21 gennaio 2019

RAHAF, LA SCINTILLA DELLA LIBERTA'


 Basta poco, anche solo una scintilla, per cambiare la propria vita. La scintilla di Rahaf è stata il viaggio della sua famiglia dall'Arabia Saudita al Kuwait. Da lì, il suo coraggio e la sua voglia di libertà le hanno consentito di eludere la sorveglianza della sua famiglia, giusto in tempo per salire a bordo di un aereo per la Thailandia. Era la sua prima tappa verso il futuro.

«Mi chiamo Rahaf Mohammed, e pubblicherò il mio nome per intero sul profilo [di Twitter -n.d.r.] se la mia famiglia, l'Ambasciata Saudita, e l'uomo dell'Ambasciata Kuwaitiana non smetteranno di darmi la caccia. Ho 20 anni e posso vivere da sola, libera, indipendente da chiunque non abbia rispettato la mia dignità e non mi abbia rispettato come donna».

Con queste parole Rahaf Mohammed Al Qunun -questo il suo nome completo- annunciava al mondo intero, via Twitter, quali erano le sue intenzioni: scappare via dall'Arabia Saudita; scappar via da una famiglia che la maltrattava e vivere la sua vita.
 Lo ha fatto mentre era chiusa in una stanza di albergo dell'aeroporto di Bangkok, dove era stata bloccata dalle autorità kuwaitiane allertate dalla famiglia della giovane, la cui maggior paura era quella di essere consegnata prima alle autorità del suo Paese e poi alla sua famiglia, il che avrebbe significato -con molla probabilità- punizioni corporali o, peggio ancora, la sua morte.
Ma Rahaf è stata più forte della paura. In aeroporto le hanno sequestrato il passaporto ma non hanno pensato al suo telefono cellulare. E' stato grazie al suo cellulare che Rahaf ha posto le basi della sua libertà. Ha attivato l'account twitter e ha cominciato a chiedere aiuto al mondo.

Questo suo grido di richiesta di libertà è stato raccolto da Mona Eltahawy -femminista radicale, come si autodefinisce sul suo profilo twitter- giornalista egiziano-americana, attivista molto nota negli Stati Uniti, per la sue campagne quotidiane in difesa dei diritti delle donne e, per questo, altrettanto osteggiata da non poca parte del mondo arabo (i più "gentili" la definiscono la pornostar dai capelli rossi) . Mona Eltahawy ha tradotto in inglese e rilanciato il grido di aiuto di Rahaf.

A supportare la giovane ribelle, è stata anche Sophie McNeill, reporter ed ex corrispondente dal Medio Oriente per la ABC australiana. E' stata lei ad assisterla e incoraggiarla materialmente in quella stanza d'albergo.

Era il 5 gennaio scorso quando tutto ha avuto inizio, ma in Italia il clamoroso gesto di ribellione della giovane Rahaf non ha trovato risonanza sui media, occupati a stordirci con la propaganda del governo giallo-verde, di un ministro che cambia felpe come cambiava divise Mussolini, e di ministri pronti a mettersi in posa per accogliere un terrorista pluriomicida certificato, divenuto una sorta di star.


Rahaf ha fatto appello al Canada, all'Australia e a tutti i governi democratici occidentali. Due giorni dopo, visto il grande coinvolgimento creatosi attorno a questa ragazza, in suo aiuto è intervenuto l'ufficio thailandese dell'UNHCR -il Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (ogni tanto funzionano!)- guidato da Giuseppe de Vincentiis.

