25 aprile 2023

LA DISABITUDINE


 

Ogni 25 Aprile si ripropongono interpretazioni di parte che, da sole, bastano a rendere vana ogni celebrazione di questa data, che è simbolo vivo della nostra libertà.

E' una libertà -come dimostra la lettera che riporto sopra, pubblicata sul proprio profilo twitter dalla giornalista Francesca Mannocchi-  conquistata da chi ha fatto una scelta: ragazzi e ragazze, donne e uomini, perfino bambini e bambine. Erano oppressi, perseguitati, uccisi, annientati, da un regime dittatoriale contro il quale dopo venti lunghi anni, hanno trovato la forza e il coraggio necessario per ribellarsi, aiutati in questo scopo dall'intervento militare degli Alleati.

Fu la Resistenza di questi Partigiani -cioè di coloro che scelsero la parte della libertà- a regalarci la nostra Costituzione, il faro che illumina tutti i nostri diritti, che ci richiama ai nostri doveri. Non importa di quale colore fossero questi partigiani: se rossi, bianchi, gialli o verdi. Davvero, non importa. Ciò che importa è che ebbero la capacità di unirsi insieme per combattere un nemico comune: il fascismo e la sua dittatura.

Oggi, dopo quasi ottant'anni, stiamo via via perdendo la voglia di scegliere: non andiamo più a votare, rinunciamo ad esercitare il massimo diritto di scelta che ci è concesso per continuare a sentirci liberi.

Rinunciare a questo diritto ha contribuito a condurci, a Scilla, nelle condizioni in cui ci troviamo: senza rappresentanti democraticamente eletti -per motivi mafiosi per due volte negli ultimi cinque anni; senza quasi più servizi sanitari; con un tessuto economico deficitario sotto molti aspetti (ad esclusione del comparto della ristorazione); con un'offerta turistica varia, diffusa, frutto dell'iniziativa singola, ma del tutto scoordinata e, perciò, priva di forza contrattuale nel rapporto con le istituzioni e con la comunità stessa; senza luoghi di confronto e di dibattito dove proporre idee nuove.

A ben vedere, Scilla vive, anzi sarebbe più appropriato scrivere sopravvive, in uno stato di libertà relativa, condizionata. Ed è uno stato di cose che si registra oramai da tempo e al quale ci siamo quasi assuefatti. E' la cosa più grave quella di essersi quasi disabituati alla democrazia, alla libertà che può darci solo il pieno esercizio dei diritti che ci sono garantiti.

Disabituarsi alla libertà è pericoloso, molto pericoloso. Lo vediamo ovunque nel mondo non vi sia libertà: in tutti i regimi dittatoriali o nelle dittature mascherate, le democrature; in tutti i paesi che sono in guerra.

La disabitudine alla libertà è il peggior torto che possiamo fare a tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per conquistarla, mantenerla e regalarcela fino ad oggi.

Ecco l'importanza del 25 aprile. Da più parti (non ancora da tutte, purtroppo) si grida: "Viva il 25 aprile!", "Viva la libertà!". Non leggiamoli solo come esclamazioni. "Viva!" non va inteso come grido di giubilo, di gioia. "Viva!" va inteso come voce del verbo "Vivere". Perciò dico: che viva il 25 aprile! Che viva la libertà!

11 marzo 2023

LA STORIA CHE SI RIPETE DEGLI INEDUCATI

 


 

E' cosa nota che la storia si ripete.

Ora, è stato annunciato che il Governo intende condurre una campagna informativa nei Paesi di provenienza delle persone che arrivano con ogni mezzo in grado di galleggiare, pure a stento, sulle onde del Mediterraneo. Il fatto è che si tratta di Paesi del mondo terracqueo come la Siria, semidistrutta da oltre dieci anni di guerra interna e occasionali bombardamenti israeliani (di cui il mondo terracqueo non ha mai trovato l'occasione per indignarsi); l'Afghanistan, dal quale siamo scappati a' scarpa a' zoccula in un non-sogno (purtroppo!) di mezza estate, un paio d'anni fa, e che adesso è presidiato da quei simpaticoni barbuti che si dicono studenti del Corano ma lo applicano in maniera tutta loro, negando ogni diritto possibile e immaginabile -tranne quello di starsene a casa- alle loro donne; Egitto e Tunisia, paesi nei quali il sogno della primavera araba è stato spezzato da dittature e governi incapaci; paesi del corno d'Africa e dell'Africa subsahariana nei quali guerre e siccità hanno reso impossibile la vita per uomini, animali e piante.

Ma siccome la storia si ripete, considerato che le nostre ambasciate in quegli stessi paesi faranno una fatica boia (senza chi molla) ad instaurare rapporti bilaterali ufficiali con i loro omologhi, la campagna informativa sarà probabilmente condotta con appositi aeroplani pilotati dagli eredi di Gabriele D'Annunzio e Italo Balbo, che provvederanno ad inondare di volantini il suolo di queste terre costellate di macerie ed aride, o anche le tende e i tuguri dei campi profughi dei milioni di sfollati tra Siria e Turchia. I volantini saranno del seguente tenore: non venite in Italia, ché il mare è brutto, ci sono gli scogli e finisce male. E dite ai vostri scafisti che abbiamo inasprito le pene e che abbiamo introdotto un nuovo reato nel codice penale della nazione italica (che noi di codice penale ce ne intendiamo, visto che quello in vigore l'abbiamo fatto noi 92 anni fa, ed è fatto talmente bene che sempre quello è), per il quale si rischiano trent'anni di carcere.

Altro annuncio, a tipu Papa, ma non all'urbi et all'orbi, ma -sintiti! Sintiti!- ancora di più: <<Questo Governo andrà a cercare gli scafisti, lungo tutto il globo terracqueo!>>, Giorgiuzza dixit.

Ora, due cose mi vengono in mente.

  1. Il globo, in quanto tale, non è in 2D ma in 3D, perciò non è solo lungo ma è anche largo ed alto. Pertanto, occorrerà cercare non solo in lunghezza ma lungo tutte e tre le direzioni. Occorrerà, cioè, per capirci meglio, Giorgiuzza, uno sforzo triplice (chi a tia, 'u sacciu, 'sta parola ti piaci).
  2. Sempre per il fatto che la storia si ripete, ricordo che l'ultima volta che qualcuno si definì "poliziotto del mondo" fu più di vent'anni fa, dopo la strage del 11 settembre 2001. Fu Jorge Bush a giurare vendetta a Osama Bin Laden, promettendogli che gli avrebbe dato la caccia in tutto il mondo. Altrettanto promise ai talebani, nell'intento di ripristinare la democrazia. La promessa faceva parte di un intento ancora maggiore: esportare la democrazia in tutto il mondo e farsene garante, a dispetto di tutto e di tutti. Tutti sappiamo come è andta a finire: a parte Osama, chi muriu 'mmazzatu, i talebani sono ancora in Afghanistan e la democrazia mondiale è sempre più in crisi. E' evidente anche un bimbo innocente che l'Italia non ha né gli uomini né i mezzi né, soprattutto, il diritto di andare, di sua spontanea volontà, a rompere i cabasisi all'Africa intera o all'Afghanistan. Con quale mandato internazionale? A nome di chi? Non è dato sapere.

 

Ultima annotazione: dopo aver accuratamente disertato i luoghi del luttuoso naufragio di Cutro ed aver, con altrettanta occuratezza, evitato di incontrare i parenti delle vittime, Giorgiuzza nostra, pensando di fare 'na cosa 'ngarbata, ha invitato i parenti delle vittime a Roma, a Palazzo Chigi, in un estremo tentativo di riparare alle mancanze di questi giorni.

