28 settembre 2020

NE BIS IN IDEM

 1005. Tnti sono i giorni passati tra il decreto del Ministero dell'Interno che disponeva lo scioglimento del Consiglio Comunale di Scilla causa infiltrazioni e/o condizionamenti mafiosi, e la sua ricostituzione a seguito delle elezioni amministrative svoltesi tra il 20 e il 21 settembre.

All'indomani del risultato delle urne scillesi, a me cghe non ho fatto latino, è risuonata in mente una frase che il mio professore di italiano ci ripeteva con tono severo dopo un errore: ne bis in idem! Ovvero, nel linguaggio comune: non fate due volte lo stesso errore.

E' stata una campagna elettorale stranissima. Da una parte, la lista costruita per vincere, con lo stesso candidato sindaco di cinque anni fa, già in carica fino all'intervenuto scioglimento e che nel suo programma si propone di operare in continuità con l'amministrazione precedente.

Dall'altro, il silenzio.

Un silenzio rotto solo in "zona Cesarini",  con la presentazione di una lista composta da soggetti estranei alla comunità scillese, la cui formazione -a dire di colui che la capeggiava- è stata determinata  dalla <<necessità di sottrarre i paesi alla gestione dei commissari "antimafia" ripristinando la democrazia.>>

Nell'argomentare tale proposito, si specificava: <<...Noi non siamo di Scilla ma siamo cittadini di quella che dovrebbe essere (ma non è stata) la città metropolitana di Reggio Calabria. Viviamo i vostri stessi problemi e ci nutriamo delle stesse speranze. I veri estranei sono i commissari prefettizi nominati nel chiuso di una stanza e senza rapporto alcuno con il nostro territorio. Ed estranei sono i parlamentari nominati, i presidenti della Regione scelti da Roma, gli assessori regionali che della Calabria non sanno nulla. Ed infine i vari commissari alla sanità a tutti i livelli che hanno contribuito allo sfascio del sistema sanitario calabrese.>>

Se le cose stanno così, allora siamo indotti a dedurre che in Calabria la democrazia non esista o, quanto meno, sia esercitata e/o amministrata da soggetti estranei ai cittadini risultando, pertanto, essa stessa estranea a coloro che ne beneficiano.
 
Invero, il Comune di Scilla si ritrova commissariato fin dal 2012, poiché in dissesto finanziario e, perciò soggetto al controllo dello Stato dal punto di vista finanziario. 
Il nostro Comune era stato già sciolto nel 2014 perché era venuta meno la maggioranza in Consiglio Comunale e commissariato per un anno.
Dopo soli due anni e mezzo, poi, nel 2018, il nuovo scioglimento, stavolta motivato dal verificarsi di fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso.
Tale provvedimento, è bene precisarlo, non ha finalità repressive nei confronti dei singoli. Esso ha, invece, il preciso scopo di salvaguardare l'amministrazione pubblica, ed è caratterizzata dal fatto che ha il preciso scopo di fronteggiare un'emergenza straordinaria.
 
Ora, la storia ci insegna che in tutte le democrazie occidentali può capitare che non tutte le leggi che le regolano siano leggi giuste. E se una legge non è giusta, allora è giusto fare in modo che venga modificata, se non addirittura -nei casi più gravi- abrogata, ricorrendo anche ad azioni di disobbedienza civile.
Ma quand'è che una legge è ingiusta? Lo è, a mio modesto parere, quando incide in qualunque maniera i diritti fondamentali di ciascun individuo.
A ben vedere, le norme che regolano lo scioglimento dei Consigli Comunali sono norme inerenti il necessario controllo, da parte dello Stato, sul corretto funzionamento degli organi attraverso i quali si esercita la democrazia a livello locale. Esse sono sì derivate in parte da leggi emanate nei primi anni '90 del secolo scorso, per far fronte a un'emergenza rappresentata da un'escalation di attentati e morti ammazzati per 'ndrangheta ma, non per questo, sono assimilabili a leggi di polizia tipiche dei regimi dittatoriali. Perciò, quelli che sono stati definiti "commissari antimafia" non sono certo dittatori.
I commissari sono i soggetti delegati dall'autorità statale a governare una temporanea mancanza nella comunità civile, in attuazione di norme straordinarie che non ne limitano la libertà di esprimere il proprio pensiero. Non sono regole che demoliscono la democrazia che, pertanto, non ha bisogno di essere ripristinata. Sono norme che, invece, sopperiscono temporaneamente all'incapacità di quella comunità di esercitare la democrazia in maniera conforme alle norme che la regolano.
Se c'è la necessità di modificare alcune norme -come quelle relative allo scioglimento dei consigli comunali- non lo si può fare partecipando da estranei a una campagna elettorale, perché altri sono gli strumenti che la nostra democrazia mette a disposizione a tale scopo (iniziative politiche attraverso i parlamentari, campagne di sensibilizzazione, proposte di legge d'iniziativa popolare).
 
E' abusando della libertà offerta dalle regole democratiche, invece, che si può arrivare a falsare la democrazia stessa. Ne è un esempio lampante ciò che è avvenuto nell'ultima tornata elettorale del comune di Carbone (600 abitanti), in provincia di Potenza, di cui riferisce Massimo Gramellini nella sua rubrica sul Corriere della Sera:
 