In un primo momento la sua richiesta era stata presa in esame dalle autorità australiane, che però ritardavano a decidere. Così, tre giorni più tardi è stato il Canada, il Paese dell'acero, a decidere in pochissime ore di accogliere la giovane Rahaf, la quale è atterrata a Toronto l'11 gennaio, dove è stata accolta -con il mazzo di rose che vedeve nella foto in alto- da Tarek Fatah, scrittore ed editorialista del quotidiano “The Toronto Sun”.
Lo stesso giornalista, il 13 gennaio ha promosso una raccolta fondi, che in pochissime ore ha raccolto 10.273 $ canadesi (poco più di € 6.800). Ha scritto Tarek Fatah:
«Rahaf Al Qanun ha fatto scalpore per essere l'adolescente coraggiosa e senza paura che si è barricata in una stanza d'albergo in Thailandia e si è rifiutata di tornare in aereo in Arabia Saudita. Sfidando la sua famiglia, il suo governo e TUTTE le probabilità contro di lei, Rahaf è sbarcata sana e salva in Canada. La sua nuova famiglia canadese (Ensaf Haider, Tarek Fatah e Yasmine Mohammed) vuole avviare un fondo per lei. Iniziare una nuova vita senza niente, tranne i vestiti che ha addosso sarà scoraggiante per questa ragazza di 18 anni, soprattutto perché non è abituata ai rigidi inverni canadesi (o al prezzo di un cappotto e stivali!).
Se avete fatto il tifo per Rahaf nella sua ricerca della libertà e volete continuare a sostenerla, per favore contribuite a questa campagna.
Questa intera saga ci ha mostrato tutta la capacità di recupero dello spirito umano. Rahaf è un'eroina e un esempio per tanti che desiderano essere nei suoi panni ... e se non fosse per il vostro sostegno, avrebbe potuto farcela.

La vicenda ha avuto il suo lieto fine, Rahaf ce l'ha fatta! 

Appena arrivata in Canada ha scritto su Twitter: «Vorrei ringraziare le persone per avermi aiutato a salvare la mia vita. Davvero, non mi ero mai nemmeno sognata tutto questo affetto e questo sostegno. Siete la scintilla che mi ha motivato ad essere una persona migliore
Il 15 gennaio, Rahaf ha rilasciato ai media una dichiarazione, nella quale, tra l'altro, afferma:
«Sono una delle fortunate. So che ci sono donne sfortunate che sono scomparse dopo aver cercato di fuggire o che non hanno potuto fare nulla per cambiare la loro realtà. Voglio essere indipendente, viaggiare, prendere le mie decisioni riguardo l'istruzione, una carriera, o chi, e quando dovrei sposarmi....
Non sono stata trattata con rispetto dalla mia famiglia e non mi è stato concesso di essere me stessa e chi voglio essere. Come sapete, in Arabia Saudita questa è la situazione per tutte le donne saudite, eccetto per quelle che sono abbastanza fortunate ad avere genitori comprensivi. Non possono essere indipendenti e hanno bisogno dell'approvazione del loro guardiano per tutto. Ogni donna che pensa di fuggire, o fugge, rischierà di essere perseguitata....
Non ho potuto dire la mia in nessuna di queste cose. Oggi posso dire con orgoglio che sono capace di prendere tutte quelle decisioni.
... Vorrei cominciare a vivere una normale vita privata, proprio come ogni altra giovane donna che vive in Canada.
...Oggi e per gli anni a venire, lavorerò a sostegno alla libertà per le donne nel mondo. La stessa libertà che ho sperimentato dal primo giorno in cui sono arrivata in Canada

La scintilla di Rahaf, quel viaggio in Kuwait, in verità è stata la scintilla che ha fatto esplodere la sua voglia di libertà, l'elemento indispensabile per renderci tutti persone migliori, la sensazione più bella che possiamo sperimentare. Buona vita, Rahaf!


N.B.: foto tratta dal profilo twitter di Rahaf Mohammed https://twitter.com/rahaf84427714?lang=it







