20 agosto 2016

LA REDENZIONE DI SCILLA STA NELL’EDUCAZIONE

image_thumbNon so quanti scigghitani conoscono lo stemma della città di Scilla. Vi è raffigurata una sirena con due code, retaggio mitologico dell'antica Grecia e poi, attorno alla sirena, c'è una scritta in latino che recita:"Scillæ Civitas"

Ora, va bene che il latino è una lingua morta ma, a differenza dei morti, che non hanno più voce, la lingua latina ancora un po' di voce ce l'ha, visto e considerato che la si studia nei licei, negli istituti magistrali e anche all'università. E, per chi non l'ha studiata -come chi scrive- ci sono ancora i vocabolari latino/italiano-italiano/latino, che ci possono soccorrere alla biosogna.

Ebbene, quello "Scillæ Civitas" significa letteralmente “Città di Scilla”. Ma il termine Civita non è solo la città fisica, quattru casi 'ncugnati una a fianco all'altra o 'mmunziddhati comu veni veni, tipo Ieracari. Civitas è l'assieme dei cittadini di una località e nel contempo lo “status” giuridico, che fa di tutti i cittadini dei soggetti di diritti e di doveri.

Dal tempo degli antichi romani, che hanno fatto scola e dopuscola di latino in tutto il mondo allora conosciuto, è passato parecchio così che, mentre il latino diveniva una lingua morta, anche il senso di quella parola “Civitas” perdeva di significato, limitandosi a rappresentarne realmente solo la prima parte, ovvero il semplice assieme dei cittadini di Scilla.

Della seconda parte, cioè dello “status” giuridico, che fa di tutti i cittadini dei soggetti di diritti e di doveri, ce ne siamo dimenticati o, peggio ancora, ce ne siamo voluti dimenticare.

Certo, è paradossale. Sì, perché, chi bene, chi male, ma oramai iammu tutti a' scola, abbiamo tutti un'istruzione o, nel peggiore dei casi, un minimo di erudizione.

Sappiamo tutti, anche solo per sentito dire per sbaglio dalla radio o dalla televisione oppure dai telefonini, che a tutti vengono riconosciuti determinati diritti, circostanza che -limitatamente a quandu ndi cumbeni- sfruttiamo in tutti i modi possibili, senza fermarci neanche a riflettere se il modo che scegliamo per far valere quei diritti siano leciti o illeciti.

Ma, se per il raggiungimento dei diritti non ci si ferma davanti a niente e a nessuno, quando si tratta dei doveri, allora sì che ci si ferma, eccome!

A Scilla, il significato della parola “dovere” pare essere limitato solo al presenziare ai funerali: haiu a fari 'n doveri.

Per il resto, tutto ci è dovuto mentre noi non dobbiamo niente a nessuno.

La città, la Civitas, se tale vuole essere considerata, non funziona così.

Non entro in indagini sociologiche che non mi competono, ma mi limito semplicemente a riferire tre episodi oggettivi (anche se potrebbero esserne citati molti di più), estremamente esemplificativi della “Civitas” in cui viviamo.

image_thumb1A Ieracari sono in corso da più di tre mesi alcuni lavori che riguardano il torrente Annunziata. Lasciando da parte ogni commento tecnico circa l'opportunità o l'utilità della loro esecuzione (sarebbe un discorso troppo lungo, che potremo fare in altra sede), basta qui sapere -per quanti non lo sanno ancora- che l'attraversamento su unica corsia di quel tratto di strada è attualmente regolato da un semaforo: verde, giallo, rosso. E' l'ABC dell'educazione stradale, non c'è bisogno di andare da nessun istruttore di scuola guida per sapere cosa significano quei tre colori, lo si impara(va) fin da bambini: col rosso ci si ferma; col giallo si fa attenzione e, se è il caso, ci si ferma lo stesso; col verde si passa.

Eppure, a Ieracari sembra che il semaforo sia un'invenzione aliena, sconosciuta a tutti: ragazzi, giovani, adulti, masculi e fimmini, patri e mammi 'i famigghia, diplomati, laureati. Non c'è alcuna differenza nell'indifferenza con la quale passano tutti, qualunque sia il colore del semaforo, annullandone la funzione e, cosa più grave, creando il serio rischio di incidenti. Dei vigili urbani nessuna traccia. Evidentemente impegnati in attività Marinaresche ritenute ben più importanti e meritevoli di attenzione. Eppure, credo che la loro presenza -oltre che a rappresentare un deterrente alle continue violazioni, consentirebbe al Comune di incassare un bel po' di soldini con le dovute multe e ritiro del mezzo.

image_thumb2Stessa cosa dicasi per la via Sinuria, il tratto di strada compreso tra piazza San Rocco e Piazza Matrice. Di recente è stato interessato da un'ordinanza che ne ha disposto l'attraversamento a senso unico per gli autoveicoli, dalla piazza a scendere verso Matrice. Anche qui, nessuno ha nemmeno finto di vedere il segnale di divieto di accesso posto all'imbocco di via Sinuria. Risultato: difficoltà di percorrenza, con annessi e connessi calamenti di calandarii, 'ncazzatini, discussioni e sciarri.

Terzo elemento di cui si finge di ignorare la presenza: i marciapiedi. Trattasi di parola composta: marcia a piedi. Significa che chi percorre le strade a piedi, dovrebbe farlo nelle sedi a ciò destinate. In pochissimi li usano, ma forse in questo caso una piccola scusante c'è: la diffusa presenza di, definiamoli così, ostacoli di natura organica animale, che nemmeno l'ordinanza sindacale dello scorso anno è riuscita non dico ad eliminare ma, quanto meno, a diminuire.

Davanti a questo stato di fatto, sono consapevole che non bastano né le ordinanze né i divieti né i vigili urbani. I scigghitani avrebbero bisogno di essere accompagnati da due carabinieri ciascuno!

Ciò richiederebbe l'impiego di circa diecimila carabinieri solo per Scilla, il che è cosa alquanto impossibile, oltre che assurda, pretendere.

Costa meno ricordarsi il significato della parola “Civitas”, ricordarsi cioè dello “status” giuridico della città, che fa di tutti i cittadini dei soggetti di diritti e di doveri.

Scilla, che adesso, per di più, fa parte della Città Metropolitana di Reggio Calabria, non potrà ritenersi tale finché oltre ai diritti non ci ricorderemo tutti di avere dei doveri, uno nei confronti dell'altro prima ancora che nei confronti della Legge.