<<Un paese di seicento anime ha eletto sindaco un tizio che nessuna di loro ha mai visto né conosciuto. Potrebbe essere l’incipit di un film di Checco Zalone: sfruttando una legge del 1981 che consente ad alcune categorie di dipendenti pubblici di usufruire di permessi retribuiti in caso di partecipazione a campagne elettorali, un gruppo di siciliani e pugliesi (ma il malcostume è ubiquo e terracqueo) si candida nel minuscolo comune di Carbone, in provincia di Potenza, con la lista Onesti e Liberi: non sia mai che qualcuno si presenti per Disonesti e Schiavi. Gli Onesti sono talmente liberi che non si fanno neanche vedere per un comizio o un cappuccino al bar. Imitati in questo dalla lista rivale, l’Altra Italia, che invece è sempre la stessa, quella dei furbetti del permessino. Entrambe le fazioni confidano nel fatto che alle elezioni si presenterà una lista civica vera, composta da gente che vive a Carbone, ma disgrazia vuole che non venga ammessa alle urne per un disguido burocratico. 
Così il fantasmatico Vincenzo Scavello di Onesti e Liberi diventa sindaco con 78 voti, rimanendone sorpreso e quasi terrorizzato, al punto da presentare immediatamente le dimissioni. Sono tante le cose incredibili, in questo pasticcio, ma la più incredibile restano quei 78 che hanno votato uno sconosciuto. Forse volevano andare oltre Grillo, che propone di sorteggiare i politici. Dopo una storia del genere, verrebbe voglia di sorteggiare anche gli elettori.>>
 
La domanda, dunque è obbligata: cosa sarebbe successo a Scilla se per un disguido burocratico "la lista civica vera" -in quanto riconosciuta dalla comunità di cui era espressione- non fosse stata ammessa?
Avremmo oggi un sindaco, sconosciuto a tutti gli scillesi, eletto con 61 voti e un Consiglio Comunale, altrettanto sconosciuto, formato da soggetti per di più sconosciuti tra loro. Avremmo oggi un Consiglio Comunale fasullo, destinato ad auto-sciogliersi, come nel caso del comune di Carbone. 
Per fortuna, è il caso di dirlo, a Scilla è andata diversamente, pur se 'u paisi è notoriamente amanti ri furisteri. Ciò non ci autorizza, però, a cantare vittoria, il pericolo non può ancora dirsi scampato.
Non lo sarà fin quando non si metteranno da parte le stupide contrapposizioni personali; non lo sarà finché non si darà piena attuazione allo statuto comunale, con l'attivazione di tutti gli strumenti che esso prevede al fine di coinvolgere appieno i cittadini nel governo della città: non lo sarà fin quando non ci saranno, all'interno della nostra comunità, spazi di dibattito per proporre nuove idee. 
Sono cose di cui la comunità scillese ha bisogno, dette e ripetute da anni ma, purtroppo, rimaste inattuate.
Facciamo tesoro, dunque, di ciò che è avvenuto in questi ultimi cinque anni e nell'ultimo mese prima delle elezioni. 
Servirà a tutti: a coloro che hanno vinto, perché non incorrano negli stessi errori del recente passato; a coloro che hanno partecipato ma hanno sbagliato gara alla quale partecipare; a coloro che non hanno potuto o voluto partecipare, preferendo fare da spettatori a quello che, ahimè, pur con tutti i suoi difetti, non è un teatrino ma una cosa tremendamente seria, con la quale non si può scherzare: la democrazia. Che non si ripeta un'altra volta.

14 giugno 2020

LA GIORNATA DELLA BANDIERA


Il 14 giugno 1777 fu approvata dal Congresso degli Stati Uniti la risoluzione che prevedeva che "la bandiera degli Stati Uniti sia di 13 strisce, alternate rosso e bianco," e che "l'unione sia 13 stelle, bianche su campo blu, a rappresentare una nuova costellazione".
Pare, ma non è confermato, che l'idea venne a una certa Betsy Ross, che durante la rivoluzione delle colonie americane contro gli inglesi, riparava le uniformi dei soldati e cuciva le loro tende da campo.

Il 14 giugno 1885, Bernard Cigrand, un maestro di un paesino del Wisconsin diventato poi dentista, ebbe l'idea di un "giorno della bandiera" come ricorrenza annuale, 
Solo nel 1916, il Presidente Woodrow Wilson segnò quella ricorrenza, stabilendo il 14 giugno come "Giornata della bandiera"