La maggior parte dei parenti delle vittime ha rifiutato l'invito. E si capisce!

Quando muore qualcuno, educazione vuole che per rispetto verso il morto e verso la sua famiglia, si vada al lutto a casa del morto o nel luogo presso il quale è temporaneamente custodita la salma. La visita a casa è un semplice omaggio alla persona deceduta. In Calabria è spesso accompagnata da semplici omaggi materiali, tipu 'n paccu 'i zzuccuru o 'i cafè, 'na guantera 'i pastetti (ché il dolce aiuta a sopportare il dolore) o 'na buttigghia 'i Tombolini. I parenti stretti, invece, sono soliti offrire colazione, pranzo o cena nei giorni del lutto, secondo il grado di parentale vicinanza. Ciò perché quando sei colpito da un lutto, a tuttu pensi meno che alle cose di tutti i giorni, mangiare compreso.

 

Ora, non dicu che Giorgiuzza doveva portare a Crotone pacchi di zzuccuru, cafè o di buttigghi 'i Tombolini, né tantu menu vassoi e teglie con colazione, pranzo e cena, cumbigghiati ca stagnola. No, a questo ci hanno pensato già le comunità di Cutro e di Crotone, senza alcuna ostentazione.

Però, invitare i parenti dei morti di Cutro a Palazzo Chigi è come invitarli a casa propria, per di più dopo non essere andati a manifestare il rispetto dovuto a tutti i morti. Che senso ha?! Nessuno. E' solo un altro segno, l'ennesimo, che manifesta una diffusa ineducazione istituzionale, che poi si traduce in ineducazione a governare.

 

*N.B.: nella foto, tratta da www.raicultura.it, Italo Balbo con Gabriele D'Annunzio

08 marzo 2023

La Calabria e il calore del suo cuore

 

Dopo ciò che è accaduto a Cutro la notte tra il 25 e il 26 febbraio scorsi, in molti si sono quasi  meravigliati della straordinaria ondata emotiva che ha coinvolto in primo luogo le comunità di Cutro e Crotone e la Calabria intera.

 

Mi ha colpito, in questa dolorosa vicenda, il forte contrasto tra la reazione del popolo di Calabria e il totale disinteresse del Governo. Pur comprendendo che i suoi membri  -la presidente in primis- erano in altre faccende affaccendate per impegni precedentemente assunti, ciò che non capisco e non giustifico è che nessuno, tra i governanti, abbia ritenuto giusto (prima ancora che opportuno) di dover inviare all'estrema frontiera continentale Sud non dico un ministro, ma nemmeno un sottosegretario (e ce ne sono pure calabresi), manco l'usciere di Palazzo Chigi!

E' oltremodo evidente che c'è un problema: o il destino dell'umanità disperata non è una priorità dei nostri rappresentanti governativi, oppure il pensiero prioritario c'è, ma i medesimi impegnatissimi onorevoli non sono neanche in grado di ammettere i loro errori.

Sì, perché di errori da parte delle autorità italiche nella gestione del tragico naufragio dello scalcagnato caicco schiantatosi sulle rive di Cutro, ce ne sono stati parecchi e non ci si può certo nascondere dietro il dito di Frontex.

A lenire la vergogna di uomini e donne di buona volontà ci ha dovuto pensare il Presidente Mattarella, che di educazione, signorilità e senso dello Stato e delle sue istituzioni è maestro ed esempio vivente. Come un nonno severo, ha mostrato ai responsabili di governo come ci si comporta in occasione di certi eventi, al di là di ogni idea o appartenenza politica. Nel silenzioso omaggio reso alle vittime, c'era un grido forte e chiaro: l'umanità viene prima di ogni altra cosa!

 

Un altro fatto, però, mi ha colpito ancora di più: gli sguardi attoniti, sconvolti, gli occhi spalancati, fissi nel vuoto, terrorizzati, dei superstiti, avvolti nelle coperte termiche con le quali le mani pietose dei volontari hanno cercato di riscaldarli, per sottrarre dai loro corpi il freddo del mare in tempesta, del vento impetuoso che soffiava quella notte sulle coste calabresi, il freddo della morte che hanno schivato tra le onde.

 

Si sa, la lingua è il primo elemento attraverso cui si espirme la cultura, il modo di essere di un popolo. Ebbene, ai non indigeni che si imbatteranno in queste righe, dico che il verbo "riscaldare", nel nostro dialetto scigghitanu, si traduce con "caddìari". 

E',  evidentemente, una deformazione di "cardhiare", come dicono nella parte ionica della provincia di  Reggio che costituisce l'area grecanica.  E, come scrive Gioacchino Criaco nel suo prezioso libro "Il custode delle parole", la radice del verbo "cardhiare" è "cardhia", cioè cuore.

Dunque, nella lingua di Calabria -terra impregnata di grecità- "riscaldare" si traduce letteralmente con "avvolgere con il calore del cuore".

E' quello che hanno fatto in questa ennesima tragedia del mare le genti di Cutro e Crotone e tutte le persone di questa terra di frontiera, capaci di dimostrare ai propri governanti e al mondo intero la propria umanità.

 

*n.b.: foto tratta da: www.lanotiziagiornale.it

22 gennaio 2023

UN ESSERE DA DIMENTICARE

 

Non è passata ancora neanche una settimana e sappiamo quasi tutto. In cinque giorni hanno trovato tre covi -che poi, uno era casa sua- ci hanno raccontato della madre, della sorella, della figlia, del cugino, dell'autista, del medico. Di colui che gli ha "prestato" l'identità ci hanno fatto vedere in primo piano, sul supermegaschermo, la carta d'identità: altezza, colore degli occhi e dei capelli, segni particolari e stato civile. Hanno nascosto solo l'indirizzo, salvo rivelarlo all'urbe e all'orbi due secondi più tardi, con tanto di nome della via, numero civico, numero dell'interno dell'appartamento, colore della facciata e inquadratura in primo piano. Oggi, ci hanno mostrato la macchina, desolatamente rimasta nel parcheggio, preda degli uomini del RIS.

Tutte informazioni non richieste, di cui personalmente faccio volentieri a meno.

Al momento, manca solo una cosa che non si sa di lui: a che ora andava in bagno. La mattina presto, dopo pranzo o dopo cena? I segugi di tutte le testate sono già a caccia. Per quelli che stanno lì, in trepidante attesa, tranquilli, manca poco, un po' di pazienza e ve lo faranno sapere: ce lo spiattelleranno con tre o quattro collegamenti in un quarto d'ora, a pranzo o prima di cena.

Questo essere è un delinquente della peggior specie, che non si è mai pentito di quello che ha fatto nella sua vita e della sua vita, né mostra di avere voglia di farlo; per più di trent'anni ha vissuto nell'ombra, portando il buio, il suo buio, nella vita di tanti. L'ha fatto non visto né sentito da tutti coloro che non dovevano e/o volevano né vederlo né sentirlo.

In cinque giorni, adesso, i mezzi d'informazione -tutti, nessuno escluso- lo hanno portato alla ribalta manco fosse il più grande benefattore al mondo. Gli hanno regalato decine di troni sui social, il monopolio delle notizie in tv e in radio e paginate e paginate di giornali, che quasi inchiostro non ce n'è più. Basta, piantatela!

Che se ne stia dove sta adesso, finalmente. Quello è il suo posto. Per ora e per tutto il tempo in cui riterrà di rimanere quello che è stato finora: un essere da dimenticare.