Il grande Mimmo Martino -leader de “I Mattanza”, prematuramente scomparso- in un suo celebre verso cantava: «Culu nci voli, 'u sapiri non giuva» -Fortuna ci vuole, il sapere non giova.

Noi scigghitani, di fortuna ne abbiamo avuta parecchia, perché siamo nati e/o viviamo in uno dei posti più belli del mondo. Ma il sapere non giova, non ci è giovato, da solo, a continuare a renderla tale. L'istruzione, da sola, non basta. Non basta saper leggere e scrivere e aver studiato. Prima ancora che i libri, prima ancora di conoscere le regole, ci serve l'educazione a rispettarle.

Prendo perciò a prestito una citazione di Luis Alberto Lacalle, ex Presidente dell'Uruguay, che parlando del subcontinente latinoamericano ebbe a dire: «La redenzione di questa America Latina sta nell'educazione» - -concetto ribadito nei suoi scritti anche dal grande scrittore colombiano (o dovrei dire meglio, americano) Gabriel Garcia Marquez. Parafrasando il Presidente uruguayano, sono personalmente convinto che la redenzione di questo paese di Scilla sta nell'educazione.

Fin quando gli scigghitani non potranno definirsi davvero educati, non meritiamo la fortuna che abbiamo avuto di abitare a Scilla, non meritiamo di portare scritto nello stemma "Scillæ Civitas".

20 marzo 2016

CRAXI, I GIUDICI CON LA TESTA E IL PROCESSO DELLA STORIA

 

$_57I processi si fanno a cose fatte, a fatti avvenuti. I giudici con la testa, quelli, cioè, che hanno un cervello e lo sanno usare nel migliore dei modi per fare solo e soltanto la loro professione, valutano prove, documenti, ascoltano i fatti raccontati non da un lato solo, ma da tutti i testimoni degli accadimenti sui quali sono chiamati ad esprimere il proprio giudizio.

Ecco, quella a cui ho avuto il piacere di assistere qualche giorno fa, in occasione della presentazione del libro/docu-filmLa notte di Sigonella”, è stata un'altra udienza del processo revisionista dell'operato di Bettino Craxi.

I fatti raccontati e i documenti desecretati dopo un trentennio, svelano chiaramente quale fosse la statura politica e, prim'ancora, morale dell'uomo Craxi.

L'uomo che governò l'Italia ininterrottamente dal 4 Agosto 1983 al 17 Aprile 1987 (un record di durata per i governi della nostra Repubblica) e che divenne capro espiatorio della famigerata quanto vituperata “prima Repubblica”, ad esclusivo beneficio di coloro che, nascosti dietro chi lo investì con un fitto lancio di monetine davanti all'hotel Raphael (era il 30 Aprile 1993); l'uomo che il giorno prima aveva sostanzialmente riletto un famosissimo suo discorso del 3 luglio 1992, nel quale stando dritto in piedi, immerso in un silenzio assordante, aveva solo detto ciò che tutti sapevano ma avevano sempre fatto finta di non vedere; l'uomo che visse il suo tempo finale su questa terra in esilio volontario, sull'altra sponda del Mediterraneo. Quell'uomo, Bettino Craxi fu la vittima sacrificale del terremoto pseudogiudiziario che ventitre anni fa cambiò in maniera drastica il panorama politico italiano, distruggendo non un modo di fare politica, bensì la politica in sé, intesa come servizio per il bene comune.

Da quel terremoto l'Italia stenta ancora a riprendersi.

Oggi, domenica delle Palme, mi rimbombano in testa le urla rimandate dai vangeli: “Crocifiggilo! Crocifiggilo! Crocifiggilo!” L'eco di quelle urla non è molto diversa dalle urla coperte dalla pioggia di monetine dell'aprile 1993. E Craxi fu crocifisso come un ladro, come il ladrone accanto a Gesù.

Craxi non fu giudicato da giudici con la testa, bensì da giudici con in testa…un progetto specifico, ben preciso: togliere di mezzo chi era divenuto troppo ingombrante, tanto da potersi permettere il lusso di sfidare anche i potentati internazionali (Stati Uniti, Israele), a costo di difendere un’idea di società e di mondo che ai loro occhi non doveva mai trovare concreta attuazione.

Craxi fu condannato in due processi per corruzione e per finanziamento illecito, ma uno dei giudici del pool anticorruzione di Milano, Gerardo D'Ambrosio, sostenne in proposito: «La molla di Craxi non era l'arricchimento personale, ma la politica». La politica....la politica Craxi la sapeva fare e l'ha sempre fatta guidato dall'ideale socialista e dal rispetto verso la storia e il prestigio dell'Italia.

La corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo riconobbe irregolarità e violazioni nei procedimenti giudiziari cui fu sottoposto, ma non tali da annullare le condanne ricevute.

Molti lo accusarono -a sproposito, prima di conoscere prove e fatti- di arricchimento personale. Chi si arricchisce sulle spalle degli altri, dei cittadini che governa, scappa a godersi la ricchezza, non si fa trovare. Chi si gode la ricchezza, non ha scrupoli di coscienza, è insensibile a tutto ciò che gli altri dicono di lui.

Craxi scappò, sì, in Tunisia, ma lo fece per conservare la propria dignità di uomo politico. Scappò ma continuò a scrivere, a fare sentire la sua voce, non si nascose, tutti sapevano dove fosse.

Craxi non rimase insensibile, tutt'altro. Credo di non sbagliare se scrivo che pianse lacrime amare, non per la sua situazione personale, ma per l'Italia. Ne pianse tante di lacrime, che nessun otre poteva contenerle, tanto che, come in una delle sue più belle opere artistiche, le sue lacrime per l'Italia sono rimaste per sempre impresse nell'amaro tricolore dipinto sulla superficie di un vaso.

Non era un santo, Craxi, è stato un uomo. Un uomo che ha dato all'Italia e agli italiani certamente più di quanto non abbia ricevuto in termini di riconoscenza. Quella riconoscenza che gli italiani che vogliono davvero conoscere la verità dei fatti, cercano di restituirgli un po' alla volta, attraverso la lettura dei documenti e degli atti ufficiali. E’ un processo diverso da quello cui fu sottoposto quando era in vita; non è un processo che fa rumore, il rumore della fretta (che ha dato vita a quel gatto cieco che chiamano “seconda repubblica”) ma, al contrario, è un processo lento destinato a durare ancora molti anni ma che porterà al giudizio finale, quello giusto, della storia.

23 gennaio 2016

LETTERA A UN BIMBO CHE TRA POCHI MESI NASCERA’


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Ciao Piccolino,

ti chiedo scusa se non scrivo il tuo nome ma sai, ancora non lo conosco, anche perché, probabilmente, un nome tu ancora non ce l'hai.

