo spirito, che definisce il nostro carattere che dar tutto in un lavoro difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza
Questa è la fonte della nostra fiducia: la consapevolezza che Dio ci ha chiamato per dar forma a un destino incerto.
Questo è il significato della nostra libertà, del nostro credo, perché uomini e donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possano unirsi nella celebrazione per tutta questa magnifica spianata. E perché un uomo il cui padre meno di 60 anni fa poteva non essere servito in un ristorante può adesso stare davanti a voi a prestare uno dei più sacri giuramenti.
Quindi lasciateci segnare questo giorno in ricordo di chi siamo e di quanto lontano siamo andati.
Nell'anno della nascita dell'America, nel più freddo dei mesi, un piccolo gruppo di patrioti si riunì in nove bivacchi sulle rive di un fiume ghiacciato.
La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui la riuscita della nostra rivoluzione era più in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole venissero lette al popolo:
"Lasciate che si dica al mondo futuro che nella profondità dell'inverno, quando nient' altro che la speranza e la virtù potevano sopravvivere, che la città e il paese, allarmati da un comune pericolo, si fecero avanti per affrontarlo."
America, di fronte ai nostri comuni pericoli, in quest' inverno della nostra avversità, ricordiamoci queste parole senza tempo; con speranza e virtù, affrontiamo ancora una volta le correnti ghiacciate, e resistiamo a ciò che possono portare le tempeste; lasciate che si dica ai figli dei nostri figli che quando siamo stati messi alla prova abbiamo rifiutato di porre fine a questo viaggio, che non ci gireremo indietro né esiteremo; e con gli occhi fissi all'orizzonte e la grazia di Dio sopra di noi, porteremo avanti quel grande dono della libertà e lo porteremo al sicuro alle generazioni future.
Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica gli Stati Uniti d'America.
17 gennaio 2009
L'ARIA S'HA DA CAGNA'
Prendo spunto dal post pubblicato sul blog di Giovanni Panuccio da parte dell'amico catanisi Aldo Franco, per un commento sulla visita frisca frisca che il nostro Presidente della Repubblica ha fatto ieri nella città della Fata Morgana.
Nella due giorni calabrese (giovedì la prima tappa era stata Cosenza), il Presidente Napolitano ha messo in chiara evidenza che una delle armi più potenti in mano ai calabresi per invertire la rotta del loro attuale destino, è la possibilità di poter fare cultura, di poter vivere della loro cultura.
Napolitano ha poi posto l'accento sul momento politico attuale, sottolinenado ancora due aspetti.
Il primo, la necessità di salvaguardare sempre e comunque l'unità nazionale, anche e soprattutto in un momento in cui, parlando di federalismo fiscale, a qualcuno potrebbe far tornare quella voglia di secessione che troppo spesso in questi anni ha fatto capolino da alcune regioni del Nord. Un federalismo fiscale che deve contemperare le esigenze di una buona amministrazione, con il bisogno di non aggravare ulteriormente le forti disparità economiche attualmente esistenti tra Nord e Sud.
Il secondo, quello più importante, l'assoluto bisogno in Calabria di rinnovare una classe politica che oramai ha fatto il suo tempo, ha esaurito il suo percorso.
Qualche riflessione.
E' innegabile che poter contare su due università come quelle di Cosenza (dove si sono formati tanti paisani scigghitani) e di Reggio Calabria (che ha sviluppato in particolare le materie scientifiche, ma che ha anche avviato da qualche anno la facoltà di giurisprudenza), costituisce un'occasione importante per i giovani della nostra terra, affinché possano non solo imparare ma anche sviluppare e mettere in pratica quanto di buono proviene dalle nuove tecnologie e dal sapere in generale, direttamente "in loco", come direbbe Catarella.
Ricordo che dopo una delle sedute di laurea cui ho avuto modo di assistere, l'allora preside della facoltà di ingegneria, ing. Morabito, dopo aver lodato i laureandi per l'alto valore scientifico delle loro tesi aggiunse, con grande amarezza, che sapeva già che tanti di quei ragazzi, sarebbero presto partiti per altri lidi, in Italia e all'estero, dove avrebbero portato le conoscenze acquisite a Reggio, facendo valere altrove la loro intelligenza.
E' bene, invece, che i nostri ciriveddhi rimangano qui. Perché non pensare a una serie di agevolazioni -concesse dallo Stato o dalla stessa Regione- per le industrie o le ditte disposte a trasferirsi o ad aprire alcune loro sedi in Calabria, dove potranno trovare lavoro i laureati -ma anche i diplomati in istituti tecnici, con qualifiche specifiche- 'ndigini?
Un progetto simile -seppur in scala ridotta- è già stato avviato lo scorso anno dalla facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria. Sarebbe senz'altro il caso di ampliarlo, anche in altri campi.
In merito all'appello all'unità del nostro Paese lanciato dal Presidente della Repubblica, per tutta risposta, agli alleati meridionali che gli facevano notare la sfacciataggine dimostrata da Bossi nel tenere praticamente in pugno il Governo, "costretto" ad approvare dei provvedimenti a dir poco discutibili, con buona pace della nerbatura smuvuta (invano) del Presidente della Camera Fini (chi puru di pacenzia ndi poti vindiri), il nostro caro cavalier Silvio ha dato il seguente consiglio: invece di lamentarvi sempre, perché non fate anche voi [meridionali] una Lega come quella dell'Umberto? Alla faccia dell'unità d'Italia!
E' l'ennesima riprova che al più conosciuto cittadino di Arcore non stanno a cuore né l'Italia, né le attuali Istituzioni repubblicane né, tantomeno, chi le rappresenta.
E' l'ennesima riprova che il vero scopo -che però mai confesserà- il disegno ultimo che il presidente Silvio ha in mente, è quello di modificare la Costituzione in maniera tale da poter arrivare ad essere il capo di una Repubblica presidenziale. E spero non voglia andare oltre.
Fin quando ci sarà chi ragiona così....
Torno però alla Calabria e ai suoi tanti guai. La possibilità di contare su tali "dispensatori di cultura", deve essere messa a frutto per poter avere nel più breve tempo possibile quel ricambio generazionale da tutti auspicato. "Preparatevi a sostituirli". Poche ma precise e dirette, le parole del Presidente Napolitano.
Solo con un nuovo modo di pensare potremo far sì che la nostra terra, abbandonata dallo Stato -che da anni non ha investito più cifre importanti per il Meridione, lasciandoci solo qualche "contentino di tanto in tanto-non sia condannata a dover contare sull'assistenzialismo mascherato costituito dai contributi piovutici addosso da otto anni a questa parte direttamente dall'Europa.
Sono cifre importanti, certo, però sono state concesse letteralmente a pioggia, senza aver dietro una programmazione seria, degna di questo nome.
Sono soldi che i calabresi -nella maggior parte dei casi- credendosi furbi, hanno utilizzato e speso "una tantum". Si è creduto comodo, cioè, accaparrarsi i fondi iniziali con la scusa di avviare iniziative produttive che avrebbero dovuto ammodernare la nostra regione, ma che invece sono miseramente e tragicamente abortite, in quanto non hanno mai visto la luce.
Una luce che è stata spenta dalle tante indagini che la magistratura ha dovuto avviare e ha portato a termine per truffa ai danni della tanto magnanima Comunità Europea.
Dice bene Napolitano:"Preparatevi a sostituirli". A sostituire quella mentalità attendista che da sempre ha contraddistinto la nostra politica. Dobbiamo essere noi stessi calabresi a essere propositivi, a dimostrare di avere idee concrete, realizzabili. Ne abbiamo tutti i presupposti, la capacità, l'intelligenza.
No, non possiamo aspettare che piova. Non possiamo più stare sotto una pioggia passeggera di denaro che, per colpa di pochi, non è stata portatrice di vita, ma si è trasformata in fango, in una melma dentro la quale siamo già scivolati, dentro la quale rischiamo di affondare.
E proprio come cantava un concittadino del Presidente Napolitano, Pino Daniele:
E aspiette che chiove
Nella due giorni calabrese (giovedì la prima tappa era stata Cosenza), il Presidente Napolitano ha messo in chiara evidenza che una delle armi più potenti in mano ai calabresi per invertire la rotta del loro attuale destino, è la possibilità di poter fare cultura, di poter vivere della loro cultura.
Napolitano ha poi posto l'accento sul momento politico attuale, sottolinenado ancora due aspetti.
Il primo, la necessità di salvaguardare sempre e comunque l'unità nazionale, anche e soprattutto in un momento in cui, parlando di federalismo fiscale, a qualcuno potrebbe far tornare quella voglia di secessione che troppo spesso in questi anni ha fatto capolino da alcune regioni del Nord. Un federalismo fiscale che deve contemperare le esigenze di una buona amministrazione, con il bisogno di non aggravare ulteriormente le forti disparità economiche attualmente esistenti tra Nord e Sud.
Il secondo, quello più importante, l'assoluto bisogno in Calabria di rinnovare una classe politica che oramai ha fatto il suo tempo, ha esaurito il suo percorso.
Qualche riflessione.
E' innegabile che poter contare su due università come quelle di Cosenza (dove si sono formati tanti paisani scigghitani) e di Reggio Calabria (che ha sviluppato in particolare le materie scientifiche, ma che ha anche avviato da qualche anno la facoltà di giurisprudenza), costituisce un'occasione importante per i giovani della nostra terra, affinché possano non solo imparare ma anche sviluppare e mettere in pratica quanto di buono proviene dalle nuove tecnologie e dal sapere in generale, direttamente "in loco", come direbbe Catarella.
Ricordo che dopo una delle sedute di laurea cui ho avuto modo di assistere, l'allora preside della facoltà di ingegneria, ing. Morabito, dopo aver lodato i laureandi per l'alto valore scientifico delle loro tesi aggiunse, con grande amarezza, che sapeva già che tanti di quei ragazzi, sarebbero presto partiti per altri lidi, in Italia e all'estero, dove avrebbero portato le conoscenze acquisite a Reggio, facendo valere altrove la loro intelligenza.