Negli anni '50 Bob Heft, diciassettenne dell'Ohio, quando era ormai certo che l'Alaska sarebbe entrata a far parte dell'Unione degli stati americani, prese in prestito la macchina da cucire di sua madre, smontò la bandiera a 48 stelle della sua famiglia e vi cucì 50 stelle in uno schema proporzionale. Consegnò la sua creazione al suo insegnante di storia per un progetto di classe, spiegando che si aspettava che anche le Hawaii si sarebbero presto aggiunti all'Unione.
Il giovane Heft spedì la sua bandiera al deputato del Congresso Walter Moeller, che la presentò al Presidente Eisenhower dopo che i due nuovi Stati entrarono a far parte dell'Unione.
Eisenhower selezionò la bandiera di Heft e il 4 Luglio 1960, entrambi assistettero sull'attenti al primo alzabandiera con il nuovo vessillo. L'insegnante di storia Heft, cambiò il suo voto da "Buono" a "Ottimo".
Ma gli americani, si sa, amano fare le cose in grande, specie quando si tratta di questioni patriottiche. Così, nel corso degli anni, quella che era una sola giornata della bandiera, è divenuta un'intera settimana di festeggiamenti.
Per uno strano scherzo del destino o per una delle più bizzarre coincidenze, il 14 Giugno 1946 al Jamaica Hospital Medical Center nel quartiere del Queens di New York City, nacque Donald John Trump, 45° ed attuale Presidente degli Stati Uniti.
Come i suoi predecessori, anche il Presidente Trump, l'altro ieri ha proclamato il 14 Giugno 2020 come "Giornata della Bandiera" e l'intera settimana che inizia proprio oggi come "Settimana della Bandiera Nazionale", settimana durante la quale la bandiera verrà esposta su tutti gli edifici del governo federale, invitando i suoi compatrioti ad esporre il primo simbolo nazionale fino al prossimo 4 Luglio (giorno in cui si festeggia l'Indipendenza), <<per onorare l'America, per celebrare la nostra eredità in raduni e attività pubblici, e per declamare pubblicamente il Pegno di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d'America.>>
Ebbene, oggi appena ho aperto Twitter, ho visto in cima alle tendenze nazionali negli Stati Uniti questi tre hashtags: #ObamaDayJune14th, #ObamaAppreciationDay e #ObamaDayUSA.
Una grandissima parte di statunitensi, quindi, ha scelto la piazza planetaria di un social network per esprimere in modo clamoroso la propria disapprovazione riguardo a un Presidente sicuramente fuori da ogni schema istituzionale fin qui conosciuto, come Trump.
Se date un'occhiata, su Twitter è tutto un ricordare i momenti più salienti e più emozionanti della presidenza di Barack Obama -44° e primo Prwsidente nero dopo 220 anni di democrazia americana- che, certo non è stata esente da errori (alcuni clamorosi, specie in politica estera) ma al quale tutti riconoscono uno stile, un carattere e un carisma personale che gli americani non vedevano dai tempi di John Fitzgerald Kennedy.
Il fatto, poi, che Barack Obama sia un nero, non fa che aumentare il rimpianto, specie di quella numerosa comunità ma anche di tutti i liberals (che molti, negli Stati Uniti, considerano "comunisti").
Il 14 Giugno 2020, gli americani -o gran parte di loro- festeggiano con rimpianto la Giornata per l'Apprezzamento a Barack Obama, in contrapposizione ai festeggiamenti per il compleanno del Presidente in carica Trump. Lo fanno con non pochi rimpianti, consapevoli del fatto che Obama non potrà essere rieletto nuovamente, avendo già servito il proprio Paese per due mandati e otto anni consecutivi (dal 2009 al 2017).
Ricordano Obama e non Trump proprio nel loro Flag Day, nella Giornata della Bandiera, perché per molti dover "sventolare" Trump come simbolo del loro Paese non è proprio il massimo della vita.
Obama è stato un uomo normale, arrivato dal più lontano degli Stati, le Hawaii, ultime ad entrare nell'Unione, con una famiglia esemplare nella sua quotidiana normalità divenuta un esempio per tanti e nero, in un Paese che -purtroppo- non dimentica mai il razzismo.
Trump, dal canto suo, è al completo opposto rispetto al suo predecessore: è figlio di un facoltoso imprenditore di New York, ha avuto certamente la strada spianata, priva di difficoltà economiche ma ha avuto la capacità di accumulare un patrimonio oggi miliardario. Alla famiglia tradizionale di Obama, Trump contrappone cinque figli avuti da due mogli e tre matrimoni. Al carattere gentile ma fermo ed elegante di Obama, Trump contrappone una personalità "eccessiva", un'ostentazione di arroganza che anche da questa parte dell'oceano è difficilmente comprensibile e giustificabile per un capo di stato.
Obama/Trump è il confronto tra la normalità e gli eccessi e le stravaganze. 
Quest'ultime possono funzionare fin quando riesci a garantire alla gente una certa sicurezza economica, come ha saputo fare Trump nei primi due anni di presidenza. Ma quando la sicurezza economica vacilla -anche a causa di una pandemia- e quando non riesci a garantire ai tuoi concittadini la sicurezza personale, proprio a causa dello stesso comportamento arrogante ed "eccessivo" delle forze chiamate a garantirla, allora le cose cominciano a non andare più bene.
In tempi come questi, la gente ha bisogno di tornare alla normalità, ecco perché -a prescindere da considerazioni specificamente politiche- molti americani, proprio oggi, ribadiscono il loro apprezzamento nei confronti di Obama, promuovendolo al ruolo di vero e proprio simbolo nazionale e festeggiandolo come propria bandiera.

31 maggio 2020

UMANITA' CONTRO DISUMANITA'

Il 26 Agosto 2016 Colin Kaepernick, giocatore dei San Francisco 49ers -franchigia che fa parte della NFL, lega professionistica del football americano- si inginocchiò sulla linea laterale terreno di gioco durante l'esecuzione di "Star spangled banner", l'inno degli Stati Uniti che di solito i giocatori asoltano in piedi, con la mano sul cuore, prima dell'inizio delle partite.


  Era il modo, civile e non violento, in cui Kaepernick protestò perché non voleva rendere nessun onore a un paese in cui i neri erano ancora oppressi, vittime di odio e violenza razziale e della brutalità della polizia, che in quel periodo si rese protagonista di diverse uccisioni diamericani dalla pelle nera.
La protesta continuò durante tutta la stagione agonistica, seguita da molti altri giocatori, anche nelle altre leghe professionistiche. Anzi, fu ancora più intensa, a causa delle sconsiderate parole del presidente Trump dichiarò che i proprietari delle squadre avrebbero dovuto licenziare quei giocatori che protestavano contro l'inno nazionale.
 L'anno successivo, Kaepernick rimase senza contratto e non mise più piede in campo, per nessuna squadra della NFL che, invece, fu citata in giudizio dal giocatore di colore -di madre di origini italiane- per un presunto accordo tra i vari proprietari delle squadre (sono 32) per non farlo giocare perché divenuto socialmente scomodo. La causa si è conclusa lo scorso anno, con un lauto risarcimento a favore di Kaepernick, il quale, però, non si è fermato e ha continuato la sua protesta civile, fondando la "Know Your Rights Camp" [Campagna Conosci i Tuoi Diritti], un'associazione che tiene seminari gratis a favore dei giovani disagiati, su storia americana e diritti civili.