Sono passati solo pochi mesi dal tuo concepimento e al momento in cui scrivo, sei al sicuro, in un posto caldo e tranquillo, con la tua mamma.

Eh già, te ne stai lì, al calduccio, nutrito e coccolato da chi -lo scoprirai- ti vorrà sempre bene, più di ogni altro.

Non lo sai ancora, ma sono sicuro che tu, pur così piccolo, visibile solo attraverso le immagini poco nitide rimandate da uno schermo, sei colui che ha già cambiato la vita a tante persone: i tuoi genitori, i tuoi nonni, i tuoi zii e i tuoi cuginetti sono lì fuori, forse puoi sentirli confusamente, ti stanno aspettando. Stanno aspettando di conoscerti, di sapere di che colore sono i tuoi occhi e i tuoi capelli, com'è il tuo viso, le manine, le gambette e i piedini. Sono tutti lì a immaginarti e a scommettere a chi somiglierai di più, prendendosi benevolmente in giro a vicenda.

Ti chiederai di certo: ma chi sei?

Scusami ancora, Piccolino, non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Francesco Rocco Picone e abito a Scilla, un posto poco lontano da quello in cui vedrai per la prima volta la luce del mondo. Scilla è un paese speciale, dove mito, storia e leggenda si sono mischiate nei secoli, come le onde del mare su cui, come un'aquila di pietra, è adagiata da millenni; è un posto la cui bellezza è stata cantata da poeti, raccontata dagli scrittori e immortalata da scultori, pittori e artisti provenienti da ogni parte del mondo, su tele e supporti del materiale più vario.

A proposito! Mentre ti scrivo, mi viene in mente che anche tu eri già in un quadro: raffigurava una donna il cui manto copriva il suo viso e tutto ciò che ella ha di più prezioso, i piccoli frammenti di gioia che fanno una vita. Vedi, Piccolino, a illuminare quella donna e i suoi frammenti di gioia nascosti, c'era solo la luna, che diffondeva i frammenti della sua luce proprio come fa sul mare di Scilla nelle notti calme, sia d'estate che d'inverno. Ecco, Piccolino, sono sicuro che nascosto, al sicuro dietro quel manto, nella mente e nell'abbraccio di quella donna, la tua mamma, c'eri anche tu: il frammento più splendente della sua vita.

Sappi, Piccolino, che lei sta vivendo e vivrà ogni giorno per te, per vederti crescere forte e sano, preparato e sicuro, cittadino del mondo.

Sai, Piccolino, le bugie non si dicono, specie ai bambini. Perciò mi tocca dirti che non è un posto molto tranquillo il mondo, specie attualmente. Eppure, chi ti ha concepito ti ha ugualmente prima chiesto in regalo al buon Dio. Lo so, potrà sembrarti una cosa da egoisti, ma non è così. Dio li ha ascoltati e ha esaudito la loro richiesta, e sai perché l'ha fatto, Piccolino? Perché solo i piccoli come te, i bimbi, possono dare al mondo una speranza nuova.

E tu lo hai già fatto, sai?! Ti chiederai: com'è possibile?

Semplicemente perché i tuoi genitori, la tua famiglia, non vivono già più per loro stessi, ma vivono per te, che hai rinnovato -o forse dovrei scrivere rivoluzionato- le loro vite. Da quando hanno saputo che ci sei, piccolo ospite di tua madre, loro vivono per procurare il tuo bene, fremono gioiosi perché fai loro compagnia e non vedono l'ora di conoscerti, di abbracciarti.

Sai, ho saputo di te solo da una ventina di giorni, eppure anch'io, ti confesso, non ho potuto fare a meno di farmi le stesse domande che si stanno ponendo i componenti della tua famiglia, anche se non ne faccio parte. Sapere che ci sei ha cambiato anche la mia di vita. I loro sentimenti, sono gli stessi che sono nel mio cuore dal momento in cui ho saputo della tua esistenza. Perciò, sarò molto felice se vorrai continuare a cambiare anche un po' la mia vita, permettendomi di avere, tra i pochi, un nuovo amico a cui voler bene con l’anima e il cuore.

Voglio che tu sappia che pur se da lontano, ti sarò vicino col pensiero, specie ogni volta che la luna si specchierà nel mare della mia Scilla, diffondendo i suoi frammenti di luce tra le onde, anche se tu sarai oltre la linea dell’orizzonte, invisibile ai miei occhi, come quand’eri dentro quel quadro.

A presto, Piccolino!

Con affetto, tuo

Francesco Rocco


30 dicembre 2015

IL CANTO DEGLI SCILLESI

musicanero1_thumb1Scilla è un paese strano, dalla memoria corta.
E’ risaputo, tra noi scigghitani, che Scilla è ‘u paisi ri furisteri. La definizione non si riferisce certo agli abitanti, chi sunnu ‘ndigini scigghitani, ma alla loro propensione naturale non solo ad accogliere il forestiero (la qualcosa è puru bona ‘rucazioni), ma a ritenerlo, a prescindere, sempre più colto, più preparato, insomma, cchiù megghiu di qualunque altro essere umano nelle cui vene scorre sangu ru Scigghiu.
Al riguardo, ristau nta storia una famosa frase pronunciata da uno zio della mia nonna materna, Rocco Morabito, alias ‘u Zzì Rroccu ‘u Trunnisi [zio Rocco detto “il
tornese”]. Esaminando la realtà scillese del tempo (siamo a cavallo tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 dello scorso millennio), ‘u Zzì Rroccu ebbe infatti ad affermare:
 
 
A Scilla? Tutti furisteri!
‘U Sindicu? Furisteri!
‘U speziali? Furisteri!
‘U previti? Furisteri!
Sant’à Rroccu? Ra Francia!

