28 settembre 2020

NE BIS IN IDEM

 1005. Tnti sono i giorni passati tra il decreto del Ministero dell'Interno che disponeva lo scioglimento del Consiglio Comunale di Scilla causa infiltrazioni e/o condizionamenti mafiosi, e la sua ricostituzione a seguito delle elezioni amministrative svoltesi tra il 20 e il 21 settembre.

All'indomani del risultato delle urne scillesi, a me cghe non ho fatto latino, è risuonata in mente una frase che il mio professore di italiano ci ripeteva con tono severo dopo un errore: ne bis in idem! Ovvero, nel linguaggio comune: non fate due volte lo stesso errore.

E' stata una campagna elettorale stranissima. Da una parte, la lista costruita per vincere, con lo stesso candidato sindaco di cinque anni fa, già in carica fino all'intervenuto scioglimento e che nel suo programma si propone di operare in continuità con l'amministrazione precedente.

Dall'altro, il silenzio.

Un silenzio rotto solo in "zona Cesarini",  con la presentazione di una lista composta da soggetti estranei alla comunità scillese, la cui formazione -a dire di colui che la capeggiava- è stata determinata  dalla <<necessità di sottrarre i paesi alla gestione dei commissari "antimafia" ripristinando la democrazia.>>

Nell'argomentare tale proposito, si specificava: <<...Noi non siamo di Scilla ma siamo cittadini di quella che dovrebbe essere (ma non è stata) la città metropolitana di Reggio Calabria. Viviamo i vostri stessi problemi e ci nutriamo delle stesse speranze. I veri estranei sono i commissari prefettizi nominati nel chiuso di una stanza e senza rapporto alcuno con il nostro territorio. Ed estranei sono i parlamentari nominati, i presidenti della Regione scelti da Roma, gli assessori regionali che della Calabria non sanno nulla. Ed infine i vari commissari alla sanità a tutti i livelli che hanno contribuito allo sfascio del sistema sanitario calabrese.>>

Se le cose stanno così, allora siamo indotti a dedurre che in Calabria la democrazia non esista o, quanto meno, sia esercitata e/o amministrata da soggetti estranei ai cittadini risultando, pertanto, essa stessa estranea a coloro che ne beneficiano.
 
Invero, il Comune di Scilla si ritrova commissariato fin dal 2012, poiché in dissesto finanziario e, perciò soggetto al controllo dello Stato dal punto di vista finanziario. 
Il nostro Comune era stato già sciolto nel 2014 perché era venuta meno la maggioranza in Consiglio Comunale e commissariato per un anno.
Dopo soli due anni e mezzo, poi, nel 2018, il nuovo scioglimento, stavolta motivato dal verificarsi di fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso.
Tale provvedimento, è bene precisarlo, non ha finalità repressive nei confronti dei singoli. Esso ha, invece, il preciso scopo di salvaguardare l'amministrazione pubblica, ed è caratterizzata dal fatto che ha il preciso scopo di fronteggiare un'emergenza straordinaria.
 
Ora, la storia ci insegna che in tutte le democrazie occidentali può capitare che non tutte le leggi che le regolano siano leggi giuste. E se una legge non è giusta, allora è giusto fare in modo che venga modificata, se non addirittura -nei casi più gravi- abrogata, ricorrendo anche ad azioni di disobbedienza civile.
Ma quand'è che una legge è ingiusta? Lo è, a mio modesto parere, quando incide in qualunque maniera i diritti fondamentali di ciascun individuo.
A ben vedere, le norme che regolano lo scioglimento dei Consigli Comunali sono norme inerenti il necessario controllo, da parte dello Stato, sul corretto funzionamento degli organi attraverso i quali si esercita la democrazia a livello locale. Esse sono sì derivate in parte da leggi emanate nei primi anni '90 del secolo scorso, per far fronte a un'emergenza rappresentata da un'escalation di attentati e morti ammazzati per 'ndrangheta ma, non per questo, sono assimilabili a leggi di polizia tipiche dei regimi dittatoriali. Perciò, quelli che sono stati definiti "commissari antimafia" non sono certo dittatori.
I commissari sono i soggetti delegati dall'autorità statale a governare una temporanea mancanza nella comunità civile, in attuazione di norme straordinarie che non ne limitano la libertà di esprimere il proprio pensiero. Non sono regole che demoliscono la democrazia che, pertanto, non ha bisogno di essere ripristinata. Sono norme che, invece, sopperiscono temporaneamente all'incapacità di quella comunità di esercitare la democrazia in maniera conforme alle norme che la regolano.
Se c'è la necessità di modificare alcune norme -come quelle relative allo scioglimento dei consigli comunali- non lo si può fare partecipando da estranei a una campagna elettorale, perché altri sono gli strumenti che la nostra democrazia mette a disposizione a tale scopo (iniziative politiche attraverso i parlamentari, campagne di sensibilizzazione, proposte di legge d'iniziativa popolare).
 