12 gennaio 2019

GILETS GIALLI, GILETS ARANCIONI E...PLAIDS 'I LANA

Tempo di proteste, di rivolte, che tali rimangono anche se si tenta di farle passare per rivoluzioni.
Come 230 anni fa, ad accendere la miccia sono stati i francesi, con la rivolta dei gilets gialli. Rivendicano l'attuazione di un programma che un tempo sarebbe stato onore e vanta dei socialisti. Ma dopo la presidenza Holland, costellata da una miriade di attentati terroristici, il Partito Socialista Francese s'è quasi dissolto, risucchiato dalla propria inadeguatezza a difendere i francesi.
Da noi, in Italia, la protesta -non è ancora rivolta sociale- ha come simbolo sempre i gilets, ma arancioni. Evidentemente, noi italiani siamo ancora più arrabbiati dei francesi ma molto meno organizzati e compatti.
In questo tempo di proteste, anche Scilla si è adeguata. Ad alzare la voce sono state le donne e precisamente le mamme degli alunni dell'Istituto Comprensivo "Raffaele Piria", che raggruppa elementari e medie.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza è stata la mancata messa in funzione dei riscaldamenti nel plesso della scuola media per mancanza del gasolio. Così, i ragazzi sono rimasti belli al calduccio delle loro case, prolungando le vacanze natalizie e perdendo giorni di lezione.
Quanto accaduto, mi ha fatto tornare alla mente un episodio di oltre trent'anni fa, all'epoca in cui ero un giovane studente del primo anno dell'I.T.G. "A. Righi", a Reggio.
La scuola è un vecchio convento di suore posto in cima alla ventosa collina del Trabocchetto, poi adattato a edificio scolastico.
Capitò che in pieno inverno restammo anche noi senza riscaldamento nelle aule. Era una buona occasione per scioperare, certo. I primi due giorni ci fu qualche protesta, ma quando ci dissero che la mancanza di gasolio si sarebbe prolungata, abbiamo reagito.
Non abbiamo mandato a scuola le nostre mamme a parlare col Preside, no, all'epoca non si usava, come non si usava ricevere telefonate dalle mamme per sapere come stavamo, se faciva friddu o no.
La nostra è stata una "protesta" estremamente civile, altamente rivoluzionaria: per sopperire al freddo dell'inverno, per dieci giorni sono andato a scuola portando nello zaino, con i libri e i quaderni, nu  plaid 'i lana. Sì, insieme ai miei compagni, antesignani degli odierni gilets, eravamo i ragazzi ri plaids 'i lana.
I plaids 'i lana ci aiutarono a stare caldi in quell'inverno particolarmente rigido. Per il resto, avevamo già cappotti o giubbotti e sciarpe e, in più, essendo in classe circa una ventina, in pratica parlando ci scaldavamo a vicenda con il nostro fiato.
Pensavo che è buffo, a tanti anni di distanza, dover assistere ancora a proteste per il mancato riscaldamento delle aule. E' ancora più buffo, se si pensa che l'episodio è accaduto subito dopo Natale, cioè pochi giorni dopo aver festeggiato la nascita di un Bambino venuto al mondo in una grotta, "al freddo e al gelo", scaldato dal fiato di un bue e di un asinello.
Non intendo fare del moralismo né impartire lezioni, mi limito ad osservare che tra il dirsi cristiano e il comportarsi da tale, ce ne passa.
Certo, la Sacra Famiglia aveva sicuramente più pazienza di noi comuni mortali che però, ammettiamolo, qualche comodità in più rispetto a duemila anni fa ce l'abbiamo. E poi, a dirla tutta, non è che viviamo in provincia di Bolzano, con temperature (anche di molto) sottozero.
Non credo che le nostre mamme trent'anni fa fossero più incoscienti rispetto a quelle di oggi. Sono queste ultime, anzi, ad essere molto più apprensive rispetto a chi le ha precedute nel ruolo. Così, ubbidendo al proprio istinto materno o alla voglia di rivolta emulativa dei gilets che sfilano in tv o a chissà quale altro ragionamento (entrare nella testa delle donne è difficile, se non impossibile), le mamme scillesi si sono adeguate ai tempi. 
Sono convinto che qualche giorno di freddo sia sopportabile, tutto sommato. E poi, per la scuola, il freddo è un alleato: costringe a stare svegli, a non sprecare energie muovendosi e, quindi, a prestare maggiore attenzione.
Invece, i criatureddhi nostri devono stare belli al caldo, non hannu a pigghiari friddu, non sia mai, 'chì sennò carunu malati! Una volta, varda tu chi fissa chi erimu!, si pensava che il freddo temprasse il corpo.
Non è solo una questione di vaccini o no-vax. La verità è che il solo pensiero a dover rinunciare a tali comodità (il riscaldamento non è un diritto,  è una comodità), ci fa perdere di vista cose più importanti: meglio qualche giorno di lezione in più con un plaid sulle gambe, che qualche giorno in più a casa a rincoglionirsi giocando col cellulare o i videogames. Perché? Semplicemente perché nel primo caso c'è qualche probabilità in più che s'impari qualcosa di utile per la propria vita.

p.s.: immagine tratta da https://it.depositphotos.com/27922971/stock-photo-red-plaid.html

