08 ottobre 2017

LO "SCILLESI D'AMERICA" NELL'OFFERTA SANITARIA DELLA CITTA' METROPOLITANA: PROPOSTA PER UN FUTURO ANCORA POSSIBILE

A Scilla torna il furore rivoluzionario? Si è svolta pochi giorni fa, nella stessa location della sala consiliare scillese, la replica dell'assemblea dei sindaci dell'area dello Stretto andata in onda il 5 ottobre del 2015, avente per oggetto la situazione dello “Scillesi d'America”.
A due anni di distanza esatti, si è “festeggiata” la ricorrenza, prendendo spunto dall'ennesima novità negativa che ha riguardato la scatola semivuota del fu ospedale scillese: la riduzione del PPI  (Punto di Primo Intervento) da 24 a 12 ore + la guardia medica.
Ma le repliche, si sa, non hanno mai la stessa audience delle prime visioni.
Così, a discutere della quasi-morte definitiva del fu ospedale sono rimasti in pochi sindaci (pare fossero solo sei). Se pochi erano i sindaci -dei paesi vicini, ma comunque furisteri- altrettanto pochi erano gli scillesi. Non è la prima volta che accade: erano in pochi anche anni fa, quando ci è cercato di mobilitare le associazioni e la cittadinanza tutta per scongiurare quello che poi, purtroppo è accaduto: la politica regionale -e non solo quella- ha deciso che la sanità calabrese e reggina poteva fare a meno in tutti i sensi della struttura di Scilla.
A nulla sono serviti le manifestazioni di popolo, i discorsi in piazza, le mille riunioni, gli inutili tentativi di mettere d'accordo maggioranza e opposizione per portare avanti un'azione incisiva. Ancora peggiori sono state le decisioni degli amministratori del tempo: firmarono un ricorso contro il decreto che disponeva la chiusura (assolutamente illegittima, e lo sapevano) dello “Scillesi d'America”, ma non chiesero la sospensiva del provvedimento. Così che, mentre altri comuni che hanno utilizzato lo stesso strumento previsto dalla legge, hanno vinto il ricorso e si sono visti riaprire gli ospedali chiusi (vedi Rogliano), il ricorso scillese sarà trattato....nella prossima generazione.
Questa è la storia, e davanti a questa storia non si può rimproverare agli scillesi la mancata partecipazione alla replica di quello che hanno già visto. Non si può, quando si erano fatte promesse che poi sono state puntualmente disattese.
In tempi più recenti, anche l'attuale Amministrazione scillese ha le sue colpe: all'indignazione di due anni fa e alle promesse rivoluzionarie, è seguito il silenzio. “Aspettavamo che il Presidente Oliverio divenisse Commissario al Piano di rientro al posto del dott. Scura” -ha detto il Sindaco per giustificare la naftalina usata in questi anni per “conservare” il problema al sicuro da occhi ed orecchie indiscrete, quali potevano essere quelle dei cittadini.
Purtroppo, però, i piani del sindaco in carica non sono andati a buon fine, perché in questi anni tanti sono stati gli scillesi che per curare la propria salute hanno avuto la sfortuna di vedersi “prigionieri” del perverso meccanismo sanitario cui è stata condannata la nostra provincia (e la Calabria intera). Un meccanismo simile a un frullatore che gira vorticoso e macina, e tu sei costretto a girare con lui, come vuole lui, se vuoi avere qualche possibilità di uscirne vivo e tornare a casa con i tuoi piedi, anche se ammaccato. Chi ha avuto la sfortuna di esser fatto prigioniero, ha urlato, ha scritto pubblicamente ciò che gli accadeva. Era l'unico sfogo concessogli per poter raccontare i ritardi, le file assurde -come quelle per il pane ai tempi della guerra!- medici sull'orlo di una crisi di nervi e che, in alcuni casi, avrebbero bisogno di altri medici per curare la loro salute (fisica e soprattutto mentale), messa a rischio da turni di lavoro e numero di pazienti che, obiettivamente, hanno superato i limiti dell'umanamente sostenibile.
Il cittadino, i cittadini scillesi, tanti, lo hanno purtroppo sperimentato in tutti questi anni e lo stanno vivendo ancora oggi: 'maru a cu' havi bisognu!
Gli appelli, i discorsi e le chiacchiere stanno a zero. Bisogna agire politicamente, con gli strumenti democratici che abbiamo a disposizione.
I nostalgici del “Che” e di Fidel Castro ed i loro moderni seguaci si mettano l'anima in pace: il popolo è disposto a seguire chi ha carisma, chi è capace di coinvolgerlo mettendosi a lottare con lui, a fianco e davanti a lui. Non può e non intende seguire chi lo prende in giro, adottando provvedimenti solamente simbolici, pi lavari a' facci, ma del tutto inefficaci, come in passato, oppure chi aspira a fare il rivoluzionario aspetta di avere il vento a favore. Questo non è furore rivoluzionario. Così, rivoluzioni non se ne possono fare e, infatti, non se ne sono fatte finora.
Ma quali sono gli strumenti democratici che abbiamo a disposizione?
La prima, potenzialmente più efficace, è proprio l'ultima in ordine di costituzione: la Città Metropolitana.
Essa, seppur ancora sconosciuta ai più, per espressa finalità istituzionale, “tutela il diritto alla salute come diritto fondamentale costituzionalmente garantito” e persegue “il miglioramento della qualità della vita delle persone che vivono sul territorio stabilmente ed occasionalmente” [art. 10 dello Statuto]. La legge istitutiva delle Città Metropolitane prevede, fra l'altro, che ad esse compete la “strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano
Ora, fino a prova contraria, quello sanitario è un servizio pubblico. E' vero, dev'essere svolto secondo le norme emanate dallo Stato e dalla Regione, ma nel rispetto di queste norme, la strutturazione e l'organizzazione del servizio competono alla Città Metropolitana.

Dunque, attraverso la Conferenza Metropolitana -cui partecipano i Sindaci di tutti i Comuni che fanno parte del nuovo ente- si potrebbe presentare una proposta che, sempre nei limiti stabiliti dall'attuale Piano di rientro -che, peraltro, dovrebbe essere quasi agli sgoccioli- e dal Piano Sanitario (elaborato più di dieci anni fa e, almeno per Scilla, inattuato perché poco rispondente agli effettivi bisogni attuali), preveda:
l'elaborazione, nell'ambito della Commissione Sanità del Consiglio Metropolitano (che sia essa già istituita o da istituire), di un Piano di Strutturazione e Organizzazione Sanitaria della Città Metropolitana, che nell'invarianza dei costi previsti dal Piano Sanitario Regionale, garantisca effettivamente la qualità della vita e la tutela del diritto alla salute previsti dallo Statuto.
A tal fine, la Commissione consiliare potrà avvalersi di una Commissione Speciale (la cui costituzione è prevista dal vigente Regolamento del Consiglio Metropolitano), che effettui studi o indagini inerenti le patologie di maggiore impatto riscontrate sul territorio Metropolitano.
Dette indagini potrebbero essere fatte coinvolgendo, in primis, i medici di famiglia e i vari istituti di diagnostica, per esempio mediante semplici schede, sulla base delle quali raccogliere i dati necessari. Sulla base dei dati raccolti e delle relative statistiche elaborate, si potrà così programmare una migliore e più efficace organizzazione funzionale delle strutture sanitarie presenti sullo stesso territorio in ragione della densità della popolazione che lo abita.
Accanto al provvedimento d'urgenza, che si ha intenzione di chiedere per il ripristino del PPI dello “Scillesi d'America” per le 24 ore, il  Piano di Strutturazione e Organizzazione Sanitaria della Città Metropolitana -strumento che il nuovo Ente è pienamente legittimato ad adottare e che potrebbe essere elaborato e redatto materialmente in tempi piuttosto brevi (due o tre mesi)- consentirebbe di poter calibrare meglio l'offerta sanitaria dal punto di vista logistico, il che comporterebbe vantaggi sia a breve che a lungo termine. Non bisogna dimenticare, infatti, che la nostra è una popolazione di età media piuttosto avanzata, alla quale è contro natura chiedere spostamenti importanti (anche fare poche decine di chilometri di chilometri, in Calabria e nella Città Metropolitana reggina, è tutt'altro che semplice) o attese improponibili anche per un soggetto giovane e sano, come sta accadendo oggi con l'esclusivo utilizzo degli ospedali Hub (a tipu aeroportu, chi bellu rrinescitu!)
Per fare l'esempio dello “Scillesi d'America” di Scilla: potrebbero, in collegamento funzionale con il G.O.M. di Reggio Calabria, essere riattivati i day hospital di oncologia e di emodialisi (l'incidenza di queste patologie sul mostro territorio ha manifestato una crescita preoccupante negli ultimi anni).
A questi, potrebbero aggiungersene dei nuovi, sulla base delle indagini di cui sopra.
In definitiva: è più logico e più conveniente per tutti che a spostarsi sia il medico (che presta servizio a Reggio, a volte senza poter usufruire di una scrivania propria!) verso i malati, piuttosto che far spostare i malati verso un medico che non sa come e dove metterli per poterli curare nel migliore dei modi.

