24 febbraio 2011

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA…

La Little Italy di New York, più Little ogni anno

-di Sam Roberts (tratto dal New York Times del 21.2.2011)

Little Italy  Quello che segue è un ampio stralcio di un lungo articolo firmato da Sam Roberts che il New York Times ha dedicato a Little Italy, lo storico quartiere italiano di New York.

Tante cose sono cambiate, ma rimangono ancora forti negli Italo-Americani il richiamo alla tradizione e una grande forza, Una forza che viene dalle proprie radici, ancora profondamente italiane.

Nel 1950, quasi metà degli oltre 10,000 Newyorchesi che vivono nel cuore di Little Italy si identificavano come Italo-Americani. Le strade strette brulicavano di bambini e risuonavano di melodici scambi in italiano tra gli uno su cinque residenti nati in Italia e i loro vicini di seconda e terza generazione.

Dal 2000, il censimento ha riscontrato che la popolazione Italo-Americana era diminuita al 6 percento. Solo 44 erano native Italiani, rispetto ai 2.149 di mezzo secolo prima.

Un sondaggio censuario pubblicato a Dicembre ha determinato che la proporzione di Italo-Americani tra gli 8.600 residenti nella stessa area di Lower Manhattan si era ridotto a circa il 5 percento.

E, incredibilmente, il censimento non è riuscito a trovare un solo residente che fosse nato in Italia.

La Little Italy che una volta era il cuore della vita Italo-Americana nella città esiste in gran parte come un ricordo nostalgico o nelle menti dei turisti che ancora ne fanno un posto da dover visitare nel loro itinerario a New York.

Il vecchio Ravenite social club della famiglia criminale dei Gambino al 247 della Mulberry è ora una boutique di borse e calzature. Di recente nel 2005, Vincent Gigante, il boss settantasettenne della famiglia criminale dei Genovese, vagò per il quartiere in accappatoio e pantofole fingendo di avere una malattia mentale per evitare il processo. Il mese scorso, più di 100 presunti membri di famiglie malavitose sono stati incriminati per reati federali; nessuno viveva a Little Italy.

Lo scorso anno, il National Park Service ha designato il Distretto Storico di Chinatown e Little Italy senza alcuna distinzione geografica tra i quartieri. I due quartieri hanno cominciato a organizzare un Marco Polo Day e una sfilata di Natale l’Est incontra l’Ovest.

Presto il Comune cancellerà ulteriormente i confini.

Seguendo l’esempio di tre uffici locali della comunità, la Commissione per la Pianificazione della Città approverà a Marzo la creazione di un Distretto per l’Incremento del Commercio di Chinatown, che ingloberà quasi tutto quel paradiso che una volta … aveva la più grande concentrazione di immigrati Italiani degli Stati Uniti.

“Adesso è davvero tutta Chinatown,” dice John A. Zaccaro Sr.,titolare della società immobiliare Little Italy, fondata da suo padre nel 1935.

Anche la Festa di San Gennaro che ancora raccoglie folle gigantesche a Mulberry Street, potrà essere in formato ridotto su richiesta dei disturbati commercianti di Nord Little Italy.

Il numero di residenti di discendenza Italiana nel quartiere ha cominciato a diminuire a partire dagli anni ‘60, quando l’immigrazione dall’Italia rifluì e gli Italo-Americani si arricchirono e si trasferirono in altre parti della città e nei sobborghi.

“Quando gli Italiani hanno fatto soldi si sono trasferiti al Queens e in New Jersey, hanno venduto ai cinesi, che adesso stanno vendendo a Vietnamiti e Malesi,” dice Ernest Lepore, 46, che, con suo padre e sua madre, è proprietario di Ferrara, un caffè-pasticceria che la sua famiglia aprì 119 anni fa.

Ancora, circa 30 bambini Italo-Americani nati nel quartiere vengono battezzati ogni anno nella Chiesa del Più Prezioso Sangue in Baxter Street. E alcuni residenti si aggrappano a un quartiere che è ricco di storia e cultura.

Degli 8,600 residenti contati dal censimento dell’American Community Survey nel cuore di Little Italy nel 2009, quasi 4,400 erano nati all’estero. Di questi, l’89 percento è nato in Asia. Nel 2009, un immigrato Coreano ha vinto un concorso per tenori sponsorizzato dall’Associazione Commercianti di Little Italy. Quello stesso anno, un’immigrata Cinese, Margaret S. Chin, è stata eletta a rappresentare il distretto nel Consiglio Comunale.

La Sig.ra Chin ha giocato un ruolo chiave nel galvanizzare le diverse fazioni per creare il distretto per l’incremento del commercio, che raggiunge il nord da Chinatown con due bracci che affiancano Mulberry Street e piegano ad arco verso di essa dalla metà di due strade parallele, Baxter e Mott.

“Abbiamo optato fuori” dal distretto, ha affermato Ralph Tramontana, presidente del gruppo di commercianti di Little Italy e proprietario del Sambuca’s Café. “Non pensavamo ce ne fosse bisogno, perché attraverso l’associazione dei commercianti già facciamo quello che fa un distretto per l’incremento del commercio.”

“Ho detto agli esercenti di Chinatown,” ha detto David Louie, che ha contribuito a spingere per il quartiere, “ ‘Dovete guardare a Little Italy e seguire il loro esempio — alle 8:30 di mattina li potete vedere che lavano i marciapiedi.’ ”

Pulizia, singolarità e bassa criminalità hanno ampliato l’appeal del quartiere, il che ha spinto in alto gli affitti.

Un monolocale di 74 mq in un palazzo a sei piani rinnovato al 145 di Mulberry è stato pubblicizzato di recente per $4,200 al mese. I proprietari di una due camere da letto su Grand Street chiedono $1.5 milioni.

Paolucci’s, un popolare ristorante che aprì sulla Mulberry nel 1947, si è trasferito a Staten Island dopo che il proprietario nel 2005 ha aumentato l’affitto a $20,000 al mese da $3,500, dice sempre Zaccaro.

Ancora, altri punti di riferimento di Little Italy non solo sono sopravvissuti, ma sembrano essere fiorenti grazie soprattutto ai turisti e a quelli che l'autore Nicholas Pileggi ha descritto decenni orsono come “Italiani del Sabato” suburbani — i “prosperosi figli in sovrappeso di padri immigrati più magri.”

Di Palo’s, un negozio di specialità gastronomiche italiane al 200 di Grand Street, avviò l’attività nel 1903, un decennio dopo il lattiero-caeseario Alleva al 188 della Grand, che si pubblicizza come il più antico negozio di formaggi italiano della nazione e che, come Ferrara, aprì nel 1892. I membri di quinta generazione della famiglia lavorano in tutti e tre i negozi e tutti e tre vendono i loro prodotti anche via internet.

Nel 1990, ha detto Lou Di Palo, suo padre malato consegnò le chiavi alla generazione successiva.

“Abbiamo deciso che prenderemo la nostra attività e torneremo indietro — ci concentreremo sul modo in cui i nostri nonni e i nostri bisnonni hanno condotto l’attività: basati sulla famiglia, si trasmette le relazioni con i clienti,” ha detto. “Taglieremo il vostro pezzo di formaggio e affetteremo il vostro prosciutto. Siamo ancora un negozio di quartiere, ma abbiamo preso l’iniziativa per rendere il nostro negozio una destinazione.”

“E’ venuto da un negozio di immigrati a un negozio Italo-Americano concentrato sui prodotti autentici dell’Italia,” ha spiegato il Sig. Di Palo. “Non ci aspettiamo che i nostri clienti vengano ogni giorno. Un grande cliente lo vedremo una volta a settimana, un cliente molto buono lo vedremo una volta al mese. La gente mi diceva, ‘Sei ancora qui!’ E io dicevo, ‘Finché continuerete a venire, sarò qui.’ ”

15 febbraio 2011

LA GIOIA DELLA LIBERTA’

 

egitto-protesteIl popolo ha fatto dimettere il regime” –così cantavano i giovani egiziani in piazza Tahir all’annuncio delle dimissioni di Mubarak, il loro presidente-dittatore.

Che fosse un dittatore, in Italia, in Europa e nel resto dell’occidente, l’abbiamo “scoperto” solo dopo aver visto le immagini delle piazze del Cairo, piene di gente in protesta.