08 novembre 2018

ELOGIO BREVE DELLA MATITA

Mi sono sempre piaciute le matite, più delle penne.
La penna è da signori, la matita è per i bambini, i giovani.
La penna è per chi è sicuro di sè e non ha paura di sbagliare. Se si sbaglia quando si scrive a penna, è difficile correggersi e si finisce con lo "sporcare" il foglio. La matità è insicura, è per chi ha dubbi, per chi vuole migliorarsi, perché ti lascia il tempo e il modo di correggere gli errori cancellandoli e lasciando il foglio bianco, in ordine.
La penna ha l'inchiostro colorato: una volta c'erano solo le penne dall'inchiostro nero, blu o rosso. Il primo era per i burocrati, il blu per i dotti e gli uomini importanti, quelli che avevano il colore dello stesso sangue, il rosso per le intestazioni o i dati importanti. Poi, sono arrivate le penne multicolor.
Di matite, invece, c'erano quelle rosse/blu, usate dalle maestre per correggere i compiti (gli errori gravi erano segnati in blu, quelli meno gravi erano segnati in rosso) o metter i voti sul quaderno; e c'erano le matite normali, il pezzo di grafite rivestto di legno -il più delle volte di colore giallo o marrone- e sormontato, a volte, da una gomma. Più tardi, il bastoncino di legno è divenuto multicolor (unico elemento in comune con le penne).
La penna è silenziosa, come chi agisce di nascosto. La matita, invece, fa rumore. Mi è sempre piaciuto ascoltare il "suono" della punta di grafite mentre scorre sul foglio, dà l'idea del movimento della mano e, al contempo, del movimento dei neuroni nel cervello, dove si formano le idee che vengono poi trasferite sulla carta, dove prendono forma.
La penna ha una conformazione robusta, una corazza (di plastica o di metallo) e il suo inchiostro scorre liscio, scende in verticale, dritto, senza deviazioni. E' un percorso facile il suo, ma noioso. Quando finisce, l'inchiostro della penna, quasi non te ne accorgi nemmeno. La penna è come una persona che vive la sua vita in modo piatto, nell'anonimato. E' un'esistenza comoda la sua, scorre sul foglio liscia, facile sì, ma di una noia insopportabile.
La matita, al contrario, è esile, un piccolo pezzo di legno che può rompersi o spezzarsi facilmente, al minimo urto. La sua esistenza è legata alla sua fragilità. Usare la matita dà l'dea del tempo che passa, che si consuma piano piano, come la sua punta. Ha una vita travagliata la matita, ma ogni volta che sembra che stia per morire -quando la sua punta è consumata- finisce con l'essere girata e rigirata dentro il temperino. Perde un po' della sua corazza di legno ma ogni volta rinasce, temperata, cioè formata plasmata e, allo stesso tempo temprata, resa più forte e vigorosa, irrobustita. La vita della matita è come quella delle persone semplici, che combattono e si consumano nelle difficoltà di ogni giorno, ma sono capaci di creare meraviglie.
Non a caso, Santa Teresa di Calcutta diceva:
Sono come una piccola matita
nelle Sue mani, nient'altro.
È Lui che pensa.
È Lui che scrive.
La matita non ha nulla
a che fare con tutto questo.
La matita deve solo
poter essere usata.

Con la penna puoi soltanto scrivere e, ormai non si usa quasi più, perché il suo posto è stato preso dai computers o dai telefonini.
Con la matita, invece, si può fare di tutto: scrivere, truccarsi, disegnare figure geometriche, nature morte, opere d'arte, su un pezzo di carta come su un muro, creare meraviglie. La matita è lo strumento della cretività umana: quante opere d'arte sono nate da un piccolo pezzo di grafite! Niente e nessuno potrà mai sostituire la creatività umana. Per questo la matita è più viva che mai, difficilmente potrà essere sostituita.