La chiusura dei piccoli ospedali e, peggio ancora, il mancato utilizzo delle strutture rimaste vuote -come nel caso di Scilla- non ha dimostrato vantaggi diretti (nessuno ha dimostrato, dati alla mano, un effettivo risparmio) né, tanto meno, indiretti (sono stati mai calcolati i costi, in termini di tempo, benzina e, soprattutto, salute persa?!). Nessuno ha fatto una seria analisi costi-benefici, dove i costi non sono solo quelli strettamente economici delle Aziende Sanitarie, ma i costi sociali che devono affrontare i malati che, il più delle volte, vengono sballottati da una parte all'altra, invece di guarire finisce con l'aggravare il proprio stato di salute. Non lo sa di certo chi è seduto sulle poltrone dei vertici delle Aziende Sanitarie, ma lo sa benissimo, invece, chi è finito dentro l'attuale frullatore sanitario reggino e/o calabrese. Come dicevano i nostri avi: 'i guai ra pignata 'i sapi sulu 'a cucchiara!

Ecco perché strutture come lo “Scillesi d'America” non solo possono ma devono tornare a rivestire un ruolo all'interno delle nostre comunità, e può giocare un ruolo importante all'interno dell'offerta sanitaria della Città Metropolitana di Reggio Calabria. Ne aveva già parlato due anni fa, a Scilla, il sindaco Falcomatà.
Chi scrive non è certo un tecnico della materia sanitaria ma la proposta sopra sommariamente delineata sia particolarmente difficile da attuare. Lo si può fare, ed in tempi brevi, in maniera da porre rimedio agli effetti nefasti prodotti dall'applicazione -peraltro abortita miseramente- di un Piano Sanitario vecchio e oramai superato. E per farlo, non servono rivoluzioni di popolo ma un modo rivoluzionario di fare politica da parte di chi ci amministra ed ha la responsabilità di adottare provvedimenti tali, da consentire che il diritto alla salute e il miglioramento della qualità della vita, per chi vive in questo territorio bello ma dannato, non rimangano solo belle parole scritte su uno Statuto ma diventino una buona volta realtà.

01 ottobre 2017

A MIO PADRE



Ciao papà,
è già passata una settimana da quando sei andato in cielo. Non ti abbiamo salutato né ti abbiamo potuto dire grazie come avremmo voluto.
Negli ultimi giorni passati insieme, stanco, consumato da una malattia implacabile -che, ne sono certo, un giorno non lontano sarà definitivamente sconfitta- mi ripetevi spesso: «Figlio, che brutto ricordo che ti lascio di me!».
No, papà, quello che hai lasciato a me, Mariangela e mamma, non è affatto un brutto ricordo. Tutt'altro.
La lotta che hai condotto con forza, determinazione e grande dignità contro un male che pur sapevi non ti avrebbe lasciato scampo, ha rafforzato in noi la consapevolezza di aver avuto la grande fortuna di averti rispettivamente come padre e marito. Pur consumato dalla sofferenza, non hai mai perso la voglia e la forza di scherzare, di trovare sempre il modo di farci sorridere.
In questi giorni, numerosi sono stati i messaggi che abbiamo ricevuto con ogni mezzo, tante le mani che abbiamo stretto, gli abbracci che abbiamo scambiato con tutti coloro che hanno voluto esprimerci il loro cordoglio, la loro vicinanza. In tanti si sono meravigliati del fatto che, pur se nel dolore più profondo, siamo sereni, papà.
Dopo che hai resistito giusto fino alla fine dell'ultima preghiera prima di smettere di respirare per sempre, quando ti hanno preparato prima di ricevere l'ultimo saluto da parte di chi ti ha conosciuto e voluto bene, dal tuo volto è scomparsa la maschera di dolore che, a causa della malattia, aveva trasformato, stravolto il tuo viso. Ho rivisto, così, la tua espressione naturale, illuminata da un bellissimo sorriso, il sorriso di chi prova una grande gioia, di chi ha ritrovato la serenità e la pace che da tempo invocava.
Appena arrivato alla Casa della Carità, ultima stazione del tuo lungo calvario, ti sei fatto accompagnare nella cappella dove, rivolto al Crocefisso, con un filo di voce hai pregato così: «Eccomi, Signore, sono pronto.»
E Gesù crocifisso, che vedevo in te guardandoti, inchiodato al letto dal dolore, ti ha ascoltato: ha mandato San Rocco a prenderti insieme a San Pio, che ti ha accolto in cielo proprio il giorno della sua festa liturgica, e insieme ti hanno accompagnato da Gesù. Quel sorriso sul tuo volto, che hanno notato in tanti rimanendone stupiti, era il segno chiarissimo che non soffrivi più ed eri di nuovo felice.
Per me, Mariangela e mamma, quello è stato il segno che il Signore aveva accolto le tue e le nostre preghiere. Per questo ci siamo sentiti sollevati dopo aver cercato di aiutarti a portare il peso della tua croce, ricambiando noi figli -pur se in minima parte- tutto l'affetto, le attenzioni, l'amore che da padre premuroso ci hai dedicato per tutta la vita.
In questi ultimi tre anni si sono alternati momenti di sconforto e momenti di speranza: la notizia della malattia, poi l'inizio della cura, delicata e difficile, in mezzo a difficoltà di ogni genere. Li abbiamo affrontati passo dopo passo, con fiducia, barcollando sotto il peso gravoso della malattia e delle sue implicazioni sul normale equilibrio familiare, sbattendo contro muri alti e spessi, cadendo nella rabbia e nello sconforto. Ma ti abbiamo aiutato a rialzarti e siamo andati avanti nonostante tutto, accettando insieme a te le tante sfide che il destino ti ha messo di fronte. Sfide che hai vinto tutte, facendoti carico e subendo personalmente le conseguenze di colpe non tue.
Il sorriso che l'incontro con Gesù ti ha disegnato sul volto, ti ha fatto dimenticare tutto il male che hai sofferto e ricevuto durante tutta la vita, ma sento il dovere di chiederti perdono per il male che hai dovuto subire e sopportare per causa mia. E ti chiedo scusa per non averti saputo regalare le gioie che meritavi.
Una domanda ti tormentava: «Perché questa malattia? Perché a me?». La mia risposta era sempre la stessa: «Perché vuol dire che il Signore sa che sei in grado di sopportarla.»
Sì, papà, sei stato bravo a sopportare le tante circostanze avverse che ti si sono presentate in questi ultimi tre anni: quando sei arrivato all'Ospedale di Scilla e, invece del medico che ti aveva visitato qualche giorno prima e con il quale dovevi iniziare la chemio, ti sei ritrovato davanti i Carabinieri, intenti a mettere i sigilli al reparto di oncologia, perché scelte pseudo-politiche avevano deciso che l'ospedale di Scilla doveva chiudere. Sei stato bravo quando lo scorso anno, d'inverno e per ben tre volte ti sei sottoposto alla chemio, ai Riuniti di Reggio, non nella solita sala a ciò destinata ma nella quale non c'era più posto, ma in uno squallido sgabuzzino e, per di più, sotto una finestra dalla quale filtravano spifferi micidiali, tanto che sei tornato a casa con la febbre, che ti ha costretto a interrompere la terapia.
Sei stato bravo a trovare la pazienza per sopportare le interminabili ore di fila, specie quella mattina in Ematologia, dove hai atteso il tuo turno di visita per sottoporti a un piccolo intervento, salvo poi dovertene tornare a casa perché il medico che avrebbe dovuto effettuarlo non sapeva che tu fossi lì.
Sei stato bravo, quasi un anno fa, a riprenderti da un infarto, che hai potuto superare anche grazie alle prime, fondamentali, cure ricevute quella sera al Punto di Primo Intervento dello "Scillesi d'America". Sai papà, fosse successo quest'anno, alla stessa ora, avresti trovato la porta dell'ex ospedale chiusa e saremmo dovuti andare a Reggio in macchina, senza sapere se saresti arrivato in tempo per essere operato d'urgenza e guarito, come l'anno scorso.
Sei stato bravo, infine, venti giorni fa, quando ti abbiamo dovuto ricoverare per un nuovo problema, stavolta al polmone. Dopo una settimana passata a girovagare per quattro reparti e una nuova operazione, i medici ti hanno potuto mandare a casa soddisfatti. Loro sì, erano soddisfatti, ma tu eri stanco: «Portami a casa...» -mi hai detto appena ci hanno detto che ti dimettevano- «...voglio morire a casa.» Queste parole resteranno per sempre scolpite nella mia memoria, perché lì ho capito che non ce la facevi più: in cuor tuo avevi detto basta. D'altra parte, il numero 17 non ti è mai piaciuto e non ce l'hai fatta proprio a finire quest'anno che ne porta le cifre.
Gli ultimi dieci giorni, infatti, hai smesso di mangiare: «Dove devo andare ormai, legato qui come un cagnolino!» mi hai detto fissando le goccioline lente della flebo che hanno scandito le ore dei tuoi ultimi giorni.
Poi, in pochissime ore, l'ultima stazione, l'ultima preghiera a Gesù ed hai ritrovato la pace e la serenità, che stavolta dureranno per sempre.
Papà, dicevi sempre: «Due cose sono importanti per l'uomo: la salute e il lavoro.» E guarda oggi: sono due elementi di cui l'uomo "moderno", il politico "moderno" ritiene di poter fare a meno: gli ospedali chiudono, così come i punti di primo, essenziale, intervento; e il lavoro o te lo inventi o non ti resta che trovare strade che portano lontano da qui. E questa realtà non ti piaceva, non poteva piacere a te che finché hai avuto la salute, non ti sei risparmiato, hai lavorato sempre, fin da bambino! E con il tuo lavoro hai potuto costruire una famiglia, la nostra.
Poi, quando la salute ha cominciato a venir meno, con la forza che ti derivava dal non aver mai nascosto la tua umana fragilità, hai continuato a illuminare le nostre vite e quelle dei tuoi parenti e di coloro che hanno avuto modo di conoscerti e di volerti bene, rendendo tutti migliori.
Adesso, sei una piccola luce che brilla intensamente e ci illumina dal cielo. E la tua luce, papà, arriva fin qui: la vedo negli occhi di mamma e di Mariangela ogni giorno; la vedo negli occhi dello zio, tuo fratello; negli occhi dei tuoi nipoti -con i quali siamo cresciuti come fratelli- e dei loro figli, cui volevi un gran bene; negli occhi di tutti i tuoi amici ogni volta che li incontro per strada.
Guidato da questa luce continuerò il mio cammino, essendoti infinitamente grato del fatto che sarò conosciuto e riconosciuto per sempre come figlio di Paolo Picone.

