21 gennaio 2019

RAHAF, LA SCINTILLA DELLA LIBERTA'


 Basta poco, anche solo una scintilla, per cambiare la propria vita. La scintilla di Rahaf è stata il viaggio della sua famiglia dall'Arabia Saudita al Kuwait. Da lì, il suo coraggio e la sua voglia di libertà le hanno consentito di eludere la sorveglianza della sua famiglia, giusto in tempo per salire a bordo di un aereo per la Thailandia. Era la sua prima tappa verso il futuro.

«Mi chiamo Rahaf Mohammed, e pubblicherò il mio nome per intero sul profilo [di Twitter -n.d.r.] se la mia famiglia, l'Ambasciata Saudita, e l'uomo dell'Ambasciata Kuwaitiana non smetteranno di darmi la caccia. Ho 20 anni e posso vivere da sola, libera, indipendente da chiunque non abbia rispettato la mia dignità e non mi abbia rispettato come donna».

Con queste parole Rahaf Mohammed Al Qunun -questo il suo nome completo- annunciava al mondo intero, via Twitter, quali erano le sue intenzioni: scappare via dall'Arabia Saudita; scappar via da una famiglia che la maltrattava e vivere la sua vita.
 Lo ha fatto mentre era chiusa in una stanza di albergo dell'aeroporto di Bangkok, dove era stata bloccata dalle autorità kuwaitiane allertate dalla famiglia della giovane, la cui maggior paura era quella di essere consegnata prima alle autorità del suo Paese e poi alla sua famiglia, il che avrebbe significato -con molla probabilità- punizioni corporali o, peggio ancora, la sua morte.
Ma Rahaf è stata più forte della paura. In aeroporto le hanno sequestrato il passaporto ma non hanno pensato al suo telefono cellulare. E' stato grazie al suo cellulare che Rahaf ha posto le basi della sua libertà. Ha attivato l'account twitter e ha cominciato a chiedere aiuto al mondo.

Questo suo grido di richiesta di libertà è stato raccolto da Mona Eltahawy -femminista radicale, come si autodefinisce sul suo profilo twitter- giornalista egiziano-americana, attivista molto nota negli Stati Uniti, per la sue campagne quotidiane in difesa dei diritti delle donne e, per questo, altrettanto osteggiata da non poca parte del mondo arabo (i più "gentili" la definiscono la pornostar dai capelli rossi) . Mona Eltahawy ha tradotto in inglese e rilanciato il grido di aiuto di Rahaf.

A supportare la giovane ribelle, è stata anche Sophie McNeill, reporter ed ex corrispondente dal Medio Oriente per la ABC australiana. E' stata lei ad assisterla e incoraggiarla materialmente in quella stanza d'albergo.

Era il 5 gennaio scorso quando tutto ha avuto inizio, ma in Italia il clamoroso gesto di ribellione della giovane Rahaf non ha trovato risonanza sui media, occupati a stordirci con la propaganda del governo giallo-verde, di un ministro che cambia felpe come cambiava divise Mussolini, e di ministri pronti a mettersi in posa per accogliere un terrorista pluriomicida certificato, divenuto una sorta di star.


Rahaf ha fatto appello al Canada, all'Australia e a tutti i governi democratici occidentali. Due giorni dopo, visto il grande coinvolgimento creatosi attorno a questa ragazza, in suo aiuto è intervenuto l'ufficio thailandese dell'UNHCR -il Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (ogni tanto funzionano!)- guidato da Giuseppe de Vincentiis.