01 gennaio 2023

Buon anno, Iran!

 Buon anno!
"Non butterò via la mia occasione!
Non butterò via la mia occasione!
hey yo io sono proprio come il mio paese
Sono giovane, determinato e affamato.
E non butterò via la mia occasione!
….
Devo urlare per essere ascoltato.
….
Sono un diamante grezzo, un ardente pezzo di carbone
Cerco di raggiungere il mio obiettivo. Il potere del mio discorso è indiscutibile.
Ho solo diciannove anni ma la mia mente è più grande.
Queste strade di New York City stanno diventando più fredde, lo porto con me
Qualsiasi peso, qualsiasi difetto
Ho imparato a cavarmela, non ho una pistola da mostrare
Cammino per queste strade affamato.
Il piano è trasformare questa scintilla in un incendio.
….
Non essere scioccato quando i tuoi libri di storia mi menzionano.
Se ci libererà, darò la mia vita
…..
Ma non saremo mai veramente liberi
Affinché chi è in catene abbia diritti come noi,
Fai qualcosa o muori
…..
Quali sono le possibilità che gli dei ci mettano tutti in un posto,
Dicendo parole di saggezza, piaccia o no,
Un gruppo di antiquati rivoluzionari?
…..
Non butterò via la mia occasione!
Non butterò via la mia occasione!
hey yo io sono proprio come il mio paese
Sono giovane, determinato e affamato.
E non sprecherò la mia occasione!" 


Questo è il testo di "Shot Me", la terza canzone del musical "Hamilton", che racconta la storia di Alexander Hamilton, un orfano naufrago che divenne il primo Segretario al Tesoro d'America e lo fu. Dalle menti più brillanti dei rivoluzionari, più che lottare con l'Inghilterra conquistando l'indipendenza.
Queste parole sono del tutto coerenti con quanto sta accadendo in Iran. Se sostituisci le strade di New York City con le strade di Teheran o di qualsiasi città iraniana, te ne accorgerai.
I giovani iraniani - uomini e donne - che portano avanti una rivoluzione pacifica sono i diamanti che brillano nell'oscurità del regime teocratico. Sono il pezzo di carbone ardente, il carburante che alimenta la rivoluzione. Hanno una mente più vecchia della loro età perché sono più saggi a causa dei sacrifici e delle privazioni a cui il regime li ha sottoposti. Loro, i giovani dell'Iran, sono stati in grado di trasformare la scintilla di Mehsa Amini nel fuoco ardente di una rivoluzione pacifica. Sono stati messi da Dio o dagli Dei tutti nello stesso posto e allo stesso tempo, e mostrano molta più saggezza degli Ayatollah che indossano il turbante per portare a termine una rivoluzione che distruggerà per sempre la teocrazia in Iran.
Sono giovani, determinati e assetati di libertà, non buttano via le loro possibilità!
A loro, ai giovani iraniani, auguro un felice anno nuovo affinché il 2023 sia testimone della loro vittoria. Auguro a noi, che stiamo guardando da lontano, di trovare sempre la forza per ribellarci alle storture del nostro tempo. Buon anno!

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سال نو مبارک
 
من شانسم را دور نمی اندازم
من شانسم را دور نمی اندازم
هی یو من درست مثل کشورم هستم
من جوان، مصمم و گرسنه هستم.
و من شانس خود را دور نمی اندازم
…. 
 .برای شنیدن باید فریاد بزنم
 ….    
 من الماسی در خشن هستم، توده ای زغال سنگ سوزان
سعی می کنم به هدفم برسم. قدرت گفتار من غیر قابل انکار است.
من فقط نوزده سال دارم اما ذهنم بزرگتر است.
این خیابان های شهر نیویورک سردتر می شوند، من آن را با خودم میبرم
هر وزنی، هر نقصی
من یاد گرفته ام که از پس آن بر بیایم، تفنگی برای نشان دادن ندارم
گرسنه در این خیابان ها قدم می زنم.
برنامه این است که این جرقه به آتش تبدیل شود. 
 ….       
وقتی کتاب های تاریخی شما از من نام می برند، شوکه نشوید
اگر ما را آزاد کند، جانم را خواهم داد
…..
 اما ما هرگز واقعاً آزاد نخواهیم بود
    تا آنهایی که در زنجیر هستند مانند ما حقوقی داشته باشند،
کاری بکن یا بمیر
چه شانسی وجود دارد که خدایان همه ما را در یک مکان قرار دهند،
گفتن کلمات حکیمانه، چه بخواهی چه نخواهی
گروهی از انقلابیون کهنه کار؟  
…..    
من شانسم را دور نمی اندازم!
من شانسم را دور نمی اندازم!
هی یو من درست مثل کشورم هستم
من جوان، مصمم و گرسنه هستم
و من شانسم را از دست نمی دهم!

 

اینها اشعار «به من شلیک کرد»، سومین آهنگ موزیکال «همیلتون» است که داستان الکساندر همیلتون، یک یتیم کشتی غرق شده را روایت می کند که اولین وزیر خزانه داری آمریکا شد. از درخشان ترین افکار انقلابیون، بیش از جنگیدن با انگلستان برای به دست آوردن استقلال. این سخنان کاملاً با آنچه در ایران اتفاق می افتد مطابقت دارد. اگر خیابان های شهر نیویورک را با خیابان های تهران یا هر شهر ایرانی جایگزین کنید، متوجه خواهید شد. جوانان ایرانی - زن و مرد - که انقلابی مسالمت آمیز انجام می دهند، الماس هایی هستند که در تاریکی رژیم دین سالار می درخشند. من توده زغال سنگ سوزان هستم، سوختی که به انقلاب دامن می زند. آنها ذهنی بزرگتر از سن خود دارند، زیرا به دلیل فداکاری ها و محرومیت هایی که رژیم در معرض آنها قرار داده، عاقل تر هستند. آنها جوانان ایران زمین توانستند جرقه مهسا امینی را به آتش فروزان یک انقلاب مسالمت آمیز تبدیل کنند. آنها توسط خدا یا خدایان همه در یک مکان در یک زمان قرار گرفته اند و حکمت بسیار بیشتری از آیت الله های عمامه پوش برای انجام انقلابی که حکومت دینی در ایران را برای همیشه نابود خواهد کرد، نشان می دهند. آنها جوان، مصمم و تشنه آزادی هستند، شانس خود را دور نمی اندازند! برای آنها، برای جوانان ایرانی، سال نو را تبریک می گویم تا سال 2023 شاهد پیروزی آنها باشد. برای ما که از دور نظاره گر هستیم آرزو می کنم همیشه قدرت عصیان در برابر انحرافات زمانه خود را پیدا کنیم. سال نو مبارک      

20 agosto 2022

L'OCCHI 'I SANT'A' RROCCU

 

San Rocco è tornato a percorrere le stradine di Chianalea e Marina Grande. Dopo la pausa forzata dovuta al Covid, gli scillesi si sono riversati in massa, a salutare il passaggio della venerata statua del loro Santo Patrono. Sì, perché noi scigghitani, simu cusì: a Sant'à Rroccu, l'aimu a viriri, l'avimu a vardari nda l'occhi.

Quegli occhi rivolti al cielo, estatici, che affidano a Dio le proprie sofferenze terrene e la propria preghiera, sono un ammonimento, un severo monito.

Troppo spesso, ormai, noi gli occhi li abbiamo abbassati, per non vedere, per non guardare ciò che non ci piace, che ci infastidisce, fino a sconfinare spesso e volentieri nell'indifferenza, fino a divenire impermeabili, non alla pioggia o alle intemperie, ma a chi è accanto a noi, a chi ci è prossimo.