Tuo
Francesco


17 aprile 2017

IL SUONO DEL SILENZIO E LE SPADE DI DAMOCLE SULLO “SCILLESI D’AMERICA”

sound-of-silenceNei giorni scorsi si è svolto a Scilla l’ennesimo convegno sullo stato della sanità locale nell’ottica della nuova Città Metropolitana. Dal convegno non è scaturito niente di nuovo, salvo la proposta di istituire un “tavolo tecnico”per monitorare le procedure che porteranno alla realizzazione della Casa della Salute di Scilla. 

In verità, era qualcosa di cui si era già parlato in occasione dell’incontro pubblico svoltosi presso la sala consiliare scillese ai primi d’ottobre del 2015, al termine del quale i sindaci decisero “di istituire un Tavolo provinciale metropolitano con il compito di stilare una proposta– da presentare al commissario alla Sanità Massimo Scura e alla giunta regionale – alternativa alla graduale e inesorabile dismissione delle attività ospedaliere a cui stiamo assistendo”.

Evidentemente, quel tavolo provinciale non diede alcun frutto (ove mai fosse stato istituito), visto e considerato che adesso ne occorre un altro per monitorare la realizzazione di ciò che si intendeva scongiurare.

Inoltre, dopo l’istituzione della Città Metropolitana –che, ci piaccia o no, esiste almeno sulla carta- le eventuali proposte o atti di indirizzo inerenti tutte le materie di competenza della Città Metropolitana possono essere fatte attraverso la Conferenza Metropoolitana. E tra queste materie dovrebbe rientrare anche la sanità, visto e considerato che la prima finalità perseguita per statuto dal nuovo ente territoriale è “il miglioramento della qualità della vita delle persone che vivono sul territorio stabilmente od occasionalmente” [art. 10 Statuto]. I tavoli, allora, non servono più.

Servirebbe, invece, che i sindaci del nostro territorio proponessero l’istituzione in seno al Consiglio Metropolitano di una commissione permanente per le politiche sanitarie, che avanzi una seria proposta di rivisitazione su scala metropolitana delle mutate esigenze sanitarie di questa che è divenuta una comunità unica. E questa rivistazione, a modesto avviso di chi scrive, passa dal possibilissimo accorpamento funzionale della struttura sanitaria scillese agli Ospedali Riuniti.

A far più notizia, invece, è stato il suono del silenzio, imposto alla dott.ssa Domenica Patafio –consigliere comunale scillese, membro della Commissione Pari Opportunità all’interno del civico consesso nonché medico operante da anni presso le strutture dell’ex ospedale “Scillesi d’America.

In un suo messaggio, ripreso da tutti gli organi d’informazione locali, la dott.ssa Patafio scrive del silenzo impostole dai prepotenti cui, evidentemente, poco importava d’ascoltare una voce direttamente coivolta nelle atività ospedaliere e che, per questo, meglio di altri avrebbe potuto illustrare al pubblico le criticità attuali e proporre soluzioni attuabili per il miglioramento della situazione delle struttura sanitaria scillese.

Non dare la parola a un’ospite in un convegno (anche solo per un saluto, in caso il tempo a disposizione fosse breve) è un po’ come invitare al matrimonio qualcuno, contando sul suo nome e sulla sua riconoscibilità da parte degli altri invitati, e poi lasciarlo digiuno senza nemmeno accettare l’offerta  che questo qualcuno era in grado di fare agli sposi. Così facendo, si è dimostrato che, in realtà, non si voleva che il matrimonio riuscisse, non interessava dare un futuro agli sposi. L’interessante, per chi ha organizzato il matrimonio era avere la sala piena, solo pi l’occhi ra genti, per potersene vantare. Mi vantu e mi vant’eu….

