05 novembre 2017

OSPEDALE DI SCILLA: NELLA NOTTE DELLE STREGHE SI RIACCENDE LA SPERANZA



Ci sono fatti che, pur in questa epoca di ipercomunicazione, passano inosservati, solo perché non viene dato loro il risalto che meritano.
Uno di questi è la pubblicazione sull’Albo Pretorio del Comune di una Delibera della Giunta Comunale (la n° 165 del 30/10/2017) che potrebbe portare alla clamorosa (a questo punto, sì) riapertura dell’Ospedale “Scillesi d’America”.
In verità, lo diciamo da tempo, la riapertura dell’ex nosocomio scillese, oggi divenuto un amorfo poliambulatorio quasi del tutto anonimo, non sarebbe per niente clamorosa ma esclusivamente giusta. Sì, giusta, perché la disattivazione della struttura disposta dall’ex Presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti (allora Commissario al Piano di Rientro sanitario regionale) con Decreto n° 92 del 18/6/2012, fu un atto illegittimo.
Difatti, il Piano Sanitario Regionale non prevedeva affatto la disattivazione dell’ospedale “Scillesi d’America” – dichiarata con Delibera n. 184 del 29 Marzo 2012 del Direttore generale dell'ASP di Reggio Calabria, di cui il citato Decreto ha preso atto- bensì la sua riconversione a “Casa della Salute”. [vedi link: http://www.malanova.it/2012/09/19/ospedale-di-scilla-il-consiglio-di-stato-ecco-la-chiave-per-riaprire-lospedale/]
Contro il Decreto 92/2012 il Comune di Scilla aveva fatto ricorso al TAR –presentato il 27/11/2012 al n° 658/2012, dopo che il Consiglio Comunale aveva appositamente deliberato ben due mesi prima- ma non era stata contestualmente presentata istanza di sospensiva del provvedimento impugnato, con la conseguenza che il Decreto ha prodotto i suoi effetti e, intanto, il ricorso è stato messo a dormire in un fascicolo.
Ma se ‘u santu (ricorsu) non camina, ‘a cira squagghia ‘u stessu pirchì ‘u tempu passa. E così, sono passati quasi cinque anni. Infatti, mancano solo una ventina di giorni prima che il ricorso vada in “perenzione”, tecnicamente definita come “L'estinzione del rapporto processuale amministrativo per il mancato espletamento ad opera della parte e per un certo tempo, di atti processuali di sua pertinenza.”
In poche e più povere parole, in quasi cinque anni il Comune di Scilla –attraverso il legale a suo tempo incaricato- non ha prodotto alcun altro atto aggiuntivo, il che dopo cinque anni fa "morire" la causa. 
Eppure, in tutto questo tempo di novità ce ne sono state parecchie.
Diversi sono stati i comuni calabresi che hanno impugnato il famigerato Decreto e, con motivazioni in parte diverse rispetto a ciò che è accaduto allo “Scillesi d’America”, hanno avuto ragione a farlo, dato che il Consiglio di Stato (massimo organo amministrativo) ha sentenziato la riapertura di diversi nosocomi che erano stati ridotti a CAPT in maniera non conforme alle previsioni del Piano di Rientro per quel che riguarda il mantenimento dei LEA (livelli essenziali di assistenza).
Adesso, finalmente!, in piena “zona Cesarini” si cerca di correre ai ripari. Con la recente Delibera, infatti, si è dato incarico a un nuovo legale –lo stesso che ha seguito la vicenda giudiziario-amministrativa che ha permesso di riaprire l’ospedale di Praia a Mare- perché “resusciti” il fascicolo dello “Scillesi d’America”.
Non usiamo il termine “resuscitare” a caso, vista l’attuale situazione sanitaria e visto che la Delibera n° 165 è del 30/10/2017 vigilia di Halloween, la notte delle streghe, ed è stata pubblicata all’Albo Pretorio il 02 Novembre, festa dei defunti. Ma lo "Scillesi d'America" è un morto che può tornare a nuova vita, alla faccia delle streghe e della "mavare"!
Metafore a parte, accogliamo con profondo piacere la notizia. Finalmente, in difesa dell’ospedale di Scilla è stato fatto un passo significativo, che potrebbe essere decisivo per un più tranquillo futuro sanitario della nostra comunità e di quelle alla nostra limitrofe.
E’ un atto che doveva e poteva, magari, essere fatto prima ma poco importa: meglio tardi che mai, guardiamo avanti con un po’ di fiducia in più che possa essere ripristinato un servizio sanitario degno di questo nome e che non può non includere un nome importante, quello dello “Scillesi d’America”, che racchiude in sé il nome dei tanti scillesi che sacrificando parte dei loro risparmi, donarono a Scilla il suo ospedale.