In un primo momento la sua richiesta era stata presa in esame dalle autorità australiane, che però ritardavano a decidere. Così, tre giorni più tardi è stato il Canada, il Paese dell'acero, a decidere in pochissime ore di accogliere la giovane Rahaf, la quale è atterrata a Toronto l'11 gennaio, dove è stata accolta -con il mazzo di rose che vedeve nella foto in alto- da Tarek Fatah, scrittore ed editorialista del quotidiano “The Toronto Sun”.
Lo stesso giornalista, il 13 gennaio ha promosso una raccolta fondi, che in pochissime ore ha raccolto 10.273 $ canadesi (poco più di € 6.800). Ha scritto Tarek Fatah:
«Rahaf Al Qanun ha fatto scalpore per essere l'adolescente coraggiosa e senza paura che si è barricata in una stanza d'albergo in Thailandia e si è rifiutata di tornare in aereo in Arabia Saudita. Sfidando la sua famiglia, il suo governo e TUTTE le probabilità contro di lei, Rahaf è sbarcata sana e salva in Canada. La sua nuova famiglia canadese (Ensaf Haider, Tarek Fatah e Yasmine Mohammed) vuole avviare un fondo per lei. Iniziare una nuova vita senza niente, tranne i vestiti che ha addosso sarà scoraggiante per questa ragazza di 18 anni, soprattutto perché non è abituata ai rigidi inverni canadesi (o al prezzo di un cappotto e stivali!).
Se avete fatto il tifo per Rahaf nella sua ricerca della libertà e volete continuare a sostenerla, per favore contribuite a questa campagna.
Questa intera saga ci ha mostrato tutta la capacità di recupero dello spirito umano. Rahaf è un'eroina e un esempio per tanti che desiderano essere nei suoi panni ... e se non fosse per il vostro sostegno, avrebbe potuto farcela.

La vicenda ha avuto il suo lieto fine, Rahaf ce l'ha fatta! 

Appena arrivata in Canada ha scritto su Twitter: «Vorrei ringraziare le persone per avermi aiutato a salvare la mia vita. Davvero, non mi ero mai nemmeno sognata tutto questo affetto e questo sostegno. Siete la scintilla che mi ha motivato ad essere una persona migliore
Il 15 gennaio, Rahaf ha rilasciato ai media una dichiarazione, nella quale, tra l'altro, afferma:
«Sono una delle fortunate. So che ci sono donne sfortunate che sono scomparse dopo aver cercato di fuggire o che non hanno potuto fare nulla per cambiare la loro realtà. Voglio essere indipendente, viaggiare, prendere le mie decisioni riguardo l'istruzione, una carriera, o chi, e quando dovrei sposarmi....
Non sono stata trattata con rispetto dalla mia famiglia e non mi è stato concesso di essere me stessa e chi voglio essere. Come sapete, in Arabia Saudita questa è la situazione per tutte le donne saudite, eccetto per quelle che sono abbastanza fortunate ad avere genitori comprensivi. Non possono essere indipendenti e hanno bisogno dell'approvazione del loro guardiano per tutto. Ogni donna che pensa di fuggire, o fugge, rischierà di essere perseguitata....
Non ho potuto dire la mia in nessuna di queste cose. Oggi posso dire con orgoglio che sono capace di prendere tutte quelle decisioni.
... Vorrei cominciare a vivere una normale vita privata, proprio come ogni altra giovane donna che vive in Canada.
...Oggi e per gli anni a venire, lavorerò a sostegno alla libertà per le donne nel mondo. La stessa libertà che ho sperimentato dal primo giorno in cui sono arrivata in Canada

La scintilla di Rahaf, quel viaggio in Kuwait, in verità è stata la scintilla che ha fatto esplodere la sua voglia di libertà, l'elemento indispensabile per renderci tutti persone migliori, la sensazione più bella che possiamo sperimentare. Buona vita, Rahaf!


N.B.: foto tratta dal profilo twitter di Rahaf Mohammed https://twitter.com/rahaf84427714?lang=it