Altre volte, sempre più spesso e per lo più secondo personali convenienze, gli occhi li alziamo, ma ad altezza-uomo, a chiedere favori, a "supplicare" la soluzione di problemi. Piuttosto che tendere a essere uomini santi, abbiamo deificato gli uomini.

Sia nel primo che nel secondo caso, non sono comportamenti da cristiani. Lo sappiamo bene, perché al catechismo ci siamo andati (quasi) tutti, eppure, perseveriamo.

Ecco perché abbiamo bisogno di San Rocco, del suo severo richiamo.

Papa Francesco ci ricorda che <<Essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità; tutti noi nel Battesimo abbiamo l’eredità di poter diventare santi. La santità è una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome, un volto: il volto di Gesù Cristo.>> 



Gli occhi di San Rocco cercano proprio Lui, Gesù, e lo hanno trovato.

Ecco, prego San Rocco perché tutti noi riusciamo a trovare la forza per essere capaci di percorrere le vie del paese in processione, non con gli occhi ad altezza-uomo, in cerca di dei terreni o desiderosi di sapere cosa bolle nelle pentole delle case altrui; non con gli occhi bassi sul cellulare, che alziamo in alto come moderno simulacro. Prego San Rocco perché possiamo seguire il Suo esempio ed alzare gli occhi e, con la Sua intercessione, cercare il volto di Gesù, percorrendo le strade di Scilla seguendo la processione non come evento mondano ma come via di santità. Viva San Rocco!

 




12 agosto 2022

'U TERRABILIU DEL TORRENTE "LI URNI"

 Stamattina, poco prima delle 7,00, si è scatenato su Scilla un violento nubifragio che in poco più di un'ora ha riversato per le strade, le scalinate e i torrenti una quantità d'acqua che non si vedeva da qualche tempo.

La quantità di pioggia misurata, secondo le notizie diffuse dagli organi d'iformazione, è stata pari a circa 85 mm, il che significa che su ogni metro quadrato di superficie sono caduti 85 litri d'acqua. Considerato che in un metro quadrato ci stanno quattro persone, è come se sulla testa di un individuo siano caduti oltre 20 litri d'acqua.

A seguito dell'evento atmosferisco, si sono instaurati fenomeni franosi nella zona collinare, la cui entità è ancora tutta da accertare. Inoltre, danni evidenti si sono verificati nella zona del torrente "Li Urni" (nome terribilmente italianizzato in "Livorno"). Non è una novità. Come già accaduto a luglio del 2017, anche oggi il torrente ha portato fin sulla spiaggia, invadendo il lungomare, una enorme quantità di materiale vario: canne, di quelle che non si fumano ma si usano per 'ttaccari 'u pomaroru; pietre e mazzacani di armacie dei vigneti incolti, evidentemente travolte a monte; pietre, mattoni e cacinazzi cementati, (evidentemente risultanti da lavori edilizi di vario genere), che purtroppo sono divenuti parte integrante dell'ecosistema moderno.

La furia dell'acqua, agevolata ed incrementata dalla ridotta sezione del torrente nel suo tratto finale, nonché dal fatto che, nello stesso tratto, gli argini sono stati ridotti o eliminati -come era stato accertato nel 2017- e, ancora, dal fatto che vi è una pavimentazione in bitume, ha travolto diverse automobili che erano parcheggiate praticamente nel letto naturale del torrente o nelle sue immediate vicinanze.

Ora, a fenomeni naturali come quello verificatosi stamattina, che negli ultimi anni ci si affanna a spiegare con varie teorie scientifiche, i nostri antichi davano un nome specifico che, da solo, bastava a dare l'idea di ciò che era accaduto: 'u terrabiliu.

'U terrabiliu, deriva dall'unione di due termini: terra + ribellione. 'U terrabiliu, dunque, è riferito ad ogni fenomeno attraverso cui la terra -inteso come pianeta- si ribella ai soprausi e alle prepotenze subite per mano dell'uomo o della noncuranza da lui dimostrata nei di lei confronti. La noncuranza porta a dimenticare.

Solo pochi giorni fa era stato reso nuovamente fruibile il sentiero "Le Urne", che da piazza San Rocco, percorrendo Via Canalello, porta giù fino al torrente il cui nome dialettale originario era "Li Urni" -ovvero "Le Urne", intese come le urne d'acqua che il torrente forma nel suo percorso fino al mare. Lo stesso torrente, che da questa sua caratteristica ha preso il nome, alimentava anche la zona lato Est (lato castello) rispetto alla foce, tanto che la parte di Marina Grande compresa tra la piazzetta Spirito Santo e il Largo San Nicola è noto come Rione Gornelle -in dialetto "Urneddhi", ovvero "piccole urne" d'acqua.
Sarebbe, però, opportuno riportare l'originario nome dialettale, ovviamente tradotto anche in italiano.  Ciò perché il ripristino del sentiero, oltre che opera che dimostra rispetto verso questi luoghi che la Natura ci ha donato è, nel contempo, recupero della memoria storica.

Quella memoria storica che come collettività scillese abbiamo perso per noncuranza.
Il fatto di aver modificato i nomi della toponomastica, da "Li Urni" a "Livorno", dunque, ha contribuito in maniera decisiva alla perdita della memoria collettiva circa il fatto che quella parte del oggi asfaltata e percorribile con le auto è, in realtà, la naturale sede di passaggio dell'acqua del torrente.

Il "Li Urni" ce lo ha ricordato nuovamente, a distanza di cinque anni. Tutti ci auguriamo che non sia necessario 'n'atru terrabiliu.

13 giugno 2022

ADESSO PROVIAMO PURE A RESUSCITARE I MORTI

 La tecnologia moderna è in grado di "resuscitare" anche i morti. Dopo i duetti con gli ologrammi degli artisti che hanno lasciato questo mondo e che rimangono patrimonio di tutti, ognuno di noi potrà "resuscitare" i propri morti.

Ebbene sì, a quanto pare, Google, evidentemente sentendosi l'onnipotente tecnologico del nostro tempo, ha annunciato che il dispositivo Alexa, che sempre più gente può utilizzare per chiedere qualunque fesseria ma mai le cose più importanti, tipo Dove ho dimenticato il cervello?, potrà essere in grado di riprodurre la voce di persone a noi care, semplicemente da una qualunque registrazione.

Personalmente, la cosa mi disturba non poco. 

Ho riascoltato la voce di mio padre dopo un anno dalla sua morte. Ero negli Stati Uniti, e la sua voce stanca e affaticata dalla malattia che lo ha consumato, ma sempre gentile, premurosa e ironica, era rimasta registrata nella segreteria telefonica di una mia carissima cugina, con la quale mio padre si sentiva molto spesso. Confesso che risentire la sua voce è stata un'emozione intensissima, tanto che non sono riuscito a trattenere le lacrime. Il dolore, dopo poco più di anno, era ancora troppo fresco.

A dire il vero, ora che di anni ne sono passati quasi cinque, pur se diminuito d'intensità perché in qualche modo curato dal tempo che passa, quel dolore è ancora presente, così come la voce, gli occhi di mio padre, che sono con me ogni giorno. Lo sono, in primis, attraverso mia madre, mia sorella (che ha i suoi stessi occhi irrequieti), e poi attraverso mio zio (suo fratello, che tanto gli somiglia) e i miei cugini, i suoi amici e conoscenti.