Immagine tratta da: https://www.gaservices.it/shop/gadget/penne/personalizzazione-a-colori-matita-mod-pd057-100-pz/


16 settembre 2018

PI ‘N PICCATURI, SI PERDI ‘NA NAVI

Ci sono circostanze davanti alle quali non si può rimanere in silenzio.
Stavolta, mi riferisco alla Delibera adottata dalla Commissione Straordinaria lo scorso 1 Agosto, con la quale è stato decisa l’immediata restituzione, da parte della Polisportiva San Filippo Neri, del campo sportivo comunale.
Nel novembre del 2010, con apposita convenzione, l’Associazione Polisportiva Dilettantistica “Oratorio San Filippo Neri” –Circolo Parrocchiale di Scilla, aveva ricevuto in comodato d’uso gratuito la maggiore struttura sportiva cittadina.
L’intento, ovviamente, era ed è stato in tutti questi anni- di coinvolgere i tanti bambini e giovani scillesi nella pratica dell’attività sportiva. Naturalmente, credo che a nessuno sfugga l’utilità sociale che un’attività sportiva svolga all’interno di una comunità, pertanto non mi soffermerò più di tanto in merito. 
Una cosa, però, mi tocca dirla: nel 1984 entrai a far parte di una piccola società calcistica, l’”A.S. Scilla Calcio”, costituita da un gruppo di giovani poiché, all’epoca, oltre la Scillese –squadra militante in seconda categoria- non esisteva una società sportiva che si prendesse cura di bambini e giovani. Gli stessi fondatori, tra l’altro, erano loro stessi il frutto di un’attività calcistica giovanile, svolta a metà degli anni ‘70. A dieci anni di distanza, dunque, loro riproposero lo stesso modello di educazione sportiva e non solo. Due anni più tardi, nel 1986, l’”A.S. Scilla Calcio” partecipò a un torneo calcistico giovanile a livello nazionale che si svolse a Torino, riscuotendo unanime apprezzamento e simpatia e permettendo a uno dei giovani componenti della squadra, di essere selezionato per entrare a far parte di una società di serie A. Quel ragazzo divenne calciatore professionista e oggi fa ancora l’allenatore. Se uno solo riuscì a coronare il sogno di diventare calciatore, tutti riuscimmo a divertirci e a vivere quell’esperienza con un entusiasmo e una serietà che viene ricordata ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni. Sì, perché quella trasferta, quell’esperienza è rimasta unica, mai replicata da parte di altre società calcistiche scillesi.