Ci si interroga, specie in America, sul perché di questa tardiva scoperta.

L’ex Segretario di Stato americano, Condi Rice ebbe a dire nel 2005: “Per 60 anni, il mio paese, gli Stati Uniti, hanno perseguito la stabilità a spese della democrazia in questa regione, qui in Medio Oriente, e non abbiamo ottenuto nulla”

Questo perché, come si ammette sul New York Times “Per troppo tempo abbiamo trattato il mondo arabo come un campo di petrolio”.

E perché ciò avvenisse, ci si è appoggiati a regimi compiacenti che hanno determinato una stabilità che di fatto, ha come anestetizzato le società mediorientali. Come ammette Ahmed Zewail, egiziano-americano vincitore del Premio Nobel per la chimica: “L’Egitto è stato stabile per 30 anni perché non ha avuto nessuna visione, nessuna aspirazione ed è rimasto in uno stato di stagnazione”. Ma era uno stato che non poteva durare.

Prima il popolo tunisino, poi quello egiziano, si sono svegliate da questo stato di torpore, per fame.

Mi si perdoni il paragone ma è stato come il risvegliarsi la notte, con lo stomaco in preda ai crampi. E allora corri in cucina, apri il frigorifero e cerchi di ingurgitare qualsiasi cosa, senza badare all’etichetta, a piene mani in piena libertà.

Ecco, non era solo la fame vera dei molti poveri di questi paesi, ma la fame di libertà, la voglia del piacere di scegliere il proprio futuro e di non vederlo imposto, a spingere migliaia e migliaia di persone a scendere in piazza contro i dittatori. Senza altre armi.

E nelle vicende tunisine ed egiziane, il mancato uso delle armi è stato l’aspetto più clamoroso, più sorprendente e più…bello che mi sento di sottolineare.

Finora, quelli della mia generazione la potenza della non violenza l’avevano letta sui libri o vista in tv. Gandhi e Martin Luther King sono state figure carismatiche che abbiamo conosciuto indirettamente.

Dobbiamo dire grazie ai tunisini, agli egiziani, se abbiamo avuto la possibilità di vedere direttamente quale sia la forza della non violenza. Una forza capace di cambiare il mondo.

“La giornata di oggi appartiene al popolo egiziano - ha affermato il Presidente Obama - e il popolo americano è commosso dalle scene di piazza Tahrir. La parola 'tahrir' significa liberazione. E' una parola che, come diceva Martin Luther King, arriva direttamente all'anima. Per sempre ricordera' agli egiziani di come loro hanno cambiato il loro Paese, e il mondo. Grazie”. Grazie per la vostra non-violenza. Per l'Egitto è stata la forza morale della non violenza, e non il terrorismo, non le uccisioni folli, a curvare ancora una volta l'arco della storia verso la giustizia”.

E come nota un commentatore politico americano conoscitore del Medio Oriente, la dimostrazione fornita dagli egiziani potrebbe sconvolgere i piani degli estremisti islamici, ponendo fine a uno dei conflitti più lunghi che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto: la questione israelo-palestinese.

Sarebbe affascinante vedere se i Palestinesi abbracciano le proteste non violente di massa nel West Bank come strategia contro gli insediamenti illegali israeliani e la sottrazione dei territori”.

Tanto ottimismo sembra troppo. E’ vero però che il “seme della non violenza” sta contagiando l’intero Maghreb ed è già arrivato in parecchie città dell’Iran, dove proprio in queste ore è ripresa la protesta contro il regime.

In questi disgraziati paesi, la democrazia sembra finalmente essere a portata di mano. E’ lì, alla fine della strada tracciata dalla non violenza, che torna libera, sgombrata dai carri armati i cui cannoni sono rimasti muti.

Il pensiero però, non può che tornare al recente passato, a paesi diciamo meno fortunati. Mi riferisco all’Iraq e all’Afghanistan in particolare.

Non si può non pensare alle assurde “giustificazioni” avanzate dagli Stati Uniti ancora frastornati e sotto choc dopo l’11 Settembre; non si può non pensare a quelle armi di distruzioni di massa che, in realtà, non esistevano.

E, soprattutto negli States ci si interroga oggi, sull’efficacia di una politica estera americana basata in grandissima parte sulla forza militare, sulle bombe, grazie alle quali ci si è illusi di poter imporre la democrazia.

Se pensiamo alla cieca determinazione dimostrata dalla passata amministrazione Bush nell’attuazione pratica della dottrina della “risposta flessibile”, fanno riflettere e non poco, le parole di Robert McNamara, Segretario alla Difesa all’epoca della guerra del Vietnam e teorico di quella stessa dottrina che ha finito col traumatizzare un’intera generazione di americani. Disse McNamara: “Non abbiamo il diritto divino di dar forma a ciascuna nazione a nostra immagine o come noi scegliamo”.

 La democrazia non s’impone, non si può imporre, perché è la forma civile attraverso la quale si manifesta e si realizza la libertà di ogni popolo, di ogni uomo.

Ce lo dimostrano, una volta di più, le lacrime che sgorgano dagli occhi dei tunisini e degli egiziani. Non sono lacrime di dolore, ma di gioia, di grande gioia. Quella gioia che può regalarti solo la consapevolezza di tornare ad essere un uomo libero.

06 febbraio 2011

I FRITTULI

Rileggendo un post di qualche tempo fa, frugando nei miei ricordi e ascoltando più volte la canzone di De Andrè, mi sono detto: se lui, genovese, ha parlato della Cimma (piatto tipico), perché io, calabrisi, non posso parlare ri frittuli?
Beh, più che alla loro preparazione, sarebbe più corretto dire che ho soffermato l’attenzione sulla fase a ciò propedeutica, ovvero sul momento in cui il maiale viene ucciso.
Magari a qualcuno farà impressione, però è proprio così che si fa nella nostra tradizione.
Naturalmente, mi tocca chiedere preventiva pirdonanza al grande Faber per aver rovinato una delle sue canzoni più belle, pregandolo… vivamente di non rivoltarsi nella tomba. 



                   I FRITTULI (trasposizione scigghitana di “A cimma” di Fabrizio De Andrè)





A tia ti brisci oi l'urtimu matinu,
va' 'n paci, carni era e carni sarà.
'Chì pi mia peggiu
assa’ è 'u distinu,
'u sai, a mia di peggiu toccherà.



Ti mintìa 'u broru rintra o' 'mbivirun'
e nta to' zzimba, 'i pagghia 'n cuscin stindìa,
ma staiu a cunta' già l'uri, e pocu sun,
frittuli e carni fina sarai pi mia.



'N'ura 'i menu, poi ti scura,
pi tia regna, ifattu allegra,
leggi 'i Natura.



Bellu or l'ura è giunta ra to' Passioni,
'chì carni e sangu toi saran cosi bboni.
Fora ti spingiu e ddrittu tu 'mpunti 'i peri,
ti stringiu 'u mussu, zittu! 'spetta 'u bucceri.



L'aria l'urlu to' sfregia, 'chì 'a lama armeggia,
vigliaccu giru 'a testa ma 'u sentu, nc'è.
'U me' coraggiu, com' 'a to' forza, lleggia,
sì, unu cu 'n atru, dai, 'u sai com'è.



'N'ura 'i menu, poi ti scura,
pi tia regna, ifattu allegra,
leggi 'i Natura.
Sant'Antoni, preiu a tia:
p'ogni cosa nta 'sta pignata,
'chì bona sia.



Cu mia non t'a pigghiari, o cu bbucceri,
sai comu fatti fummu, è 'u to' misteri:
ti ttocca 'sta fini di tia nenti s'avi a itta',
mangiu e mangiu 'eu, 'u sai, 'chì haiu a mangia'.



'N'ura 'i menu, poi ti scura,
pi tia regna, ifattu allegra,
leggi 'i Natura.
Sant'Antoni, preiu a tia:
p'ogni cosa nta 'sta pignata,
'chì bona sia.



Per  i non adusi (eh, paroluna!) all’uso del dialetto, ecco la traduzione italica:


I CICCIOLI
Per te sorge oggi l'ultimo mattino
vai in pace, carne era e carne sarà.
Perché per me sarà assai peggiore il destino,
sai, a me toccherà di peggio.



Ho messo il brodo nel tuo pastone
e nella porcilaia ho steso un cuscino di paglia
ma sto a contare già le ore, e sono poche
ciccioli e carne fina sarai per me.



