02 febbraio 2008

A NOMU I SANT'ANTONI...




Cari amici,
l'atra sira in una trasmissioni di quiz a premi, è stata fatta la seguenti dumanda: "Insieme a quale animale è raffigurato San Rocco?"

Ora, sono sicuro che tutti gli scigghitanazzi purosangue che hanno visto il programma hanno esclamato verso il conduttore: ma propriu a nui veni e ndu spii?
Per chi non l'avesse visto, dirò che il concorrente (che non so di quale parte d'Italia fussi), aveva 4 possibilità: un cane, un serpente, una capra, un maiale.

Immagine tratta da


Dopu una disquisizioni che ha riscritto praticamenti la storia di San Rocco -secondo il concorrente, infatti, fu il cane a guarirlo dalla peste- 'u concorrenti, con l'aiutu del pubblico, indovinò.
Ma, poiché 'u serpenti è pistatu sutta e' peri dall'Immacolata, in quanto simbolo del male e poiché la capra, dispittusa, pi carattiri soi non credo sia portata alla santità, pinsava stamatina: nci sarà 'n cacchi Santu raffiguratu cu nu maiali?

Considerata la 'randi utilità di codesto 'nimali, del quale praticamenti non si ietta nenti (sulu l'arabi no capisciru, senza offesa), esso è sicuramenti meritevole di alta considerazione da parte del nostro buon Dio.
Pensa chi ti ripensa, mi ricurdaia di un particolare curiusu e da questo ho presu spuntu....se 'spittati ora vu cuntu.

E' notorio che dalle nostre parti, 'i misi di Gennaio e Febbraio sono tradizionalmente dedicati dalle famigghie calabrisi a quella sorta di rito familiare che è l'ammazzatina del maiale, con relativa degustazione di satizzi, costiceddhi, frittuli e zziringuli (o curcuci, comu rinnu a Riggiu).
Eh sì, figghioli: nti nui, è cchiù probabili un iornu senza suli chi nu sabitu senza 'na caddarata 'i frittuli!

Ebbene, è in occasione della preparazione delle frittole che si svolge un rituale antico e che, per fortuna, si è tramandato anche nella mia famiglia.

Infatti, dopo aver posizionato bene la caddara su un fondo misto di sabbia e cinniri, si cominciano a inserire le diverse parti del maiale, precedentemente selezionate e lavorate.
A fare da base sono naturalmente le parti più grasse, che finiranno col trasformarsi -a cottura avvenuta- nella famosa "sugna" (in italiano, strutto). Insieme al grasso, si mettono le parti di carne più minute, i rimasugli della lavorazione, che poi si trasformeranno a loro volta in "zziringuli".
Ma pirchì si mentunu 'i primi? Semplici: pirchì sono proprio questi piccoli pezzi di grasso a fungere in pratica da olio naturale.

Una volta che il fondo è coperto, tornu tornu alla caddara s'accumincia a mentiri focu con della brace o carboni ardenti.
Piano piano, manu a manu chi la caddara 'nfoca, il grasso comincia a sciogliersi sarà quindi è possibile inserirvi anche tutte le altre parti, cominciando da quelle che necessitano di una cottura completa: peri (piedi), iambuni (gamboni), ricchi (orecchie),...e via di seguito.

Ma prima di procedere a riempire per intero 'a caddara, c'è una tradizione: il capocuoco, iarmatu di cucchiara di lignu d'ordinanza, traccia sul fondo della caddara, in mezzo ai pezzi di grasso che hanno appena iniziato a sciogliersi, un segno di croce, pronunciando questa frase:

"A nomu 'i Sant'Antoni, tutti 'i cosi mi nesciunu boni!"

Il Sant'Antoni cui si fa riferimento è Sant'Antonio Abate. Di origine egiziana (varda tu, era arabu!), abbandonò ogni ricchezza e andò a chiudersi in un eremo. Morì alla veneranda età di 105 anni.
Tradizione vuole che "ogni anno il 17 gennaio nella tradizione contadina ormai abbandonata il carnevale aveva inizio con l’accensione di giganteschi falò, detti fuochi di sant’Antonio, dal nome del santo del giorno, sant’Antonio abate, il santo con il porcello raffigurato ai suoi piedi." [tratto da www.suinmarche.com]