Il  25 Maggio 2020, a distanza di meno di quattro anni, un altro uomo si è inginocchiato a Minneapolis, ma non ai bordi di un campo da football o in uno stadio. Quell'uomo era un poliziotto, bianco, e si è inginocchiato sulla gola di un uomo, nero, George Floyd, che era stato bloccato pancia a terra da quattro agenti poiché accusato di avere con sè una banconota falsa da $20.
Il video dell'arresto ha fatto il giro del mondo. Floyd, che manifestava chiari segni di difficoltà respiratorie, e dopo aver implorato aiuto più volte, è rimasto immobile, esanime, sulla strada ed è morto poco dopo essere arrivato in ospedale.
Quello che più mi ha colpito in quel video, è l'espressione di convinta superiorità del viso dell'agente -il cui nome non merita di essere menzionato né, tanto meno, ricordato- di polizia, forte del suo potere. Potere non in quanto agente di polizia, ma in quanto bianco, che sottomette un nero.
Dopo la morte di George Floyd, l'ennesima ai danni di un nero americano da parte delle forze di polizia, negli Stati Uniti è divampata la protesta. Bianchi, neri, asiatici, ispanici, si sono uniti a protestare contro i razzisti suprematisti della razza bianca.
E' il segno che il Paese che della democrazia e dei diritti civili degli uomini liberi e coraggiosi è stato sempre il simbolo, è stanco di assistere ad atti di violenza gratuita che hanno l'aggravante di essere stati posti in essere da tutori dell'ordine.
Vero è che pur avendo fatto passi da gigante negli ultimi sessant'anni, la questione razziale negli Stati Uniti è ancora un problema irrisolto, che serpeggia latente tra i vari gruppi etnici, pronto a esplodere in occasione di episodi particolarmente violenti, come la morte di George Floyd.
Il problema fondamentale, però, è sconfiggere una volta per sempre la sparuta minoranza dei suprematisti bianchi. In un Paese come gli Stati Uniti, sono facilmente identificabili e contenibili, se solo si vuole, con delle leggi appropriate, ivi compresa una maggiore severità nella selezione di coloro che intendono indossare una divisa. E' questo, credo, che la maggioranza del popolo statunitense chiede oggi a chi li governa.
Nell'attesa che chi di dovere prenda delle drastiche decisioni legislative, al popolo -la parte sana, solidale, della società americana- non resta che la protesta. Non certo quella violenta, fatta di danneggiamenti e furti, incendi e bombe o sparatorie 8tipici metodi usati dai suprematisti). ma quella fatta in maniera civile, non violenta.
Questa foto che vedete sotto - scattata lo scorso 29 Maggio da Dai Sugano, fotogiornalista  del quotidiano "The Mercury News"- è emblematica: un giovane nero americano si inginocchia davanti alle forze di polizia in assetto antisommossa, durante una protesta a San Josè, in California.



 Tra le tante immagini di scontri e proteste, chiudo con queste, che ho trovato tra le più significative. Ci ricordano che l'esempio di Kaepernick continua a dare i suoi frutti e che quanto sta succedendo non è un problema di bianchi contro neri, di poliziotti contro neri ma di umanità contro il razzismo, di umanità contro disumanità.









N.B.:Foto tratte da: https://www.procon.org/files/2-headlines-images/kaepernick-kneels-during-national-anthem-750.jpg; https://twitter.com/daisugan/status/1266620213073637380; https://twitter.com/onelovesbutera/status/1266902623774441473; https://twitter.com/tfiotae/status/1267117942539456512


15 maggio 2020

15 MAGGIO 1948, النكبة (LA NAKBA, LA CATASTROFE)


15 Maggio 1948, النكبة (la Nakba, la catastrofe).
E' il giorno in cui, dopo la dichiarazione della nascita dello Stato di Israele, ebbe inizio l'estromissione forzata del popolo palestinese dalle terre in cui era sempre stato.

Sono passati 72 anni, ed i palestinesi aspettano ancora di ritornare nella loro Patria, nel loro luogo del cuore.
Se chiudo gli occhi e immagino di essere palestinese, facendo un salto indietro nel tempo di 72 anni, vedo i miei nonni, costretti a lasciare le loro case, li vedo scappare portandosi dietro i loro figli e le loro figlie, ancora bambini, alcuni di loro ancora in fasce.
Li vedo rifugiarsi nei campi profughi, senza niente da mangiare. Vedo i miei nonni cercare un lavoro, per racimolare i soldi necessari a comprare un biglietto che possa consentire alle loro famiglie di imbarcarsi su una nave, attraversare il Mediterraneo ed approdare, dopo ventiquattro anni, a Scilla, dove sono nato, cresciuto ed ho vissuto fino ad oggi.
Intanto, però, i miei nonni non ci sono più, non c'è più nemmeno mio padre. Della Palestina conosco solo quello che mi hanno raccontat, non l'ho mai vista se non con la forza dell'immaginazione. La Palestina non è quella che vedo attraverso la televisione, non è così la terra di cui mi hanno raccontato i miei nonni e mio padre.
Mentre scrivo, chiudendo gli occhi vedo due vecchie chiavi.


Sono qui, a pochi centimetri da me, ma ad occhi chiusi raccontano la storia che avete letto.
Sì, perché sono le chiavi che hanno conservato i miei nonni il giorno in cui furono costretti a lasciare le loro case. Servivano per aprire le porte di quelle abitazioni dalle quali sono dovuti uscire sotto la forza delle armi.
 E il portapenne vuoto è quello in cui appoggio la penna con la quale sto scrivendo queste righe.

Le hanno portate con loro, le hanno lasciate a me, la terza generazione che vive lontano da casa. Sì, perché sto bene a Scilla, è un bel paese. E questa, da dove scrivo, è la mia casa, ma non è casa mia, della mia famiglia.
Se chiudo gli occhi, casa mia è nella terra dei miei nonni, è in Palestina.
Spero, un giorno, di poterci andare, di poter usare di nuovo quelle chiavi, aprire le porte di quelle case. E porterò con me anche questa penna, per poter scrivere di un giorno che resterà nella storia. Perché è una storia, quella del popolo palestinese, che non può essere cancellata, ma sarà ancora tutta da raccontare.




Questa che segue è la traduzione della testimonianza diretta di Mahmoud Salah, che ha ispirato il racconto che avete letto e che trovate CLICCANDO QUI

- Ho perso la mia dignità come uomo. Ho perso il mio futuro. Ho perso la mia terra.

Immaginate di essere costretti  con la forza ad uscire da casa vostra...di essere rimpiazzati da qualcun altro. E' quello che è successo a Mahmoud Salah. E' originario di un villaggio palestinese chiamato Sar'a (pron. Sarà), nel sottodistretto di Gerusalemme.
 