Le motivazioni poste alla base della decisione dei Commissari, sostanzialmente, consistono nel mancato riscontro “agli articolati adempimenti” cui la Polisportiva era chiamata dalla convenzione stipulata e segnatamente nella mancata esecuzione di opere di ristrutturazione (in gran parte eseguite due anni fa dal Comune con finanziamenti pubblici), nel mancato pagamento della TARI per l’anno 2017 e, infine, nell’asserita mancanza di riscontro degli investimenti sostenuti dalla Polisportiva (in cambio dei quali era stata attuata una franchigia di cinque anni, fino al 2015, sul pagamento delle tasse relative alla TARI e alla fornitura idrica). Tali inadempienze, a norma della convenzione, giustificano la restituzione dell’impianto sportivo al Comune.
Non entro nel merito della questione legale, anche se –oltre alla preliminare questione della titolarità del campo sportivo (tuttora irrisolta), sulla quale si potrebbe scrivere un romanzo che non ha ancora una fine- leggendo la convenzione, quel che salta all’occhio è che quanto previsto nel contratto stipulato, va ben oltre il semplice comodato d’uso comunemente inteso e definito dalle norme vigenti.
La domanda che mi pongo è: pur in presenza delle contestate inadempienze, davvero non c’era un’altra soluzione, che consentisse di salvaguardare lo svolgimento dell’attività sportiva?
La verità è che le vicende inerenti l’impianto sportivo comunale erano state attenzionate dalla Commissione d’indagine prefettizia, tanto che nella relazione del Prefetto di Reggio Calabria allegata al D.P.R. che ha disposto lo scioglimento del consiglio comunale cittadino ed ha nominato i componenti della Commissione Straordinaria, era scritto:
«Per quanto concerne la gestione degli impianti sportivi e' da evidenziare che il campo da calcio, nonostante sia in uso, non appare dotato dei nulla osta e delle autorizzazioni previste dalla legge.»
Ancora più esplicitamente, nella relazione del Ministro dell’Interno allegata allo stesso D.P.R. è evidenziato:
«…è altresi' significativa la circostanza che il locale campo di calcio e' stato  concesso  in  comodato  d'uso  -in assenza della  necessaria  certificazione  di  agibilita'  prescritta dall'art. 80 T.U.L.P.S. - ad un'associazione dilettantistica,  mentre di fatto e' gestito da altra associazione sportiva che annovera tra i suoi amministratori soggetti che, per frequentazioni  e/o  parentele, sono affiliati o riconducibili alla locale criminalita' organizzata.»
Ora, nei confronti dei soggetti cui si riferisce la relazione non risulta siano stati presi provvedimenti. Nulla mi risulta, finora, essere stato fatto per ottenere la certificazione di agibilità dell’impianto sportivo, dopo oltre trent’anni. Per risolvere il problema, si è finito col vietare l’utilizzo della struttura alla Polisportiva, contestandole le semplici inadempienze di cui sopra.
Davanti a questa vicenda, mi torna in mente un detto nostrano: pi ‘n piccaturi, si perdi ‘na navi.  Per colpa di uno o, comunque, pochi “peccatori”, peraltro identificabili e già identificati dalle autorità e, quindi, isolabili dal contesto in cui operavano, si è finito col perdere la nave che, invece, era lo strumento che poteva contribuire a salvare molti giovani scillesi, instradandoli verso sentieri certamente lontani dal mondo criminale e dal “fascino” che esso possa esercitare sulle menti e le personalità di bambini ed adolescenti. Sì, perché per la presenza di uno o più soggetti riguardo ai quali emergono elementi che li fanno ricondurre alla criminalità organizzata, si è finito col criminalizzare un’intera associazione, peraltro riconducibile alla Parrocchia. Invece di togliere le mele marce, si è preferito tagliare l’intero albero. Insomma, con l’acqua sporca, si è buttato pure il bambino, o meglio, i bambini e i giovani che usufruivano dell’opera di un’associazione retta essenzialmente sul volontariato.
Viviamo in un tempo in cui ogni giorno sentiamo parlare di navi che salvano clandestini, quindi soggetti non regolari dal punto di vista burocratico-amministrativo, ma pur sempre esseri umani, che hanno come loro primo diritto quello di vivere.
A Scilla l’applicazione cieca delle norme ha portato alla perdita di una nave –quella della Polisportiva- la cui funzione educativa era per molti versi fondamentale e insostituibile ma, soprattutto, alla perdita dei “clandestini” –bambini e giovani- che ne avevano fatto il loro rifugio sociale. Da questo punto di vista, la Commissione Straordinaria, ha dimostrato di essere lontana dalla realtà in cui si trova ad operare.
Che il campo sportivo fosse privo dell’agibilità, l’avrebbe dovuto sapere il Comune prima di concedere la struttura in comodato. In ogni caso, si tratta di adempimenti burocratici non certo impossibili e che possono essere eseguiti in tempi ragionevolmente limitati. Inoltre, in attesa di ottenere l’agibilità, si sarebbe comunque potuto consentire alla Polisportiva di continuare ad utilizzare la struttura per gli allenamenti, considerando che i campionati cui partecipavano i ragazzi inizieranno non prima del prossimo ottobre. C’era tutto il tempo –da agosto fino a ottobre- di risolvere il problema “agibilità”. Le inadempienze contestate, poi, sono tutte regolarizzabili con poco:
- rateizzare il pagamento di un anno di TARI non è impresa impossibile, tanto che viene fatto con tanti cittadini morosi;
- concedere un termine entro cui dimostrare, carte alla mano, che di investimenti per garantire le migliori condizioni di svolgimento della propria attività sociale, la Polisportiva ne ha fatti certamente. Bastava che i Commissari –che sono arrivati a fine marzo scorso- fossero saliti a dare un’occhiata durante gli allenamenti dei ragazzi;
- riguardo alla mancata ristrutturazione dell’impianto sportivo, basta ricordarsi com’era diventato il campo otto anni fa e come, invece, si presenta adesso.
Insomma, c’erano tutte le condizioni per trovare ed attuare una soluzione indolore al problema.
E’ vero, la legge che regola la loro presenza nelle istituzioni locali è una legge preventiva, il cui scopo è quello di evitare condizionamenti mafiosi; è vero, i Commissari agiscono sulla base della particolare “agenda” dettata loro dal Ministero dell’Interno.  E’ altrettanto vero, però, che dietro quei “punti d’agenda” ci sono persone, c’è una comunità intera che non può essere danneggiata oltre che dalla presenza di organizzazioni mafiose, anche da quella Legge che, invece, da quelle organizzazioni avrebbe dovuto difenderla. E' amaro dirlo, ma da decisioni come questa, Scilla si ritrova oggi ulteriormente danneggiata. Le conseguenze che ciò provoca possono essere dirompenti e il pericolo reale, specie se valutato nel lungo periodo,  è quello di finire con lo stravolgere completamente la corretta percezione dell’amministrazione pubblica da parte dei cittadini. Dio ce ne scampi.
 N.B.: immagine tratta da http://www.gamesblog.it