Il suono del silenzio, The sound of silence, è anche il titolo di una splendida canzone scritta da Paul Simon nel 1964 e da questi portata al successo inseme con Art Garfunkel (che potete ascoltare cliccando sulla foto in alto o anche qui), divenuta il simbolo della mancanza di comunicazione “tra gente che parla senza comunicare, sente senza ascoltare, è apatica nei confronti degli altri. La comunicazione è superficiale, nessuno osa raggiungere l’altro e disturbare il suono di quel silenzio assordante, di quel rumore di parole vane lasciate fluire per abitudine, per riempire il vuoto di esistenze che non vogliono interagire con l’altro.” [tratto da Wikipedia]

La vicenda di cui abbiamo letto è emblematica di questo “non voler interagire con l’altro”, proprio per evitare che possa distrarre l’attenzione sui reali obiettivi che ci si era prefissati, facendosi scudo dei nobili intenti e di cartelloni che alla prova dei fatti si sono dimostrati essere solo una lista di nomi da parata.

Il suono del silenzio, quello che ha fatto più rumore in questa ultima vicenda e che continua a far rumore nella travagliata vicenda dello “Scillesi d’America”. A che punto siamo?

Con una Convenzione stipulata tra la Regione Calabria e l’ASP di Reggio Calabria il 2 Febbraio 2016, si fissavano le regole del finanziamento di € 8.270.000,00 per la realizzazione della Casa della Salute scigghitana. La detta Convenzione, che però dovrà essere aggiornata alla nuova normativa sugli appalti approvata di recente, scadrà, comunque, il 31/12/2018 e contiene al suo interno numerose spade di Damocle che pendono minacciose su quel che resta dello “Scillesi d’America”.

L’intervento previsto dovrebbe essere attuato in due fasi:

Prima fase: dovrebbe essere redatto il progetto preliminare sulla base di uno studio di fattibilità –in realtà già redatto a Novembre 2011 e poi aggiornato e rivisto fino al Luglio 2012, delle cui “stranezze avevamo già riferito dettagliatamente nel 2013. Il progetto preliminare dovrà comprendere le indagini e le verifiche al fine di appurare lo stato di vulnerabilità sismica della struttura, in osservanza alle norme tecniche vigenti in materia antisismica, e la valutazione dei costi da sostenere per l’inevitabile adeguamento strutturale. Tali costi, però, non possono essere superiori al 15% dell’importo dei lavori, corrispondenti al masismo a € 865.800,00 stando agli importi indicati nel citato studio di fattibilità. La prima spada di Damocle, è dietro l’angolo: se per l’adeguamento strutturale dovesse servire una spesa maggiore, la Convenzione sarà risolta.

Seconda fase: Elaborazione del progetto definitivo, per il quale l’ASP è tenuta ad acquisire “tutti i pareri, nulla-osta, concessioni, licenze, assensi, autorizzazioni di legge” necessari per la realizzazione dell’opera. L’avvio della progettazione definitiva è subordinata –ancora!- all’approvazione da parte della Regione Calabria “di uno studio integrativo del modello organizzativo e gestionale della Casa della Salute”, elaborato dall’ASP e che comprende: analisi sulla fattibilità economica, sociale, costi-benefici, fattibilità finanziaria di costruzione e gestione”. La domanda sorge spontanea: ma queste analisi di fattibilità non avrebbero dovuto essere fatte quando si è deciso di sostituire l’Ospedale con la Casa della Salute?! Evidentemente questa trasformazione è stata fatta senza tener conto di questi aspetti se non a livello superficiale, visto e considerato che occorrerà uno “studio integrativo”.

Il finanziamento sarà erogato come segue:

- il 30% dopo la pubblicazione del bando di gara di appalto;

-il 60% in quote successive, sulla base degli stati d’avanzamento (ovvero le parti di lavoro completate), a condizione che sia documentalmente dimostrato l’utilizzo di almeno il 40% della quota precedente;

-il 10% del costo totale dell’intervento, dopo l’approvazione della contabilità e il collaudo finali.

La Convenzione prevede esplicitamente altre spade di Damocle. Vediamole:

-il finanziamento può essere revocato in caso di “inadempimento di una delle parti” che comprometta l’attuazione dell’intervento o ne determini un notevole ritardo;

- la revoca viene, altresì, disposta nell’ipotesi di “grave inerzia, omissione o di attività ostativa riferite alla verifica e al monitoraggio” da parte dei soggetti responsabili dei controlli (ASP e Regione, ciascuna per le proprie competenze fissate dalla stessa Convenzione).

C’è, però un altro vincolo di importanza fondamentale, fissato dall’art. 6.11 della Convenzione, che prevede: “Prima di procedere all’esecuzione dei lavori, il Beneficiario [del contributo, cioè l’ASP –ndr] dovrà comunque assicurarsi che non sussitono [ahi! ‘sti congiuntivi! –ndr] impedimenti di sorta alla loro esecuzione, anche ai fini espropriativi delle aree oggetto dell’intervento.”

E ccà ‘mpunta ‘u carru. Ora, la verifica di cui sopra non dovrebbe e non potrebbe essere fatta “Prima di procedere all’esecuzione dei lavori” –cioè a progetto approvato, quando si è già pronti a partire con ruspe, motopale e betoniere- ma, caso mai, dovrebbe essere fatta prima della redazione del progetto preliminare o comunque al suo interno, prevedendo le somme necessarie alla regolarizzazione della titolarità delle aree.

Premesso ciò, è qui il caso di ricordare ancora una volta che la questione della proprietà dell’immobile “Scillesi d’America” e delle adiacenti aree di sua pertinenza è rimasta irrisolta. Il Tribunale di Reggio Calabria, in una sentenza di qualche anno fa relativa proprio alla questione degli espropri, ha sancito che la struttura è stata realizzata con l’occupazione illegittima dei terreni, poiché le procedure finalizzate all’esproprio non sono state condotte come avrebbero dovuto. D’altra parte, la Regione Calabria aveva anch’essa preso atto che sia il fabbricato che il terreno non erano di sua proprietà, tanto da annullare il Decreto che ne disponeva l’acquisizione al patrimonio.

Insomma, su questo Malasito lo andiamo ripetendo da anni, falla comu la v’oi, sempri cucuzza esti: se non si scioglierà prima il nodo relativo alla proprietà, non si potrà dar luogo agli impegni sottoscritti con la Convenzione tra Regione e ASP, non potrà essere presentato il progetto di trasformazione dello “Scillesi d’America” in Casa della Salute e l’utenza resterà cu ‘na manu davanti e l’atra d’arretu, privata del sacrosanto diritto a curarsi.

Come abbiamo visto, il tempo stringe, ‘a cira squagghia ma ‘u Santu non camina. Potremo anche passare per pessimisti, ma crediamo che il futuro della Casa della Salute sia davvero appeso a dei sottili crini di cavallo, come le tante spade di Damocle che sono lì a ricordarci le gravi minacce cui è esposta la salute dell’intero comprensorio gravitante attorno allo “Scillesi d’America”.

E per quanto il suono del silenzio faccia rumore e sia una bellissima canzone, su queste minacce non possiamo tacere.

 

 

22 marzo 2017

L’”AEROMORTO” DELLO STRETTO, I BANDIATURI FIAMMEGGIANTI E I LORO FANTASMI. COSI’ E’ (SE VI PARE)

AeroMorto-2Striscioni, sit-in, presìdi permanenti, bandiere fiammeggianti, chiacchiri e tabbaccheri 'i lignu.

Sull'aeroporto di Reggio, che qualcuno in questi giorni ha ribattezzato “aeromorto”, si sono dette un diluvio di parole. Non passa giorno, sui siti web o sui media locali, senza un servizio sulle manifestazioni di comitati e partiti politici in cerca di visibilità e all'evidente ricerca di consensi, da poter sfruttare nella prossima campagna elettorale.

E pur di ottenere consensi, si è disposti a tutto: a denigrare l'avversario politico, a demolirlo, dipingendolo come inerme o incapace; a dare in pasto all'opinione pubblica letture di dati incomplete di date, che riguardano la storia del “Tito Minniti”.

Gente abituata a portare avanti verità di comodo, come accade nelle aule di tribunale: chi ti deve difendere, non racconterà mai la verità vera (se mai ne esiste una). Offrirà, invece, una sua visione dei fatti, sperando che sia la più convincente agli occhi del giudice.