- Ricordo il villaggio, vivevamo come una famiglia molto felice, in un villaggio molto felice.

Ma poi arrivò il 1948

- Il villaggio è stato invaso da ovest.

 Mahmoud ha 86 anni ed è un sopravvissuto alla Nakba (النكبة, la catastofe). E' uno degli oltre 750.000 palestinesi che fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante la creazione dello Stato di Israele. Mahmoud aveva 16 anni quando fu costretto a lasciare il suo villaggio.

- La Haganah (l'esercito del pre-stato israeliano) decise di prendere questo villaggio, il nostro villaggio. Il villaggio dietro di noi fu quasi distrutto, e la gente che lo abitava venne con noi, di villaggio in villaggio, uno dopo l'altro.

 A causa dell'esodo la famiglia di Mahmoud non potè portare molto con sè.
 
- Lasciai tutto lì. Lasciammo tutto.

Mahmoud e migliaia di altri continuarono a cercare posti in un cui stare temporaneamente, sperando di tornare ai loro villaggi.

- Ero qui e dicevo (al mio cuore): torneremo.

Furono senza casa per lungo tempo e soggiornarono in diversi campi profughi

- Eravamo molti, molti villaggi, (a stare) sotto gli alberi, nelle grotte, aspettando soltanto quando tornare. Avevamo fame. Non avevamo niente da mangiare.

Da giovane rifugiato, Mahmoud divenne depresso, guadagnava solo 15 centesimi al giorno

- Scrissi una lettera alla United Nations Relief Agency [agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione, oggi UNRWA] a Beirut. Dissi loro: ho bisogno di un lavoro, ho bisogno di aiuto. Se non  trovo un lavoro, mi ucciderò.

Provò a trovare lavoro in un campo profughi per 5 anni e mezzo. Mahmoudalla fine si diresse in Colombia, in un viaggio via mare che durò diverse settimane. Vi rimase per quasi 5 anni. Quasi vent'anni dopo aver lasciato il suo villaggio, arrivò in America (Stati Uniti).

- Amo questo paese, ma a volte ho qualche problema. A volte ti chiamano con nomi... ma questo paese è ancora il migliore che conosca.

Poiché ha il passaporto americano Mahmoud è potuto tornare e visitare il sito del suo villaggio.

- Quando tornai, andai al villaggio. Non vidi un villaggio. Non c'è nessun villaggio. Provai tristezza e cominciai a piangere. Ma ho portato il villaggio qui...nel mio cuore. Ancora adesso [stando con gli occhi chiusi] vedo la strada del villaggio, vedo le case nel villaggio. Vedo ogni cosa nel villaggio.

Seppur abbia trovato una nuova casa in America, gli manca ancora molto la Palestina e vorrebbe poter "tornare a casa".

- Questa è la mia casa, ma non è casa mia. Casa mia è Sar'a. Non sento che questa (casa) mi appartenga. Il mio cuore, la mia mente, i miei occhi, il mio pensiero è ancora in Palestina.


03 maggio 2020

E CHI CATINAZZU!

Mi piace la radio. La ascolto spesso, fin da bambino. Mi piace perché è più seria, più educata della televisione che, invece, guardo sempre meno.
In questi giorni, a causa della pandemia in corso, non c'è distinzione tra una stazione e l'altra: Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Africa, di qualunque nazione siano, il tema centrale dei canali d'informazione radiofonica è solo e soltanto il "corona virus", che seppur pronunciato in modo diverso per ciascuna lingua, sempri schifu faci. E chi catinazzu!
Come fare a trovare qualche programma che informi ma in maniera allegra? Esclusi i canali musicali, che mandano tutti la stessa musica, a volte perfino negli stessi orari -e chi catinazzu!- non mi è rimasto che cercare nei podcast.
Il primo che mi appare nella lista porta solo tre lettere: WTF. Non è la sigla di un'emittente radiofonica, come potrebbe sembrare a prima vista. No, sono le iniziali di un'espressione americana -nu pocu scustumata- che potrei tradurre nel nostro dialetto con ECC: E Chi Catinazzu!
Non è una strana coincidenza?! No, non lo è: senza saperlo, ho trovato quello che cercavo.
E' il podcast di un comico americano, o meglio di uno "stand up comedian" -cioè quei comici ospitati nei programmi di intrattenimento o che fanno i loro spettacoli, che fanno il loro intervento in piedi e non da dietro una scrivania- che si chiama Marc Maron. Ricordo di averlo visto molti anni fa, ospite del "David Letterman Show". Trasmette i suoi podcast da un garage della sua casa di Los Angeles, riadattato a studio radiofonico, in compagnia dei suoi amati gatti. Lo show, che può contare su diversi sponsor, va avanti dal 2009 e al momento in cui scrivo, gli episodi sono 1119.
In ogni puntata, Maron intervista comici e personaggi famosi del mondo dello spettacolo o del cinema, attori, registi, sceneggiatori, ma anche scrittori e politici (nel 2015 è stato ospite il Presidente Obama).
L'obiettivo dichiarato del conduttore è quello di curare le sue debolezze condividendole con quelle dei suoi ospiti e dei suoi ascoltatori, che gli scrivono in parecchi, offrendo contemporaneamente un punto suo punto di vista della società e della politica americana, a dire il vero palesemente orientato su posizioni liberal anti-Trumpiane, ma questo è solo un dettaglio.
L'aspetto che più colpisce è lo scoprire come anche i personaggi famosi abbiano i propri punti deboli (numerosi sono i casi di dipendenze da alcool e droghe) e commettono i loro errori, a volte anche molto gravi; è scoprire come la fama li abbia raggiunti non perché l'abbiano veramente cercata, ma per una serie di circostanze più o meno fortunate; è scoprire che anche dietro uomini e donne influenti e di successo, si possono nascondere veri e propri drammi familiari.
Ogni puntata è un colloquio -tra ospite e conduttore- che, in realtà, si trasforma in una sorta di autanalisi collettiva. Perché poi, al di là delle differenze di capacità economica, si scopre che i problemi umani del pubblico che ascolta non sono diversi da quelli della più famosa star di Hollywood.
Un'altra cosa salta alle orecchie di ascolta: la rivendicazione, giusta, delle origini e delle basi culturali di ciascun ospite. Non ho potuto fare a meno di constatare, ad esempio, che su dieci ospiti, otto sono di origini europee -sette di cultura e religione ebraica (come il conduttore), uno di cultura e religione cattolica, anche se spesso non praticanti- uno è afro-americano, uno asiatico. Il dato di fatto che emerge, naturalmente evidenziato molte volte in modo ironico dai comici, è che queste differenziazioni sono ancora molto presenti nella società americana, nonostante essa sia una tra le più evolute al mondo, tanto da sfociare, purtroppo, ancora oggi in sentimenti razzisti. E chi catinazzu, però!
Ho cominciato ad ascoltarle tutte le puntate, anche quelle precedenti, che ascolto a ritroso nel tempo. E' anche questo un modo per confrontare la realtà del presente con le aspettative che avevamo per quel futuro che oggi è attualità. Scopri che ci sono cose che avevamo programmato di fare a cui dovremo rinunciare -e chi catinazzu!- ma per fortuna non sono poi molte. Scopri che molte cose le potremo continuare a fare comunque -e chi catinazzu!- anche se in modo diverso rispetto a quello a cui siamo stati abituati. Ce la faremo, chi catinazzu!