 

E la storia si è puntualmente ripetuta ancora una volta. Mi riferisco, in particolare, alla vicenda nota al volgo nostrano come l’Inno di Scilla, che si può ascoltare in questi giorni (anche se un po' male, a dire il vero) dagli altoparlanti che adornano i lampioni dell'isola pedonale in piazza San Rocco.
C'è da fare subito una precisazione. Si parla tanto, infatti del brano, dal titolo “
Scilla”, scritto e musicato dal prof. avv. Antonio Albanese (che non ha niente a che vedere con il comico, è giusto precisarlo) e interpretato da Iskra Menarini, voce ai più nota per la sua collaborazione artistica con il compianto Lucio Dalla. Il brano è stato presentato ufficialmente nei giorni scorsi in una cerimonia pubblica al castello Ruffo, ed è stato definito “Canzone ufficiale di Scilla” e non inno (com’è invece stato veicolato dalla vulgata scigghitana), il che fa una certa differenza.
Il termine “canzone ufficiale” rimanda, per semplice associazione del mio cervello, più alle sponsorizzazioni, allo “sponsor ufficiale di....” che tante volte ci bombarda da radio, giornali e tv. E' un'espressione che sa tanto di jingle, da utilizzare esclusivamente a scopo pubblicitario, un po' come l'arcinoto “The champiooonsss!...” della musichetta che accompagna ogni partita della Champions League di calcio.
La parola “inno”,
per stessa definizione data dalla lingua italiana è , deve essere, qualcosa in più di una canzone o, addirittura, di un jingle pubblicitario. Insomma, perché una canzone possa essere definita “inno”, occorre la presenza di determinati requisiti. L’esempio per noi più noto è l’inno di Mameli, il cui titolo ufficiale è “Il Canto degli Italiani”, inno nazionale “di fatto” della nostra Repubblica italica, sancito implicitamente dalla legge nº 222/2012, la quale ne prescrive l'insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patri italiani.
Ora, fermo restando che dal punto di vista artistico la nuova composizione è certamente apprezzabile, in particolare nel testo (la musica, almeno per i miei gusti, non è il massimo dell'esaltazione) che può essere considerato un inno, quello che ha lasciato attoniti i più –anche chi scrive- è stato il fatto che questa “elezione” a “canzone ufficiale di Scilla” sia stata fatta dagli eletti ad amministrare attualmente il nostro bel paesello senza il dovuto coinvolgimento della cittadinanza.
Nasce dunque legittima la domanda: in base a quali criteri è stata scelta questa canzone e non altre, scritte da altri autori, anche scillesi?
Di canzoni, poesie e componimenti teatrali su Scilla la storia ne ha registrati diversi. Sono, tutti, espressioni d'amore verso un luogo unico al mondo (non lo scrivo per vanto scigghitano, ma per oggettivo riconoscimento di quanto hanno conosciuto lo Scigghio).
In questi giorni, in particolare su facebook e sui giornali, si sono registrati alcuni interventi di autori e poeti scillesi che negli anni passati hanno espresso il loro attaccamento viscerale a Scilla attraverso le loro opere. Ricordo qui, la Sig.ra Giuseppina Melidoni -artista scillese, pluripremiata in diverse manifestazioni culturali- e il suo “Inno a Scilla”, la quale in una dichiarazione a “Scilla Pagina ufficiale”, su facebook, ha precisato: "Non vorrei essere presuntuosa però la canzone "Inno a Scilla" (questo è il titolo) l'ho scritta circa 25 anni fa, poi musicata e registrata alla SIAE. Allegra e vivace come siamo noi scillesi. questo è il testo. Mi auguro che un giorno verrà acclamata dagli scillesi.


INNO A SCILLA [di Giuseppina Melidoni]
Oh quanta gioia ho dentro nel mio cuore
e canto sempre sempre con amore.
Io sono di un paese bello
è Scilla con il suo castello
E tutti amano il patrono San Rocco
e la sua festa si svolge in agosto!
Tutto il paese in allegria
Tutti con gioia la festa si farà
Lallallala lallallala…
Ma come è bello stare in compagnia
con questa spiaggia, mare, azzurro, viola!
Noi con Scilla e la sua storia
Tutti virtuosi allegri e belli.
Oh quanti amori sbocciano nei cuori
La Chianalea suggestiva splende!
La gente cammina e non si arrende
in allegria il paese brillerà
Lallallala lallallala…


Il-Cantore-di-Scilla_thumbMoneta-scillesi-dAmerica_thumb4

Un altro artista -che si è rivolto direttamente alla redazione del Malasito- è il poeta scillese Pino Rodà, scrittore, autore e compositore di musical e di opere teatrali nonché vincitore del 1° premio nel primo concorso di poesia a Scilla e di numerosi altri premi. Tra le sue numerose opere, oltre al libro “Il cantore di Scilla” -un viaggio “tra i labirinti dei suggestivi ricordi, delle sensazioni, delle emozioni che suscita l'antico borgo marinaro” [dalla presentazione del libro, del prof. Enzo Zorlea]- vi è anche il musical “Scilla, amore mio!”, ispirato alla storia d'amore tra Glauco e Scilla, con i Bronzi di Riace che, come statue, hanno una parte importante nella trama. Qui di seguito, pubblichiamo il testo della canzone che dà il titolo al musical, scritta nel 1970:

SCILLA-AMORE-MIO_thumb1
Questa canzone, poco più di un decennio fa, ha ricevuto –tra gli altri- un importante riconoscimento anche dal Comune di Scilla!
Credo bastino questi due esempi contemporanei, ma potrei citare poetesse come le compiante
Alba Florio e Concettina Putortì e tanti altri.
Insomma, di inni a Scilla ne sono stati scritti diversi, prima del più recente, che è appunto quello scritto dal prof. Albanese. So bene (perché mi diletto a scrivere anch'io, ogni tanto) che un'opera, una poesia, anche la più semplice, è il frutto di un lavoro, di un'elaborazione interiore, che richiede tempo perché possano essere trasferite sulla carta le sensazioni e i sentimenti di chi scrive. Perciò, è fuor di dubbio che tutti, pur nelle naturali e variegate differenze espressive, meritano la dovuta considerazione.
Ma c'è un punto importante da sottolineare: ci possono essere, come ci sono, numerosi Inni a Scilla ma ci potrà essere un solo Inno di Scilla.
Non per fare polemica, ma solo per ricordarlo a me stesso: la scorsa primavera, durante la campagna elettorale, l’attuale Sindaco aveva ribadito in diversi incontri pubblici la sua volontà di coinvolgere la cittadinanza intera nelle scelte che la sua (allora eventuale) Amministrazione avrebbe intrapreso nel corso della sua attività. L’intento era certamente positivo, atteso che lo Statuto comunale prevede espressamente diverse forme di partecipazione dei cittadini (consultazioni, petizioni, referendum). Ma, si sa, ‘a pratica rumpi ‘a grammatica.
Che chi ha Scilla nel cuore, qualunque sia la sua provenienza, le dedichi una canzone, una poesia, un quadro, un’opera d’arte in genere, è sicuramente qualcosa degna di merito, di attenzione, riconoscenza e rispetto sia da parte di noi stessi scillesi che, in primo luogo, di chi ci rappresenta. Va da sé, però, che alcune scelte e/o decisioni non possono e non devono essere fatte o prese nel chiuso di una stanza o all’interno di comitati più o meno ristretti. La scelta di un inno–di qualcosa, cioè, in cui ciascuno degli scillesi dovrebbe potersi naturalmente identificare- è una di quelle decisioni da prendere dopo averne garantito la massima pubblicità e partecipazione da parte di tutti.
Dunque, questa vicenda, più che per fare inutili polemiche, può sicuramente servire da stimolo.
Sì, perché se nelle intenzioni dell'Amministrazione c'è anche quella di dotare Scilla di un proprio INNO UFFICIALE che la rappresenti in ogni genere di manifestazione e che ne diventi il simbolo (al pari del castello, della spiaggia delle sirene o di Chianalea), allora si può pensare a un concorso pubblico, un bando, aperto a tutti gli artisti -scillesi e non- che hanno dedicato o intendono dedicare una loro opera a Scilla; si può pensare a nominare a una giuria qualificata (costituita da scrittori e poeti, anche di rango nazionale o internazionale), che giudichi le opere partecipanti, proponendone poi due o tre all’approvazione degli scillesi per mezzo di un semplice referendum; l'ultimo atto, infine, sarebbe una delibera Consiglio Comunale che, ratificando la decisione presa dai cittadini scillesi, adotti l'opera prescelta come INNO UFFICIALE, come “Canto degli scillesi”.
Sarebbe sicuramente una maniera bella, simpatica, oltre che pienamente legittima dal punto di vista strettamente formale, per coinvolgere tutti i cittadini scillesi, fornendo loro un ulteriore elemento di riconoscimento ed identificazione culturale e di coesione sociale.
E' una proposta che rendiamo pubblica qui, con l'auspicio che possa concretizzarsi nell'anno che sta per arrivare.






