Non lo sogno spesso, mio padre, perché i padri hanno più confidenza con le figlie femmine anche nei sogni. Quelle poche volte che è capitato, è stato solo per ricevere, anche da lì, ovunque egli si trovi oggi, un rimprovero per qualcosa che avevo dimenticato di fare o, peggio, avevo fatto male.

Non tengo nessuna foto di mio padre, appesa alle pareti dello studio. Perché è lì, nell'archivio che da solo, fino a che ha potuto, ha tenuto sempre in ordine; è lì, nelle pratiche che testimoniano tutti gli anni del suo lavoro; è lì, nei suoi dattiloscritti con la Olivetti "Lettera 42", macchina che ancora conservo gelosamente. Scritti che tanto mi hanno aiutato agli inizi della professione; è lì nei suoi appunti scritti a mano, con la sua calligrafia che "bbuccava" costantemente verso destra (retaggio degli insegnamenti delle scuole elementari, credo), non particolarmente chiara, ma che riuscivo a decifrare tranquillamente.

La sua voce e il suo viso sorridente, pur se stanco per la fatica, la sento e lo vedo a Melia, la sua Melia, il suo verde ordinato, con piante per ogni stagione, lì dove torno sempre meno di quanto vorrei.

E' questa la memoria di mio padre che intendo conservare, non mi serve "resuscitare" la sua voce attraverso un marchingegno elettronico, sa di presuntuoso e, soprattutto, di innaturale, considerato che appartengo alla natura umana.

I morti hanno diritto a riposare in pace, non a essere "resuscitati" in terra. Noi, invece, abbiamo il diritto di conservarne la memoria con le voci irripetibili dei nostri ricordi.

22 maggio 2022

I SACRIFICATI

 


Sul tavolo del salotto di casa mia, c'è una teiera con un paio di tazzine, tutte in porcellana fine di colore bianco e rosso. Era il "servizio buono" di mia nonna Angela. Raccontava, la mia nonna paterna, di averlo salvato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sotto la minaccia dei bombardamenti che colpirono parte del centro abitato di Scilla e zone limitrofe, tutta la famiglia di mio padre -marito, moglie e tre bambini piccoli (il maggiore dei quali aveva quasi dieci anni, il più piccolo, mio padre, solo sei)- scappò, a piedi, e salì a Melia, percorrendo la vecchia strada comunale ( circa dieci chilometri), fino a raggiungere la vallata di Pannato.

 Qui vi rimasero fino all'arrivo degli Alleati, ospitati da una famiglia di "sangiu'anni", con i quali condivisero praticamente tutto, nutrendosi di ciò che offriva loro terra che coltivavano e dormendo in un fienile, su "brande" di paglia.

Tra le poche cose che riuscirono a portare con loro, c'erano: i materassi, qualche piccolo gioiello di mia nonna e il "servizio buono" in porcellana, che mia nonna non voleva venisse rubato qualora i soldati fossero entrati nella casa che furono costretti ad abbandonare per via della guerra.

 

Ho pensato al "servizio buono" di mia nonna, ieri sera, mentre vedevo scorrere in TV le immagini provenienti dall'Ucraina assediata dai russi da circa tre mesi ormai.

 

Nelle immagini della coraggiosa reporter Francesca Mannocchi, si vedeva una bimba costretta ad abbandonare casa sua per colpa della guerra, ma contenta di aver potuto salvare i suoi conigli, chiusi in delle scatole di cartone con delle piccole feritoie per l'aria.

 Si vedevano i palazzi bombardati, anneriti dal fumo, all'interno dei quali vivono ancora delle persone. Sì, in quelle case sventrate, semidistrutte e pericolanti, è rimasto anche chi non ha la forza di scappare perché costretto a letto da una malattia; chi ha scelto di sacrificarsi, preferendo essere lasciato solo dai propri familiari, lì, a morire, pur di sapere salvo il resto della famiglia. Queste anime fragili sono coloro che la reporter ha giustamente definito "i Sacrificati", in quanto hanno rinunciato a salvarsi per il bene altrui, per non essere di peso agli altri della famiglia.

 

Ecco, ho pensato, ottant'anni fa, pur nell'orrore di cinque anni di guerra, la famiglia di mio padre fu fortunata, riuscendo a sopravvivere e mia nonna riuscì a salvare perfino il suo "servizio buono" che, ad eccezione di alcuni pezzi che si ruppero durante il trasporto, non fu sacrificato.

Nella guerra in corso in Ucraina, invece, a essere sacrificati non sono solo le cose, ma gli esseri umani, i più indifesi, le anime fragili. A prima vista, la loro vita vale meno dei conigli di quella bimba o del "servizio buono" di mia nonna Angela. In realtà, a ben vedere, la loro vita non vale meno di quella di un soldato che combatte al fronte, solo il coraggio e la forza sono diversi: il soldato ha il coraggio e la forza di imbracciare un fucile o un missile anticarro; i Sacrificati hanno il coraggio e la forza di offrire per gli altri la loro fragilità.

 

10 aprile 2022

L'AGENZIA DELLE ENTRATE? E' COM' O' BROCCULARU

 

A prima vista può sembrare la sceneggiatura di un film. Se lo fosse, sarebbe un fil del Neorealismo, perché è tutto vero.

 

Scena 1 -Negozio di ortofrutta, esterno, giorno

 

L'altro giorno sono andato a comprare la verdura, broccoli per l'esattezza. Dei broccoli, si sa, ci sono diverse parti: 'u giumbu, 'u trussu, 'i fogghi.

E' cosa nota che la maggior parte del peso è costituito ru trussu (ovvero il gambo, come dicono quelli che sanno parlare il 'taliano); in misura minore, ma non tanto, incidono le foglie, che, di solito, la maggior parte si spinnunu e si iettunu. Il broccolo vero e proprio, ovvero 'u giumbu, pisa pocu e nenti.

 

Quando vai a pagare, però, il commerciante che li vende, 'u broccularu, non fa differenza. Se, putacaso, provi a fargli notare che, beh, ti potrebbe fare una "carezza" perché le foglie sembrano le orecchie di Dumbo sotto forma vegetale e -non avendu 'a crapa- per il 90% andranno a finire nel secchio dell'umido, il suddetto commerciante precisa subito: <<'I fogghi vannu cu vui!>> e, quindi, si paga trussu, giumbu e puru 'i fogghi.

 

 

Scena 2 -Sede dell'Agenzia delle Entrate, interno, giorno.

 

Devo procedere alla registrazione di un atto -da consegnare in due copie- e oltre ai diritti fissi (€ 200,00 sicchi, senza leggiri né scriviri), si devono pagare anche le marche da bollo: una ogni 100 righe.

Ora, 100 righe corrispondono a quattro facciate di un foglio protocollo 'i 'na vota, quello coi margini.

Il problema è che, usualmente, l'atto viene dattiloscritto al computer su un foglio A4 normale, le cui righe sono più di 25. Per fortuna, i programmi di scrittura facilitano le cose, ma ci sono quelli che, avendo tempo da perdere, le righe se le contano foglio per foglio.

Naturalmente, le marche devono essere conteggiate per entrambe le copie del documento.

Altro problema: nell'atto ci sono delle tabelle e, manco a dirlo, ogni riga della tabella, pure se occupa meno di un quarto della larghezza del foglio, l'Agenzia delle Entrate ti dice che deve essere conteggiata come riga intera.

 

 

Pur di guadagnare qualche marca da bollo in più, l'Agenzia delle Entrate si rivela essere com' o' broccularu, chi ri brocculi ti vindi puru 'i fogghi.