29 marzo 2020

NON ASPETTIAMO GODOT!

Ci sono rischi maggiori che pensare. Come, per esempio, uscire in questi giorni. Quindi, meglio stare a casa e impiegare parte del tempo a pensare.
Ho pensato alle parole del Papa.
Ho pensato al fatto che finora siamo stati fortunati: a non conoscere cosa vuol dire guerra; ad avere la possibilità di non farci mancare niente di ciò che è necessario; ad avere avuto la possibilità di avere tante cose non necessarie.
 Siamo cresciuti e diventati adulti, infatti, in una società che ha anteposto il profitto a ciò che serve, come osservava benissimo oggi Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Il risultato:
- anche se abbiamo i soldi necessari, quando ci serve qualcosa non ce l'abbiamo. Non abbiamo chi fabbrica mascherine, tanto da aver dovuto riconvertire numerose attività perché se ne producessero abbastanza;
- anche se abbiamo le strutture ospedaliere, le abbiamo abbandonate perché "non rendono", così che oggi ci vediamo costretti a spendere dei soldi per poterli riattivare -là, dove possibile- per sopperire all'emergenza sanitaria che nessun Piano Sanitario regionale ha mai preso in considerazione potesse verificarsi. Così è stato in Calabria ma anche in Lombardia (vedi il caso dell'ospedale di Legnano, abbandonato al punto tale che oggi ci vorrebbe un anno di lavori per poterlo riutilizzare, così che si è preferito costruire un reparto nuovo di sana pianta).



Siamo stati fortunati, fino ad oggi, fino a questi giorni tremendi. E quando uno è fortunato, non ha altri pensieri, in fondo, è come i personaggi di "Aspettando Godot": aspettano, incuranti del tempo che passa, stando fermi lì dove sono, ingannando il tempo inventandosi le cose più futili, non credendo a nulla se non all'arrivo di qualcuno che, in verità, non arriverà mai.
Così, la società del progresso, la società che crede di aver raggiunto l'onnipotenza, è in realtà costituita da un insieme di barboni esistenziali, di signorottti-padroni che tengono al guinzaglio i propri servitori che comandano a bacchetta, i quali, dal canto loro, sono ben felici di farlo, rifiutando di pensare con la propria testa, rifiutando di parlare o, quando lo fanno, dimostrandosi incapaci di articolare un ed esprimere un pensiero autonomo.
Una società, la nostra, che non va avanti come crediamo, non progredisce ma, semmai, regredisce. Sì, perché i barboni esistenziali -alcuni dei quali pensano anche al suicidio, così, tanto per avere qualcosa da fare- continuano a rimanere tali, mentre tra il signorotto-padrone e il servitore le distanze si accorciano al punto tale che non c'è più differenza agli occhi degli altri, si appiattiscono uno sull'altro, senza più essere distinti: agli occhi degli altri, uno identifica l'altro. Ma è una simbiosi al ribasso la loro: sia il servitore -il cui nome è Lucky, cioè fortunato- sia il suo padrone (di nome Pozzo, come il pozzo si scienza che si crede essere ogni potente di turno) diventano uno sordo e l'altro cieco.
Così siamo diventati noi fortunati a vivere questa epoca: deboli, vulnerabili nelle nostre "false e superflue sicurezze", che ci hanno resi sordi e ciechi verso la tempesta che stava arrivando e si è materializzata i questi mesi con evidenza tanto drammatica.



Adesso stiamo combattendo contro un nemico invisibile e, per questo, più pericoloso. "In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose", come dice il Papa, pur non potendo muoverci più di tanto fisicamente, non dobbiamo rimanere fermi ad aspettare né Godot né nessun altro.
Dobbiamo darci da fare, rimodulare le nostre priorità  e conseguentemente le nostre scelte, sia nel pubblico che nel privato; dobbiamo trovare il coraggio di abbandonare l'affannosa ricerca di onnipotenza e di possesso. 
Usiamo la nostra intelligenza non per ricercare il profitto fine a sé stesso -che si rivela inutile- o per seguirne -come ciechi- la logica. Usiamola l'intelligenza, ma per "permettere nuove forme di solidarietà", perché per quanto possa essere grande, ricco e potente, nessuno in questa tempesta si potrà salvare da solo.

08 marzo 2020

TU


T'ho vista ridere, serena e felice,
gioire di piccole cose
con l'entusiasmo di una bambina.
Ho ascoltato la tua voce
ansiosa di raccontare,
calma e dolce nel comprendere.