E' bene, invece, che i nostri ciriveddhi rimangano qui. Perché non pensare a una serie di agevolazioni -concesse dallo Stato o dalla stessa Regione- per le industrie o le ditte disposte a trasferirsi o ad aprire alcune loro sedi in Calabria, dove potranno trovare lavoro i laureati -ma anche i diplomati in istituti tecnici, con qualifiche specifiche- 'ndigini?
Un progetto simile -seppur in scala ridotta- è già stato avviato lo scorso anno dalla facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria. Sarebbe senz'altro il caso di ampliarlo, anche in altri campi.
In merito all'appello all'unità del nostro Paese lanciato dal Presidente della Repubblica, per tutta risposta, agli alleati meridionali che gli facevano notare la sfacciataggine dimostrata da Bossi nel tenere praticamente in pugno il Governo, "costretto" ad approvare dei provvedimenti a dir poco discutibili, con buona pace della nerbatura smuvuta (invano) del Presidente della Camera Fini (chi puru di pacenzia ndi poti vindiri), il nostro caro cavalier Silvio ha dato il seguente consiglio: invece di lamentarvi sempre, perché non fate anche voi [meridionali] una Lega come quella dell'Umberto? Alla faccia dell'unità d'Italia!
E' l'ennesima riprova che al più conosciuto cittadino di Arcore non stanno a cuore né l'Italia, né le attuali Istituzioni repubblicane né, tantomeno, chi le rappresenta.
E' l'ennesima riprova che il vero scopo -che però mai confesserà- il disegno ultimo che il presidente Silvio ha in mente, è quello di modificare la Costituzione in maniera tale da poter arrivare ad essere il capo di una Repubblica presidenziale. E spero non voglia andare oltre.
Fin quando ci sarà chi ragiona così....
Torno però alla Calabria e ai suoi tanti guai. La possibilità di contare su tali "dispensatori di cultura", deve essere messa a frutto per poter avere nel più breve tempo possibile quel ricambio generazionale da tutti auspicato. "Preparatevi a sostituirli". Poche ma precise e dirette, le parole del Presidente Napolitano.
Solo con un nuovo modo di pensare potremo far sì che la nostra terra, abbandonata dallo Stato -che da anni non ha investito più cifre importanti per il Meridione, lasciandoci solo qualche "contentino di tanto in tanto-non sia condannata a dover contare sull'assistenzialismo mascherato costituito dai contributi piovutici addosso da otto anni a questa parte direttamente dall'Europa.
Sono cifre importanti, certo, però sono state concesse letteralmente a pioggia, senza aver dietro una programmazione seria, degna di questo nome.
Sono soldi che i calabresi -nella maggior parte dei casi- credendosi furbi, hanno utilizzato e speso "una tantum". Si è creduto comodo, cioè, accaparrarsi i fondi iniziali con la scusa di avviare iniziative produttive che avrebbero dovuto ammodernare la nostra regione, ma che invece sono miseramente e tragicamente abortite, in quanto non hanno mai visto la luce.
Una luce che è stata spenta dalle tante indagini che la magistratura ha dovuto avviare e ha portato a termine per truffa ai danni della tanto magnanima Comunità Europea.
Dice bene Napolitano:"Preparatevi a sostituirli". A sostituire quella mentalità attendista che da sempre ha contraddistinto la nostra politica. Dobbiamo essere noi stessi calabresi a essere propositivi, a dimostrare di avere idee concrete, realizzabili. Ne abbiamo tutti i presupposti, la capacità, l'intelligenza.
No, non possiamo aspettare che piova. Non possiamo più stare sotto una pioggia passeggera di denaro che, per colpa di pochi, non è stata portatrice di vita, ma si è trasformata in fango, in una melma dentro la quale siamo già scivolati, dentro la quale rischiamo di affondare.
E proprio come cantava un concittadino del Presidente Napolitano, Pino Daniele:
E aspiette che chiove
l'acqua te 'nfonne e va
tanto l'aria s'ha da cagnà
ma po' quanno chiove
l'acqua te 'nfonne e va
tanto l'aria s'ha da cagnà*
*N.B. [tratta da "Quanno chiove" di Pino Daniele -Album "Yes I Know my way" -1998]
27 dicembre 2008
E' NATALI? 'U CASTEDDHU CHIURI!
Fora iabbu!
E' periudu di vacanzi e, comu mi capita o' spissu, mi piaci passiari peri peri cu l'amici per le strade del nostro paisuzzo, comu fussi nu turista chi veni da fora.
Aieri, messi fuori strada da una soffiata rivelatasi infondata, ndi calammu o' portu e poi a' Chianalea, dove era passata vuci si sarebbe organizzato un prisepiu sulle barche. Cu' sapi pirchì, supr' e barchi non vittimu nenti, tuttu o' scuru.
Gli unici presepi che abbiamo potuto ammirare, sono stati un paio fatti direttamente sui davanzali delle finestre, ra parti i fora, supr' 'a strata.
Datosi il tema natalizio, arrivati a' Nunziata e basciata a cresia i San Giuseppi, ndi turnammu arretu e abbiamo decisu di nchianari o' casteddhu, per ammirare una mostra sui presepi viventi fatti nella provincia di Reggio Calabria, di cui abbiamo sintutu la pubblicità.
Il soggetto della mostra è sicuramenti interessanti ma, non facimu mancu a tempu mi 'rrivamu davanti 'a porta ru casteddhu Ruffo, che una malasorpresa ci accoglie.
E' una comunicazioni firmata dal sindico in pirsona pirsonalmenti, il quale ci informa chi nei giorni di 25-26 dicembre, il castello rimarrà chiuso. Ma comu!?
Pochi giorni fa, all'arioportu di Roma succiriu nu parapigghia, con genti bloccata ddhà pi ddu' iorna 'i fila a causa di uno sciopiro stranu assai. La sala partenze dell'arioportu pariva 'na moderna Torre di Babele, aundi ognunu si sfogava lanciando malanove a destra e a sinistra in tutte le lingue del mondo. E' dovuta interveniri perfinu la Protezioni Civili, pirchì la cosa si è trasformata in una emergenza nazionali!
Alla fini, il Ministro, ricurdatusi ch'era Natali, periudu dell'annu in cui la genti evidentementi si sposta più del solitu, ha dovuto precettare gli sciopiranti, i quali sono tornati al lavoro, ripristinando cusì 'na pocu di normalità.
Ma se a Roma 'u Ministru precetta, a Scilla 'u Sindicu autorizza gli operatori che tenunu 'pertu il nostro castello Ruffo a starsene a casa, a... 'mpastari zippuli e a iucari a stuppa.
Certu, a Scilla non ci sarannu mai centinaia di migliaia di cristiani in visita ma è comu se a Riggiu il Sindicu -o meglio la Soprintendenti competenti- autorizzassi coloro che vi lavorano a chiudere il Museo della Magna Grecia.
Per un paisi che ietta u bandu ammunti e abbasciu di essiri turisticu, che nc'è di megghiu se non 'ssicutari coloro che hanno l'infelici pinzata di passarsi 'na menza iurnata natalizia nto Scigghiu?
Ma se 'u casteddhu era chiusu, 'a mostra -organizzata nei locali del CE.RE.RE. era aperta. Pirciò nchianammu e siccomu 'a testa l'haiu dura, mi mintìa 'i poprositu, a cuntari le firme sul registro dei visitatori nei due giorni del 25-26. Ndi cuntaia 114 (salvu errori).
Ora, considerandu chi non tutti firmunu e facendu 'na proporzioni minima di una firma ogni tri cristiani visitanti, veni fora chi nta ddu' iorna o' casteddhu nchianaru pocu menu di 350 visitatori. Vulendu tradurri il tuttu in termini economici, facendu finta chi nu bigliettu custa 5 €, significa chi 'u Cumuni 'i Scilla ha avutu un mancatu incasso di circa € 1.500 nta ddu' iorna! Si viri chi non ndavi bisognu!
E cusì, mentri o' Cannateddhu e a Firritu nci su' i strati tutti illuminati; al Palazzo ducale Ruffo di Bagnara c'è la sagra del torrone. Mentri nta ogni paisi vicinu si organizza una qualchi manifestazioni natalizia, a Scilla nenti. Mancu un arbiru i Natali: evidentementi ndi scuntammu quell'anno in cui il Comune l'albero lo fece a ddu' piani. Vi ricurdati?
Se non fussi per l'iniziativa isolata di qualche cittadino che -come ogni anno- iarmau nu picculu ed originali presepi all'angolo tra via San Rocco e Via Sinuria, o per luci festive accese nto balcuni o nta facciata di qualche abitazione privata (cresia Matrici a parti), a Scilla si fa davvero fatica a percepire l'atmosfera natalizia, pari cchiù 'n'aria da venerdi santu. Tant'è che l'atru iornu in piazza un ragazzo ironicamente chiedeva:"Ma chi è, Pasca o Natali?".
In compenso, anche le iniziative volte a ricordarci la bellezza del Natale viene snobbata, non presa minimamente in considerazione; passa nel più assoluto silenzio.
Ma se questo silenzio non dice niente alle orecchie ru scigghitanu, esso alle orecchie di un turista -che venga dalla provincia o da più lontano, non fa differenza- verso il quale dimostriamo ogni giorno di più di non nutrire il benché minimo rispetto, che si vede trattato così male, fino a sentirsi quasi colpevole mi veni mi ndi "nzurta" nta casa, questo silenzio dicevo, si trasforma in imprecazioni il cui significato -a differenza di quelle all'arioportu i Roma- siamo in grado di comprendere e condividere benissimo, tanto che (ricurdandumi ch'è Natali) non mi veni altro da dire che: fora iabbu!