Il problema è se il giudice è in grado di capire o meno quale sia la verità vera. E in questo, di sicuro, non c'è peggior giudice dell'opinione pubblica.

La massa non approfondisce, non va a trovare le carte, a leggere con gli occhi e a capire con la testa. No, sta a sentire, si affida (e si fida) alle proprie orecchie, sente senza ascoltare; non legge, guarda. E quando guardi, ma senza vedere, quando senti ma non ascolti, capita molto spesso di essere attratti solo dagli slogan dalle urla, dal fumo della propaganda.

A Reggio, per l'aeroporto, tutti invocano unità, ma poi ognuno cammina da solo: i comitati protestano in piazza, i sit-in permanenti occupano le sale dell'aerostazione, mentre l'amministrazione comunale non parla o, se lo fa, parla poco, senza proclami, come un medico impegnato in un’operazione complicata.

In un articolo di qualche giorno fa, il sindaco Falcomatà ha scritto che se Reggio perderà l'aeroporto, si dimetterà. Mi sembra un impegno chiaro, corretto. Ma credo che Falcomatà sia persona troppo intelligente per spingersi a fare dichiarazioni così forti senza avere già in mano buone carte da giocare. E le buone carte non può che fornirgliele il governo nazionale, con il quale i rapporti sono più che buoni, visto e considerato che il neo-sindaco della città metropolitana è stato chiamato a far parte della segreteria nazionale del partito di maggioranza.

L'assessore Marino, dal canto suo, da persona misurata qual è, ha dichiarato ai microfoni di una tv locale che manca poco alla firma degli accordi che dovrebbero sancire la prosecuzione dell'attività dell'aeroporto. Ma non ha detto altro, giustamente, perché le firme ancora non ci sono.

Chi, invece, bandìa ammunti e abbasciu nei sit-in, spiegando al vento dello Stretto i loro fiammeggianti vessilli sono coloro che hanno già la verità in tasca: la loro. Ma quale sarebbe la (loro) verità?

Primo: Falcomatà non ha fatto nulla, in due anni e mezzo, per difendere l'aeroporto; secondo: nel Piano Nazionale Aeroporti, Reggio Calabria non esiste; terzo: per lo scalo reggino, non sono previsti lavori di ammodernamento e/o miglioramento, che lo aiutino a trovare una dimensione consona, rapportata alla nuova realtà amministrativa di recente costituzione.

Andiamolo a vedere il Piano Nazionale Aeroporti. E' del febbraio 2012 -sindaco della città era Demetrio Arena, successore di Scopelliti e Raffa, tutti del centrodestra- e nel quadro di riferimento della “Macroarea del Sud” si legge:

«Gli aeroporti del Sud si caratterizzano per la prevalenza dei collegamenti nazionali, giacché complessivamente il 70% del traffico risulta di carattere domestico, con destinazioni prevalenti Roma Fiumicino e Milano Linate. Il traffico operato da vettori low cost si attesta al 34% del traffico totale, in linea con la media nazionale. Il traffico charter rappresenta invece meno del 10% del totale.

Il traffico cargo negli aeroporti del sud è del tutto marginale evidenziando per l’area una debolissima presenza del comparto cargo aereo.

La distribuzione degli aeroporti nei relativi contesti regionali è alquanto disomogenea; alla forte concentrazione del traffico campano sul solo aeroporto di Napoli, si contrappone l’articolazione del sistema aeroportuale pugliese, basato su quattro scali con diversificazione funzionale e quella della Calabria, con tre scali ben distribuiti, ma senza una sufficiente specializzazione.

La localizzazione periferica e “terminale” del Sud rispetto ai principali corridoi transeuropei ed ai relativi mercati, costituisce attualmente un fattore limitante per lo sviluppo del trasporto aereo nell’area; gli indici sfavorevoli dello stato dell’economia, la ridotta presenza di aziende, che esprime una minore componente di traffico business, nonché gli ancora ridotti flussi turistici, si riflettono sul trasporto aereo, soprattutto su quello internazionale, attualmente non ancora significativamente sviluppato e sul traffico charter.....Sono incerte anche le previsioni realizzative di lungo periodo, inerenti, alla direttrice multimodale costituita dal Ponte sullo Stretto di Messina, opera la cui realizzazione è attualmente sospesa.»

Alle strategie di sviluppo per Reggio sono dedicate solo poche righe: «Per l’aeroporto di Reggio Calabria, in ragione dei limiti infrastrutturali e della posizione geografica marginale rispetto al territorio calabrese, nonché della forte concorrenza dell’aeroporto di Lamezia Terme (che sarà in futuro ancora meglio collegato sia su gomma che su ferro al bacino ampio), è indicato un ruolo di servizio in risposta alla domanda di traffico locale, estesa anche alla provincia di Messina.»

«In ragione dell’assetto delineato, nonché delle diverse potenzialità e capacità degli scali, il traffico totale previsto al 2030 per l’area del Sud potrà essere così distribuito tra gli aeroporti, secondo tre diversi scenari (previsione minima, media e massima)»

Tabella 1

Dunque, a Reggio (così come a Crotone), è previsto poco più del 13% del traffico totale calabrese, contro il 73% di Lamezia Terme, cui «è assegnato un ruolo strategico per il trasporto aereo dell’intera Calabria, in assenza di scali concorrenti all’interno del suo bacino di traffico». Inoltre, viene previsto: «Per rafforzare tale ruolo e rispondere efficacemente alla domanda di traffico, nonché per ampliare il suo bacino è necessario che siano rafforzate le connessioni con il territorio, in primo luogo quelle ferroviarie. Altresì sono necessari gli adeguamenti delle infrastrutture aeroportuali programmati, con particolare riferimento all’aerostazione passeggeri; lo scalo di Lamezia presenta delle buone potenzialità per assumere anche il ruolo di aeroporto cargo regionale.»

Dal MONITORAGGIO INFRASTRUTTURE AEROPORTUALI DEL SUD ITALIA del 2015:

Tabella 2

Tabella 3_1

Tabella 3_2

Nel più recente report sullo STATO DI ATTUAZIONE DEGLI INVESTIMENTI AEROPORTUALI IN ITALIA, aggiornato al dicembre 2016, la situazione riportata non è dissimile a quella descritta nel 2012:

«Gli aeroporti del bacino di traffico della Calabria hanno registrato nel 2015 un traffico di circa 3 milioni di passeggeri, concentrati quasi esclusivamente sullo scalo di Lamezia Terme (2,3 Mil). Negli ultimi dieci anni è stata registrata per l'aeroporto di Lamezia Terme una crescita pari ad un tasso medio del 6% annuo, che ha portato quasi al raddoppio del numero dei passeggeri nel periodo considerato. Negli ultimi anni, il traffico sullo scalo di Lamezia è stato prevalentemente costituito dalla componente nazionale (83%), con destinazione prevalente Roma Fiumicino. Il traffico cargo presso il medesimo aeroporto non può dirsi sviluppato e i dati osservati nell’ultimo decennio evidenziano un calo delle tonnellate movimentate pari al 3%, con un tasso medio annuo di decrescita del 7%. La distribuzione del traffico nel bacino della Calabria, pur in presenza di tre scali ben distribuiti sul territorio, non presenta una sufficiente specializzazione.

Le prospettive di sviluppo, in ragione del quadro di riferimento europeo delineato in precedenza, portano a ritenere che il bacino di traffico della Calabria potrebbe generare una domanda di circa 5 milioni di passeggeri/anno all'orizzonte temporale del 2030.

L'insufficiente accessibilità ai poli di interesse turistico e alle aree interne, gli eccessivi tempi di viaggio e l'inefficienza dei sistemi di trasporto, soprattutto in chiave di interscambio, determinano una perdita di competitività delle imprese ed in generale dell’intera economia delle aree del Sud, anche in termini di attrattività turistica e commerciale. La maggiore criticità è rappresentata dalla scarsa accessibilità ai poli aeroportuali da parte dell'utenza, misurabile in tempi eccessivi di percorrenza e carenti livelli di servizio negli spostamenti. Ad un'adeguata dotazione aeroportuale non corrispondono sul territorio adeguati nodi di collegamento, condizione che limita la potenzialità di sviluppo degli scali.» Nel Piano Quadriennale degli Interventi 2016/19, per Lamezia Terme sono previsti investimenti per € 63.921.000.