12 gennaio 2019

GILETS GIALLI, GILETS ARANCIONI E...PLAIDS 'I LANA

Tempo di proteste, di rivolte, che tali rimangono anche se si tenta di farle passare per rivoluzioni.
Come 230 anni fa, ad accendere la miccia sono stati i francesi, con la rivolta dei gilets gialli. Rivendicano l'attuazione di un programma che un tempo sarebbe stato onore e vanta dei socialisti. Ma dopo la presidenza Holland, costellata da una miriade di attentati terroristici, il Partito Socialista Francese s'è quasi dissolto, risucchiato dalla propria inadeguatezza a difendere i francesi.
Da noi, in Italia, la protesta -non è ancora rivolta sociale- ha come simbolo sempre i gilets, ma arancioni. Evidentemente, noi italiani siamo ancora più arrabbiati dei francesi ma molto meno organizzati e compatti.
In questo tempo di proteste, anche Scilla si è adeguata. Ad alzare la voce sono state le donne e precisamente le mamme degli alunni dell'Istituto Comprensivo "Raffaele Piria", che raggruppa elementari e medie.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza è stata la mancata messa in funzione dei riscaldamenti nel plesso della scuola media per mancanza del gasolio. Così, i ragazzi sono rimasti belli al calduccio delle loro case, prolungando le vacanze natalizie e perdendo giorni di lezione.
Quanto accaduto, mi ha fatto tornare alla mente un episodio di oltre trent'anni fa, all'epoca in cui ero un giovane studente del primo anno dell'I.T.G. "A. Righi", a Reggio.
La scuola è un vecchio convento di suore posto in cima alla ventosa collina del Trabocchetto, poi adattato a edificio scolastico.
Capitò che in pieno inverno restammo anche noi senza riscaldamento nelle aule. Era una buona occasione per scioperare, certo. I primi due giorni ci fu qualche protesta, ma quando ci dissero che la mancanza di gasolio si sarebbe prolungata, abbiamo reagito.
Non abbiamo mandato a scuola le nostre mamme a parlare col Preside, no, all'epoca non si usava, come non si usava ricevere telefonate dalle mamme per sapere come stavamo, se faciva friddu o no.
La nostra è stata una "protesta" estremamente civile, altamente rivoluzionaria: per sopperire al freddo dell'inverno, per dieci giorni sono andato a scuola portando nello zaino, con i libri e i quaderni, nu  plaid 'i lana. Sì, insieme ai miei compagni, antesignani degli odierni gilets, eravamo i ragazzi ri plaids 'i lana.
I plaids 'i lana ci aiutarono a stare caldi in quell'inverno particolarmente rigido. Per il resto, avevamo già cappotti o giubbotti e sciarpe e, in più, essendo in classe circa una ventina, in pratica parlando ci scaldavamo a vicenda con il nostro fiato.
Pensavo che è buffo, a tanti anni di distanza, dover assistere ancora a proteste per il mancato riscaldamento delle aule. E' ancora più buffo, se si pensa che l'episodio è accaduto subito dopo Natale, cioè pochi giorni dopo aver festeggiato la nascita di un Bambino venuto al mondo in una grotta, "al freddo e al gelo", scaldato dal fiato di un bue e di un asinello.
Non intendo fare del moralismo né impartire lezioni, mi limito ad osservare che tra il dirsi cristiano e il comportarsi da tale, ce ne passa.
Certo, la Sacra Famiglia aveva sicuramente più pazienza di noi comuni mortali che però, ammettiamolo, qualche comodità in più rispetto a duemila anni fa ce l'abbiamo. E poi, a dirla tutta, non è che viviamo in provincia di Bolzano, con temperature (anche di molto) sottozero.
Non credo che le nostre mamme trent'anni fa fossero più incoscienti rispetto a quelle di oggi. Sono queste ultime, anzi, ad essere molto più apprensive rispetto a chi le ha precedute nel ruolo. Così, ubbidendo al proprio istinto materno o alla voglia di rivolta emulativa dei gilets che sfilano in tv o a chissà quale altro ragionamento (entrare nella testa delle donne è difficile, se non impossibile), le mamme scillesi si sono adeguate ai tempi. 
Sono convinto che qualche giorno di freddo sia sopportabile, tutto sommato. E poi, per la scuola, il freddo è un alleato: costringe a stare svegli, a non sprecare energie muovendosi e, quindi, a prestare maggiore attenzione.
Invece, i criatureddhi nostri devono stare belli al caldo, non hannu a pigghiari friddu, non sia mai, 'chì sennò carunu malati! Una volta, varda tu chi fissa chi erimu!, si pensava che il freddo temprasse il corpo.
Non è solo una questione di vaccini o no-vax. La verità è che il solo pensiero a dover rinunciare a tali comodità (il riscaldamento non è un diritto,  è una comodità), ci fa perdere di vista cose più importanti: meglio qualche giorno di lezione in più con un plaid sulle gambe, che qualche giorno in più a casa a rincoglionirsi giocando col cellulare o i videogames. Perché? Semplicemente perché nel primo caso c'è qualche probabilità in più che s'impari qualcosa di utile per la propria vita.

p.s.: immagine tratta da https://it.depositphotos.com/27922971/stock-photo-red-plaid.html