Un'ora in meno, poi per te sarà buio
per te regna, per niente allegra,
la legge della natura.



Bello ora è giunta l'ora della tua Passione,
'ché la tua carne e il tuo sangue diventeranno cose vbuone.
Ti spingo fuori e tu punti le zampe dritte,
ti stringo il muso, zitto! il macellaio aspetta.



Il tuo urlo sfregia l'aria mentre la lama armeggia,
vigliacco giro la testa ma lo sento, c'è.
Il mio coraggio, come la tua forza, diminuisce,
Sì, uno con l'altro, dai, lo sai com'è.



Un'ora in meno, poi per te sarà buio
per te regna, per niente allegra,
la legge della natura.
Sant'Antonio, ti prego:
per tutto quel che c'è in pentola,
perché sia buono.



Con me non te la prendere, o con il macellaio,
sai come siamo stati fatti, è il tuo mestiere:
ti tocca questa fine, di te niente andrà sprecato,
mangio e mangio, lo sai, perché devo mangiare.



Un'ora in meno, poi per te sarà buio
per te regna, per niente allegra,
la legge della natura.
Sant'Antonio, ti prego:
per tutto quel che c'è in pentola,
perché sia buono.
 

05 febbraio 2011

IL FEDERALISMO IRRICEVIBILE:’U FATTU FU ‘I NOTTI…MA SI VITTI!

ladro “E’ un fatto procedurale”. Con queste disarmanti parole il cavalier nano brianzolo ha commentato la lettera con la quale il presidente Napolitano ha ritenuto IRRICEVIBILE il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri nella serata di ieri (sempri i notti, com’ e latri).

Ecco cosa dice il Presidente Napolitano:

Devo subito rilevare che non sussistono le condizioni per procedere alla richiesta emanazione, non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l'esercizio della delega previsto dall'art. 2, commi 3 e 4, della legge n. 42 del 2009: sono pertanto costretto a non ricevere il decreto approvato dal Governo, a garanzia della legittimità di un provvedimento di così grande rilevanza.”

Per coloro che di diritto ndi mastricunu menu i mia, dirò che la Legge cui fa riferimento Napolitano è lo strumento con il quale il Parlamento ha delegato il Governo per la redazione di tutti i decreti che dovrebbero far nascere sto benedetto/maledetto federalismo.

Ma cosa dice esattamente questa Legge e, in particolare l’articolo citato nel comunicato del Quirinale?

Siccome non ci fidiamo poi tanto di quello che dicono i giornali, liggimulu.

Art. 2. (Oggetto e finalità)

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge[21.5.2011], uno o più decreti legislativi…al fine di assicurare…. l'autonomia finanziaria di comuni, province, città metropolitane e regioni.

….

3. Gli schemi di decreto legislativo, ….sono trasmessi alle Camere, ciascuno corredato di relazione tecnica ……perché su di essi sia espresso il parere della Commissione di cui all'articolo 3 [Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale] e delle Commissioni parlamentari competenti per le conseguenze di carattere finanziario, entro sessanta giorni dalla trasmissione….

4. Decorso il termine per l'espressione dei pareri …. i decreti possono essere comunque adottati. Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo. Il Governo, qualora, anche a seguito dell'espressione dei pareri parlamentari, non intenda conformarsi all'intesa raggiunta in Conferenza unificata, trasmette alle Camere e alla stessa Conferenza unificata una relazione nella quale sono indicate le specifiche motivazioni di difformità dall'intesa.

Come ricorda il Presidente Napolitano, la Commissione parlamentare ha, per regolamento, espresso parere negativo, del quale però al Governo non sembra importagliene molto. Ragion per cui, a norma di Legge, il nuovo testo dovrebbe essere ritrasmesso a Camera e Senato che, inoltre, dovrebbero essere debitamente informate delle modifiche e/o variazioni.

Questo passaggio fondamentale della Legge, che esprime in poche parole il ruolo fondamentale rivestito dal nostro Parlamento nella formazione di ogni legge (quindi anche quelle delegate al Governo), è stato volutamente ignorato dal cavalier nano e dai suoi seguaci, riunitasi in fretta e furia, di notte, per approvare un atto viziato non già da carenze procedurali, ma dalla mancanza di elementi sostanziali che ne inficiano l’efficacia nei confronti di chiunque.

Se, per assurdo, il Presidente Napolitano avesse promulgato la norma approvata dal Consiglio dei nottambuli e un qualunque cittadino avanzasse ricorso contro una qualsiasi delle norme in esso previsto, non ci sarebbe Commissione che non gli darebbe ragione. Ciò costituirebbe un danno verso Regioni, Province e Comuni. Un danno che verrebbe arrecato loro da quelle stesse norme da cui dovrebbero invece trarre beneficio.

Napolitano non nasconde la sua delusione, lamentando la mancata “condivisione sul piano sostanziale” e richiamando la necessità di “evitare una rottura anche sul piano procedimentale, per violazione di puntuali disposizioni della legge.” Cchiù chiaru i cusì!

E, infine, il nostro saggio Presidente (meno male che Giorgio c’è!), non può esimersi dal rendere manifesta, clamorosa scorrettezza del Governo, peraltro già bacchettato in più di un’occasione:

Né posso sottacere che non giova ad un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del Governo senza la fissazione dell'ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il Presidente della Repubblica, tanto meno consultandolo sull'intendimento di procedere all'approvazione definitiva del decreto legislativo.”

Insomma, il cavalier nano e i so’ calacazetti, non perdono occasione per dimostrare il loro disprezzo per le regole che governano la nostra Repubblica.

No, non è ignoranza. Una cosa la si può ignorare, ma solo per una volta.

Il perseverare nelle scorrettezze, negli errori e nel menefreghismo istituzionale, non può essere tollerato.

Non si può declassare una precisa norma dello Stato a semplice “fatto procedurale”.

Le leggi dello Stato non sunnu ‘na ‘nsalata, chi se ‘u sali ‘u menti prima o ropu cangia pocu.

E’ vero che il “no” di Napolitano non ferma il percorso verso il federalismo. Ma è un percorso importante e l’Italia non può permettersi di …sbagliare strada.

Per questo, non si deve agire di fretta, né cercando di aggirare la legge, né con provvedimenti adottati nell’oscurità, contando sul fatto chi ‘u fattu fu’ ‘i notti e non si vitti.

Anche in questo caso, il gioco sporco del cavalier nano e dei suoi calacazetti governativi è stato scoperto.

L’atra sira era iurnata di luna nova, pirciò puru se ‘u fattu fu ‘i notti, si vitti. Eccomu se si vitti!

15 gennaio 2011

MARCHIONNE E ‘A LINTICCHIA CA ‘ITALEDDHA

LENTICCHIE Gli operai della FIAT hanno deciso: si cambia all’insegna dei sacrifici.
Si mettano l’animo in pace coloro che pensavano con il loro voto di cambiare una decisione che era comunque inevitabile.
Sì, perché il dott. Marchionne, in caso avessero vinto i NO, sarebbe stato capacissimo di andare a fabbricare le macchine da qualsiasi altra parte del mondo, pur di salvaguardare la società per cui lavora. 

D’altra parte non è questo il suo mestiere?

Marchionne è conosciuto per essere un uomo molto deciso e determinato. Vuoi vedere che hanno davvero ragione quelli del Minnesota Planetarium Society? A causa dello spostamento dell’asse terrestre, il dott. Marchionne –che in origine è nato sotto il segno dei Gemelli (e quindi poteva avere anche qualcuno simile a lui), adesso  è passato sotto il segno del Toro. Segno inconfutabile di testa cchiù dura ru cimentu, chi quandu si zzicca ‘na cosa nta testa, l’avi a fari pi forza!

In realtà, la decisione della FIAT, appoggiata dal Governo (ma sicundu vui poteva mai il Berlusca appoggiare i comunisti della FIOM?), prevede misure pesanti per gli operai in termini di orario di lavoro, ma che –dicono i ben informati- dovrebbero essere ricompensati in qualche modo a fine anno con un aumento in busta paga.
Lo sanno quelli che hanno votato SI: “…Ma adesso non so cosa succederà”. Lo sa anche una parte di quelli che hanno votato NO, seppur in maniera non troppo convinta, visto che uno di loro dichiara:”Io ho votato no ma capisco quelli del sì, se avessi figli avrei fatto altrettanto. Speriamo di dimenticarci presto questi giorni”.
In realtà, la cosa che fa più paura agli italiani, secondo me che non me ne intendo, è che dovrebbero scomparire i “ponti” in corrispondenza delle festività, con lo scoppio di raffredduri e frevi a cumandu, pur di star qualche giorno consecutivo a casa.