27 marzo 2022

DOPO UN MESE DI GUERRA NEL CUORE DELL'EUROPA

 

E' già passato un mese dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. In tutto questo tempo non ho voluto scrivere più. Cosa c'è di più insensato della guerra? Non ha senso scrivere di qualcosa che non ha senso, sarebbero parole inutili.

Di parole, bastano quelle dei resoconti di guerra quotidiani degli inviati dei giornali e/o di radio e tv, a raccontare frammenti di esistenza rubati alla vita di gente che si è dovuta rintanare negli scantinati o nella metropolitana; di gente, quella di Mariupol (città nel sud dell'Ucraina, meta turistico-balneare dei ricchi russi), si è ridotta a bere l'acqua dei termosifoni, in attesa di un corridoio utile per riuscire a lasciare quel mucchio di macerie che prima erano la sua città.

 

I russi, da parte loro, continuano a morire come mosche. In un mese di guerra, secondo le stime più prudenti e al netto della propaganda dei due contendenti, sono morti quasi la metà dei soldati morti in vent'anni di occupazione in Afghanistan.

Hanno la "Z" stampata sui carri armati e sui mezzi di trasporto. Non è una lettera dell'alfabeto cirillico, la "Z" era il simbolo della 4a Divisione Granatieri Panzer della Polizia delle SS.

Un certo Vladlen Tatarsky ha scritto sul canale Telegram della Guardia Nazionale russa:

<<Rappresento una delle istituzioni di esperti forensi in Russia, mi occupo del profilo del contrasto all'estremismo (soprattutto radicale di destra) e al terrorismo. Vedo che nella zona dell'operazione speciale sono rilevanti le misure di filtrazione relative all'ispezione per la presenza di simboli nazisti. Apparentemente, i riservisti del NM DPR potrebbero avere difficoltà oggettive nell'identificare i simboli nazisti, che potrebbero influire negativamente sul risultato. In qualità di esperto in questo campo, sono pronto a fornire qualsiasi consulenza e assistenza metodologica a distanza completa in materia di denazificazione e riconoscimento delle manifestazioni corrispondenti. Chiedo che i canali di comunicazione disponibili portino all'attenzione del personale addetto alle misure di filtrazione e all'ispezione visiva delle persone questa tabella di simboli delle divisioni SS [la "Z" è il quarto simbolo da sinistra -n.d.r.]

 


nel formato più conciso (su 1 foglio, conveniente per la distribuzione). La stragrande maggioranza dei simboli è usata dai battaglioni nazionali.>>

 

Per la propaganda putiniana, è un'operazione speciale per denazificare l'Ucraina. Per farlo, le sue truppe -composte in gran numero da giovani militari di leva portati in suolo ucraino con l'inganno- utilizzano il simbolo e i sistemi -stando alle testimonianze di diverse fonti sul campo- della polizia delle SS. Danno la caccia ai nazisti, mostrandosi e comportandosi da nazisti, bombardando i sacrari eretti in memoria delle vittime del nazismo.

 

La ragione della guerra, in verità, è essenzialmente la stupidità di Putin, come ha detto il filosofo israeliano Yuval Noah Harari:  <<Il regime di Putin usa la ricchezza del suo paese per finanziare la sua macchina da guerra, non il benessere del suo popolo. E' una cosa stupida.>>

"Luntanu ri storti!", diceva sempre mia nonna. Lo avranno detto anche le nonne dei tanti, giornalisti, informatici, ma anche tecnocrati e militari, che in questi giorni stanno lasciando la Russia. Lo avranno detto anche le nonne di quei soldati russi che in Ucraina hanno ucciso il loro comandante, reo di mandarli incontro a morte sicura.

 

Dall'altro lato l'Ucraina, tra i primi paesi d'Europa dal punto di vista economico per la produzione agricola, anch'essa messa in serio pericolo dal conflitto in corso.

Lo ha raccontato in modo mirabile lo scrittore e giornalista triestino Paolo Rumiz, narrando dell'anima contadina e della forza delle donne dell'Est, in un bellissimo articolo pubblicato sul numero di Robinson di ieri, che invito tutti a leggere.

Scrive Rumiz. <<E' come se i viaggi a Est fossero soprattutto viaggi nel tempo. Non in un mondo "altro", ma alle fondamenta del nostro, un'escursione onirica nelle radici contadine perdute della nostra parte d'Europa. Luoghi dove gli occhi e le rughe raccontano ancora storie e le facce non sono ancora spianate dal benessere.>>

Putin, aggiunge Rumiz <<….rischia di portare il suo paese alla rovina finale con una guerra che non gli ridarà affatto Kiev, la città-madre dove mille anni fa nacque la Russia cristiana, ma la allontanerà definitivamente da sé. Farà come il serbo Milosevic che, attaccando la Croazia, l'ha legittimata come nazione. Peggio, finirà per farsi battere dal protagonista di una serie tv. E io non vorrei essere un Putin sconfitto a quel modo, seduto sulla sua valigetta dell'atomica, solo con i suoi pretoriani in un paese immenso e spopolato, che il formicaio cinese non vede l'ora di far suo.

Se ciò accadrà, ci accorgeremo troppo tardi che eravamo figli della stessa madre e che la Russia era Europa a tutti gli effetti. Parte di un'Europa che, anche nel mito greco, è fino a prova contraria una donna che viene da Est. I Greci chiamavano "Europa" lo spazio a Nord dell'Egeo e poi i Latini estesero il concetto a tutto il nord del Mediterraneo.>>

Rumiz conclude: <<Se avessimo dei leader capaci di intendere questa fratellanza e se l'Unione stellata avesse un soprassalto identitario all'altezza dei padri fondatori, capiremmo che è proprio questa l'ultima occasione per incontrare…la parte migliore di uno smisurato paese che ha sofferto come pochi e oggi rischia di ricadere nel gelo stalinista, infliggendo sofferenza ai fratelli slavi e al mondo intero. Che l'Europa sia consapevole delle sue origini, e si comporti come tale.>> 

Il problema è che non sappiamo fino a che punto ne sia consapevole anche Putin.

 

20 febbraio 2022

KILLERS INCONSAPEVOLI

 


Basta. Non ce la faccio più a sentire sempre: dove.... dove... dove... dove...
Non c'è frase di senso compiuto (ma spesso anche senza senso) nella quale non venga usata, per lo più a sproposito, la parola "dove".
 Particolarmente irritante è l'abuso di "dove" al posto di "in cui", "nel quale", "nella quale".
 A voi, abusivi del "dove", dico una semplice cosa: mi smuovete la nervatura e mi fate attorcigliare stomaco e viscere in un tutt'uno indistinto.
 Ogni volta che usate "dove" al posto di "in cui", "nel quale", "nella quale", date una coltellata fatale a quello che è rimasto di italiano nella nostra lingua, della quale siete gli inconsapevoli killers.
 E con l'italiano, muoio un po' anch'io assieme a tutti coloro i quali, come me, ne hanno imparato la grammatica, perché  non c'è rimedio farmaceutico all'attorcigliamento gastro-intestinale continuato.
 Perciò, non avete sulla coscienza solo la morte linguistica dell'italiano ma, con esso, anche la morte di quegli italiani (pochi ormai) che, come me, non usano il "dove" com' o' putrusinu, mettendolo in ognidove.

04 febbraio 2022

"FOSS'ANCHE UN ROMANZO", DI LETIZIA CUZZOLA. UN MOSAICO DI EMOZIONI.