08 ottobre 2017

LO "SCILLESI D'AMERICA" NELL'OFFERTA SANITARIA DELLA CITTA' METROPOLITANA: PROPOSTA PER UN FUTURO ANCORA POSSIBILE

A Scilla torna il furore rivoluzionario? Si è svolta pochi giorni fa, nella stessa location della sala consiliare scillese, la replica dell'assemblea dei sindaci dell'area dello Stretto andata in onda il 5 ottobre del 2015, avente per oggetto la situazione dello “Scillesi d'America”.
A due anni di distanza esatti, si è “festeggiata” la ricorrenza, prendendo spunto dall'ennesima novità negativa che ha riguardato la scatola semivuota del fu ospedale scillese: la riduzione del PPI  (Punto di Primo Intervento) da 24 a 12 ore + la guardia medica.
Ma le repliche, si sa, non hanno mai la stessa audience delle prime visioni.
Così, a discutere della quasi-morte definitiva del fu ospedale sono rimasti in pochi sindaci (pare fossero solo sei). Se pochi erano i sindaci -dei paesi vicini, ma comunque furisteri- altrettanto pochi erano gli scillesi. Non è la prima volta che accade: erano in pochi anche anni fa, quando ci è cercato di mobilitare le associazioni e la cittadinanza tutta per scongiurare quello che poi, purtroppo è accaduto: la politica regionale -e non solo quella- ha deciso che la sanità calabrese e reggina poteva fare a meno in tutti i sensi della struttura di Scilla.
A nulla sono serviti le manifestazioni di popolo, i discorsi in piazza, le mille riunioni, gli inutili tentativi di mettere d'accordo maggioranza e opposizione per portare avanti un'azione incisiva. Ancora peggiori sono state le decisioni degli amministratori del tempo: firmarono un ricorso contro il decreto che disponeva la chiusura (assolutamente illegittima, e lo sapevano) dello “Scillesi d'America”, ma non chiesero la sospensiva del provvedimento. Così che, mentre altri comuni che hanno utilizzato lo stesso strumento previsto dalla legge, hanno vinto il ricorso e si sono visti riaprire gli ospedali chiusi (vedi Rogliano), il ricorso scillese sarà trattato....nella prossima generazione.
Questa è la storia, e davanti a questa storia non si può rimproverare agli scillesi la mancata partecipazione alla replica di quello che hanno già visto. Non si può, quando si erano fatte promesse che poi sono state puntualmente disattese.
In tempi più recenti, anche l'attuale Amministrazione scillese ha le sue colpe: all'indignazione di due anni fa e alle promesse rivoluzionarie, è seguito il silenzio. “Aspettavamo che il Presidente Oliverio divenisse Commissario al Piano di rientro al posto del dott. Scura” -ha detto il Sindaco per giustificare la naftalina usata in questi anni per “conservare” il problema al sicuro da occhi ed orecchie indiscrete, quali potevano essere quelle dei cittadini.
Purtroppo, però, i piani del sindaco in carica non sono andati a buon fine, perché in questi anni tanti sono stati gli scillesi che per curare la propria salute hanno avuto la sfortuna di vedersi “prigionieri” del perverso meccanismo sanitario cui è stata condannata la nostra provincia (e la Calabria intera). Un meccanismo simile a un frullatore che gira vorticoso e macina, e tu sei costretto a girare con lui, come vuole lui, se vuoi avere qualche possibilità di uscirne vivo e tornare a casa con i tuoi piedi, anche se ammaccato. Chi ha avuto la sfortuna di esser fatto prigioniero, ha urlato, ha scritto pubblicamente ciò che gli accadeva. Era l'unico sfogo concessogli per poter raccontare i ritardi, le file assurde -come quelle per il pane ai tempi della guerra!- medici sull'orlo di una crisi di nervi e che, in alcuni casi, avrebbero bisogno di altri medici per curare la loro salute (fisica e soprattutto mentale), messa a rischio da turni di lavoro e numero di pazienti che, obiettivamente, hanno superato i limiti dell'umanamente sostenibile.
Il cittadino, i cittadini scillesi, tanti, lo hanno purtroppo sperimentato in tutti questi anni e lo stanno vivendo ancora oggi: 'maru a cu' havi bisognu!
Gli appelli, i discorsi e le chiacchiere stanno a zero. Bisogna agire politicamente, con gli strumenti democratici che abbiamo a disposizione.
I nostalgici del “Che” e di Fidel Castro ed i loro moderni seguaci si mettano l'anima in pace: il popolo è disposto a seguire chi ha carisma, chi è capace di coinvolgerlo mettendosi a lottare con lui, a fianco e davanti a lui. Non può e non intende seguire chi lo prende in giro, adottando provvedimenti solamente simbolici, pi lavari a' facci, ma del tutto inefficaci, come in passato, oppure chi aspira a fare il rivoluzionario aspetta di avere il vento a favore. Questo non è furore rivoluzionario. Così, rivoluzioni non se ne possono fare e, infatti, non se ne sono fatte finora.
Ma quali sono gli strumenti democratici che abbiamo a disposizione?
La prima, potenzialmente più efficace, è proprio l'ultima in ordine di costituzione: la Città Metropolitana.
Essa, seppur ancora sconosciuta ai più, per espressa finalità istituzionale, “tutela il diritto alla salute come diritto fondamentale costituzionalmente garantito” e persegue “il miglioramento della qualità della vita delle persone che vivono sul territorio stabilmente ed occasionalmente” [art. 10 dello Statuto]. La legge istitutiva delle Città Metropolitane prevede, fra l'altro, che ad esse compete la “strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano
Ora, fino a prova contraria, quello sanitario è un servizio pubblico. E' vero, dev'essere svolto secondo le norme emanate dallo Stato e dalla Regione, ma nel rispetto di queste norme, la strutturazione e l'organizzazione del servizio competono alla Città Metropolitana.