Le decisioni aziendali della storica fabbrica torinese non sono il frutto di un sogno/incubo di Marchionne, che magari la sera prima aveva mangiato pesante, né di un’illuminazione divina. Misure dello stesso genere sono state infatti adottate da tutte le principali case automobilistiche europee e da altre aziende di dimensioni paragonabili a quelle della FIAT.

Insomma, visto il chiaro di luna attuale, si è trattato di una scelta obbligata: o timangi ‘sta minestra, o ti ietti ra finestra!
Gli operai della FIOM, però non ne sono convinti e danno tutta la colpa a Marchionne. La vignetta di Giannelli sulla prima pagina del Corriere lo riassume in maniera efficace e, al contempo, mi fa tornare in mente ‘na storiella risalente a parecchi decenni fa, raccontatami da un mio zio.

Erano i tempi della sua figghiolanza e, come tutti i figghioli, anche lui era nu pocu iarmaturi.
‘Na sira, rientrato per l’ora di cena, un’amara sorpresa lo aspetta: supra ‘a tavula ad aspettarlo, c’era un fumante piattu caddu di ‘italeddha ca linticchia!

Me’ zziu che, diciamo, non nisciva pacciu per i legumi in geniri, disse chiaru e tundu a suo padre: “Non ndi vogghiu! Non mi piaci!”
Il padre, persona altrettanto schietta e ferma, non si caddiò più di tantu e davanti al rifiuto del proprio figlio, dichiarò: “A no? Chistu c’è e chistu ti mangi.” e, per chiarire ulteriormente il concetto, aggiunse: “Se non di voi, ta mangi dumani!”.

A quelle parole, me’ zziu, dimostrando un orgoglio da adulto, pi non darla vinta al padre, si alzò da tavola e, cu ‘na ringia longa longa e senza sciatari ‘na parola, salì al piano di sopra se ne andò a letto a ddiunu.
Il resto della famiglia continuò tranquillamente la cena e, giunta l’ora di andare a letto, si andò regolarmente a curcari.

Passarono alcune ore e in me’ zziu accadde un naturali fenomenu secondo una leggi fisica che dici cusì: cchiù ‘u tempu passa, cchiù l’orgoglio si riduci, cchiù ‘a fami aumenta.

'U stomucu i me’ zziù cominciava così a dare segni di nervosismo e lanciava signali chiari e forti, tipo l’urlo di Tarzan nella foresta.
Al che me’ zziù non ci ‘a fici cchiù. Si iazò e, ‘ccattiandu in dirizioni della camera dei genitori, ccuminciò a scindiri li scali ‘a scaza, cercando di fare meno rumuri possibili.
Arrivato in cucina, addhumò la luci e si diresse subito verso la scanzìa. La iaprì e fu accolto da una visioni che –a quell’ura della notti- gli parse paradisiaca: ‘u piattu ra linticchia!

Lo mise sul tavolo, pigghiò ‘na cucchiara e, incurante del fatto chi oramai la pasta era fridda e solidificata, ccuminciò a mangiari con una fami e una voracità davveru lupigna.
Certu, il sapore della linticchia non doveva essere proprio il massimo, ma a me’ zziù, nci pariva di mangiari 'a megghiu pasta o’ furnu ru mundu.

Aveva quasi finito e il piatto era quasi vuoto quando dalla porta una voci lo paralizzò: “Ah, era bbona ‘a linticchia!”
Era il padre che, nonostante le precauzioni messe in atto da me’ zziu, sentito il rumore e visto la luce accesa, aveva immaginato quello che ora i suoi occhi vedevano.
Non aggiunse altro. Ma con un sorriso severo dipinto sul volto –evidente segno di affetto paterno- se ne tornò a dormire.

Ora, il nuovo accordo ‘sparmentatu da Marchionne e voluto dalla maggioranza dei dipendenti FIAT, come confermato dal referendum, è comu o’ piattu i italeddha ca linticchia pi me’ zziu.
Magari caddu caddu non piaci, ma cu tempu, puru friddu, ‘nzipitu e senza sapuri, lo digerirà anche chi non nesci pacciu pa linticchia.


23 dicembre 2010

CHRISTMAS CAROL

(versione anglo-natalizia di “Sei Ottavi” di Rino Gaetano)

Fake decked out trees wink at me from the glass of the windows,
and all the streets are adorned with artificial rainbows.
Oh, it's always the same, but it brings somethin' new,
on cold Christmas time, this is my carol for you.

Children keep playing, they're gathered all in a round,
they’re singing old carols, they like their tunes and their sound.
You listen to them, you become like a child again,
you are safe at home, heedless of the blowin' rain.

The ancient times live again inside the crib scene,
the memory of somethin' we lost in our days' din.
From being so far maybe you had some bad fit of spleen,
in these long months so strange, which weren't so green.

And merry ribbons are hangin' on every door,
through which are comin' some smells you can't find anymore.
In these days you can feel the warmth of the family heat,
it's one of the things which make your own life complete.

So now on this very special star-spangied night,
I'd be really glad and I would have my great delight,
if even your little dreams may all come true,
Christmas is comin' an' this is my carol for you.

08 dicembre 2010

UN SONU NTA NOTTI

Alessandro Sala-Il suono della notte
tratto da www.alesarte.it/
Da chi 'u iornu brisci la prescia t'assali,
ti iazi e 'a facci com' 'a iatta ti lavi.
Poi nesci e va' ddrittu, fa' a memoria la strata,
'a to' testa è 'n rioggiu chi scandisci 'a iurnata.

Se chiovi o c'è 'u suli, quasi mancu lu sai,
pirchì l'occhi o' cielu non li iazi mai.
Ma fui, sì t'affanni, quasi perdi lu sciatu,
curri tu com' a 'n trenu ch' ha 'u binariu signatu.

Poi 'rriva la sira e 'a to' cursa la smetti:
tiri 'a linia, ti fermi, pensi, rifletti.
E riviri tu ddh'occhi, ddha risata risenti
chi, sbituatu, ti parsi di 'n conoscenti.

Ma la vista ti sciali, su' cuntenti 'i to' ricchi,
parti 'na sinfonia chi ndo cori ti zzicchi.
Già, pirchì ddha risata e ddhu sguardu sinceru,
ti li sa donari sul cu' è amicu veru.

E mentri ti culla nta notti ddhu sonu,
tu non 'spetti atru: mi ricambi lu donu!