 

"Foss'anche un romanzo" è l'opera prima di Letizia Cuzzola, "mina vagante" frutto di una particolare miscela siculo-reggina. E' editorialista e critica letteraria per il blog Letto, riletto, recensito, si autodefinisce traslocatrice di punti e virgole per professione, divagatrice seriale per natura, amante dei sogni barocchi apparentemente irrealizzabili, attualmente impegnata a riscrivere la sua vita. 

Il libro è l'inizio -quello pubblico, almeno- della sua opera di riscrittura.

 Quelli scritti da Letizia sono frammenti di emozioni, sensazioni, sentimenti, piccole istantanee di vita racchiuse in preziose tessere di un mosaico, che vanno a comporre una parte, anzi, la parte sicuramente più difficile della sua esistenza.

Le parole sono come frutti, vogliono il loro tempo per crescere e maturare per poi essere raccolte. Ci sono circostanze, come quelle vissute da Letizia, che accelerano la loro maturazione e, quindi, il loro raccolto.

Queste parole Letizia le ha raccolte in presa diretta man mano che maturavano, per poi travasarle tutte in questo libro, senza filtri.

Così come ogni frutto ha il suo profumo, così ogni parola scritta trasmette intatta, in maniera palpabile e pulsante, la moltitudine di sensazioni, emozioni e sentimenti vissuti dall'autrice in una drammatica vicenda personale.

E chi ha avuto la sventura di viverle, quelle stesse sensazioni, non può che ritrovarsi nelle sue parole: le crepe della fragilità umana nella sua più nuda evidenza; il senso di inadeguatezza; la sensazione di essere finiti nella centrifuga di una lavatrice, stritolati da un universo sanitario fatto di lucertole, personaggi infernali, sosia di cantanti, che con un camice bianco addosso si illudono di assumere sembianze di medici; la dignità del malato calpestata dalle storture di una sanità che non valorizza i tanti talenti professionali che la compongono, quei medici -che per fortuna esistono- che non hanno bisogno di un camice o di un turno in reparto per dimostrare umanità verso chi è sofferente.

Sono tutte tessere di un mosaico, nelle quali sono incastonate vere e proprie perle linguistiche, che efficacemente descrivono il contesto sociale e urbano in cui tutto accade.

Un mosaico che, nella sua preziosità, alla fine disegna una via d'uscita che fa tramutare il dolore prima in forza sovrumana -ché per nostra umana natura "non è vero che siamo forti"- e poi in calma soprannaturale, inspiegabile e sorprendente agli occhi degli altri.

E' la via che conduce a una nuova consapevolezza: di non essere più figli ma uomini e donne adulti, che devono percorrere la loro di strada, armati di tanto cuore -"un'arma impropria"- e della definitiva certezza che

"la Morte non esiste. Esiste ciò che resta in noi di chi ci ha preceduto e ciò che ne facciamo". Un patrimonio che non dobbiamo sprecare.

11 gennaio 2022

DEMOCRAZIA VUOL DIRE FIDUCIA


 

Dopo l'undici settembre, l'undici gennaio è un'altra data nera.

Ventitré anni fa come oggi, ci lasciava Fabrizio De Andrè, artista unico, poeta e cantore dell'Italia degli ultimi, dei messi da parte; di un Paese dalla democrazia malata, nel quale la malavita prende il posto delle istituzioni nel farsi carico -non per servizio ma per il proprio tornaconto- dei problemi della povera gente.

 

Per uno strano caso del destino, oggi, stesso giorno, ci ha improvvisamente lasciato David Sassoli, giornalista prima, volto notissimo del tg1 che gli ha dedicato tutte le sue edizioni, politico dopo, Presidente del Parlamento Europeo dal 2019. La commozione dei suoi colleghi, giornalisti e politici, è la commozione di tutti gli italiani che vogliono bene a questo Paese.

A contrassegnare questa mesta giornata, il dolore della sua famiglia, la commozione dei suoi amici e quella dei molti, come me, che l'hanno conosciuto soltanto attraverso lo schermo della tv, che "bucava" come pochi.

Era una persona buona David, lo capivi da quella sua espressione semplice, dolce, dal sorriso sincero, contagioso. Aveva la faccia da bravo ragazzo, al quale avresti affidato senza problemi le chiavi di casa, sapendo che erano in buone mani.

In un suo discorso al Parlamento Europeo, affermò:
"È molto difficile costruire la democrazia, ma è anche facile perderla se non ce ne prendiamo cura. La natura della democrazia si fonda essenzialmente sulla fiducia dei cittadini nelle proprie istituzioni. Questa fiducia deve essere rinnovata ogni giorno, fatta crescere come un capitale e curata come il miglior investimento".

 

Non è stato un caso che tanti cittadini, prima italiani e poi di tutta Europa, gli abbiano affidato la carica più alta nella massima assemblea rappresentativa continentale. L'hanno fatto perché si fidavano di lui, delle sue capacità, della sua competenza, fermezza e determinazione nel prendersi cura della democrazia, ponendo all'attenzione del mondo i problemi degli ultimi, di quelli che si rifugiano nelle fredde foreste dell'Est Europa per poter riassaporare la libertà o di quelli ingiustamente detenuti e privati dello stesso diritto.

E' stato un esempio David, ha incarnato l'istituzione nella maniera più alta, quella della politica fatta per servire, parlando in modo chiaro, diretto, semplice. E' questo che l'ha fatto arrivare sempre alla gente, senza filtri. Dovremo sforzarci, noi italiani per primi, per non dimenticarlo.

 

Tra pochi giorni il Parlamento italiano voterà per eleggere il successore del Presidente Mattarella. Avremo bisogno di un uomo altrettanto forte, deciso, equilibrato, di cui potersi fidare. Avremo bisogno di un uomo a cui affidare la custodia della nostra democrazia. 

Penso che David Sassoli sarebbe stato certamente in grado di assolvere a tale alto compito, perché era un uomo che ispirava fiducia. Aveva già annunciato di non voler proseguire il suo mandato come Presidente del Parlamento Europeo e sono convinto che molti tra i Grandi Elettori sarebbero stati pronti ad affidargli la guida del nostro Paese. Senza di lui, scegliere il nuovo Presidente della Repubblica sarà ancora più difficile.

Ciao David, riposa in pace.

04 gennaio 2022

RIPORTIAMO IN CHIESA LA STATUA DI SAN ROCCO


35 ordinanze di quarantena nell'ultima settimana; 69 casi attivi ad oggi.

Sono i dati impressionanti -rilevati sul sito istituzionale del Comune e sull'Albo Pretorio- che registriamo a Scilla da dopo Natale.

 

La voglia di stare insieme, di condividere questo tempo di festa, ha avuto la meglio sulla mancata prudenza e sul mancato uso dell'intelligenza.

 

La variante Omicron -così è stata ribattezzata la quarta ondata del virus in due anni- sta colpendo Scilla con una diffusione mai registrata prima.

 

Nel momento di maggior bisogno, però, ci ritroviamo con il centro tamponi presso la Casa della Saluto clamorosamente chiuso causa pensionamento dell'operatore sanitario addetto.

Per eseguire i tamponi gli scillesi dovrebbero recarsi a Reggio, presso il Grande Ospedale Metropolitano, nome un po' troppo altisonante per una struttura che ha più volte di mostrato di non poter servire l'intera popolazione della Città Metropolitana, alias provincia, di Reggio Calabria. Il problema è che il G.O.M. sta letteralmente scoppiando e non può ricevere quasi più nessuno.

Così, per eseguire i tamponi è stato istituito un così detto "drive-through" a Bagnara Calabra, ma credo sarà una soluzione temporanea, anche se è notorio che dalle nostre parti non c'è niente di più definitivo della temporaneità.