05 ottobre 2015

L’OSPEDALE DI SCILLA E IL PIANO DI RIENTRO: SCALA, CHI VINDI.

1443251157633.jpg--la_protesta__mala[1]Siamo giunti alle catene.

Non si sa per quale strana legge, in Italia -e in Calabria in particolare- per vedersi riconosciuto un sacrosanto diritto, ci si deve arrampicare sui tetti dei palazzi comunali, sulle torri, o ci si deve incatenare come gli schiavi. Probabilmente perché è quando si rende palese la propria condizione di schiavi, che chi sta dall’altra parte si crede più forte, onnipotente e, quindi, abbassa le difese.

Ebbene, all'ospedale “Scillesi d'America -mi ostino a chiamarlo e lo chiamerò sempre così!- i malati si sono dovuti incatenare per riaccendere le luci su una struttura che era già al buio, aund’aiva scuratu e non c’era bisognu mi Scura.

Il trasferimento del reparto di oncologia è -finora- l'ultimo atto di spoliazione consumatasi ai danni della struttura scillese.

Completa un'operazione “chirurgica” mirata, molto più precisa dei bombardamenti americani a Kunduz, in Afghanistan, ma altrettanto tragica.

A dire la verità, il trasferimento del reparto è dovuto al fatto che a Scilla, in virtù delle previsioni del Piano Sanitario, non è possibile mantenere i codici ospedalieri. Ciò non toglie, però, che contro lo “Scillesi d'America” vi sono stati una serie di atti illegittimi che hanno dell'incredibile.

Prima la Regione ha ammesso-con un proprio decreto- di non essere proprietaria dei terreni sui quali sorge la parte realizzata in ampliamento (sei piani!). Ciò non ha impedito, però, al Commissario ad acta Giuseppe Scopelliti di emanare una serie di decreti allucinanti. Il Piano Sanitario prevedeva la riconversione dello “Scillesi d’America”, perciò il decreto che ne ha disposto la chiusura  (emanato due giorni prima rispetto alla data in cui la riconversione doveva essere ultimata!) è doppiamente illegittimo. Ne consegue che tutti gli altri decreti successivi, che disponevano il trasferimento dei reparti -ivi compreso quello di oncologia- sono altrettanto illegittimi!

Per tornare agli ultimi avvenimenti, una Delibera del Direttore Generale f.f. Dr. Tripodi del 05 Dicembre 2014 -attenzione alle date!- su proposta del Direttore d'Area Dr. Domenico Calabrò, che ne dichiara la regolarità tecnica e amministrativa, dispone il trasferimento della Struttura Complessa di Recupero e Riabilitazione Funzionale ad indirizzo cardiorespiratorio di Scilla, presso l'ospedale di Melito Porto Salvo.

Se la motivazione tecnica è sempre quella -cioè a Scilla non sono utilizzabili i codici ospedalieri- il Decreto da cui essa discende -D.P.G.R. n° 106/2012- disponeva in maniera diversa: come a Melito, anche a Scilla erano stati assegnati 20 posti letto per la riabilitazione, con il codice ospedaliero 56!

Dunque, anche se potrebbe essere tecnicamente corretta (non sono un medico, quindi non posso esprimermi dal punto di vista tecnico), la Delibera era totalmente contraria alle disposizioni del Decreto che riordinava la rete ospedaliera, vigente al momento in cui essa è stata formulata!

Per tappare questa clamorosa “falla”, nell'ambito del Decreto del Commissario Ad Acta n° 9 del 2 Aprile 2015, con il quale è stato approvato il nuovo “Documento di riorganizzazione della rete ospedaliera, della rete dell'emergenza urgenza e delle reti tempo-dipendenti”, i 20 posti-letto per la riabilitazione che erano stati previsti a Scilla, scompaiono magicamente! Ma va? Che strano!

Nello stesso Documento di riorganizzazione, si afferma che il consumo di prestazioni (così lo definiscono, a scanso di facili ironie) è diminuito a 171 ricoveri per mille abitanti (nel 2008 era di 224), mentre la mobilità passiva (calabresi che vanno a curarsi fuori regione) del numero totale di ricoveri è aumentata da 15% a 19%.

L'obiettivo fissato dalla media nazionale, è di 160 ricoveri per mille abitanti, mentre quello “appropriato” per la Calabria (stando alla proiezione dei dati registrati nel periodo 2008/2012)sarebbe  di 145.

Con questo parametro, la popolazione normalmente gravitante attorno allo “Scillesi d'America” avrebbe diritto a usufruire di 20 posti-letto, che salgono a 28 se consideriamo l'affluenza da località turistica nel periodo estivo.

Quei 20/28 malati, invece, sono costretti a bivaccare nei corridoi dei Riuniti.

Il Documento fissa come “obiettivo di produzione appropriata da raggiungere” 240.000 ricoveri, per cui ne deriva che i calabresi dovrebbero essere 1.655.172.