E' periudu di vacanzi e, comu mi capita o' spissu, mi piaci passiari peri peri cu l'amici per le strade del nostro paisuzzo, comu fussi nu turista chi veni da fora.
Aieri, messi fuori strada da una soffiata rivelatasi infondata, ndi calammu o' portu e poi a' Chianalea, dove era passata vuci si sarebbe organizzato un prisepiu sulle barche. Cu' sapi pirchì, supr' e barchi non vittimu nenti, tuttu o' scuru.
Gli unici presepi che abbiamo potuto ammirare, sono stati un paio fatti direttamente sui davanzali delle finestre, ra parti i fora, supr' 'a strata.
Datosi il tema natalizio, arrivati a' Nunziata e basciata a cresia i San Giuseppi, ndi turnammu arretu e abbiamo decisu di nchianari o' casteddhu, per ammirare una mostra sui presepi viventi fatti nella provincia di Reggio Calabria, di cui abbiamo sintutu la pubblicità.
Il soggetto della mostra è sicuramenti interessanti ma, non facimu mancu a tempu mi 'rrivamu davanti 'a porta ru casteddhu Ruffo, che una malasorpresa ci accoglie.
E' una comunicazioni firmata dal sindico in pirsona pirsonalmenti, il quale ci informa chi nei giorni di 25-26 dicembre, il castello rimarrà chiuso. Ma comu!?
Pochi giorni fa, all'arioportu di Roma succiriu nu parapigghia, con genti bloccata ddhà pi ddu' iorna 'i fila a causa di uno sciopiro stranu assai. La sala partenze dell'arioportu pariva 'na moderna Torre di Babele, aundi ognunu si sfogava lanciando malanove a destra e a sinistra in tutte le lingue del mondo. E' dovuta interveniri perfinu la Protezioni Civili, pirchì la cosa si è trasformata in una emergenza nazionali!
Alla fini, il Ministro, ricurdatusi ch'era Natali, periudu dell'annu in cui la genti evidentementi si sposta più del solitu, ha dovuto precettare gli sciopiranti, i quali sono tornati al lavoro, ripristinando cusì 'na pocu di normalità.
Ma se a Roma 'u Ministru precetta, a Scilla 'u Sindicu autorizza gli operatori che tenunu 'pertu il nostro castello Ruffo a starsene a casa, a... 'mpastari zippuli e a iucari a stuppa.
Certu, a Scilla non ci sarannu mai centinaia di migliaia di cristiani in visita ma è comu se a Riggiu il Sindicu -o meglio la Soprintendenti competenti- autorizzassi coloro che vi lavorano a chiudere il Museo della Magna Grecia.
Per un paisi che ietta u bandu ammunti e abbasciu di essiri turisticu, che nc'è di megghiu se non 'ssicutari coloro che hanno l'infelici pinzata di passarsi 'na menza iurnata natalizia nto Scigghiu?
Ma se 'u casteddhu era chiusu, 'a mostra -organizzata nei locali del CE.RE.RE. era aperta. Pirciò nchianammu e siccomu 'a testa l'haiu dura, mi mintìa 'i poprositu, a cuntari le firme sul registro dei visitatori nei due giorni del 25-26. Ndi cuntaia 114 (salvu errori).
Ora, considerandu chi non tutti firmunu e facendu 'na proporzioni minima di una firma ogni tri cristiani visitanti, veni fora chi nta ddu' iorna o' casteddhu nchianaru pocu menu di 350 visitatori. Vulendu tradurri il tuttu in termini economici, facendu finta chi nu bigliettu custa 5 €, significa chi 'u Cumuni 'i Scilla ha avutu un mancatu incasso di circa € 1.500 nta ddu' iorna! Si viri chi non ndavi bisognu!
E cusì, mentri o' Cannateddhu e a Firritu nci su' i strati tutti illuminati; al Palazzo ducale Ruffo di Bagnara c'è la sagra del torrone. Mentri nta ogni paisi vicinu si organizza una qualchi manifestazioni natalizia, a Scilla nenti. Mancu un arbiru i Natali: evidentementi ndi scuntammu quell'anno in cui il Comune l'albero lo fece a ddu' piani. Vi ricurdati?
Se non fussi per l'iniziativa isolata di qualche cittadino che -come ogni anno- iarmau nu picculu ed originali presepi all'angolo tra via San Rocco e Via Sinuria, o per luci festive accese nto balcuni o nta facciata di qualche abitazione privata (cresia Matrici a parti), a Scilla si fa davvero fatica a percepire l'atmosfera natalizia, pari cchiù 'n'aria da venerdi santu. Tant'è che l'atru iornu in piazza un ragazzo ironicamente chiedeva:"Ma chi è, Pasca o Natali?".
In compenso, anche le iniziative volte a ricordarci la bellezza del Natale viene snobbata, non presa minimamente in considerazione; passa nel più assoluto silenzio.
Ma se questo silenzio non dice niente alle orecchie ru scigghitanu, esso alle orecchie di un turista -che venga dalla provincia o da più lontano, non fa differenza- verso il quale dimostriamo ogni giorno di più di non nutrire il benché minimo rispetto, che si vede trattato così male, fino a sentirsi quasi colpevole mi veni mi ndi "nzurta" nta casa, questo silenzio dicevo, si trasforma in imprecazioni il cui significato -a differenza di quelle all'arioportu i Roma- siamo in grado di comprendere e condividere benissimo, tanto che (ricurdandumi ch'è Natali) non mi veni altro da dire che: fora iabbu!
26 dicembre 2008
I CATAMISI 2: PREVISIONI DEL TEMPO PER IL 2009
Passatu Natali, ci concentriamo sulla fini dell'annu oramai prossima e sul novu chi sta vinendu.
Non putendu ancora cuntari sull'aiutu di un astrolugu professionista e dovendoci rranciari coi nostri malamezzi, vi offriamo, come promesso, le previsioni del tempo per il 2009 secondo la tradizioni scigghitana dettata dai "catamisi".
Non pi mintiri 'i mani avanti ma pirchì è un datu di fattu, vi dicu chi da una quattrina d'anni queste previsioni non è che vengano rispittate in pieno. Tiniti presenti però chi all'epuca in cui questo metodo empirico è stato sparmentatu, 'u 'mbernu era ancora 'mbernu, 'a 'stati era ancora 'stati e esistivunu ancora i robbi 'i menzu tempu.
Quanto sopra premesso (eh, i danni ra burocrazia!), circandu pirdunanza alla bonanima del colonnello Bernacca, ecco che tempo farà nel 2009.
GENNAIU : Farà generalmente 'n saccu e 'na sporta 'i friddu.
FEBBRAIU: Puru a frivaru, curtu e amaru, cuntinuerà lu friddu. Pacenzia, ndi caddiamo al fuoco delle caddarate di frittuli.
MARZU: U tempu ccumincia mi s'aggiusta. Cieli sereni.
APRILI: La iurnata corrispondenti fu cadda e cu suli, comu il tipicu misi di centru-primavera. Non mancherà un vecchiu amicu ru Scigghiu: 'u sciroccu.
MAGGIU: Tempu variabili, con qualchi nuvulata di troppu.
GIUGNU: Torna 'u suli, ma 'u tempu si mmanterrà strambu.
LUGLIU (GIUGNETTU): Puru luglio sarà variabili. Lu iornu corrispondenti (il 19 dicembre). chiuviu. Ora, siccomu parramu i misi 'i 'stati, può darsi chi sia da 'nterpritari o' cuntrariu, per cui dovrebbe fari caddu, un caddu umidu però.
AUSTU: Suli forti.
SETTEMBRI: Sempri suli, ancora suli, con qualche sponziata di pioggia.
OTTOBRI: Dopu vindigna, friddu e maistrali.
NOVEMBRI: Tempu bonu, non farà tantu friddu.
DICEMBRI: L'annu finisci cu tempu bonu, temperatura mite.
Ora non resta chi mentiri i latu queste previsioni e verificari nel corso del 2009. Virendu, facendu...
Non putendu ancora cuntari sull'aiutu di un astrolugu professionista e dovendoci rranciari coi nostri malamezzi, vi offriamo, come promesso, le previsioni del tempo per il 2009 secondo la tradizioni scigghitana dettata dai "catamisi".
Non pi mintiri 'i mani avanti ma pirchì è un datu di fattu, vi dicu chi da una quattrina d'anni queste previsioni non è che vengano rispittate in pieno. Tiniti presenti però chi all'epuca in cui questo metodo empirico è stato sparmentatu, 'u 'mbernu era ancora 'mbernu, 'a 'stati era ancora 'stati e esistivunu ancora i robbi 'i menzu tempu.
Quanto sopra premesso (eh, i danni ra burocrazia!), circandu pirdunanza alla bonanima del colonnello Bernacca, ecco che tempo farà nel 2009.
GENNAIU : Farà generalmente 'n saccu e 'na sporta 'i friddu.
FEBBRAIU: Puru a frivaru, curtu e amaru, cuntinuerà lu friddu. Pacenzia, ndi caddiamo al fuoco delle caddarate di frittuli.
MARZU: U tempu ccumincia mi s'aggiusta. Cieli sereni.
APRILI: La iurnata corrispondenti fu cadda e cu suli, comu il tipicu misi di centru-primavera. Non mancherà un vecchiu amicu ru Scigghiu: 'u sciroccu.
MAGGIU: Tempu variabili, con qualchi nuvulata di troppu.
GIUGNU: Torna 'u suli, ma 'u tempu si mmanterrà strambu.
LUGLIU (GIUGNETTU): Puru luglio sarà variabili. Lu iornu corrispondenti (il 19 dicembre). chiuviu. Ora, siccomu parramu i misi 'i 'stati, può darsi chi sia da 'nterpritari o' cuntrariu, per cui dovrebbe fari caddu, un caddu umidu però.