Alcuni lo chiamano "Drive-in", a tipu cinima o forse per qualche reminiscenza cerebrale dettata da un vecchio programma comico degli anni '80. Purtroppo, però, non c'è niente da ridere.

 

L'ultima domenica dello scorso settembre, la statua lignea di San Rocco è stata riposta nello "Stipu", la piccola cappelletta ove per tradizione rimane nel periodo ottobre/giugno.
Proprio per "affidarsi…alla sua protezione taumaturgica in questo tempo di epidemia", il Parroco di Scilla decise di esporre in chiesa la statua di San Rocco nel mese di maggio del 2020, con largo anticipo rispetto alla tradizionale prima domenica di luglio.

 

Dopo oltre un anno di permanenza in chiesa, periodo durante il quale a Scilla il Covid non aveva creato particolari problemi, si era pensato di poter ripristinare la normalità della tradizione.

Ma questo tempo normale non è. Dovremo convivere con questo virus e con le sue pericolose ondate.

Così, in questo tempo di mancanze, c'è solo una cosa che non può non deve mancare: la fede in Dio.

Credo sarebbe un bellissimo esercizio di fede, vista la situazione attuale, quello di riportare in chiesa la statua del nostro Santo Patrono. Costituirebbe -come già accaduto nella nostra storia e nel nostro più recente passato- un importante monito, forse il più importante, per tutti gli scillesi, perché adottino comportamenti responsabili e non si facciano trasportare da emozioni simil-natalizie.

26 dicembre 2021

TEMPO DI REGALI E REGALI DI UN TEMPO

Natale, tempo di regali. Ogni anno, è il rito pagano che affianca -e spesso supera, fino a sopraffarlo- quello religioso.

Si fa a gara a chi ne riceve di più e di più belli, nelle case si fatica a trovare loro il posto, perché sono troppi per stare nel paniere posto strategicamente sotto l'albero. Ci vorrebbe un contenitore più capace, a tipu 'n cofunu o 'na cufunetta.

Per chi non li conoscesse, sono i contenitori che si usano durante la vendemmia, per raccogliere temporaneamente l'uva che viene poi trasportata -oggi su mezzi motorizzati, una volta a piedi, in equilibrio sulla testa di donne esperte- verso il palmento per la successiva pigiatura.

Sono cesti a forma di tronco di cono, fatti di stretti fasci di legno sapientemente intrecciati, con apposite maniglie per agevolarne la presa e si differenziano tra loro per diametro e altezza. 'U cofunu raggiunge i 60-70 cm di altezza, mentre 'a cufunetta, più piccola, si ferma a circa 40-50 cm.

Parlando di regali, cofunu e cufunetti, mi è tornata in mente una storia di regali di un tempo, raccontatami qualche giorno fa.

C'era una volta (non è una fiaba ma una storia vera, però mi piace iniziare così) un padre, grande lavoratore, che ogni anno portava avanti la sua attività anche durante i caldi giorni dell'estate scillese. Da quando aveva iniziato a lavorare, fin da giovanissimo, e pure in seguito, dopo il matrimonio e la nascita dei figli, non aveva mai preso una settimana di ferie.

Un'estate, però, quando i figli erano abbastanza grandicelli per poter viaggiare con una certa serenità, decise che era giunto il tempo per loro di conoscere le bellezze della nostra meravigliosa Italia. Fu così che, finalmente, prese una settimana di riposo dal lavoro e insieme alla famiglia fece un rapido giro della penisola italica: i freschi paesaggi montani del Trentino, per riprendersi dalla calura scigghitana; poi Venezia,la Chianalea del nord; continuando a scendere, fu la volta di Firenze, coi suoi tetti tutti uguali e, infine, la capitale Roma, ché, si sa, le strade tutte lì portano.

Per i figli, che non si erano mai allontanati troppo da Scilla fino ad allora, fu un'esperienza bellissima, tanto che ancora oggi, a tanti anni di distanza, la ricordano con dovizia di particolari.

Un episodio, però, rimase impresso nella loro mente più degli altri. Mentre si trovavano a Venezia, il padre volle portare la famiglia a visitare la cattedrale di San Marco e, quindi, l'omonima piazza antistante. Una volta completata la visita, poiché era ora di pranzo, il padre volle offrire a moglie e figli il privilegio di pranzare in un noto ristorante di piazza San Marco. La moglie fece qualche obiezione, ma alla fine fu d'accordo col marito: i propri figli avrebbero ricordato di essere stati, proprio lì, in quel posto esclusivo al mondo, ogni volta che avrebbero avuto occasione, in futuro, di tornare nella Serenissima.

Entrati nel ristorante, i figli restarono subito colpiti e affascinati dall'arredamento ricercato del locale e dall'eleganza dei camerieri, in livrea e guanti bianchi. Preso posto a un tavolo già apparecchiato di tutto punto, un cameriere si avvicinò e riempì d'acqua i loro bicchieri. Quindi, prese le ordinazioni. Dovendo proseguire il giro turistico, decisero di evitare di 'mpanzarsi, così ordinarono un secondo: cotolette.

Mentre aspettavano che arrivassero le pietanze ordinate, ingannando l'attesa in una tranquilla conversazione familiare, sorseggiavano l'acqua e ogni volta che il bicchiere si svuotava, il cameriere provvedeva sollecitamente a versarne dell'altra. Ciò attirò l'attenzione dei bambini e una di loro si domandò: Ma chistu -cioè il cameriere- pirchì continua mi ndi inchi 'i biccheri, se nui mbivimmu ora-ora!?

Finalmente, arrivarono le cotolette: una ciascuno e manco molto grande, al contrario di come siamo abituati nelle case calabresi. La famiglia consumò il pasto, serena e tranquilla, godendosi quel momento di riposo e spensieratezza.

Finito il pranzo, arrivò il momento di pagare il conto. Il padre andò a pagare e tornò al tavolo. La moglie, in quanto fimmina e madre risparmiatura calabrisi scigghitana, non resistette alla curiosità di chiedere al marito quanto avessero pagato.

Il marito, in quanto masculu e padre orgoglioso lavoratore calabrisi scigghitanu, rispose: Pavammu, iamanindi.

Secondo voi, la moglie si accontentò di quella risposta? Certo che no! In maniera risoluta, come solo le mamme calabresi sanno esserlo, disse subitanea al marito: E no, ' u vogghiu sapiri!

Ora, poiché l'amore, tra le tante sue forme, spesso assume quella del compromesso, il marito decise di rivelarglielo, ma in modo discreto e strettamente confidenziale: per non svelare ai bambini quell'aspetto materiale che avrebbe spezzato la magia di quel giorno particolare per loro, sussurrò il totale del conto all'orecchio della consorte.

Una volta usciti dal ristorante, la madre, che dentro il locale era rimasta impassibile dopo aver udito il sussurro numerico-economico del marito, si fermò, lo guardò dritto negli occhi ed esclamò perentoria e definitiva: Oh figghiu! Cu chiddhu chi spindimmu, ndi faciva 'na cufunettata 'i cutuletti!!

Oggi, nel ricordare a distanza di tanti anni quell'episodio, quei figli rinnovano -pure nell'espressione del volto e degli occhi che accompagna il loro racconto- la gratitudine e la riconoscenza verso i sacrifici fatti dai propri genitori, perché consapevoli del dono ricevuto anche con quella vacanza per loro inaspettata.

Ah, un'ultima cosa: non seppero mai quale fosse stata la cifra pagata in quel ristorante di Piazza San Marco. Non ha importanza, perché l'amore di un padre e di una madre non hanno prezzo.