29 novembre 2010

MA PIRDIMMU I CIRIVEDDHI? –PARTE II

fugadeicervelli15 Come anticipato nel post precedente, gli eccellenti ciriveddhi degli stagisti, in collaborazione con l’Ufficio Tecnico del Comune di Scilla, hanno elaborato tutta una serie di progetti ed effettuato rilevazioni di cui la comunità scigghitana sa poco o nulla.
Pigghiati da un’improvvisa botta di ‘mbiria SavianFaziana, abbiamo chiesto ai tecnici prorogandi (? speriamu!) stagisti, di fornirci la lista dei lavori di cui si sono occupati in questi due anni.
La pubblichiamo in anteprima esclusiva, pirchì gli stagisti, evidentementi pigghiati da ben altri pinseri,  ndi Saviano e ndi Fazio di sicuru non hannu tempu mi vannu.
L’elenco non è esaustivo, poiché si sono tralasciati tutta una serie di lavori minori (riordino e gestione del sito internet del comune, atti, delibere… e cumpagnia scrivendu), seppur quantuquemente utili.
P.S.:Datosi chi ‘a lista è longa, si consiglia di stampare, ordinari ‘n cafè o’ bar e assittarsi comodamenti in seggia e/o poltrona.
ELENCO NON ESAUSTIVO DEI PROGETTI, DELLE RILEVAZIONI E DEI SERVIZI REDATTI DALL’UFFICIO TECNICO DEL COMUNE DI SCILLA, IN COLLABORAZIONE CON I TECNICI DEL PROGRAMMA “STAGES 2008” DELLA REGIONE CALABRIA
  1. − Progetto Preliminare “Ecocentro di Scilla”;
  2. − Progetto Preliminare “Opere per la realizzazione dell’allargamento del cimitero delle frazione Melia di Scilla e della relativa strada d’accesso”, Convenzione T.E.R.N.A. S.p.A. –Provincia di Reggio Calabria;
  3. − Progetto Preliminare “Realizzazione strada di Piano Favata nella frazione Solano Superiore di Scilla”, Convenzione T.E.R.N.A.-Provincia di Reggio Calabria ;
  4. − Progetto Preliminare “Riqualificazione del centro storico del quartiere San Giorgio di Scilla”, Bando PISL- Progetti Integrati di Sviluppo Locale-Scilla 2010;
  5. − Progetto Preliminare “Realizzazione di un parcheggio di interscambio modale ferro/gomma in località Pacì del Comune di Scilla”, Bando PISL- Progetti Integrati di Sviluppo Locale-Scilla 2010;
  6. − Progetto Preliminare “Riqualificazione urbanistica del centro storico di Scilla-frazione di Favazzina. Opere per la realizzazione della Via Marina: Lungomare di Favazzina e attraversamento del torrente Favazzina”, Bando PISL- Progetti Integrati di Sviluppo Locale-Scilla 2010;
  7. − Progetto Preliminare “Interventi per il rifacimento del lungomare di Marina Grande”, Bando PISL- Progetti Integrati di Sviluppo Locale-Scilla 2010;
  8. − Progetto Preliminare “Realizzazione strada di collegamento sul litorale Favazzina e riqualificazione della zona interessata”;
  9. − Perizia tecnica “Lavori di pronto intervento per la ristrutturazione e sistemazione del Piazzale Monacena”;
  10. − Progetto “Lavori per la realizzazione di un impianto fotovoltaico preso la Scuola Media Inferiore G. Minasi di Scilla”;− Progetto
  11. “Ristrutturazione della strada di collegamento S.P.19 (Solano-Gambarie) e Piano di S. Anastasia” Misura 125 Avviso Pubblico PIAR (Progetti Integrati per le Aree Rurali);
  12. − Progetto Preliminare “lavori di realizzazione di un’opera di presa e della relativa condotta di adduzione in località Melia di Scilla” Misura 125 Avviso Pubblico PIAR (Progetti Integrati per le Aree Rurali);
  13. − Progetto Preliminare “Intervento di riqualificazione angolo Villa Comunale. Abbattimento e costruzione di un muro in C.A. a contenimento del terrapieno sovrastante”;
  14. − Progetto Preliminare “Sistemazione idraulica dei torrenti Oliveto e Livorno e dell’impluvio (strada) Lacerello-Nespolara”;
  15. − Progetto “Potenziamento e Riqualificazione del Centro di Aggregazione Giovanile di Scilla ubicato nel rione Marina Grande”;
  16. − “Progetto per la realizzazione di attrezzature pubbliche consistenti in due accessi alla spiaggia al servizio dei turisti e fruibili da soggetti diversamente abili in area ricadente nella Rete Natura 2000”;
  17. − Progetto “Scilla più sicura. Sistema di videosorveglianza sul territorio” L.133/2008;
  18. − Progetto di restauro e riqualificazione del portico interno del Castello “Ruffo” per la realizzazione del Bookshop;
  19. − Ricognizione e stima dei danni di cui “OPCM n.3862/2010 - Gravi dissesti idrogeologici che hanno interessato il territorio della Regione Calabria nei giorni dall’11 al 17 febbraio 2010 Notifica Ordinanza Commissariale n.1/3862/2010 del 09/07/2010 e comunicazioni”;
  20. − Ricognizione e stima dei danni D.Lgs n°102 29/03/2004 e D.Lgs 82/2008 Danni alle imprese agricole: produzioni agricole e zootecniche, alle strutture agrarie, agli impianti produttivi, alle infrastrutture agricole, causati dalle avverse condizioni atmosferiche (nubifragio) del 2 e 3 settembre 2010;
  21. − Rilevazione degli interventi di mitigazione eventi alluvionali 2008/2009, frane, erosione costiera, rischio idraulico, viabilita’ ed edilizia;
  22. − Servizi di informazione di cui all’art. 12 della legge 265/1999, art. 24 Piano di Protezione Civile Comunale;
  23. − Supporto alla realizzazione della banca dati informativa del realizzando Piano Strutturale Associato Comunale (art. 4 del Disciplinare d’incarico).

28 novembre 2010

MOONLOVIN' GIRL

foto by V. Nuri
 
Voices go through the fields to answer the call,
as the men reap the fruits the Earth give us, in the fall;
you girl, see the hunter, 'fore the rise of day,
the moonlight just help him to flush out his prey.

In the cold winter, when nobody's aroun'
a hungry wild wolfpack is comin' to town,
girl you are watchin', they're goin' wary in the frost
the moonlight guide them, no they can't get lost.

Moonlovin' girl, moonlovin' girl
the full moon tonight is as white as a pearl
Moonlovin' girl, moonlovin' girl
the moonlight makes shine your long black curls.

Colors are new, like fields of gold yellow grain,
when the Earth in the spring wakes up again;
smells just fill up the air, as the moon with its light
guides ravens wanderin' from the beaches of night.

Kissed by the moon, the beach it's like a soft bed
in the summer when moonlight turns from blu into red;
sittin' by purple waters, which are changin' their streams,
as a friend to the moon, girl, you're confessin' your dreams.

Moonlovin' girl, moonlovin' girl
the full moon tonight is as white as a pearl
Moonlovin' girl, moonlovin' girl
the moonlight makes shine your long black curls.

Your beauty, you know girl, has a special ally
that guides human fate shinin' bright in the sky;
when the moon wink at you, hangin' over the sea,
you smiles, you're accomplices and forever you'll be.

Moonlovin' girl, moonlovin' girl
the full moon tonight is as white as a pearl
Moonlovin' girl, moonlovin' girl
the moonlight makes shine your long black curls.

27 novembre 2010

MA PIRDIMMU I CIRIVEDDHI?

fuga-dei-cervelli[1]Pirdimmu i ciriveddhi!

O almeno, rischiamo seriamente di perderli.

Qualche anno fa, assistendo a una seduta di esami di laurea alla facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, mi colpì molto il discorso finale fatto dal Preside: era felice. Nel contempo, però, era anche triste, amareggiato.

Perché sapeva che già fin dal giorno dopo, quegli stessi laureati avrebbero cominciato a mandare curriculum a raffica presso le più grandi aziende nazionali e internazionali, nella speranza di ottenere un colloquio e poi un posto di lavoro. Solo che quelle aziende sono ben lontane da Reggio, dalla Calabria e dal Sud Italia.

La grande amarezza che traspariva dalle parole del preside, è racchiusa in poche parole, rivolte ai genitori e agli amici di quei giovani: noi facciamo crescere e formiamo le intelligenze, ma sono altri, lontano da qui, a raccoglierne i frutti. I nostri ciriveddhi ‘ndigini, sono destinati alla fuga!

E’ passato qualche anno da quel giorno, tante chiacchiere sul merito da premiare, tante parole. Poi, nel 2008, in Calabria sembrava fosse arrivata la svolta.

Con il più trasparente concorso che la storia della nostra Regione ricordi, pubblicizzato e sbandierato (giustamente) all’urbi e all’orbi, sono stati selezionati giovani residenti in Calabria, laureati tutti con 110/110, i quali dopo una fase di formazione, sono stati destinati a sperimentare sul campo le loro capacità tecnico-operative, attraverso degli stages da svolgere sia presso strutture regionali che presso i vari enti territoriali.

Alcuni di loro (tre per la precisione, un’ingegnere e due architetti), hanno svolto la loro esperienza lavorativa-formativa presso il Comune di Scilla, per conto del quale in questi due anni appena trascorsi, in collaborazione con l’Ufficio Tecnico del Comune, hanno predisposto diversi progetti preliminari che potranno così usufruire di finanziamenti sia a livello regionale che europeo.

E’ un’attività svolta in maniera tanto scrupolosa quanto discreta, svolta con un’intensità davvero mai vista prima, che in un futuro oramai prossimo potrà rivelarsi molto fruttuoso  e potrà contribuire in maniera determinante a cambiare il volto del nostro bel paesello.