AUSTU: Suli forti.
SETTEMBRI: Sempri suli, ancora suli, con qualche sponziata di pioggia.
OTTOBRI: Dopu vindigna, friddu e maistrali.
NOVEMBRI: Tempu bonu, non farà tantu friddu.
DICEMBRI: L'annu finisci cu tempu bonu, temperatura mite.
Ora non resta chi mentiri i latu queste previsioni e verificari nel corso del 2009. Virendu, facendu...
13 dicembre 2008
I "CATAMISI"
'Stu tempu è pacciu! A chi chiovi, a chi faci ventu; chiovi cu suli; si 'ngigghia ru friddu.
La protezione Civile non havi bentu nel dirmare bollettini chi portunu piogge, alluvioni, esondazioni, frane e ogni tipu di malanova dovuta a questi malitempi.
Pi diri veru, siccomu non possiamo certo sfigurare in confronto a Roma, mi hanno appena riferito dell'ennesima frana lungo la "Stradale" 18, direzioni Bagnara.
Oggi però, ch'è di Santa Lucia, nci sarà 'na 'nticchia in più di luci;'u iornu 'llonga " 'n passu i puddhia".
E propria da oggi, secondo un'antica consuetudine scigghitana, iniziano i giorni che ci indicheranno le previsioni del tempo per l'anno prossimo.
Infatti, quando non esistevano i satelliti (e forse mancu l'aerei); quandu il colonnello Bernacca (famoso colonnello dell'aeronautica che dava le previsioni in tv, prima ru telegiornali) era ancora nta naca; quandu ancora c'erano le stagioni e anche le mezze stagioni; a quell'epoca, insomma, i nostri antenati, dall'alto del loro pratico 'ngegno, avevano un semplice metodo per capire che tipo di annata avrebbero avuto davanti: i catamisi.
Si tratta di questo. Prendevano nota delle condizioni del tempo nei dodici giorni che vanno dal 13 al 24 dicembre. Ciascuno di questi giorni, corrispondeva poi a un mese dell'anno venturo, così:
13 dicembre = Gennaio
14 dicembre = Febbraio
15 dicembre = Marzo
16 dicembre = Aprile
17 dicembre = Maggio
18 dicembre = Giugno
19 dicembre = Luglio
20 dicembre = Agosto
21 dicembre = Settembre
22 dicembre = Ottobre
23 dicembre = Novembre
24 dicembre = Dicembre
Pirciò, siccomu oggi pari bontempu -almeno finora- nel prossimo mese di Gennaio dovremmo avere, nel complesso, un tempo abbastanza buono, seppur freddo.
Quest'anno, proviamo pure noi a signarci 'u tempu dei prossimi 12 giorni. Il responso finale, lo avremo il giorno di Natale. Poi verificheremo durante il corso del 2009.
Appuntamento dunque a giorno 25: vi daremo le previsioni del tempo valide per tutto il 2009!
La protezione Civile non havi bentu nel dirmare bollettini chi portunu piogge, alluvioni, esondazioni, frane e ogni tipu di malanova dovuta a questi malitempi.
Pi diri veru, siccomu non possiamo certo sfigurare in confronto a Roma, mi hanno appena riferito dell'ennesima frana lungo la "Stradale" 18, direzioni Bagnara.
Oggi però, ch'è di Santa Lucia, nci sarà 'na 'nticchia in più di luci;'u iornu 'llonga " 'n passu i puddhia".
E propria da oggi, secondo un'antica consuetudine scigghitana, iniziano i giorni che ci indicheranno le previsioni del tempo per l'anno prossimo.
Infatti, quando non esistevano i satelliti (e forse mancu l'aerei); quandu il colonnello Bernacca (famoso colonnello dell'aeronautica che dava le previsioni in tv, prima ru telegiornali) era ancora nta naca; quandu ancora c'erano le stagioni e anche le mezze stagioni; a quell'epoca, insomma, i nostri antenati, dall'alto del loro pratico 'ngegno, avevano un semplice metodo per capire che tipo di annata avrebbero avuto davanti: i catamisi.
Si tratta di questo. Prendevano nota delle condizioni del tempo nei dodici giorni che vanno dal 13 al 24 dicembre. Ciascuno di questi giorni, corrispondeva poi a un mese dell'anno venturo, così:
13 dicembre = Gennaio
14 dicembre = Febbraio
15 dicembre = Marzo
16 dicembre = Aprile
17 dicembre = Maggio
18 dicembre = Giugno
19 dicembre = Luglio
20 dicembre = Agosto
21 dicembre = Settembre
22 dicembre = Ottobre
23 dicembre = Novembre
24 dicembre = Dicembre
Pirciò, siccomu oggi pari bontempu -almeno finora- nel prossimo mese di Gennaio dovremmo avere, nel complesso, un tempo abbastanza buono, seppur freddo.
Quest'anno, proviamo pure noi a signarci 'u tempu dei prossimi 12 giorni. Il responso finale, lo avremo il giorno di Natale. Poi verificheremo durante il corso del 2009.
Appuntamento dunque a giorno 25: vi daremo le previsioni del tempo valide per tutto il 2009!
07 dicembre 2008
PROVACI ANCORA SCIGGHIU
Faci friddu. Oramai si nisciru cuperti, piumoni, plaid e chi più ne ha, più ne metta. Si pulizzaru i canni fumarii e i caminetti, soprattuttu 'a sira, crepitano e mandunu nu pocu i caluri.
Nele nostre case, che notoriamente non sono il massimo in fatto di contenimento delle dispersioni termiche (in barba a ogni moderna normativa), è normale avere la caldaia a GPL, o le stufe a gas, oppuru, i camini (o stufe) che bruciano un combustibile moderno: il pellet (non è altro chi trucioli di legno). Altri ancora, si sono avventurati nell'installazione dei pannelli solari.
E 'u metanu? Chi è questo sconosciuto?
Eppuru, proveniendo direttamenti dall'Africa, ndi passa 'i tutti i parti: a mari, davanti e' mussa, (c'è addirittura l'impianto a Favazzina); ammunti (gran parte di Melia è attraversata dai tubi segnalati dai cartelli gialli); a Est (stanno cominciando a fare la rete anche a Bagnara) e a Ovest (stessa cosa dicasi per Villa San Giovanni).
Scilla ristau nto menzu, un caccioffulu paratu addritta.
La storia risale alla fine degli anni '80, quando il nostro Comune si trovò accuss' 'ndebitatu da vedersi pignorare poi perfino i quadri che erunu 'mpisi nella sala del Consiglio Comunale.
All'epoca si cominciò a parlare di metano e diversi comuni calabresi aderirono ad un Consorzio, "Calabria 30", il cui fine era quello di realizzare la rete di distribuzione metanifera nei nostri territori. Al momento di concludere l'accordo con la Snam -società che ha poi realizzato i lavori- il nostro Scigghio s'è ritrovato comu si dici "a pà", vali a diri senza 'na lira mi sa 'zzicca nta 'n occhiu.
Scilla dovette quindi abbandonare il Consorzio e fu cusì chi ristammu, finu ad oggi, senza metanu.
Finu a oggi però, pirchì pari chi ci sia qualche novità al riguardo.
Dopo tantu parrari e diri, sembra chi tutti i paisi vicini, Bagnara, Villa, ecc., comu i migliori amici, non possano fari a menu della prisenza scigghitana al loro fianco. Cusì, l'atru iornu, hanno votato all'unanimità l'ingresso -o per meglio diri il reingresso- di Scilla nel famoso Consorzio metanifero.
Certu, sarebbi ì'na bella cosa. Vuliti mentiri m'avimu i casi caddiati comu si devi, risparmiandu nu bellu pocu i dinari? (il GPL va a circa 65-70 centesimi, il metano a circa 40 centesimi)
Mi pongo però due domande:
Per intanto, scusatimi, ma questa vicenda mi fa viniri in menti la trama di un film vecchiu quantu a mia, tratto da una commedia di Woody Allen: "Provaci ancora Sam".
Provate a fare queste sostituzioni: al posto del protagonista maschile ci mettete il Comune di Scilla; al posto degli amici, i Comuni di Bagnara e Villa; al posto delle donne le varie opere sopra richiamate; al posto della protagonista femminile, la tubazione del metano.
Ne viene fuori la storia che ho appena ricordato e che si potrebbe riassumere con "Provaci ancora Scigghiu".
L'augurio di tutti è che il finale, stavolta, sia diverso.
Nele nostre case, che notoriamente non sono il massimo in fatto di contenimento delle dispersioni termiche (in barba a ogni moderna normativa), è normale avere la caldaia a GPL, o le stufe a gas, oppuru, i camini (o stufe) che bruciano un combustibile moderno: il pellet (non è altro chi trucioli di legno). Altri ancora, si sono avventurati nell'installazione dei pannelli solari.
E 'u metanu? Chi è questo sconosciuto?
Eppuru, proveniendo direttamenti dall'Africa, ndi passa 'i tutti i parti: a mari, davanti e' mussa, (c'è addirittura l'impianto a Favazzina); ammunti (gran parte di Melia è attraversata dai tubi segnalati dai cartelli gialli); a Est (stanno cominciando a fare la rete anche a Bagnara) e a Ovest (stessa cosa dicasi per Villa San Giovanni).
Scilla ristau nto menzu, un caccioffulu paratu addritta.
La storia risale alla fine degli anni '80, quando il nostro Comune si trovò accuss' 'ndebitatu da vedersi pignorare poi perfino i quadri che erunu 'mpisi nella sala del Consiglio Comunale.
All'epoca si cominciò a parlare di metano e diversi comuni calabresi aderirono ad un Consorzio, "Calabria 30", il cui fine era quello di realizzare la rete di distribuzione metanifera nei nostri territori. Al momento di concludere l'accordo con la Snam -società che ha poi realizzato i lavori- il nostro Scigghio s'è ritrovato comu si dici "a pà", vali a diri senza 'na lira mi sa 'zzicca nta 'n occhiu.