T'ho vista irrequieta, addormentarti
lasciandoti vincere dalla stanchezza,
e fare chissà quali sogni,
cullata da piccoli vuoti d'attrito.

T'immagino, in viaggio,
sentire il gusto della libertà,
nel vento che ti accarezza
e che ti fa amare la vita.

T'immagino danzare,
muoverti al ritmo di una canzone
che odora di terra d'Africa,
che ha il sapore di un'isola lontana,
oltre l'alba di là dal mare.

T'ho vista diventare isola,
per essere, esistere, in un mare
conosciuto ma estraneo
e riempirti gli occhi del tuo mondo,
nel quale gli altri non sono
che ombre su un muro.

T'ho vista far della tua isola
uno scudo, contro il male che viene
da questa terra ma è costretto
ad arrendersi di fronte al mare.

T'ho vista piangere
al cospetto della santità
e ho voltato le spalle,
per rispetto alla tua intimità,
alle emozioni liquide,
frammenti di segreti, sgorgati
come piccole gocce dal tuo cuore.

T'ho vista, ascoltata, immaginata
e ti vedo, adesso, qui:
sorridi e sei,
semplicemente, tu.

26 gennaio 2020

LE ELEZIONI E I POLITICI IN COMIZIO PERMANENTE EFFETTIVO

Oggi si vota in Calabria ed Emilia Romagna. I media hanno dato risalto per il 95% del loro tempo a quello che succede in Emilia Romagna, regione storicamente "rossa", che rischia di registrare un clamoroso ribaltone da parte della Lega, anche se lì ci saranno le Sardine a provare a mettere il sale sulla coda di Salvini.
In Calabria, invece, di salato c'è sulu 'u mari. Per ammissione degli osservatori più attenti, siamo la regione meno considerata d'Italia, ultima in quasi tutte le classifiche, tranne quella della criminalità: possiamo "vantare" l'organizzazione criminale più pericolosa al mondo.
I giornali si interrogano sulla violazione del silenzio elettorale nella giornata che precede il voto (violato da Salvini con un tweet). La legge attuale sanziona solo le violazioni fatte via radio o in tv, non quello via internet, sui social. Il fatto è che la legge è vecchia e nessuno dei nostri politici ha mai pensato di aggiornarla per un semplice motivo: la campagna elettorale via internet, sui social che pesano sempre di più nella formazione del pensiero degli elettori, è del tutto gratuita.
Se l'attenzione della stampa nazionale è stata rivolta soltanto al Nord (tanto che per qualche emittente straniera si vota solo in Emilia Romagna) è anche e soprattutto per la battaglia quotidiana che si registra sui social network, Twitter in testa. Sul microblog più famoso del mondo, ciascuno di noi può seguire i personaggi (politici e dello spettacolo) o i mezzi d'informazione che più gli aggradano, che sono più in sintonia col suo modo di pensare. Pochi, i più intelligenti, seguono anche chi la pensa diversamente.
Così, quasi senza accorgercene, segui uno oggi e l'altro domani, siamo arrivati ad avere la nostra personale parrocchietta, sì, un luogo dove ognuno...si senti a so' missa.
Questo modo (si potrebbe anche dire questa moda) di seguire ciò che avviene, mostra con ancora maggior evidenza i suoi limiti nel campo della politica e della relativa propaganda. Siamo passati dai politici di lungo corso, in  SPE -"Servizio Permnente Effettivo- della Prima Repubblica, ai politici di oggi, che dimostrano di essere in CPE, "Comizio Permanente Effettivo". Un bombardamento quotidiano che ha prodotto come risultato il rincretinimento generale e l'atrofizzazione delle capacità cerebrali di organizzare il pensiero in ognuno di noi (o quasi).
Una volta, in occasione delle elezioni di qualunque livello, i comizi si facevano sui palchi nelle piazze, che conservavano, pertanto, la loro storica funzione sociale. Era un bene, poiché chi era interessato aveva modo di ascoltare le proposte di tutti, per poi decidere secondo i propri principi, la propria coscienza.
Oggi no, i comizi in piazza sono finiti, sostituiti da quelli su Twitter o Facebook giorno dopo giorno, senza soluzione di continuità. Ti vengono recapitati inviti ad incontri con il politico di turno direttamente sul telefono. Sono incontri che si svolgono in luoghi chiusi, generalmente di capienza limitata, che hanno la sola funzione di far verificare al politico di turno la consistenza numerica della propria parrocchietta, del proprio sostegno servile.
E' la politica moderna, si dirà. A me non piace. Non ci si può fare un'idea se si ascolta solo chi ci dirà le cose che ci piace sentirci dire; non puoi decidere se la verità te la raccontano solo da una parte; non saprai mai cosa accade davvero, qual è la verità vera.
Così, andiamo a votare "forti" della nostra verità, convinti -tutti- di fare la scelta giusta. Beh, se si guarda la Calabria negli ultimi quindici anni, non credo di poter dire che abbiamo scelto bene, che abbiamo avuto ragione ad agire così.

14 gennaio 2020

CARTA E MATITA

  E' noto che ci sono diversi tipi di matite, sono indicate con sigle e/o numeri diversi secondo la durezza/morbidezza della punta. Come forse avete avuto modo di verificare, non tutte sono in grado di scrivere sullo stesso foglio di carta. Secondo il tipo di grafite, lasciano sulla carta segni diversi, più o meno leggibili.
Ci sono matite che "incontrano" pezzi di carta sui quali si muovono leggere, scorrendo senza difficoltà sulla superficie liscia o più o meno ruvida. Riescono, così, a realizzare capolavori, opere d'arte, sia scritte che grafiche. E non sai mai, non riesci a distinguere se sono merito della matita o della carta o chi ha più merito tra tutte e due.
Ci sono matite, invece, che stentano, che su quello stesso foglio di carta scivolano, lasciando tracce minime, illegibili, che si scolorano subito e si perdono dopo poco tempo. Evidentemente perché per loro (le matite), quel foglio di carta non va bene. Ce ne vuole di un altro tipo.
Ci sono matite, poi, la cui grafite si rompe, indipendentemente dal tipo di carta con cui vengono a contatto, perciò inadatte a qualsiasi uso.
Dall'altro lato, anche la carta non è da meno in quanto a varietà, per cui il discorso fatto sopra può essere visto da un punto di vista ribaltato. I matematici parlerebbero di corrispoondenza biunivoca tra matite e fogli di carta. Se da un lato, infatti, c'è la matita che si rompe, dall'altro c'è la carta sulla quale non si può scrivere, che è inadatta a tale uso.
Ogni matita ha la sua carta, così come ogni carta ha la sua matita. Ma ci sono matite che non avranno mai la loro carta e carta che non avrà mai la sua matita.
Così sono i rapporti umani tra uomo e donna: chi è matita, chi è carta. Insieme possono fare della loro vita un capolavoro, o a vivere insieme possono rivelarsi inadatti.