Sono progetti che, al di là delle scelte politiche fatte dall’attuale amministrazione, hanno una loro intrinseca validità tecnico-scientifica che è fuori discussione.

Certo, anche se auspicabile, non è pensabile che tutti i progetti presentati siano ammessi a finanziamento, ma almeno molti di loro hanno senz’altro buone probabilità di concretizzarsi realmente.

C’è il fondato rischio però che questa esperienza molto positiva e che ha già dato frutti importanti, abbia fine, come tutte le cose belle.

Il programma Stages 2008 aveva durata biennale e si è formalmente concluso il 21 Ottobre scorso!

In questi mesi che hanno preceduto la scadenza (fin dallo scorso Aprile), più volte gli stessi stagisti hanno tentato di far presente il problema agli organismi regionali competenti. Lo hanno fatto con lettere dirette al Presidente, Peppone Scopelliti e con diverse manifestazioni davanti alla sede della Regione in quel di Catanzaro.

Un risultato, seppur minimo ma che deve essere ancora confermato nei fatti, i nostri giovani ciriveddhi ‘ndigini, lo hanno ottenuto: il Consiglio Regionale ha approvato un emendamento che così recita: “al fine di non disperdere il patrimonio di conoscenza acquisito dai giovani impegnati nel Programma Stages” prevede un “contributo di euro 10.000,00 a favore degli enti che si impegnano a stipulare con ogni stagista …. tipologie contrattuali previste dalla normativa vigente per una durata non inferiore a 12 mesi di lavoro concertate attraverso uno specifico protocollo d’intesa stipulato tra la Giunta Regionale, Consiglio Regionale ed enti fruitori.

Perché questa proposta non rimanga solo sulla carta ma diventi realtà, a partire da ieri, gli stagisti hanno in programma un sit-in a oltranza davanti alla sede riggitana del Consiglio Regionale. Un modo estremamente civile e democratico di far sentire la loro voce.

E, a proposito, mi tornano in mente le parole pronunciate in televisione giusto ieri sera dal Presidente della Camera dei Deputati, nella sua lista di valori della Destra:

"La Destra vuol costruire una società in cui il merito e le capacità siano i soli criteri per selezionare una classe dirigente. La Destra vuole un Paese in cui chi lavora di più e meglio viene pagato di più. Un Paese in cui chi studia va avanti. Un Paese in cui chi merita ottiene i maggiori riconoscimenti. La Destra vuole un'Italia che ha fiducia nel futuro perché, a ben vedere, ha fiducia in se stessa. E non la dobbiamo costruire dal nulla quest'Italia migliore, c'è già. Dobbiamo solo far sentire la sua voce, la sua voce profonda."

Beh, Fini parlava dei valori della Destra, ma, a dire il vero, quelli richiamati dal Presidente della Camera sono valori condivisibili da tutti (o comunque da grandissima parte) i cittadini italiani, siano essi di destra o di sinistra.

Infatti, e non deve sembrar strano, sono le stesse parole con le quali gli stagisti concludevano speranzosi e orgogliosi, nella lettera aperta inviata a Peppone il Governatore (che pure della Destra è stato un autorevole rappresentante), lo scorso aprile:  “Continuiamo a lavorare convinti che nella vita conti il merito, la preparazione, l’impegno, la serietà e che questa è la Calabria che vogliamo, la Calabria che noi stessi siamo”.

Un’annotazione economica. Trovare i soldi necessari per continuare ad avere a disposizione nel nostro Comune (e negli altri enti calabresi) una tale risorsa di conoscenze, non costa poi così tanto, specie se paragonato ai benefici oggettivi che una piccola comunità come quella scillese può trarne.

Prendendo come base la somma di € 10.000,00/anno per ogni stagista come  previsto dalla Regione, significa che per continuare a usufruire del lavoro dei giovani tecnici che hanno operato a Scilla, servono € 30.000,00.

Considerando che il nostro paisuzzo conta 5.125 abitanti, significa che i tre ciriveddhi ci verrebbero a costare poco meno di € 6,00 annue a scigghitanu, vale a diri 50 centesimi o’ misi! Se così stanno le cose, personalmente sono disposto a portare a Reggio i miei sei euro puru a peri!

CARO PEPPONE

Caro Peppone il Governatore, vorrei, per una volta, che venissero messe da parte le assurde (il)logiche politiche bipolari, secondo le quali tutto quel che fa una parte politica, per l’altra è da buttare.

Sono ragionamenti stupidi di chi è curtu i ciriveddhu. Ma tu, caro Peppone, si’ bellu longu, randi e grossu,  pirciò se l’uomo di Vitruvio ha un fondamento (e l’avi), il tuo cervello dovrebbe esserlo altrettanto.

Se la giunta Loiero ha avuto il merito di avviare questo progetto, alla tua giunta spetta il dovere di farlo andare avanti, per un solo valido motivo: perché, comu rinnu i previti, è cosa buona e giusta. I meriti, eventualmente, ti saranno riconosciuti dopo.

Dopo le belle parole –come quelle enunciate dal tuo ex Presidente, sopra riportate- che, di sicuro, non potrai non condividere, sarebbe bello far seguire fatti concreti.

Perciò, parafrasando un noto regista, ti dico: caro Peppone il Governatore, fai qualcosa di destra!

E falla presto, pure, altrimenti, questi nostri ciriveddhi, seguendo la moda in voga in questi giorni, sarebbero costretti e dover salire sui tetti (pirchì già stazioni e binari sono occupati dagli LSU-LPU).

Nel caso scigghitano, però, si pone il problema: su quale tetto?

Chiddhu ru cumuni? No, pi comu è cumbinatu c’è il rischio chi si spunda, in quanto rinesci mi supporta assembramenti di folla sulu ‘na vota l’annu: quandu c’è ‘u trionfinu.

Chiddhu ru casteddhu? No, mancu. Per via dei lavori di consolidamento già avviati, sarebbe pericoloso per la pubblica incolumità.

Resterebbe allora solo un’altra possibilità: ‘u ‘ffacciaturi. E’ alla stessa altezza del castello ma, in più, è bellu longu e in grado di ospitare tutti i ciriveddhi incompresi calabrisi, così come, per vocazione storica, da sempre ha fatto e farà, con quelli scigghitani.

L’unico pericolo, potrebbe essere rappresentato dal rischio di cadere…nto bucu pi l’ascensore. Ma è un pericolo ancora lontano e mi auguro che il problema si risolva prima che il periglio diventi reale.

Traducendo Saviano in lingua ‘ndigina, potrei dire che solo la parte della Calabria che ha i ciriveddhi sani può sconfiggere ddhi ciriveddhi micciu calabrisi che oramai hanno infestato non solo l’Italia intera ma anche il mondo intero.

fuiforti Ma in Calabria stiamo dando la medicina sbagliata a quelli che u ciriveddhu l’hannu giustu: il Fuiforti!

E farli fuìri forti, lasciarsi scappare una risorsa umana e professionale  così qualificata, così grande, oltre che incomprensibile sarebbe davvero imperdonabile: mettere i cervelli in fuga è un’azione che può permettersi di fare solo colui al  quale è andato in fuga il cervello!

 

26 ottobre 2010

(A)IPPI

(trasposizione scigghitana di “Creep” dei Radiohead)




















E ti viru ccà fora,
chi occhi chi hai!
ruci su' com' o' meli,
bella, o' iocu nci stai.

Cu ddh' occhi mi sfidi,
punti iatu, d'accordu,
ieu su' fattu mali,
tu gioia riali.

'U iocu (a)ippi, ma cu tia, perdu,
chi si' bella quandu riri!
Non t’ ’u pozzu diri.

Com' o' suli di Marzu
ropu 'a nivi sì nci 'oli,
'spettu li to' risati,
'spettu sì ddhi paroli.

Ma ieu subitu 'u 'ntisi,
no, nenti cangiau,
tu gioia riali,
ieu su' fattu mali.

'U iocu (a)ippi, ma cu tia, perdu,
chi si' bella quandu riri!
Non t’ ’u pozzu diri.

Oh, Oh, sì, cusì pavu pegnu
Sì, randi 'u pavu!
Sì, randi, randi, randi!
Randi.

Iucar ieu non seppi,
non c'è confrontu:
tu gioia riali,
ieu su' fattu mali.