Scilla dovette quindi abbandonare il Consorzio e fu cusì chi ristammu, finu ad oggi, senza metanu.
Finu a oggi però, pirchì pari chi ci sia qualche novità al riguardo.
Dopo tantu parrari e diri, sembra chi tutti i paisi vicini, Bagnara, Villa, ecc., comu i migliori amici, non possano fari a menu della prisenza scigghitana al loro fianco. Cusì, l'atru iornu, hanno votato all'unanimità l'ingresso -o per meglio diri il reingresso- di Scilla nel famoso Consorzio metanifero.
Certu, sarebbi ì'na bella cosa. Vuliti mentiri m'avimu i casi caddiati comu si devi, risparmiandu nu bellu pocu i dinari? (il GPL va a circa 65-70 centesimi, il metano a circa 40 centesimi)
Mi pongo però due domande:
- Se tra due-tre anni arriverà il metano, significa chi tutte le strade del nostro paese saranno aperte "a libru" per consentire il passaggio della rete, proprio come è successo a Reggio. Certo, il disagio sarà temporaneo ma come la mettiamo con tutti quei tratti di paisi che sono stati rinnovati (e più volte ripizzati) di recente, sfruttando i finanziamenti regionali offerti dai fondi europei?Chi fini farannu le pavimentazioni di Chianalea, di Piazza San Rocco, della via Panoramica, di Via Canalello e -se ultimati prima- quelle previste per i vicoli di Via Umberto I e via Nucarella, annunciate poco tempo fa, nell'ambito del progetto riguardante i centri storici?
- Con quali soldi saranno rifatte le suddette opere? Poi, soprattutto, ci sono stavolta le disponibilità economiche richieste da un progetto del genere? Il dubbio esiste, è reale, atteso che -nonostante si stia facendo di tutto per minimizzare- è notorio che le casse comunali non versino in una situazione florida.
Per intanto, scusatimi, ma questa vicenda mi fa viniri in menti la trama di un film vecchiu quantu a mia, tratto da una commedia di Woody Allen: "Provaci ancora Sam".
Provate a fare queste sostituzioni: al posto del protagonista maschile ci mettete il Comune di Scilla; al posto degli amici, i Comuni di Bagnara e Villa; al posto delle donne le varie opere sopra richiamate; al posto della protagonista femminile, la tubazione del metano.
Ne viene fuori la storia che ho appena ricordato e che si potrebbe riassumere con "Provaci ancora Scigghiu".
L'augurio di tutti è che il finale, stavolta, sia diverso.
09 novembre 2008
SULLA SOGLIA DI UNA NUOVA ALBA
"I tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto"*. Cosi scriveva il reverendo Martin Luther King in una lettera inviata dalla prigione di Birmingham (Alabama), il 16.4.1963.
Pochi anni dopo, tra gennaio ad agosto del 1966, Chicago -città del Nord ma non esente dal bubbone dell'intolleranza razziale- fu la sede di una delle più grandi campagne lanciate dal reverendo King a favore dell'integrazione razziale, per cancellare i ghetti e i quartieri degradati, divenuti in quei giorni "una pentola a pressione di emozioni": la campagna ribattezzata Operazione breadbasket [ letteralmente cesto del pane, ma anche pancia (da saziare)]*.
Cinque giorni fa, dopo 42 anni (!), è stata proprio Chicago a certificare che i tempi erano maturi per un evento storico: festeggiare compatta il successo di un proprio "figlio", Barack Obama, neo eletto nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.
E' così che in questi giorni, per la via della capitale degli Stati Uniti, dopo i festeggiamenti la domanda più ricorrente è: come ti senti? cosa provi?
E' la domanda che i bianchi fanno ai loro connazionali neri, da martedi scorso. Tanti, non sono riusciti a trattenere le lacrime. Lacrime di gioia, di commozione certamente, ricordando i sacrifici fatti, i soprusi e le umiliazioni subite dai neri americani nel Paese che, nonostante tutto, si è sempre definito una delle culle della democrazia occidentale.
Agli americani sembra strano porsi questa domanda e qualcuno ci scherza sopra.
Si dice sia stata la negligenza dell'Amministrazione Bush -un presidente che proviene da una famiglia "patrizia"- ad aver favorito l'elezione del primo Presidente nero.
I neri, con tipico humor autoironico, dicono che il mondo è messo così male che nessun bianco ha voglia di "ripararlo" e hanno quindi preferito rovesciare tutto sulle spalle di un nero.
Ma, come nota giustamente Nicholas Kristof sul New York Times di oggi, l'elezione di Obama è una pietra miliare nella storia americana al di là del colore dei pigmenti della sua pelle e -aggiungo io- di quello che può pensare quel buontempone del nostro Presidente del Consiglio, con il suo incomprensibile "umorismo".
E' dai tempi di Kennedy che gli Stati Uniti non hanno un Presidente così "intellettuale", che ama circondarsi delle menti migliori che il Paese sia in grado di offrire, che ha delle idee, che abbia il carisma di un vero leader.
La cosa fa ancora più risalto dopo otto anni (sedici se si considerano anche i due mandati Clinton), nei quali hanno governato amministrazioni formate da politici purosangue o da "potentati" di famiglia che -utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione, guerre comprese- hanno mirato più a conservare il loro potere che a portare avanti una nuova idea della politica.
Si avvertiva da tempo questa necessità di cambiamento, dopo anni di paura conseguenti agli attentati del tristemente famoso 11 settembre; dopo anni di guerre che sono state il frutto -almeno nel primo periodo- più di una reazione naturale che di un disegno coordinato ed efficace e che hanno finito -come nota Frank Rich, sempre sul NYT- "col far rivoltare gli statunitensi l'uno contro l'altro, nel nome del patriottismo".
Adesso, a complicare le cose, s'è aggiunta anche la crisi economica, che è anche la crisi del liberismo puro, espressione di quel capitalismo che diventa pericoloso quando finiamo col giudicare il nostro successo "in base alla scala dei nostri stipendi o alla dimensione delle nostre automobili, piuttosto che in base alla qualità del servizio che rendiamo all'umanità" (M.L. King)*.
La situazione a livello mondiale è molto delicata, non si può più attendere e, anche se al momento i due rami del Parlamento americano sono delle "anatre zoppe", bisogna agire subito.
"Ma nella vita siamo sempre nella mezzanotte, siamo sempre sulla soglia di una nuova alba" (M.L. King, 24.2.1956)*
Così, pur in questo tempo così difficile, con questo nuovo clima nel quale negli States stanno riscoprendo di non essere né whites, né blacks, ma semplicemente e solamente Americans, nell'attesa che i nuovi eletti, il prossimo 20 gennaio, accorrano nella capitale statunitense da ogni angolo dello sterminato Paese americano -come hanno fatto i loro predecessori al tempo delle diligenze- aspettiamo fiduciosi che sorga questa nuova alba sul cielo di Washington.
*N.B.:I brani citati sono stati estrapolati da "Martin Luther King -Autobiografia" a cura di Clayborne Carson
Pochi anni dopo, tra gennaio ad agosto del 1966, Chicago -città del Nord ma non esente dal bubbone dell'intolleranza razziale- fu la sede di una delle più grandi campagne lanciate dal reverendo King a favore dell'integrazione razziale, per cancellare i ghetti e i quartieri degradati, divenuti in quei giorni "una pentola a pressione di emozioni": la campagna ribattezzata Operazione breadbasket [ letteralmente cesto del pane, ma anche pancia (da saziare)]*.
Cinque giorni fa, dopo 42 anni (!), è stata proprio Chicago a certificare che i tempi erano maturi per un evento storico: festeggiare compatta il successo di un proprio "figlio", Barack Obama, neo eletto nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.
E' così che in questi giorni, per la via della capitale degli Stati Uniti, dopo i festeggiamenti la domanda più ricorrente è: come ti senti? cosa provi?
E' la domanda che i bianchi fanno ai loro connazionali neri, da martedi scorso. Tanti, non sono riusciti a trattenere le lacrime. Lacrime di gioia, di commozione certamente, ricordando i sacrifici fatti, i soprusi e le umiliazioni subite dai neri americani nel Paese che, nonostante tutto, si è sempre definito una delle culle della democrazia occidentale.
Agli americani sembra strano porsi questa domanda e qualcuno ci scherza sopra.
Si dice sia stata la negligenza dell'Amministrazione Bush -un presidente che proviene da una famiglia "patrizia"- ad aver favorito l'elezione del primo Presidente nero.
I neri, con tipico humor autoironico, dicono che il mondo è messo così male che nessun bianco ha voglia di "ripararlo" e hanno quindi preferito rovesciare tutto sulle spalle di un nero.
Ma, come nota giustamente Nicholas Kristof sul New York Times di oggi, l'elezione di Obama è una pietra miliare nella storia americana al di là del colore dei pigmenti della sua pelle e -aggiungo io- di quello che può pensare quel buontempone del nostro Presidente del Consiglio, con il suo incomprensibile "umorismo".
E' dai tempi di Kennedy che gli Stati Uniti non hanno un Presidente così "intellettuale", che ama circondarsi delle menti migliori che il Paese sia in grado di offrire, che ha delle idee, che abbia il carisma di un vero leader.
La cosa fa ancora più risalto dopo otto anni (sedici se si considerano anche i due mandati Clinton), nei quali hanno governato amministrazioni formate da politici purosangue o da "potentati" di famiglia che -utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione, guerre comprese- hanno mirato più a conservare il loro potere che a portare avanti una nuova idea della politica.