Purtroppo per i ragionieri della Regione, invece, nel 2012 in Calabria nel 2013 eravamo 1.958.238. Significa che ci sono più di trecentomila calabresi (il 15,5%, sempre che la popolazione non diminuisca) che vengono automaticamente “invitati” ad andarsi a curare fuori, quasi a rendere cronica la migrazione anche per motivi di salute. Tra gli “emigranti”, la percentuale dei malati oncologici, in particolare, sale al 37%.

Nel nuovo Documento viene scritto: «...la mobilità è un'inevitabile libera scelta del cittadino, è pur vero che essa si manifesta sempre come distorsione di una domanda dettata dallo squilibrio nel rapporto tra domanda stessa, bisogni e offerta interna. Tra gli obiettivi di riduzione della mobilità passiva relativa alla cura dei tumori, bisognerà pertanto "ricostruire" il giusto rapporto tra le precedenti istanze anche modulando la quantità e/o qualità dell'offerta

In pratica, è esattamente l'opposto di ciò che sta accadendo nella realtà. Ecco perché non mi fido dei numeri di questo Piano di Rientro, non c'è da fidarsi.

Non mi fido, visto e considerato le illegittimità plurime che si sono registrate in questi ultimi cinque anni, sopra ricordate, a futura memoria.

Non mi fido di chi ha cancellato i numeri positivi che l'ospedale scillese aveva registrato fino al 2010.

Non mi fido di chi ha tecnicamente giustificato la “riconversione” dello “Scillesi d'America” a Casa della Salute, scrivendo nella relazione tecnica che non esistono elaborati grafici relativi alla struttura scillese e, pertanto, si è dovuto sobbarcare l'onere di andare a fare un rilievo completo. Non posso fidarmi, visto e considerato che con una semplice ricerca presso l'Archivio di Stato, mi sono stati fatti vedere tre faldoni pieni di documenti relativi ai lavori di ampliamento dell'ospedale scillese, completo di tutte le tavole: dalle fondazioni, fino ai particolari costruttivi degli infissi!!

Non mi fido di chi vuole attuare questa fantomatica riconversione spendendo milioni e milioni di euro, quando poi non potrà nemmeno essere autorizzato a fare i lavori perché non ha un titolo di proprietà. Sappiate fin d'ora che se dovesse succedere nelle condizioni attuali, sarebbe un'altra, l'ennesima illegittimità.

Nessun documento è riuscito a dimostrare che un medico costi di più a Scilla e di meno a Reggio; nessun documento ha dimostrato che un posto-letto a Scilla sia più dispendioso per le casse dell'Azienda Sanitaria, rispetto a una barella nel corridoio dei Riuniti. E se anche i costi diretti della barella sono inferiori a quelli dei posti-letto, che mi dite dei costi indiretti, sopportati dal malato -costretto in una condizione che di umano ha ben poco- e anche dai suoi familiari?! Qualcuno si è preso la briga di quantificarli? Credo proprio di no.

rifiuti-mercato-piazza-matteotti_thuHo come l'impressione che i numeri che ci sono stati proposti -dal 2010 fino a oggi- siano stati redatti solo per fare bella figura a Roma, al Ministero: ad ogni aggiornamento, abbassiamo i numeri, “vendiamo” un'immagine positiva della sanità calabrese, dimostriamo di aver saputo svolgere il compitino di ragioneria che è divenuto il Piano di Rientro. Insomma, un po' come al mercatino: scala, chi vindi.

Se diminuisci il prezzo della merce, avrai più domanda: più dimostri di saperci fare con i numeri, più ti daranno ragione e ti lasceranno fare. Così è avvenuto per Scopelliti, così sta avvenendo per Scura.

Ma come al mercatino, arriva un momento in cui puoi abbassare il prezzo quanto vuoi, ma la merce non la vendi, perché è divenuta di pessima qualità e non la vuole più nessuno. Mai sfidare l'intelligenza del cliente!

Ecco, con la sanità calabrese è avvenuta un po' la stessa cosa: ci si è ostinati a continuare ad abbassare il prezzo della sanità, finendo col vendere un prodotto sanitario di qualità pessima, perché -come accade per la frutta al mercatino- è venuto fuori tutto il marciume che in questi anni si era depositato sul fondo della cassetta. Un prodotto che non è più commestibile né tanto meno digeribile.

Questo Piano di Rientro è stato “calibrato” su un Piano Sanitario la cui impostazione risale al lontano 2007/2009 (il Presidente della Regione Calabria era Loiero). Già da allora, si prevedeva a Scilla la Casa della Salute, esattamente come oggi.

E' un Piano Sanitario marcio, oramai vecchio di quasi dieci anni, inattuale e inattuabile. E tale è il Piano di Rientro che ne è scaturito.

barelle-Riuniti_thumb1Nonostante i numeri che ci hanno fatto ingoiare, calpestando la dignità dei malati e, almeno per quel che riguarda l'ospedale di Scilla, attraverso atti la cui illegittimità è evidente, questo Piano di Rientro alla prova dei fatti si è dimostrato fallimentare perché non rispondente ai reali bisogni dei calabresi.

Non lo si fa dimostrare ai numeri perché i numeri “devono” dire il contrario. Lo dimostrano, ahimè, gli sfortunati “clienti” di questo prodotto sanitario: i malati oncologici che si curavano a Scilla; i malati in dialisi che, invece di poter utilizzare i posti per la dialisi promessi da Scopelliti e mai installati, sono costretti a fare a ping-pong tra le due rive dello Stretto; i tanti, troppi malati che si sono visti costretti a giacere sulle barelle nei corridoi dei Riuniti, invece di poter usufruire di un posto-letto a Scilla.

Reggio_calabria_mappa_urbana_metropoE' un Piano di Rientro che deve essere necessariamente rivisto e aggiornato tenendo conto che tra pochi mesi non muterà soltanto l’assetto istituzionale della nostra Provincia, ma muteranno i rapporti d'interazione sociale e, quindi, il rapporto che i cittadini avranno con tutte le strutture a servizio di questo nuovo agglomerato sociale, prime fra tutte quelle sanitarie. Non si avrà a che fare con singoli Comuni, bensì con un'area metropolitana che conterà più di 565.000 abitanti. I servizi sanitari dovranno quindi essere sì coordinati con il più ampio contesto regionale ma, allo stesso tempo, non potranno essere concentrati in un unico punto di quest'area così vasta e così densamente popolata, bensì distribuiti su tutta la sua estensione e con criteri tali da assicurare ai calabresi che ci vivono, quel diritto alla salute che da cinque anni a questa parte viene loro negato.