'U iocu (a)ippi, ma cu tia, perdu,
chi si' bella quandu riri!
Non t' 'u pozzu diri.
Non t' 'u pozzu diri.

02 ottobre 2010

CHI DISPREZZA VUOL COMPRARE

duce Chi Paisi chi è l’Italia!

Nel 1982, anno della vittoria ai mondiali di calcio di Spagna, Sandro Pertini era in tribuna, primo a esultare a ogni goal azzurro. Al festival di Sanremo dell’anno dopo, ‘na canzuni di Toto Cutugno (l’Italiano), rendeva omaggio al Paese italico, che aveva “un partigiano come presidente”.

Passaru quasi trent’anni e, caso mai Toto Cutugno avesse ‘ntinzioni di partecipari al festival del 2011, che canzone potrebbe scrivere?

Certo, il presidente Napolitano rimane l’unico baluardo della politica educata e gentile di quel tempo della nostra storia identificato –quasi con disprezzo- come “Prima Repubblica”. Una politica fatta per lo più attraverso la stampa, una stampa che era fondamentalmente di partito, nel senso che ogni gruppo politico aveva il proprio organo d’informazione ufficiale (l’Unità, l’Avanti, il Popolo, la Voce Repubblicana, il Secolo XIX, ecc.).

Non c’era la necessità di offendere nessuno, perché si riconosceva il diritto degli altri di pensarla in modo diverso: ognunu si liggiva chiddhu chi nci piaciva e era cuntentu.

Oggi non è più così. I canali informativi si sono moltiplicati e, soprattutto, il tempo in cui una notizia si diffonde è divenuto brevissimo: se qualcuno ha starnutito a New York in questo momento pirchì avi ‘u raffridduri, lo sappiamo subito, puru a Scilla.

Vi è di più. Poiché i partiti (e le macchine propagandistiche che gli stavano dietro, giornali ufficiali compresi) sono stati mandati a farsi strabenedire dai “nuovi” politici italiani nel nome del rinnovamento, il confronto –o forse sarebbe meglio chiamarlo scontro- avviene a livello personale.

Cchiù tempu passa e più ci accorgiamo quanto sia difficile oggi trovare due uomini politici capaci di affrontare un discorso serio per più di cinque minuti, senza lanciarsi addosso le peggiori ingiurie.

Parlano tutti, ma nessuno ascolta nessuno.

Ecco perciò che l’unico mezzo possibile per farsi sentire e attirare l’attenzione è quello dei video mandati in rete. Il web è il moderno balcone di Palazzo Venezia: quando Mussolini vi si affacciava, si rivolgeva alla piazza silente. Oggi, Berlusconi, Fini (solo per citare i casi più recenti) si rivolgono all’ecumene attraverso una telecamera altrettanto silente.

A dir la verità, i nostri politici non sono i primi a utilizzare le possibilità offerte dal web. Negli Stati Uniti Obama li ha preceduti: il tradizionale discorso del sabato, che fin dai tempi di Lincoln veniva diffuso via radio, da tempo oramai raggiunge gli americani attraverso il sito della Casa Bianca.

Ma il primo in assoluto a comprendere l’importanza della rete è stato, ahinoi!, Osama Bin Laden, i cui video-messaggi (deliranti sì, ma drammaticamente efficaci) sono un’arma potentissima per fare proseliti.

Cosa centra, direte voi, Osama con Fini e Berlusconi? Niente, per fortuna. Ma, fatte le dovute proporzioni, dalle loro parole è nato e cresciuto quel “clima di odio”. Le motivazioni sono senz’altro diverse e le differenze profondissime, è ovvio ma il risultato finale, non lo si può negare, è sorprendentemente simile.

Che canzone potrebbe scrivere dunque oggi Toto Cutugno?

Beh, a Sanremo non puoi certo parlare di odio, è nu festival. Anzi, è nu festival nazional-popolare.

Perciò, considerato che al Presidente della Repubblica la canzone l’ha già dedicata, con buona pace di Napolitano, potrebbe scrivere una canzone sul Presidente del Consiglio: un barzellettiere come Presidente!

Bersaglio preferito dell’umorismo incompreso del cavalier Berlusca è la povera Rosy Bindi: son già quattro volte che Silvio le dedica tanta attenzione.

Come dice quel detto? “Chi disprezza vuol comprare”.

Mi sorge un dubbio: vuoi vedere che il Cavalier col tacco dopo aver frequentato ogni genere di veline, letterine e simili; dopo esser passato per mille e mille cene con le sue deputate; dopo aver chiuso i ponti con la signora Veronica; dopo esser passato indenne dalle escort-nights, all’alba dei 74 anni ha finalmente deciso di cambiare e, in realtà, è innamorato della Bindi?!

Beh, una simile eventualità non sarebbe poi tanto male: il Berlusca ha davvero bisogno di rriggitarsi i ciriveddhi e smetterla di spararle sempre più grosse un giorno sì e l’altro pure, provocando reazioni a valanga sempre più fuori controllo. E chi meglio di una donna può tenerlo a bada e farlo riflettere prima di aprire bocca? Figuriamoci poi se questa donna fosse la Bindi!

Ma ve l’immaginate Silvio e Rosy ‘ffacciati al balcone di Piazza Venezia? ‘Na barzelletta!

Lei con la solita faccia seria; lui che saluta cuntentu e, abbandonando per un momento l’usuale impettito stile-Mussolini, ripete allegramente il simpatico gesto delle corna che lo ha reso famoso nel mondo.

La folla resta silente, senza parole per la sorpresa.

Ma la Bindi sa che se il re non fa corna, Berlusconi sarebbe capacissimo di fargliele davvero. Così prepara la sua vendetta: tutti divranno sapere come stanno davvero le cose, qual’ è stato attuale del nostro Paese.

La gente radunatasi sotto al balcone continua a guardarli silenziosa e sempre più sbigottita, per poi esplodere in un boato di risate (gioia?) non appena la Bindi pigghia a Berlusconi e facendo il segno della vittoria, rirendu sutt’ e baffi, lo spinge giù dal balcone in puro stile Mussolini, mandandolo a catafottersi tra la folla a testa sutta e peri all’aria!

15 settembre 2010

L’EDUCAZIONE, LA TRISTEZZA COLLETTIVA E GLI STRUZZI

struzzo-300x192 "Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l'Italia sarebbe il primo Paese in Europa…Un cancro sociale e culturale. Un cancro etico, dove lo Stato non c'è, non c'è la politica, non c'è la società". (Renato Brunetta)

Queste parole, pronunciate pochi giorni fa, hanno sollevato tante di quelle reazioni che il povero Ministro –pur già basso di suo- è stato seppellito di critiche. Beh, ci voleva poco, direte voi, è cusì mbasciu, ‘u ‘maru!

Mbasciu, ma non fissa.

Beh, le parole sì, sono state forti, ma non si può certo negare che in Calabria e nel reggino in particolare, in molti nostri conterranei manca l’idea di fondo di cosa sia la società, per non dire di cosa sia la società che suol e vuol dirsi civile.

Dite di no?

Domenico Luppino è l’ex sindaco di Sinopoli –centro preaspromontano a pochi chilometri da Scilla- nonché presidente della Cooperativa “Giovani in vita”, che gestisce i terreni confiscati alla ‘ndrangheta.

Dopo numerosissime intimidazioni subite durante il suo mandato di sindaco –carica dalla quale si è dovuto dimettere, dopo la rinuncia di alcuni consiglieri della sua stessa maggioranza- nei giorni scorsi, Domenico Luppino ha visto prima andare in fumo 30 ettari di questi terreni –tra agrumeti, uliveti e vigneti; su un altro terreno, ha trovato ad accoglierlo, impiccata a un albero, la carcassa di un cane, in avanzato stato di decomposizione; infine (almeno si spera), è di oggi la notizia che in un’altra proprietà, Domenico Luppino non ha più trovato vive circa trenta galline che facevano parte del suo pollaio.

Davanti a episodi del genere, e a ogni tipo di attentato in genere, come si può parlare di civiltà?

Nella sua omelia pronunciata ieri in Cattedrale a Reggio, Mons. Vittorio Mondello ha detto in maniera chiara e inequivocabile:

Gli attentati sono la dimostrazione di una carenza di educazione e la manifestazione di una subcultura mafiosa. Questa mentalità mafiosa, difficile da estirpare, induce molti a sentirsi dominatori degli altri e a non sopportare alcuna opposizione alle proprie richieste e al proprio interesse e predominio.”