Si avvertiva da tempo questa necessità di cambiamento, dopo anni di paura conseguenti agli attentati del tristemente famoso 11 settembre; dopo anni di guerre che sono state il frutto -almeno nel primo periodo- più di una reazione naturale che di un disegno coordinato ed efficace e che hanno finito -come nota Frank Rich, sempre sul NYT- "col far rivoltare gli statunitensi l'uno contro l'altro, nel nome del patriottismo".
Adesso, a complicare le cose, s'è aggiunta anche la crisi economica, che è anche la crisi del liberismo puro, espressione di quel capitalismo che diventa pericoloso quando finiamo col giudicare il nostro successo "in base alla scala dei nostri stipendi o alla dimensione delle nostre automobili, piuttosto che in base alla qualità del servizio che rendiamo all'umanità" (M.L. King)*.
La situazione a livello mondiale è molto delicata, non si può più attendere e, anche se al momento i due rami del Parlamento americano sono delle "anatre zoppe", bisogna agire subito.
"Ma nella vita siamo sempre nella mezzanotte, siamo sempre sulla soglia di una nuova alba" (M.L. King, 24.2.1956)*
Così, pur in questo tempo così difficile, con questo nuovo clima nel quale negli States stanno riscoprendo di non essere né whites, né blacks, ma semplicemente e solamente Americans, nell'attesa che i nuovi eletti, il prossimo 20 gennaio, accorrano nella capitale statunitense da ogni angolo dello sterminato Paese americano -come hanno fatto i loro predecessori al tempo delle diligenze- aspettiamo fiduciosi che sorga questa nuova alba sul cielo di Washington.
*N.B.:I brani citati sono stati estrapolati da "Martin Luther King -Autobiografia" a cura di Clayborne Carson
02 novembre 2008
ALLA FINI, TUTTU CCA' RIMANI
Non pari, visto il ventinaio di gradi e la calurìa ru suli, ma simu a Novembri.
Oggi, ricorrenza dei defunti, divintamu tutti (i cristiani, almeno) picculi picculi. E' uno di quei giorni speciali, in cui ci si rende conto che c'è qualcosa o qualcuno più grande di noi, davanti al quale dobbiamo inevitabilmente fermarci, davanti al quale non simu nenti.
Fermarci, sì, a riflettere su quanto abbiamo fatto nella nostra vita, nel nostro lavoro, nel rapporto con la famiglia, con gli amici, con il prossimo.
Ognuno ricorda i propri cari defunti, coloro che -quand'erano ancora tra di noi- ci hanno insegnato a diventare ciò che ciascuno di noi oggi è.
Ma li ricordiamo non con tristezza, ma con un sorriso, figlio della gratitudine che dobbiamo loro e della nostra umana, cristiana speranza di poterli riabbracciare il giorno in cui ritorneremo ad assumere sulla terra la nostra forma originaria: polvere.
Forse non è un caso che, proprio oggi, in un'agenda di qualche anno fa, abbia ritrovato un pensiero che mi aveva molto colpito.
"Fratelli della Grande Prateria ora voi dovete ricominciare la vostra vita e dimenticare gli insegnamenti dei vostri padri.
Per diventare come l'Uomo Bianco e per imparare a vivere nel suo mondo, dovrete imparare ad accumulare cibo e ricchezza solo per voi stessi, e dimenticare i poveri e gli altri uomini, che non sono fratelli, ma selvaggina da cacciare.
Dovrete costruirvi una casa di legno e di pietra, e, quando la vostra casa sarà costruita, dovrete guardarvi intorno e cercare quale altra casa e quali altri ricchezze potrete portare via al vostro vicino.
Perché questa è la maniera dei bianchi e questo è il mondo nel quale il nostro popolo ora dovrà imparare a vivere e sopravvivere."
Nuvola Rossa (capo Lakota Sioux)Oggi, ricorrenza dei defunti, divintamu tutti (i cristiani, almeno) picculi picculi. E' uno di quei giorni speciali, in cui ci si rende conto che c'è qualcosa o qualcuno più grande di noi, davanti al quale dobbiamo inevitabilmente fermarci, davanti al quale non simu nenti.
Fermarci, sì, a riflettere su quanto abbiamo fatto nella nostra vita, nel nostro lavoro, nel rapporto con la famiglia, con gli amici, con il prossimo.
Ognuno ricorda i propri cari defunti, coloro che -quand'erano ancora tra di noi- ci hanno insegnato a diventare ciò che ciascuno di noi oggi è.
Ma li ricordiamo non con tristezza, ma con un sorriso, figlio della gratitudine che dobbiamo loro e della nostra umana, cristiana speranza di poterli riabbracciare il giorno in cui ritorneremo ad assumere sulla terra la nostra forma originaria: polvere.
Forse non è un caso che, proprio oggi, in un'agenda di qualche anno fa, abbia ritrovato un pensiero che mi aveva molto colpito.
"Fratelli della Grande Prateria ora voi dovete ricominciare la vostra vita e dimenticare gli insegnamenti dei vostri padri.
Per diventare come l'Uomo Bianco e per imparare a vivere nel suo mondo, dovrete imparare ad accumulare cibo e ricchezza solo per voi stessi, e dimenticare i poveri e gli altri uomini, che non sono fratelli, ma selvaggina da cacciare.
Dovrete costruirvi una casa di legno e di pietra, e, quando la vostra casa sarà costruita, dovrete guardarvi intorno e cercare quale altra casa e quali altri ricchezze potrete portare via al vostro vicino.
Perché questa è la maniera dei bianchi e questo è il mondo nel quale il nostro popolo ora dovrà imparare a vivere e sopravvivere."
Fort Laramie 6-11-1869
Sono le amare ma sagge parole di un capo che aveva da poco realizzato l'inutilità delle guerre, imprigionato, cotretto a firmare la resa del suo popolo, della sua civiltà, sconfitto.
Parole pronunciate in questi stessi giorni 140 anni fa, ma la cui attualità -nella nostra società "civile"- è a dir poco sorprendente.
Mi piace ricordarle proprio oggi, secondo giorno del mese che -quando ancora le stagioni erano regolari- i Lakota chiamavano "Luna dei vitelli che mutano il pelo", mentre i nostri avi negli orti, usavano ancora chianiari i brocculi*.
E' un monito, quello del valoroso capo indiano. Una fotografia di noi stessi, di quello che -malgrado tutto- siamo (in parte) diventati o rischiamo (sempre più) di diventare.
E' giusto l'esatto contrario di quanto la religione cattolica -con la quale le credenze e la saggezza degli indiani d'America presenta sorprendenti analogie- ci ricorda spesso, anche con l'odierna ricorrenza.
E' perfettamente inutile accumulare ricchezze, case, terreni, portandoli via agli altri, facendo loro del male e finendo col comportarsi come bestie, perdendo la propria dignità di persona.
Dicivunu 'i 'ntichi: alla fini, tuttu ccà rimani.
Non serviranno a niente, il giorno in cui ci presenteremo davanti alla tenda di Dio (o Manito, come lo chiamavano i Sioux), nei beati territori di caccia del paradiso.
*N.B.: Pratica agricola che consisteva nel rendere piani i solchi dove erano piantati i broccoli.
25 ottobre 2008
SPINELLI SCIGGHITANI
Le cene di famigghia, da molti ritenute 'na gran camurrìa, sono dal sottoscritto (e dai suddoli in generali, comu a mia) molto apprezzate, non sulu per la quantità e la qualità mangiatoria ma anche perché, il più delle volte, finiscono col rivelarsi una miniera di informazioni che oserei definire malanovamente istruttive.
Cena di famiglia per festeggiare un compleanno da "cuntu paru". Al tavolo simu in setti, età media 65 anni, escluso il sottoscritto, 'u cchiù figghiolu.
I miei commensali ricordunu i loro tempi, i mitici anni '60 ru Scigghiu: 'i iati a fungi, castaniti castaniti; i mangiati 'i pisci friscu, appena piscatu, nei locali cittadini, ecc.
Certo, erano tempi "ruspanti", genuini, dove ognunu s'industriava comu putiva, anche in tema di "vizi giovanili". E, parrandu di vizi e di fumu in particolari, di sigaretti cu filtru o senza filtru, ru tabaccu ch'i cartini, ecc., a sorpresa, un amico confessa:
"A mucciuni, mi ndi sintimu 'randi, siccomu 'i sigaretti custavunu, ndi calaumu nto Vaddhuni 'i Livurnu* e ndi fumaumu 'i ramitti sicchi ri cucuzzi 'i spina." Tanto erano preziosi e "proibiti" che, continua l'amico "'i tiniumu 'mmucciati tra li petri 'ill'armacii".
Lo ammetto:provo quasi tenerezza davanti a questo tipo di "trasgressioni".
Eh già. Negli anni '60, la 'ndrangheta non si era ancora urbanizzata e non produceva certo quanto oggi: il giro d'affari (sporchi) è pari a quasi 1/5 della ricchezza prodotta in Calabria. Di questa "ricchezza" particolare, poco più del 60% deriva dal traffico di stupefacenti che le 'ndrine calabre (e reggine in primis) importano direttamente dal Sud America.
A quel tempo, gli unici legami che univano la Calabria e l'Aspromonte con l'America erunu sulu Garibaldi (ferito ad una gamba quando si trovò tra le nostre montagne e poi divenuto l'eroe dei due mondi) e i vapuri carichi dei nostri emigranti che sbarcavano a Ellis Island (Stati Uniti) o a Mar del Plata (Argentina), inconsapevoli di ciò che li aspettava e, soprattutto, del fatto che -dopu quarant'anni- avrebbero fatto la fortuna (loro e) di...Raffaella Carrà.
Ma parrandu di fumu, trattandusi di tema delicatu e pi non criari cunfusioni vista la difficoltà di leggere e comprendere a volte il dialetto, prima mi vi 'mmaginati cu sapi chi, mi tocca spiegari megghiu a cosa si riferisse l'amicu meu.