E' abusando della libertà offerta dalle regole democratiche, invece, che si può arrivare a falsare la democrazia stessa. Ne è un esempio lampante ciò che è avvenuto nell'ultima tornata elettorale del comune di Carbone (600 abitanti), in provincia di Potenza, di cui riferisce Massimo Gramellini nella sua rubrica sul Corriere della Sera:
 
<<Un paese di seicento anime ha eletto sindaco un tizio che nessuna di loro ha mai visto né conosciuto. Potrebbe essere l’incipit di un film di Checco Zalone: sfruttando una legge del 1981 che consente ad alcune categorie di dipendenti pubblici di usufruire di permessi retribuiti in caso di partecipazione a campagne elettorali, un gruppo di siciliani e pugliesi (ma il malcostume è ubiquo e terracqueo) si candida nel minuscolo comune di Carbone, in provincia di Potenza, con la lista Onesti e Liberi: non sia mai che qualcuno si presenti per Disonesti e Schiavi. Gli Onesti sono talmente liberi che non si fanno neanche vedere per un comizio o un cappuccino al bar. Imitati in questo dalla lista rivale, l’Altra Italia, che invece è sempre la stessa, quella dei furbetti del permessino. Entrambe le fazioni confidano nel fatto che alle elezioni si presenterà una lista civica vera, composta da gente che vive a Carbone, ma disgrazia vuole che non venga ammessa alle urne per un disguido burocratico. 
Così il fantasmatico Vincenzo Scavello di Onesti e Liberi diventa sindaco con 78 voti, rimanendone sorpreso e quasi terrorizzato, al punto da presentare immediatamente le dimissioni. Sono tante le cose incredibili, in questo pasticcio, ma la più incredibile restano quei 78 che hanno votato uno sconosciuto. Forse volevano andare oltre Grillo, che propone di sorteggiare i politici. Dopo una storia del genere, verrebbe voglia di sorteggiare anche gli elettori.>>
 
La domanda, dunque è obbligata: cosa sarebbe successo a Scilla se per un disguido burocratico "la lista civica vera" -in quanto riconosciuta dalla comunità di cui era espressione- non fosse stata ammessa?
Avremmo oggi un sindaco, sconosciuto a tutti gli scillesi, eletto con 61 voti e un Consiglio Comunale, altrettanto sconosciuto, formato da soggetti per di più sconosciuti tra loro. Avremmo oggi un Consiglio Comunale fasullo, destinato ad auto-sciogliersi, come nel caso del comune di Carbone. 
Per fortuna, è il caso di dirlo, a Scilla è andata diversamente, pur se 'u paisi è notoriamente amanti ri furisteri. Ciò non ci autorizza, però, a cantare vittoria, il pericolo non può ancora dirsi scampato.
Non lo sarà fin quando non si metteranno da parte le stupide contrapposizioni personali; non lo sarà finché non si darà piena attuazione allo statuto comunale, con l'attivazione di tutti gli strumenti che esso prevede al fine di coinvolgere appieno i cittadini nel governo della città: non lo sarà fin quando non ci saranno, all'interno della nostra comunità, spazi di dibattito per proporre nuove idee. 
Sono cose di cui la comunità scillese ha bisogno, dette e ripetute da anni ma, purtroppo, rimaste inattuate.
Facciamo tesoro, dunque, di ciò che è avvenuto in questi ultimi cinque anni e nell'ultimo mese prima delle elezioni. 
Servirà a tutti: a coloro che hanno vinto, perché non incorrano negli stessi errori del recente passato; a coloro che hanno partecipato ma hanno sbagliato gara alla quale partecipare; a coloro che non hanno potuto o voluto partecipare, preferendo fare da spettatori a quello che, ahimè, pur con tutti i suoi difetti, non è un teatrino ma una cosa tremendamente seria, con la quale non si può scherzare: la democrazia. Che non si ripeta un'altra volta.