Non è un compito che potranno assolvere i ragionieri di Stato. No, è un compito essenzialmente politico, quella politica che finora è rimasta sorda ai tanti segnali provenienti dal territorio, alle proposte fatte e rimaste nei cassetti del Consiglio Regionale: il disegno di legge che prevedeva l’accorpamento funzionale di Scilla con i Riuniti è ancora lì, è necessario riprenderlo, rileggerlo e aggiornarlo alla luce del nuovo assetto sociale in cui ci apprestiamo a vivere.

E’ un compito primario, un dovere ineludibile, da assolvere con attenzione, oculatezza e rispetto, per il malato e per il cittadino di questo territorio, che del marciume visto finora ne hanno proprio abbastanza.

03 settembre 2015

AYLAN, GALIP E LA FORZA IMMORTALE DEI BAMBINI

17499-3ysvn_thumb4Era il 31 luglio scorso, quando in una casa di Nablus –in Cisgiordania- Alì Dawabsheh, un bimbo palestinese di 18 mesi morì bruciato nel sonno, a causa di un attentato ad opera di terroristi ebrei, che incendiarono la casa di una tranquilla famiglia palestinese. Qualche giorno dopo – il 4 Agosto, avevo scritto SETT'ANGILI FIGGHIOLI - Libera trasposizione di “Seven Spanish Angels” –una canzone di  Ray Charles & Willie Nelson, scritta da Troy Seals & Eddie Setser.

Nel riscriverla, ho pensato al pianto disperato della mamma di Alì e di tutte le mamme dei bimbi che, come Alì, sono andati in cielo perché creature troppo belle per restare qui in terra in posti terribili come alcuni paesi dell’Africa o in paesi dilaniati dalla guerra (come la Siria), dove si muore ancora per fame o come il Medio Oriente e la Palestina, insanguinata da un conflitto che dura da quasi 70 anni. Ho immaginato che ci siano in cielo sette angeli, bambini, che vanno a scegliere altri bimbi da portare in cielo a giocare con loro.

A distanza di meno di un mese, con i sette angeli e con Alì, in cielo di angeli ne son volati altri due: Aylan e Galip Kurdi, di tre e cinque anni. Son volati in cielo insieme alla loro mamma, il cui pianto dev’essere stato talmente forte da convincere Dio a farle accompagnare i suoi due piccoli. Per loro, dovrei scrivere un’altra strofa, ma

Le loro foto hanno fatto il giro del mondo in meno di 24 ore. Quella di Aylan, in particolare, è divenuta il manifesto dell’immane tragedia che da anni si consuma nelle acque del Mediterraneo. Scappavano da Kobane, città simbolo della resistenza siriana, sognando il Canada, terra che li ha rifiutati e che, purtroppo, non vedranno mai.

Eppure, in questi anni di guerra in Siria, di bambini ne sono morti a migliaia e c’è un sito intero che tiene la “contabilità” dell’ennesimo genocidio che si consuma impunemente; in Africa o in Palestina, altrettanti. Solo che non si sono visti, o meglio, non sono arrivati sulle prime pagine dei giornali. Poi è arrivata la foto del corpo di Aylan, disteso sulla spiaggia abbandonato, dopo che le onde del mare lo avevano cullato per l’ultima volta in un abbraccio mortale. E’ arrivata quella foto, scattata da Nilüfer Demir –fotografa turca dell’agenzia DHA. Nilüfer ha dichiarato di essere rimasta pietrificata davanti a quel corpicino rimasto immobile sulla spiaggia, ma che l’unica arma per urlare al mondo questo ennesimo episodio di una scandalosa tragedia umana era quella di aprire l’otturatore della macchina fotografica e immortalare –sì, proprio nel senso di rendere immortale!- il piccolo Aylan e, con lui, tutte le migliaia di disperati annegati nelle acque del Mediterraneo.

Due giorni prima della morte dei fratellini Kurdi, il 30 Agosto, su Facebook, una giovane mamma di Reggio Calabria scriveva sulla sua bacheca alcune riflessioni che, rilette oggi a cronaca ben nota, fanno riflettere ancora di più:

<<Ed eccoci tutti di ritorno dalle vacanze, milioni di foto sulla scheda sd, centinaia di post su facebook, baci, abbracci, sorrisi, paesaggi incantati, colazioni abbondanti, mare cristallino, spiagge assolate, giochi, tutto perfetto, ma non solo le vacanze, tutta l'estate è stata perfettamente "infiocchettata" in un grande imbroglio, e si, perché è questo che abbiamo fatto un po tutti con i nostri figli, li abbiamo illusi, per non generare in loro paure, incertezze o qualsivoglia irrazionale incapacità di gestire l'orrore al quale invece noi siamo stati costantemente sottoposti. L'orrore di quegli occhi privi di alcuna emozione, che ogni giorno ancora oggi ci guardano increduli di come possa essere diversa la vita da una sponda all'altra, l'orrore della morte gratuita in ogni luogo.
Sono stata brava, l'ho fatto per tre mesi, come un saltimbanco, evitando semafori,centri di accoglienza, radio, televisioni, post su facebook, banchine portuali,stazioni,ospedali,video su YouTube...ma quanto ancora sarò brava, fino a quando e a che prezzo riuscirò a preservare mio figlio dall'orrore, fino a dove dobbiamo spingerci prima che la legalità e la dignità trovino posto, prima che si smetta di depredare gli altri arricchendosi a dismisura senza ritegno, quanto ancora dovrò inventare prima che mio figlio non si scontri con la terribile realtà che fuori dalla sua stanza, dalla sua scuola, dalla sua palestra,dalla sua lezione privata, dai suoi sogni, dai suoi viaggi, dai suoi musei, c'è un mondo di merda???

E quando scoprirà che gli ho mentito, capirà? Fino a che punto i genitori di tutto il mondo, dovranno mentire e quando sarà il momento giusto per smettere, prima che sia troppo tardi, prima che i nostri figli non crescano illusi, quando il mondo smetterà di spettacolarizzare l'orrore? di fare affari, fingendosi indignato? quando saremo davvero "tutti" al sicuro?.....ogni domanda resta sospesa nel vuoto e mentre lotto per la tranquillità dei sogni di mio figlio mi carico di paure, cercando nuove bugie, creando nuove illusioni.>> [di Rossana Crucitti]

Domande legittime, domande di una mamma che lotta, giustamente, perché il figlio possa coltivare e far crescere i propri sogni, stando al sicuro da tutto il male che è oggi fuori dalla porta. Vale davvero il detto: lontano dagli occhi, lontano dal cuore? Stando ai fiumi di parole e d’inchiostro [compreso il nostro!] consumati riguardo alla vicenda di Aylan e della sua famiglia, mi viene da rispondere: sì, ce ne stiamo tranquilli nel nostro orticello, incuranti di tutto, finché la verità non ci sbatte in faccia, finche il mondo di merda in cui viviamo non arriva nelle nostre case, non esce fuori dallo schermo della tv o del computer a prenderci a schiaffi, a risvegliare le nostre coscienze di tranquilli inconsapevoli.