Tra le tante specie di zucca (o cucuzza che dir si voglia), ce n'è una i cui frutti sono caratterizzati dalla presenza, sulla buccia, di piccole ed esili parti legnose, appuntite simili a spine, da cui il nome scigghitano: cucuzzi 'i spina.
Questa pianta, crisci in fusti prostrati o rampicanti, muniti di viticci ramificati, la cui sezione circolare è pari -cchiù o menu- a quella delle comuni sigarette. Proprio per questo, i viticci venivano quindi essiccati, tagghiati a misura e fumati.
Di norma, il combustibile di queste "sigarette" era il tabacco. A lu voti però, in periodi di fami nira, approfittando del fatto che ci si trovava spesso vigni vigni, il tabacco veniva sostitito dalle foglie secche delle viti.
C'era anche chi alle "sigarette" di campagna preferiva (essendu cchiù viziusu oppuru attento lettore di Tex Willer), le più "aristocratiche" cartine, che si trovavano nei tabacchini.
I loro emuli cchiù povireddhi, invece di andare al tabacchino, le cartine le realizzavano da soli, utilizzando carta di giornale e, in particolare, la parte bianca -priva d'inchiostro- compresa tra l'inizio della pagina e la testata.
Ora, siccomu mi piaci essiri completu nell'apprendere le cose, comu fu e comu non fu, soo andato a pigghiari il vocabolario della lingua italiana Treccani, che testualmente riporto:
SPINELLO: [Etimo incerto] Voce gergale, usata originariamente da carcerati per indicare la sigaretta fatta a mano con la cartina (o anche con carta qualsiasi) e poco tabacco. Nell'uso odierno, sigaretta confezionata artigianalmente con droga leggera, cioè con marijuana (o hascisc).
Varda, varda! Vo' viriri chi, da nu fatticeddhu cuntatu cusì, pi passari 'na sirata, abbiamo scoperto l'etimologia di una parola della lingua 'taliana?
Lo spinello, altro non era che la "sigaretta" che i giuvini scigghitani, già quarant'anni fa , ricavavanu ri ramitti sicchi ra cucuzza 'i spina!
Mi tocca comunicare la felice scoperta alla Treccani: l'etimo non è più incerto.
*N.B.: Vallone Livorno -Vallone ubicato nel quartiere Marina Grande, prende il nome dall'omonimo torrente che sfocia a mari, supr' a' spiaggia.
P.S.: Un ringraziamento a Pepè B. e a me' patri per le preziose informazioni.
Cena di famiglia per festeggiare un compleanno da "cuntu paru". Al tavolo simu in setti, età media 65 anni, escluso il sottoscritto, 'u cchiù figghiolu.
I miei commensali ricordunu i loro tempi, i mitici anni '60 ru Scigghiu: 'i iati a fungi, castaniti castaniti; i mangiati 'i pisci friscu, appena piscatu, nei locali cittadini, ecc.
Certo, erano tempi "ruspanti", genuini, dove ognunu s'industriava comu putiva, anche in tema di "vizi giovanili". E, parrandu di vizi e di fumu in particolari, di sigaretti cu filtru o senza filtru, ru tabaccu ch'i cartini, ecc., a sorpresa, un amico confessa:
"A mucciuni, mi ndi sintimu 'randi, siccomu 'i sigaretti custavunu, ndi calaumu nto Vaddhuni 'i Livurnu* e ndi fumaumu 'i ramitti sicchi ri cucuzzi 'i spina." Tanto erano preziosi e "proibiti" che, continua l'amico "'i tiniumu 'mmucciati tra li petri 'ill'armacii".
Lo ammetto:provo quasi tenerezza davanti a questo tipo di "trasgressioni".
Eh già. Negli anni '60, la 'ndrangheta non si era ancora urbanizzata e non produceva certo quanto oggi: il giro d'affari (sporchi) è pari a quasi 1/5 della ricchezza prodotta in Calabria. Di questa "ricchezza" particolare, poco più del 60% deriva dal traffico di stupefacenti che le 'ndrine calabre (e reggine in primis) importano direttamente dal Sud America.
A quel tempo, gli unici legami che univano la Calabria e l'Aspromonte con l'America erunu sulu Garibaldi (ferito ad una gamba quando si trovò tra le nostre montagne e poi divenuto l'eroe dei due mondi) e i vapuri carichi dei nostri emigranti che sbarcavano a Ellis Island (Stati Uniti) o a Mar del Plata (Argentina), inconsapevoli di ciò che li aspettava e, soprattutto, del fatto che -dopu quarant'anni- avrebbero fatto la fortuna (loro e) di...Raffaella Carrà.
Ma parrandu di fumu, trattandusi di tema delicatu e pi non criari cunfusioni vista la difficoltà di leggere e comprendere a volte il dialetto, prima mi vi 'mmaginati cu sapi chi, mi tocca spiegari megghiu a cosa si riferisse l'amicu meu.
Tra le tante specie di zucca (o cucuzza che dir si voglia), ce n'è una i cui frutti sono caratterizzati dalla presenza, sulla buccia, di piccole ed esili parti legnose, appuntite simili a spine, da cui il nome scigghitano: cucuzzi 'i spina.
Questa pianta, crisci in fusti prostrati o rampicanti, muniti di viticci ramificati, la cui sezione circolare è pari -cchiù o menu- a quella delle comuni sigarette. Proprio per questo, i viticci venivano quindi essiccati, tagghiati a misura e fumati.
Di norma, il combustibile di queste "sigarette" era il tabacco. A lu voti però, in periodi di fami nira, approfittando del fatto che ci si trovava spesso vigni vigni, il tabacco veniva sostitito dalle foglie secche delle viti.
C'era anche chi alle "sigarette" di campagna preferiva (essendu cchiù viziusu oppuru attento lettore di Tex Willer), le più "aristocratiche" cartine, che si trovavano nei tabacchini.
I loro emuli cchiù povireddhi, invece di andare al tabacchino, le cartine le realizzavano da soli, utilizzando carta di giornale e, in particolare, la parte bianca -priva d'inchiostro- compresa tra l'inizio della pagina e la testata.
Ora, siccomu mi piaci essiri completu nell'apprendere le cose, comu fu e comu non fu, soo andato a pigghiari il vocabolario della lingua italiana Treccani, che testualmente riporto:
SPINELLO: [Etimo incerto] Voce gergale, usata originariamente da carcerati per indicare la sigaretta fatta a mano con la cartina (o anche con carta qualsiasi) e poco tabacco. Nell'uso odierno, sigaretta confezionata artigianalmente con droga leggera, cioè con marijuana (o hascisc).
Varda, varda! Vo' viriri chi, da nu fatticeddhu cuntatu cusì, pi passari 'na sirata, abbiamo scoperto l'etimologia di una parola della lingua 'taliana?
Lo spinello, altro non era che la "sigaretta" che i giuvini scigghitani, già quarant'anni fa , ricavavanu ri ramitti sicchi ra cucuzza 'i spina!
Mi tocca comunicare la felice scoperta alla Treccani: l'etimo non è più incerto.
*N.B.: Vallone Livorno -Vallone ubicato nel quartiere Marina Grande, prende il nome dall'omonimo torrente che sfocia a mari, supr' a' spiaggia.
P.S.: Un ringraziamento a Pepè B. e a me' patri per le preziose informazioni.
07 ottobre 2008
PALAZZETTO DELLO SPORT: NON E' ANCORA TROPPO TARDI
MALANOVA!
La malaparola scigghitana per eccellenza, risuona alta e rimbomba tra le mura della palestra di Villa San Giovanni. Chi cintra Villa, ch' i scigghitani?
Cintra, cintra. Eh sì, cari mei, pirchì da quest'anno la formazione pallavollistica femminile scigghitana che con tanto onore s'era battuta nello scorso campionato di Serie D, non esiste più!
Lo Scillavolley ha infatti cambiato nome, in quanto il titolo sportivo è stato rilevato da imprenditori villesi e quest'anno, a disputare lo stesso campionato, sarà la società denominata Costa Viola Volley, come ci informa anche la lettera (piena di comprensibile amarezza) inviataci dalle stesse giocatrici, che potete leggere qui.
Cusì, 'na vota tantu chi nto Scigghiu c'era 'na cosa bona, positiva, di cui poter andare orgogliosi, fummu capaci mi nda facimu fuiri ri mani, a vantaggio di altre realtà a noi vicine che -a ragione e con pieno merito- hanno sfruttato l'occasione per poter avere a disposizione un patrimonio sportivo (ma anche sociale ed economico) di tutto rispetto. A' facci nostra!
Ma se a Scilla di 'sta cosa si sa poco o niente e si continua a vivere come se niente fosse, a mia personalmenti mi nturciuniunu i bureddhi!
Quando mi trasferii a Ieracari Hill -passaru quasi 25 anni!- era menzu cuntentu pirchì pensavo di avere la possibilità di passare le mie giornate al nuovo(all'epuca) campo sportivo, a tirare calci a un pallone. Pensavo che avrei avuto la possibilità di non perdermi nemmeno una partita della Scillese. Pinsavu...
Tutti 'sti pinseri e questi sogni, si sono rivelati essere ... farina chi si ndi iau a livatu!
Non sulu a Scillesi falliu e non esisti cchiù (meglio stendere un velo pietoso), ma l'attuale campo di gioco tuttu pari menu che un impianto dove si possono svolgere attività sportive. Vardati!
Manca poco, dopo che il circo avrà tolto le tende, che venga di nuovo dissodato e ci si ripiantino le viti -di zibibbu, magari- comu a 'na vota, quand'era tuttu vigni vigni e scalunati 'i petra.
Adesso, una società che -pur con grosssi sacrifici, ma con entusiasmo- riusciva a far parlare in maniera più che lusinghiera del nostro paisuzzo, è stata lasciata sola, senza alcun aiuto.