Dal Rapporto sui dati del traffico aereo del 2016:

- nella graduatoria degli scali italiani in base al numero totale di movimenti aerei commerciali, Reggio si piazza al 27° posto (su 42 aeroporti) con 4.233 movimenti totali (+2,9 rispetto all'anno precedente) e un'incidenza dello 0,3% sul totale delle movimentazioni (Lamezia è 18°, Crotone 34°);

-nella Graduatoria in base al numero totale di passeggeri trasportati sui servizi aerei commerciali, la situazione migliora di poco: siamo al 26° posto con 479.437 passeggeri (-0,5% rispetto al 2015).

Un gradino in più, 24° posto nella Graduatoria degli scali italiani in base al totale cargo trasportato sui servizi aerei commerciali, con 36 tonnellate (Lamezia è a 1182), con un vistoso calo del 31,6% rispetto all'anno precedente

Per quanto riguarda i dati del traffico commerciale complessivo internazionale e nazionale relativi a servizi di linea e charter

Tabella 4_1

Tabella 4_2

L'andamento mensile dei movimenti e del traffico passeggeri, evidenzia dei picchi tra luglio e settembre:

Tabella 5_1

Tabella 5_2

Tabella 6_1

Tabella 6_2

Con il D.P.R. n° 201 del 2015 (firmato da Mattarella, Renzi e Del Rio), che ha emanato il Regolamento che individua gli  aeroporti  di  interesse nazionale, dal 2 Gennaio 2016 il Tito Minniti di Reggio Calabria è stato inserito tra gli aeroporti di interesse nazionale per il bacino di traffico della Calabria, mentre quello di Lamezia Terme è aeroporto di particolare rilevanza strategica.
I requisiti per tale riconoscimento sono:
a)-un ruolo  ben  definito all'interno del bacino, con una specializzazione dello scalo  e  una riconoscibile  vocazione  dello   stesso,   funzionale   al sistema aeroportuale di bacino da incentivare;
b)- dimostrare,  tramite  un  piano industriale,  corredato  da  un   piano economico-finanziario,   il raggiungimento    dell'equilibrio     economico-finanziario anche tendenziale e di adeguati indici di solvibilità patrimoniale, almeno su un triennio.

E qui casca l'asino. Perché la società di gestione dell'aeroporto di Reggio (Sogas, cui partecipano: Provincia di Reggio Calabria, Comune di Reggio Calabria, Regione Calabria, Camera di Commercio di Reggio Calabria e Provincia Regionale Di Messina), nonostante gli sforzi profusi dalla Provincia di Reggio Calabria nel corso degli ultimi dieci anni, non è stata in grado di garantire, attraverso un piano industriale adeguato, l'equilibrio economico-finanziario.
Il motivo principale è da imputare nel mancato versamento delle quote societarie da parte di Regione Calabria, Provincia di Messina e Comune di Reggio Calabria, tanto che nel bilancio 2012 questa somma ammontava a € 789.697, lievitata a ben € 2.065.227 nel 2013.

Vista la situazione, occorreva trovare la scappatoia (e in Italia siamo maestri a fare le leggi e i regolamenti con le scappatoie!): ‘a truvaru.
Le suddette condizioni previste dal regolamento (specializzazione dello scalo e garanzia della stabilità economico-finanziaria), infatti, non si applicano per gli  aeroporti  che garantiscono  la continuità territoriale di regioni periferiche ed  aree  in via  di sviluppo o particolarmente disagiate, qualora  in dette regioni non vi siano altre modalità  di  trasporto (in  particolare  ferroviario),  adeguate a garantire  tale  continuità.
La continuità territoriale -la cui applicazione per lo scalo reggino è stata chiesta dalla Provincia di Reggio Calabria con uno dei suoi ultimi atti deliberativi- è uno strumento legislativo europeo, il cui scopo è quello di garantire i servizi di trasporto ai cittadini abitanti in regioni disagiate della nazione a cui appartengono. Essa consiste, nella sostanza, in una serie di incentivi per le compagnie aeree (individuate attraverso un bando)e con costi del biglietto nettamente ridotti per gli utenti. La verifica dell'assenza di  modalità alternative è effettuata dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, avvalendosi dell'ENAC.
Anche dall'esito di questa verifica passa, dunque, il futuro dello scalo reggino, visto e considerato che, oltre alla nuova società di gestione, Sacal (che gestisce già l'aeroporto di Lamezia e che nel 2013 ha registrato una perdita d'esercizio di € 390.550),solo l'applicazione del regime di continuità territoriale -già da tempo attuato per Sicilia e Sardegna- consentirebbe, per esempio, ad Alitalia di continuare a garantire i voli da e per Reggio.

Ora, la prudenza (dimostrata dagli attuali amministratori reggini) non è mai troppa, ma ci sono elementi sufficienti da indurre a ritenere che per Reggio una soluzione sia sempre più vicina.
E' un dato di fatto che il governo abbia avuto per la città dello Stretto un'attenzione particolare. Numerosi sono gli atti già sottoscritti per far partire nel migliore dei modi la città metropolitana.
Certo, ancora non abbiamo avuto modo di vedere nessun cambiamento dal punto di vista della vita quotidiana, perché le opere previste dovranno essere avviate, ci si augura, in tempi brevi.
E, sinceramente, dopo tanta attenzione, dopo la nascita -per ora solo formale- della città metropolitana, sarebbe sicuramente un controsenso togliere a questo nuovo soggetto sociale e culturale, prim'ancora che amministrativo, uno degli elementi cardine per la mobilità e la diffusione della sua immagine nel resto d'Italia e nel mondo.
Lasciare Reggio senza aeroporto, sarebbe come affogare nella culla la neonata città metropolitana, che oggi è ancora metropolinana e tale resterebbe, ma morta.
A ben vedere, invece, ci sono ancora buoni segnali di vitalità, anche se i medici che hanno in mano la cartella clinica non sciolgono la prognosi, che rimane riservata. I professoroni e i bandiaturi dai fiammeggianti vessilli che hanno già in mano la verità rivelata (la loro), farebbero meglio a guardarsi allo specchio e prendersela con i fantasmi del loro recente passato, che poi tanto fantasmi non sono.
Così è (se vi pare).

N.B.: Dati tratti da www.enac.gov.it - http://www.gazzettaufficiale.it - http://www.aeroportodellostretto.it Foto tratta da: http://www.strettoweb.com

29 gennaio 2017

REGGIO, CITTA’ METROPOLINANA

Lunedi prossimo, 30 gennaio 2017, nascerà una nuova creatura.

Lo ricorda in un post pubblicato su facebook l'amico Pietro Bova.

Sulla carta questa nuova creatura ha già un nome, Città Metropolitana di Reggio Calabria. Ne faranno parte 94 comuni, suddivisi in cinque aree territoriali, ottimisticamente chiamate “Zone omogenee”: Area dello Stretto (di cui dovrebbe far parte Scilla), l'Area Aspromontana, l'Area Grecanica, l'Area della Piana e l'Area della Locride.

Nel suo intervento, Pietro Bova lamenta, giustamente, il fatto che tra le “zone omogenee” non sia stata individuata quella della Costa Viola.

Effettivamente, così come l'area grecanica possiede in sé specificità culturali rilevanti ed è essenzialmente legata dalla comune matrice di origine greca, la Costa Viola, oltre a rappresentare una continuità geografica riconosciuta su tutte le mappe del territorio italiano, possiede una serie di caratteristiche (morfologiche, culturali, paesaggistiche, economiche) che la distinguono e la differenziano da sempre rispetto a Reggio di Calabria e agli altri comuni compresi nell'area dello Stretto di Messina. E tale diversità, come giustamente afferma Pietro Bova, è stata da sempre evidenziata in tutti gli atti di programmazione e pianificazione elaborati nel corso di questi ultimi decenni in tutti i campi (dal turismo, all'urbanistica, all'agricoltura, ecc...).