18 agosto 2018

OH SANT’À RROCCU…AMMEN


Libera trasposizione in dialetto scillese di "The Trawlerman's Song" di Mark Knopfler




E’ tempu ‘n’atra vota di cresia e storia,
‘a genti torna ‘i fora pirchì l’avi ndo cori
e c’è inveci cu' è ccà
‘chì ‘a festa vinni, ‘chì ‘a festa vinni.
Figghioli e ‘randi su’ tutti in fila,
sì, pari cusì bellu, supr’ e’ spaddhi ssila,
“Oh Sant’à Rroccu!”,
tutti dinnu, “Ammen!”.

Nci sunnu tutti, però manchi tu,
è ‘n annu chi non vivi, ma mi par di cchiù
non sa’ quantu voti tu non ci sì…
L'anni 'i latu a’ vara fur sessantasei,
ma oi non si' ccà, su' sul' ricordi ‘i mei,
oh Sant’à Rroccu, aiutimi.

Ndo scuru ra notti, or chi nda luci stai
tu non p’o’ rispundiri,
no non ti toccu.
Ieu sulu preiu, si iazu l’occhi mi ti viru
o’ cielu, ‘ill’atru latu,
cu Sant’à Rroccu.

Su’ curiusu e goffu,ieu mai una ndi 'nzertu
e oi ndo cori haiu 'n tuffu, 'chi non ti trovu di certu,
ccà a menz' e 'randi
e a tutt' a genti chi vinni, 'a genti chi vinni.
Paru nta ‘na barca sempri ferma o’ molu
‘n ‘ceddhuzzu senza ‘n’ala chi cchiù non pigghia ‘u volu
Oh Sant’à Rroccu, aiutimi.

Ndo scuru ra notti, or chi nda luci stai
tu non p’o’ rispundiri,
no, non ti toccu.
Ieu sulu preiu, si iazu l’occhi mi ti viru
o’ cielu, ‘ill’atru latu,
cu Sant’à Rroccu.

TRADUZIONE IN IDIOMA ITALICO


E’ tempo un'altra volta di chiesa e di storia,
la gente torna da fuori città perché ce l'ha nel cuore
e c’è invece chi è qui
perché la festa è arrivata, 'ché la festa è arrivata.
Bambini e adulti sono tutti in fila,
sì, sembra così bellu, scivola sopra le spalle,
“Oh San Rocco!”,
tutti dicono, “Amen!”.
 
Ci sono tutti, però manchi tu,
è un annu che non vivi, ma a me sembra di più,
non sai quante volte tu non ci sei…
Sei stato a fianco alla statua per sessantasei anni
ma oggi non sei qui, sono solo ricordi i miei,
oh San Rocco, aiutami.

Nel buio della notte, ora che sei nella luce
tu non puoi rispondere,
no non ho più contatto fisico.
Prego soltanto, se alzo gli occhi ti vederti
in cielo dall'altro lato,
con San Rocco.

Sono strano e goffo, non e indovino mai una
e oggi ho un tuffo al cuore, 'ché non ti trovo di sicuro
qui in mezzo agli anziani
e a tutta la gente che è venuta.
Mi pare di essere su una barca sempre ferma al molo
un uccellino senza un'ala che non prende più il volo
Oh San Rocco, aiutami.


Nel buio della notte, ora che sei nella luce
tu non puoi rispondere,
no non ho più contatto fisico.
Prego soltanto, se alzo gli occhi ti vederti
in cielo dall'altro lato,
con San Rocco.