Ben vengano allora gli amici villoti! I quali non hanno fatto altro che 'llungari 'u coddhu appena al di là ru vaddhuni i San Gri'oli, scoprendo un splendida realtà sportiva, ricca di entusiasmo -come dicevo- e soprattutto, di talento. Talento puro, cristallino!
No, figghioli, non è pi fari sviolinati ('a musica na sacciu mancu leggiri). E' sulu a virità. E chi di talento se ne intende, di certo non fa nessuna fatica ad accorgersene.
Che fare, dunque?
Pi st'annu, comu fu, fu. Sarebbe il caso che qualcuno degli imprenditori scigghitani aprisse gli occhi davanti a questa realtà. E' mai possibile che pensino solo a lamentarsi (legittimamente, pi carità) se non cala l'acqua o se i parcheggi sono pochi o se gli stessi danneggino la loro attività piuttosto che favorirla?
Possibile che non ci sia nessuno in grado di poter contribuire fattivamente a sostenere una piccola società sportiva che -com'è facile rendersi conto- può rappresentare un fattore economico di non secondaria importanza, nell'ambito di una realtà difficile come quella scigghitana?
Finora, dispiace dirlo, è stato possibile.
E il Comune? Silenzio di tomba!
Certo, direte voi, è facile parlare. Quando bisogna muoversi, agire, 'ccuminciunu i duluri.
A diri 'a virità, da questo blog già nello scorso mese di aprile, era partita una segnalazione che, ahimé, non fu sintuta da nuddhu.
Avevamo parlato della possibilità, offerta dalla Regione Calabria in accordo con il Coni regionale, di procedere all'accensione di mutui, a favore di Enti e federazioni sportive calabresi che hanno in programma la costruzione o anche il completamento, l'ampliamento e la riqualificazione di impianti sportivi.
Ora, il DIPARTIMENTO N. 12 TURISMO, BENI CULTURALI, SPORT E SPETTACOLO, POLITICHE GIOVANILI, ha emesso il DECRETO n. 10821 del 5 agosto 2008, pubblicato sul B.U.R.C. parte III n. 35 del 29.8.2008, con il quale ha approvato l'impegno di spesa complessivo, pari a € 1.000.000,00. Il termine per la presentazione della domanda per accedere ai contributi scade il 26.11.2008.
Come dicevo nel post datato 12.6.2007, il progetto del Palazzetto dello Sport è già stato predisposto ed era stato bandiato a suo tempo pure sui giornali.
Adesso ci sono a disposizione le "risorse" economiche per poterlo realizzare.
"Chiedi, e ti sarà dato", rissi Gesù Cristo un paio di milleni arretu. Cos' altro si aspetta? Faciti 'sta domanda!
'U tempu passa viatu...e non 'spetta. Pertanto ho solo un invito da fare alla nostra Amministrazione: MUVITIVI!!!
Cintra, cintra. Eh sì, cari mei, pirchì da quest'anno la formazione pallavollistica femminile scigghitana che con tanto onore s'era battuta nello scorso campionato di Serie D, non esiste più!
Lo Scillavolley ha infatti cambiato nome, in quanto il titolo sportivo è stato rilevato da imprenditori villesi e quest'anno, a disputare lo stesso campionato, sarà la società denominata Costa Viola Volley, come ci informa anche la lettera (piena di comprensibile amarezza) inviataci dalle stesse giocatrici, che potete leggere qui.
Cusì, 'na vota tantu chi nto Scigghiu c'era 'na cosa bona, positiva, di cui poter andare orgogliosi, fummu capaci mi nda facimu fuiri ri mani, a vantaggio di altre realtà a noi vicine che -a ragione e con pieno merito- hanno sfruttato l'occasione per poter avere a disposizione un patrimonio sportivo (ma anche sociale ed economico) di tutto rispetto. A' facci nostra!
Ma se a Scilla di 'sta cosa si sa poco o niente e si continua a vivere come se niente fosse, a mia personalmenti mi nturciuniunu i bureddhi!
Quando mi trasferii a Ieracari Hill -passaru quasi 25 anni!- era menzu cuntentu pirchì pensavo di avere la possibilità di passare le mie giornate al nuovo(all'epuca) campo sportivo, a tirare calci a un pallone. Pensavo che avrei avuto la possibilità di non perdermi nemmeno una partita della Scillese. Pinsavu...
Tutti 'sti pinseri e questi sogni, si sono rivelati essere ... farina chi si ndi iau a livatu!
Non sulu a Scillesi falliu e non esisti cchiù (meglio stendere un velo pietoso), ma l'attuale campo di gioco tuttu pari menu che un impianto dove si possono svolgere attività sportive. Vardati!
Manca poco, dopo che il circo avrà tolto le tende, che venga di nuovo dissodato e ci si ripiantino le viti -di zibibbu, magari- comu a 'na vota, quand'era tuttu vigni vigni e scalunati 'i petra.
Adesso, una società che -pur con grosssi sacrifici, ma con entusiasmo- riusciva a far parlare in maniera più che lusinghiera del nostro paisuzzo, è stata lasciata sola, senza alcun aiuto.
Ben vengano allora gli amici villoti! I quali non hanno fatto altro che 'llungari 'u coddhu appena al di là ru vaddhuni i San Gri'oli, scoprendo un splendida realtà sportiva, ricca di entusiasmo -come dicevo- e soprattutto, di talento. Talento puro, cristallino!
No, figghioli, non è pi fari sviolinati ('a musica na sacciu mancu leggiri). E' sulu a virità. E chi di talento se ne intende, di certo non fa nessuna fatica ad accorgersene.
Che fare, dunque?
Pi st'annu, comu fu, fu. Sarebbe il caso che qualcuno degli imprenditori scigghitani aprisse gli occhi davanti a questa realtà. E' mai possibile che pensino solo a lamentarsi (legittimamente, pi carità) se non cala l'acqua o se i parcheggi sono pochi o se gli stessi danneggino la loro attività piuttosto che favorirla?
Possibile che non ci sia nessuno in grado di poter contribuire fattivamente a sostenere una piccola società sportiva che -com'è facile rendersi conto- può rappresentare un fattore economico di non secondaria importanza, nell'ambito di una realtà difficile come quella scigghitana?
Finora, dispiace dirlo, è stato possibile.
E il Comune? Silenzio di tomba!
Certo, direte voi, è facile parlare. Quando bisogna muoversi, agire, 'ccuminciunu i duluri.
A diri 'a virità, da questo blog già nello scorso mese di aprile, era partita una segnalazione che, ahimé, non fu sintuta da nuddhu.
Avevamo parlato della possibilità, offerta dalla Regione Calabria in accordo con il Coni regionale, di procedere all'accensione di mutui, a favore di Enti e federazioni sportive calabresi che hanno in programma la costruzione o anche il completamento, l'ampliamento e la riqualificazione di impianti sportivi.
Ora, il DIPARTIMENTO N. 12 TURISMO, BENI CULTURALI, SPORT E SPETTACOLO, POLITICHE GIOVANILI, ha emesso il DECRETO n. 10821 del 5 agosto 2008, pubblicato sul B.U.R.C. parte III n. 35 del 29.8.2008, con il quale ha approvato l'impegno di spesa complessivo, pari a € 1.000.000,00. Il termine per la presentazione della domanda per accedere ai contributi scade il 26.11.2008.
Come dicevo nel post datato 12.6.2007, il progetto del Palazzetto dello Sport è già stato predisposto ed era stato bandiato a suo tempo pure sui giornali.
Adesso ci sono a disposizione le "risorse" economiche per poterlo realizzare.
"Chiedi, e ti sarà dato", rissi Gesù Cristo un paio di milleni arretu. Cos' altro si aspetta? Faciti 'sta domanda!
'U tempu passa viatu...e non 'spetta. Pertanto ho solo un invito da fare alla nostra Amministrazione: MUVITIVI!!!
03 ottobre 2008
E A CATANZARU, SI CHIANTARU!
Nel novembre del 2007, v'aiva cuntatu la tragicomica vicenna, tutta calabrisi relativa all'assegnazione della sede regionale dell'Agenzia delle Dogane.
Con una sentenza tutta da ridere, il Tar del Lazio aveva infatti stabilito che la sede regionale spettava a Catanzaro in quanto capicoddhu...ehm...capoluogo di regione.
Questa decisioni era stata accolta malamenti in riva allo Strittu, poiché da chi mundu è mundu, la sede doganale per eccellenza è stata sempri Riggiu.
Da qui, il ricorso presentato al Consiglio di Stato, che è stato accolto in pieno dal massimo organo di giustizia amministrativa.
Se all'epoca della sentenza del TAR i catanzarisi aivunu 'ittatu 'u bandu pi mari e pi terra, da quando è stata resa nota la decisione del Consiglio di Stato dagli abitanti della città (?) dei tre (capi)colli non è pervenuto manco un fiato, un commento, 'na parola, nenti di nenti. Si chiantaru!
E' la più evidente e lampante dimostrazione di una sola cosa: avevano torto marcio!
Con una sentenza tutta da ridere, il Tar del Lazio aveva infatti stabilito che la sede regionale spettava a Catanzaro in quanto capicoddhu...ehm...capoluogo di regione.
Questa decisioni era stata accolta malamenti in riva allo Strittu, poiché da chi mundu è mundu, la sede doganale per eccellenza è stata sempri Riggiu.
Da qui, il ricorso presentato al Consiglio di Stato, che è stato accolto in pieno dal massimo organo di giustizia amministrativa.
Se all'epoca della sentenza del TAR i catanzarisi aivunu 'ittatu 'u bandu pi mari e pi terra, da quando è stata resa nota la decisione del Consiglio di Stato dagli abitanti della città (?) dei tre (capi)colli non è pervenuto manco un fiato, un commento, 'na parola, nenti di nenti. Si chiantaru!
E' la più evidente e lampante dimostrazione di una sola cosa: avevano torto marcio!
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