Dunque, non ci può essere società civile senza coscienza civile. Quella coscienza che solo l’educazione civica può dare.

Alcuni, ma solo alcuni, preferiscono far parte di un altro tipo di società: quella criminale.

E a Polsi -che in greco significa “elevazione della croce”, in occasione della cerimonia dedicata appunto alla croce, Mons. Giuseppe Fiorini Morosini –vescovo di Locri-Gerace-  ai giovani e in particolare a quei giovani che credono che la scuola sia una perdita di tempo e subiscono l’attrazione del facile Eldorado che viene loro prospettato da quegli stessi soggetti che in realtà non pensano ad altro che al proprio interesse e al predominio sugli altri, ha detto:

Voglio mettere in guardia i nostri giovani. La croce di Polsi è stata affidata a voi. Onoratela, non profanatela aderendo ad associazioni che hanno alla loro base il crimine o malaffare. Il battesimo di Cristo vi salva, altri battesimi, che vogliono scimmiottare quello cristiano, vi distruggono la vita e vi perdono”.

Preso atto delle richieste di scuse -tra le quali quella dell’intero Consiglio Regionale calabro- oggi, con una lettera pubblicata su “Il Messaggero”, il Ministro Brunetta non si è certo scusato ma ha precisato il suo pensiero:

Non ho sostenuto, né mai pensato, che la soluzione del problema consista nell’amputazione dell’Italia, nel prendere parti del Meridione e portarli chissà dove.

…Si ritiene più comodo aggregaci tutti nella condanna di qualche criminale macellaio, tacendo sulle continue, ripetute e diffusissime violazioni della legge che rendono fuori controllo tante fette del nostro territorio nazionale?

….Lo chiamo “cancro”: un male che divora in continuazione, che aggredisce gli innocenti e gli onesti, riducendoli al silenzio, che rende possibile una classe dirigente di struzzi, cui la distrazione non può essere rimproverata più della connivenza.”

Mi tornano in mente le parole pronunciate a “Presa Diretta” da due giovani donne che vivono al nord: una figlia di un boss della ‘ndrangheta, l’altra moglie di un presunto affiliato a una delle ‘ndrine che operano in Lombardia, oggetto delle recenti operazioni di polizia.

Dalle loro parole è emersa una profonda tristezza: la prima, si dannava l’anima per via del cognome “pesante” che –a torto o a ragione- la condiziona; la seconda, in lacrime, si rendeva conto che i problemi del padre ricadranno inevitabilmente anche sul figlio, ancora un bambino.

In entrambe, vi era la profonda tristezza di non riuscire a staccarsi da quell’ambiente familiare che diventa una catena, un laccio, che stringe sempre più forte, fino a soffocare ogni tentativo di venirne fuori. La tristezza di vivere in una “famiglia”, piuttosto che in una famiglia.

Questo “cancro” che deforma la società, la famiglia, le istituzioni, la religione, da qualunque lato lo si osservi, sia dalla parte dei “buoni”, sia dalla parte dei “cattivi”, ci rende un Paese a “tristezza collettiva”, diviso e perciò debole.

Ribalterei quindi in maniera simmetrica l’affermazione di Brunetta.

Lì dove non c’è l’educazione, non c’è la società. Lì dove non c’è la società, non c’è la politica (intesa come arte di governare). Lì dove non c’è l’arte di governare, non c’è lo Stato.

Lo sanno e se ne rendono conto i tanti Domenico Luppino della Calabria, del Meridione, d’Italia.

Lo sanno e se ne rendono conto tante giovani donne, mogli e madri, che sanno di essere –loro malgrado- dall’altra parte e, per questo, vorrebbero attraversare il guado, una volta per tutte.

Lo sanno, ma non vogliono vederlo, i troppi che, nello Stato, vivono solo e soltanto di connivenze. Che struzzi!

11 settembre 2010

GOD BLESS AMERICA

america 11 Settembre 2001. Da quel giorno, il mondo non è più lo stesso.

Oggi, come nove anni, l’America ha ricordato il sacrificio di 3000 persone.Reggio_calabria_processione_festa_madonna

Oggi, come nove anni fa, per uno strano incrociarsi dei destini umani, a 9000 km di distanza da quello che fu il tragico teatro dell’attacco terrorista, si è rinnovato il rito della discesa del quadro della Madonna della Consolazione.

Quella consolazione che ancora sperano di trovare i parenti delle vittime e i parenti dei numerosi soldati morti in questi anni di guerra in Iraq e in Afghanistan.

 

Sono passati nove anni e gli Stati Uniti cercano ancora di riprendersi, di riguadagnare quella forza che solo l’unione d’intenti può dare.

Ne è estremamente consapevole il Presidente Obama, il quale –pur bersagliato da critiche sempre più forti- nel suo discorso di commemorazione delle vittime degli attentati fatto al Pentagono, ha ricordato:

“Quelli che ci hanno attaccato hanno cercato di demoralizzarci, di dividerci, di privarci della stessa unità, degli stessi ideali, che rendono l'America l'America - quelle qualità che hanno fatto di noi un faro di libertà e di speranza per miliardi di persone in tutto il mondo. Oggi dichiariamo ancora una volta che non gliela daremo mai vinta. Come americani, manterremo vivi le virtù e i valori che ci rendono ciò che siamo e che dobbiamo sempre essere….Che Dio continui a benedire gli Stati Uniti d’America”. (tratto dal discorso del Presidente Barack Obama al Pentagon Memorial di Arlington, Virginia)

E le parole conclusive, con le quali gli statunitensi sono soliti chiudere i discorsi più importanti, sono anche il titolo di una bella canzone, una preghiera, che fa parte della tradizione americana.

Ed in segno di vicinanza e di riconoscenza verso questo grande Paese, mi piace proprio oggi condividerla.

God bless America (Words and music by Irving Berlin)

"While the storm clouds gather far across the sea,
Let us swear allegiance to a land that's free,
Let us all be grateful for a land so fair,
As we raise our voices in a solemn prayer. "

God Bless America,
Land that I love.
Stand beside her, and guide her
Thru the night with a light from above.
From the mountains, to the prairies,
To the oceans, white with foam
God bless America, My home sweet home.

"Mentre le nuvole della tempesta si riuniscono lontano attraverso il mare,
giuriamo fedeltà a una terra che è libera,
siamo tutti grati per una terra così bella,
mentre alziamo le nostre voci in una preghiera solenne. "
Dio benedica l’America,
Terra che amo.
Le stia accanto, e la guidi
Attraverso la notte con una luce dall'alto.
Dalle montagne, alle praterie,
agli oceani, bianchi di schiuma
Dio benedica l'America, mia casa dolce casa.

05 settembre 2010

‘U PAISI RI FURISTERI

scilla night Per chi ancora non lo sapesse, Scilla è amorevolmente definito da tutti gli scigghitani suoi figli sparsi per il globo come: ‘u paisi ri furisteri.

La definizione non si riferisce certo agli abitanti, chi sunnu ‘ndigini scigghitani, ma alla loro propensione naturale non solo ad accogliere il forestiero (la qualcosa è puru bona rucazioni), ma a ritenerlo, a prescindere, sempre più colto, più preparato, insomma, cchiù megghiu di qualunque altro essere umano nelle cui vene scorre sangu ru Scigghiu.

Tale convinzione, evidentemente basata sull’altro famoso assunto secondo il quale a Scilla si spaccau ‘u saccu ri storti –da cui la famosa frase: “Ma tutti ‘i storti ccà carunu?!”- abbraccia e comprende ogni campo, ogni carica della vita sociale, civile e religiosa della comunità dello Scigghio.

Al riguardo, ristau nta storia una famosa frase pronunciata da uno zio della mia nonna materna, Rocco Morabito, alias ‘u Zzì Rroccu ‘u Trunnisi [zio Rocco detto “il tornese”].

Esaminando la realtà scillese del tempo (siamo a cavallo tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 dello scorso millennio), ‘u Zzì Rroccu ebbe infatti ad affermare:

“A Scilla? Tutti furisteri!

‘U Sindicu? Furisteri!

U speziali? Furisteri!

U previti? Furisteri!

Sant’à Rroccu? Ra Francia!”