Ma per quanto ancora si potrà far finta di niente, o nascondere la verità, anche ai bambini? <<E quando scoprirà che gli ho mentito, capirà?>>, si chiede giustamente Rossana.

Sono domande troppo difficili a cui poter rispondere, specie per tutt’altro che filosofo come me. Lo faccio,  però, prendendo “in prestito” –perché lo condivido in pieno- quello che oggi ha scritto il direttore de “La Stampa” Mario Calabresi per spiegare ai suoi lettori il perché ha deciso di pubblicare la foto del piccolo Aylan, morto sulla spiaggia di Kos:

<<Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare». 

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.

Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni - per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti. 

Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.>>

Penso che le parole di Calabresi siano la risposta migliore alle domande della giovane mamma di Reggio –che rappresenta un po’ tutte le mamme del mondo.

Non ci sono mamme, papà o bambini siriani o curdi o palestinesi o africani o italiani, il mondo non è una barzelletta. Siamo tutti esseri umani, proviamo tutti gli stessi sentimenti e siamo chiamati a coesistere in un unico pianeta, chiamato Terra, un mondo che deve globalizzarsi non solo nei consumi o nel divertimento, ma in ogni aspetto dell’esistenza umana. Un mondo destinato a vedere interi Stati formati non da una, ma da una moltitudine di nazioni al loro interno.

Questo è il mondo di domani che si sta già profilando ai nostri occhi ma che fingiamo di non vedere o preferiamo ignorare; questo è il mondo in cui saranno grandi i bambini di oggi. Rendiamoli partecipi e consapevoli di ciò che li circonda. Perché la loro forza è immortale, come hanno dimostrato al mondo prima Alì, poi Aylan e Galip; perché con i loro occhi e i loro cuori di bambini, riusciranno a rendere questo nostro mondo un po’ migliore di quanto oggi non sia.

*N.B.: la vignetta è riportata dal seguente link: http://i100.independent.co.uk/article/the-cartoon-that-sums-up-the-worlds-migrant-crisis--g12atJpSWZ

04 agosto 2015

SETT'ANGILI FIGGHIOLI


Libera trasposizione di “Seven Spanish Angels” –di Ray Charles & Willie Nelson
scritta da Troy Seals & Eddie Setser


'A vardau ddrittu nta l'occhi e dissi: “Mamma, preia pi mia”
iddha su' 'mbrazzau forti e, ruci: “ Chi Diu sia cu tia”
Sintiva forti 'a fami, nci dissi: “Ora comu fai?”
“Sta’ tranquillu, passa, 'chì non c'è fami aundi vai”


Ci su' sett'angili figghioli, chi van pu cielu e sannu
truvar figghi troppu belli, pi star nda terra 'undi stannu.
Quandu ciangi 'na mamma e cu cor grira,
ru cielu pigghia e spara 'n tronu
e cu sett'angili figghioli c'è 'n'atr'angiuleddhu bonu.


”'Nda casa m'u brusciaru, durmiva, non s'è accortu  'i nenti,
basta Diu poi m'i pirduna, 'stu cor non poti né 'sta menti.
E ora iddhi su' cuntenti, mala genti chi morti vindi,
preiu a Diu e mi mi senti, ciangiu e griru, cusì scindi.”


Ci su' sett'angili figghioli, chi van pu cielu e sannu

truvar figghi troppu belli, pi star nda terra 'undi stannu.
Quandu ciangi 'na mamma e cu cor grira,
ru cielu pigghia e spara 'n tronu
e cu sett'angili figghioli c'è 'n'atr'angiuleddhu bonu.


Ci su' sett'angili figghioli, chi van pu cielu e sannu

truvar figghi troppu belli, pi star nda terra 'undi stannu.
Quandu ciangi 'na mamma e cu cor grira,
ru cielu pigghia e spara 'n tronu
e cu sett'angili figghioli c'è 'n'atr'angiuleddhu bonu.


Ci su' sett'angili figghioli, chi van pu cielu e sannu,

truvar figghi troppu belli, pi star nda terra 'undi stannu.
Quandu ciangi 'na mamma e cu cor grira,
ru cielu pigghia e spara 'n tronu
e cu sett'angili figghioli c'è 'n'atr'angiuleddhu bonu.



                                                                                                      Per Alì

Traduzione italica:

SETTE ANGELI BAMBINI


La guardò dritto negli occhi e disse: "Mamma, prega per me"

lei lo abbracciò forte e, dolce: "Che Dio sia con te".
Sentiva forte la fame, le disse: "Ora come fai?"
"Sta' tranquillo, passa, ché non c'è fame dove vai".

Ci sono sette angeli bambini, che vanno per il cielo e sanno

trovar figli troppo belli per star nella terra dove stanno.
Quando piange una mamma e con il cuore grida,
dal cielo allora spara un tuono
e con sette angeli bambini c'è un altro angioletto buono.

"Dentro casa me l'hanno bruciato, dormiva, non s'è accorto di niente,

poi basta Dio a perdonarli, questo cuore non può, né questa mente.
E adesso loro sono contenti, gente cattiva che morte vende,
prego Dio e perché mi ascolti, piango e grido, così scende.

Ci sono sette angeli bambini, che vanno per il cielo e sanno

trovar figli troppo belli per star nella terra dove stanno.
Quando piange una mamma e con il cuore grida,
dal cielo allora spara un tuono
e con sette angeli bambini c'è un altro angioletto buono.

Ci sono sette angeli bambini, che vanno per il cielo e sanno

trovar figli troppo belli per star nella terra dove stanno.
Quando piange una mamma e con il cuore grida,
dal cielo allora spara un tuono
e con sette angeli bambini c'è un altro angioletto buono.

Ci sono sette angeli bambini, che vanno per il cielo e sanno

trovar figli troppo belli per star nella terra dove stanno.
Quando piange una mamma e con il cuore grida,
dal cielo allora spara un tuono
e con sette angeli bambini c'è un altro angioletto buono.