L'importanza della zona omogenea è basilare, poiché essa rappresenta il nucleo di tutta l'organizzazione territoriale della nuova entità istituzionale. Infatti, come prevede l'art. 40 dello Statuto, è attraverso di essa che si prevede di realizzare “una efficace partecipazione e condivisione dei Comuni al governo della Città
metropolitana
”, costituendo “articolazione per l’organizzazione in forma associata di servizi comunali e per l’esercizio delegato di funzioni di competenza metropolitana”.

Alla fine del suo intervento, Bova mette il dito sulla piaga, ovvero sui motivi che hanno impedito il riconoscimento della zona omogenea della Costa Viola. Afferma Bova: “Oltre ad una forte e illuminata leadership politica manca la consapevolezza dell'essere diversi e i comuni interessati (in particolare Bagnara, Palmi, Seminara e Scilla) che pure potrebbero sviluppare comuni politiche di accoglienza e sviluppo turistico, per citare un solo esempio tra tanti, non dialogano tra loro nemmeno su problematiche minori”.

Le deficienze rilevate da Bova per quanto riguarda la zona omogenea della Costa Viola, sono -ahimé!- applicabili anche in altri tentativi di “associazione tra comuni” attuate nel passato più o meno recente.

Tra gli esempi più lampanti vi è il Piano Strutturale Associato (PSA).

Dovrebbe essere il nuovo strumento urbanistico che dovrebbe regolare il territorio di Scilla e, nel contempo, di altri cinque comuni associati: Bagnara Calabra, Sant'Alessio in Aspromonte, Sant'Eufemia d'Aspromonte, Santo Stefano in Aspromonte, Sinopoli.

A parte Bagnara, il problema è uno, come avrebbero detto gli antichi latini: chi nicchienacchi Scilla con gli altri comuni dell'entroterra pre-aspromontano?

Scilla non ha mai avuto alcun legame né dal punto di vista commerciale o economico, né storico, fatto salvo il ritrovarsi con detti territori sotto l'antico dominio del Principe Ruffo, che era anche Conte di Sinopoli.

Il risultato è che il Piano Strutturale, a undici anni dall'approvazione della Delibera con la quale fu approvato lo schema di protocollo d'intesa per l'adesione al PSA, molti comuni devono ancora approvarne il documento preliminare. Nel frattempo, il piano regolatore vigente è decaduto (ad eccezione delle zone del centro urbano), con tutte le conseguenze che ne derivano: mercato immobiliare, edilizia ed attività annesse e connesse, tutto bloccato.

Alla luce della realtà che viviamo, mi viene da dire che nessun male viene per nuocere. E sì, perché se questi sono i risultati dell'”associazionismo”, beh allora meglio procedere da soli. Ma faremmo comunque poca strada.

Ma in quale realtà nasce questa nuova creatura?

E' di pochi giorni fa la provvisoria soluzione della vicenda dell'Aeroporto dello Stretto: per ora, dopo un sussulto popolare, il pagamento degli arretrati da parte di Regione e Comune di Reggio di Calabria hanno scongiurato il peggio. Ma è meglio non mollare la presa, meglio continuare a rimanere vigili.

La viabilità della futura entità amministrativa è ridotta in condizioni a dir poco pessime, tant'è che solo per tappare le buche delle strade di Reggio, il Governo ha stanziato 50 milioni di euro. Fermandoci alla realtà vicina a Scilla, a parte alcuni interventi di rifacimento del manto stradale che hanno riguardato il centro urbano e Melia, con fondi messi a disposizione dalla Terna per opere compensative, la strada provinciale verso Melia è in condizioni pietose e, diciamolo, in stato di pre-abbandono, con numerosi tratti dissestati nella sagoma o che presentano muretti di protezione o muri di sostegno con evidenti segni di cedimento in corso. Se non si correrà ai ripari in tempi brevi, le conseguenze potrebbero essere molto serie.

La sanità, altro punto dolente. Anche qui, i tentativi di un'azione comune da parte di tutti i comuni della zona, fino alla Piana, a difesa dei presidi esistenti, garantendo una loro rifunzionalizzazione, sono naufragati. Cosa è stato fatto, dopo l'impegno assunto in pompa magna proprio nella sede del Comune di Scilla da parte di tutti i Sindaci presenti e del presidente della Provincia Raffa, a difesa dello “Scillesi d'America”? Nulla, assolutamente nulla. Le promesse sono rimaste tali.

Il Sindaco di Scilla, si è allineato e coperto alle decisioni regionali, allo stesso modo del suo predecessore. E' vero, Oliverio non può intervenire direttamente come avrebbe potuto fare Scopelliti a suo tempo ma, a parte le promesse rivoluzionarie (rimaste, anche queste, inattuate), è altrettanto vero che finora nessun tentativo serio è stato fatto per garantire una sanità rispettosa della dignità dei calabresi.

Il Sindaco Falcomatà, a Scilla, ebbe a dire che lo Scillesi d'America avrebbe potuto costituire una struttura di appoggio agli Ospedali Riuniti, proprio nell'ottica della nascente città metropolitana. Salvo poi avviare -nel novembre scorso- le procedure per la costruzione di un nuovo ospedale cittadino.

In concreto, dunque, l'unico atto che avrebbe tradotto concretamente in fatto tale auspicio, è rimasto inattuato. Alla Regione giace, oramai da quasi cinque anni, una proposta di legge presentata dalla Provincia su impulso del Sindacato Autonomo della Sanità FIALS, che prevedeva l'accorpamento funzionale dello Scillesi d'America ai Riuniti.

Non se n'è fatto nulla. Interessi diversi da quelli dei cittadini ammalati e bisognosi di cure, hanno avuto la meglio: i reparti ospedalieri sono stati trasferiti a Melito. A Scilla, resta una struttura di sei piani, con qualche ambulatorio e un punto di primo soccorso, ma per il resto completamente vuota, che denota chiari segni di fatiscenza.

Solo chi non vuol vedere -e sono in tanti!- può smentire questo quadro della realtà che ci circonda.

Nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario svoltasi sabato scorso, il giudice Luciano Gerardis -presidente della Corte d'Appello di Reggio Calabria- ha tratteggiato con parole forti quello che è l'atteggiamento del reggino davanti a questa realtà, dichiarando che quella in cui viviamo dalle nostre parti è “Una società molle, per nulla reattiva, poco propensa a porre argine non soltanto al predominio 'ndranghetista ma alla diffusa illegalità quotidiana che deprime la qualità della vita, quasi indolente e rassegnata ad adagiarsi su prassi quantomeno discutibili...Decenni di crescente presenza 'ndranghetista hanno avuto effetti deformanti anche sul modo di pensare dei cittadini, quasi predisponendone l'habitus all'illegalità diffusa, nel convincimento dell'impunità”.

Davanti a questa che è la fotografia impietosa di ciò che siamo, la creatura che nasce domani è handicappata. Quella di Reggio non è una citta metropolitana, ma una città metropolinana.

Un'entità che nasce piccola, a dispetto dell'estensione territoriale (cui Scilla contribuisce in maniera importante, essendo il secondo comune per territorio).

Serviranno interventi a largo raggio per dare a Reggio un'effettiva parvenza di città metropolitana. E gli interventi, per essere realizzati hanno bisogno di risorse. Il Sindaco Falcomatà ha già firmato patti e accordi con il Governo nazionale, che faranno convergere sulla futura città metropolitana milioni e milioni di euro.

E i soldi, si sa, piacciono. Specie ha chi ha dimostrato e dimostra ogni giorno di saperli investire per il proprio tornaconto personale, come fa la 'ndrangheta, che il procuratore Cafiero De Raho ha definito come la “Principale agenzia criminale del pianeta”.