14 maggio 2019

HA DA PASSA' 'A NUTTATA

Da qualche anno collaboro con l'ITG "A. Righi" di Reggio Calabria -istituto nel quale mi sono formato, umanamente e professionalmente- nel progetto scuola-lavoro, seguendo alcuni studenti e, in particolare, cercando di illustrare loro come trasferire nella professione le conoscenze che hanno acquisito durante questi anni di studio. Quest'anno seguo alcuni studenti di quinto anno, quelli che tra pochi mesi faranno gli esami di maturità.
Attraverso i loro racconti e  colloqui coi professori che li seguono nel progetto, mi sono reso conto di una cosa: sono drammaticamente ignoranti.
I programmi d'insegnamento sono stati stravolti, quelle che erano le materie formative e professionali sono ridotte a poco più di un articolo, un titolo di giornale: lo leggono, lo memorizzano giusto per qualche giorno, finché ne parlano in classe, poi se lo dimenticano come se non lo avessero mai fatto.
<<Dobbiamo andare avanti, dobbiamo finire il programma>> è il mantra che si sentono ripetere dai professori. Durante gli anni della mia formazione scolastica non credo di essere mai riuscito -con i miei compagni- a completare l'intero programma. Si faceva di meno, ma quel che si studiava si approfondiva, erano semi che restavano nel terreno, così da poter dare frutto negli anni successivi.
Oggi no, c'è una scuola frettolosa, si corre -come in tutte le faccende della vita di ogni giorno- si ha fretta di finire il programma, non curandosi di ciò che è rimasto nella testa degli alunni.
"'A iatta presciarola faci 'i iattareddhi orbi", dice un detto nostrano. E la scuola presciarola, non può ottenere altro che lo stesso risultato della gatta: i ragazzi saranno nel mondo come iattareddhi orbi, incapaci di saper prendere la direzione nelle loro vite, si fermeranno davanti al primo muro.
La notizia che agli esami di stato sarebbero state fatte loro alcune domande di "cittadinanza" (la vecchia educazione civica), li ha mandati nel panico: non sanno nulla o quasi nulla. A pensarci, è proprio buffo, se pensiamo che siamo governati attualmente da chi per non definirsi "onorevole", preferisce definirsi "cittadino", pensando -erroneamente- che sia un termine meno impegnativo ma che, comunque, serve (anch'esso) a livellare la società, a diminuire la distanza che separa il popolo dalle istituzioni.


Nel libro "Questa nostra Italia", Corrado Augias esamina lo stato della nostra nazione e riguardo alla scuola scrive parole che condivido in pieno e faccio mie:
La scuola detta "democratica" così come è stata applicata è stata, nei fatti, la negazione della democrazia...In una scuola dove erano stati eliminati i criteri di valutazione del merito, dove tutti sono diventati uguali, quelli che hanno sofferto di più sono stati i meno avvantaggiati perché se l'uguaglianza delle opportunità è una conquista, quella dei risultati è una beffa a danno proprio degli svantaggiati che si ritrovano un titolo di studio screditato e inutile, mentre i più agiati, i fortunati, trovano sempre il modo di cavarsela.
La scuola dell'indulgenza, i corsi, i testi, le prove d'esame, organizzate in modo da non affaticare troppo gli allievi, sono il contrario di ciò che la scuola dovrebbe essere (e che è stata), perché l'apprendimento è il lavoro della mente, come ogni altro lavoro costa fatica.
...Se la società è incolta, non legge, non sa parlare né pensare, non se ne preoccupa, non se ne vergogna, se anche la politica dà prova di sciatteria nel linguaggio e nel pensiero, non c'è scuola che possa fungere da rimedio.
...La democrazia è un sistema fragile, di uso delicato, presuppone un buon livello di consapevolezza nei cittadini utenti. Se il numero di chi non riesce a interpretare un articolo di giornale è troppo alto, la democrazia non funziona più, cresce il rischio che un qualunque dottor Dulcamara, venditore di magici elisir, se ne impadronisca.

A questo servivano i partiti politici, quando c'erano. Filtrare le esigenze, mediare i contrastanti interessi, farli arrivare al livello della decisione legislativa depurati dalla spinta più impetuosa e meno ragionevole, quella che non ha tempo per riflettere perché nasce dall'istinto. Nella Costituzione c'è scritto anche questo, proprio all'inizio, [articolo 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" n.d.r.].
Forme e limiti. A questo servivano i partiti, finché hanno funzionato, dovevano rispettare le forme e i limiti, mediando le spinte. Oggi che quei partiti sono scomparsi, le spinte arrivano senza forma né limiti, col risultato che vediamo: caos. Quasi ovunque nel mondo, del resto.
Si dice sia il risultato del periodo di crisi che stiamo vivendo. Insomma:ha da passa' 'a nuttata.  Ma 'a nuttata, cioè la crisi, per sua stessa definizione, è un fenomeno passeggero, tanto che Augias (e io con lui) si chiede:
….Stiamo solo soffrendo come hanno sofferto molte altre generazioni che ci hanno preceduto. Loro ne sono venuti fuori, ne usciremo anche noi?