La crescita di una città che nasce metropolinana, passa dalla presa di coscienza che essa sarà possibile solo se lasciamo da parte l'indolenza e la rassegnazione; se dismettiamo l'habitus dell'illegalità, che non porta all'impunità; se diamo nuova forma al nostro modo di pensare. Solo così potremo crescere come persone e che possano definirsi cittadini degni di una città metropolitana.

20 agosto 2016

LA REDENZIONE DI SCILLA STA NELL’EDUCAZIONE

image_thumbNon so quanti scigghitani conoscono lo stemma della città di Scilla. Vi è raffigurata una sirena con due code, retaggio mitologico dell'antica Grecia e poi, attorno alla sirena, c'è una scritta in latino che recita:"Scillæ Civitas"

Ora, va bene che il latino è una lingua morta ma, a differenza dei morti, che non hanno più voce, la lingua latina ancora un po' di voce ce l'ha, visto e considerato che la si studia nei licei, negli istituti magistrali e anche all'università. E, per chi non l'ha studiata -come chi scrive- ci sono ancora i vocabolari latino/italiano-italiano/latino, che ci possono soccorrere alla biosogna.

Ebbene, quello "Scillæ Civitas" significa letteralmente “Città di Scilla”. Ma il termine Civita non è solo la città fisica, quattru casi 'ncugnati una a fianco all'altra o 'mmunziddhati comu veni veni, tipo Ieracari. Civitas è l'assieme dei cittadini di una località e nel contempo lo “status” giuridico, che fa di tutti i cittadini dei soggetti di diritti e di doveri.

Dal tempo degli antichi romani, che hanno fatto scola e dopuscola di latino in tutto il mondo allora conosciuto, è passato parecchio così che, mentre il latino diveniva una lingua morta, anche il senso di quella parola “Civitas” perdeva di significato, limitandosi a rappresentarne realmente solo la prima parte, ovvero il semplice assieme dei cittadini di Scilla.

Della seconda parte, cioè dello “status” giuridico, che fa di tutti i cittadini dei soggetti di diritti e di doveri, ce ne siamo dimenticati o, peggio ancora, ce ne siamo voluti dimenticare.

Certo, è paradossale. Sì, perché, chi bene, chi male, ma oramai iammu tutti a' scola, abbiamo tutti un'istruzione o, nel peggiore dei casi, un minimo di erudizione.

Sappiamo tutti, anche solo per sentito dire per sbaglio dalla radio o dalla televisione oppure dai telefonini, che a tutti vengono riconosciuti determinati diritti, circostanza che -limitatamente a quandu ndi cumbeni- sfruttiamo in tutti i modi possibili, senza fermarci neanche a riflettere se il modo che scegliamo per far valere quei diritti siano leciti o illeciti.

Ma, se per il raggiungimento dei diritti non ci si ferma davanti a niente e a nessuno, quando si tratta dei doveri, allora sì che ci si ferma, eccome!

A Scilla, il significato della parola “dovere” pare essere limitato solo al presenziare ai funerali: haiu a fari 'n doveri.

Per il resto, tutto ci è dovuto mentre noi non dobbiamo niente a nessuno.

La città, la Civitas, se tale vuole essere considerata, non funziona così.

Non entro in indagini sociologiche che non mi competono, ma mi limito semplicemente a riferire tre episodi oggettivi (anche se potrebbero esserne citati molti di più), estremamente esemplificativi della “Civitas” in cui viviamo.

image_thumb1A Ieracari sono in corso da più di tre mesi alcuni lavori che riguardano il torrente Annunziata. Lasciando da parte ogni commento tecnico circa l'opportunità o l'utilità della loro esecuzione (sarebbe un discorso troppo lungo, che potremo fare in altra sede), basta qui sapere -per quanti non lo sanno ancora- che l'attraversamento su unica corsia di quel tratto di strada è attualmente regolato da un semaforo: verde, giallo, rosso. E' l'ABC dell'educazione stradale, non c'è bisogno di andare da nessun istruttore di scuola guida per sapere cosa significano quei tre colori, lo si impara(va) fin da bambini: col rosso ci si ferma; col giallo si fa attenzione e, se è il caso, ci si ferma lo stesso; col verde si passa.

Eppure, a Ieracari sembra che il semaforo sia un'invenzione aliena, sconosciuta a tutti: ragazzi, giovani, adulti, masculi e fimmini, patri e mammi 'i famigghia, diplomati, laureati. Non c'è alcuna differenza nell'indifferenza con la quale passano tutti, qualunque sia il colore del semaforo, annullandone la funzione e, cosa più grave, creando il serio rischio di incidenti. Dei vigili urbani nessuna traccia. Evidentemente impegnati in attività Marinaresche ritenute ben più importanti e meritevoli di attenzione. Eppure, credo che la loro presenza -oltre che a rappresentare un deterrente alle continue violazioni, consentirebbe al Comune di incassare un bel po' di soldini con le dovute multe e ritiro del mezzo.

image_thumb2Stessa cosa dicasi per la via Sinuria, il tratto di strada compreso tra piazza San Rocco e Piazza Matrice. Di recente è stato interessato da un'ordinanza che ne ha disposto l'attraversamento a senso unico per gli autoveicoli, dalla piazza a scendere verso Matrice. Anche qui, nessuno ha nemmeno finto di vedere il segnale di divieto di accesso posto all'imbocco di via Sinuria. Risultato: difficoltà di percorrenza, con annessi e connessi calamenti di calandarii, 'ncazzatini, discussioni e sciarri.

Terzo elemento di cui si finge di ignorare la presenza: i marciapiedi. Trattasi di parola composta: marcia a piedi. Significa che chi percorre le strade a piedi, dovrebbe farlo nelle sedi a ciò destinate. In pochissimi li usano, ma forse in questo caso una piccola scusante c'è: la diffusa presenza di, definiamoli così, ostacoli di natura organica animale, che nemmeno l'ordinanza sindacale dello scorso anno è riuscita non dico ad eliminare ma, quanto meno, a diminuire.

Davanti a questo stato di fatto, sono consapevole che non bastano né le ordinanze né i divieti né i vigili urbani. I scigghitani avrebbero bisogno di essere accompagnati da due carabinieri ciascuno!

Ciò richiederebbe l'impiego di circa diecimila carabinieri solo per Scilla, il che è cosa alquanto impossibile, oltre che assurda, pretendere.

Costa meno ricordarsi il significato della parola “Civitas”, ricordarsi cioè dello “status” giuridico della città, che fa di tutti i cittadini dei soggetti di diritti e di doveri.

Scilla, che adesso, per di più, fa parte della Città Metropolitana di Reggio Calabria, non potrà ritenersi tale finché oltre ai diritti non ci ricorderemo tutti di avere dei doveri, uno nei confronti dell'altro prima ancora che nei confronti della Legge.

Il grande Mimmo Martino -leader de “I Mattanza”, prematuramente scomparso- in un suo celebre verso cantava: «Culu nci voli, 'u sapiri non giuva» -Fortuna ci vuole, il sapere non giova.

Noi scigghitani, di fortuna ne abbiamo avuta parecchia, perché siamo nati e/o viviamo in uno dei posti più belli del mondo. Ma il sapere non giova, non ci è giovato, da solo, a continuare a renderla tale. L'istruzione, da sola, non basta. Non basta saper leggere e scrivere e aver studiato. Prima ancora che i libri, prima ancora di conoscere le regole, ci serve l'educazione a rispettarle.

Prendo perciò a prestito una citazione di Luis Alberto Lacalle, ex Presidente dell'Uruguay, che parlando del subcontinente latinoamericano ebbe a dire: «La redenzione di questa America Latina sta nell'educazione» - -concetto ribadito nei suoi scritti anche dal grande scrittore colombiano (o dovrei dire meglio, americano) Gabriel Garcia Marquez. Parafrasando il Presidente uruguayano, sono personalmente convinto che la redenzione di questo paese di Scilla sta nell'educazione.

Fin quando gli scigghitani non potranno definirsi davvero educati, non meritiamo la fortuna che abbiamo avuto di abitare a Scilla, non meritiamo di portare scritto nello stemma "Scillæ Civitas".