Dunque, attraverso la Conferenza Metropolitana -cui partecipano i Sindaci di tutti i Comuni che fanno parte del nuovo ente- si potrebbe presentare una proposta che, sempre nei limiti stabiliti dall'attuale Piano di rientro -che, peraltro, dovrebbe essere quasi agli sgoccioli- e dal Piano Sanitario (elaborato più di dieci anni fa e, almeno per Scilla, inattuato perché poco rispondente agli effettivi bisogni attuali), preveda:
l'elaborazione, nell'ambito della Commissione Sanità del Consiglio Metropolitano (che sia essa già istituita o da istituire), di un Piano di Strutturazione e Organizzazione Sanitaria della Città Metropolitana, che nell'invarianza dei costi previsti dal Piano Sanitario Regionale, garantisca effettivamente la qualità della vita e la tutela del diritto alla salute previsti dallo Statuto.
A tal fine, la Commissione consiliare potrà avvalersi di una Commissione Speciale (la cui costituzione è prevista dal vigente Regolamento del Consiglio Metropolitano), che effettui studi o indagini inerenti le patologie di maggiore impatto riscontrate sul territorio Metropolitano.
Dette indagini potrebbero essere fatte coinvolgendo, in primis, i medici di famiglia e i vari istituti di diagnostica, per esempio mediante semplici schede, sulla base delle quali raccogliere i dati necessari. Sulla base dei dati raccolti e delle relative statistiche elaborate, si potrà così programmare una migliore e più efficace organizzazione funzionale delle strutture sanitarie presenti sullo stesso territorio in ragione della densità della popolazione che lo abita.
Accanto al provvedimento d'urgenza, che si ha intenzione di chiedere per il ripristino del PPI dello “Scillesi d'America” per le 24 ore, il  Piano di Strutturazione e Organizzazione Sanitaria della Città Metropolitana -strumento che il nuovo Ente è pienamente legittimato ad adottare e che potrebbe essere elaborato e redatto materialmente in tempi piuttosto brevi (due o tre mesi)- consentirebbe di poter calibrare meglio l'offerta sanitaria dal punto di vista logistico, il che comporterebbe vantaggi sia a breve che a lungo termine. Non bisogna dimenticare, infatti, che la nostra è una popolazione di età media piuttosto avanzata, alla quale è contro natura chiedere spostamenti importanti (anche fare poche decine di chilometri di chilometri, in Calabria e nella Città Metropolitana reggina, è tutt'altro che semplice) o attese improponibili anche per un soggetto giovane e sano, come sta accadendo oggi con l'esclusivo utilizzo degli ospedali Hub (a tipu aeroportu, chi bellu rrinescitu!)
Per fare l'esempio dello “Scillesi d'America” di Scilla: potrebbero, in collegamento funzionale con il G.O.M. di Reggio Calabria, essere riattivati i day hospital di oncologia e di emodialisi (l'incidenza di queste patologie sul mostro territorio ha manifestato una crescita preoccupante negli ultimi anni).
A questi, potrebbero aggiungersene dei nuovi, sulla base delle indagini di cui sopra.
In definitiva: è più logico e più conveniente per tutti che a spostarsi sia il medico (che presta servizio a Reggio, a volte senza poter usufruire di una scrivania propria!) verso i malati, piuttosto che far spostare i malati verso un medico che non sa come e dove metterli per poterli curare nel migliore dei modi.

La chiusura dei piccoli ospedali e, peggio ancora, il mancato utilizzo delle strutture rimaste vuote -come nel caso di Scilla- non ha dimostrato vantaggi diretti (nessuno ha dimostrato, dati alla mano, un effettivo risparmio) né, tanto meno, indiretti (sono stati mai calcolati i costi, in termini di tempo, benzina e, soprattutto, salute persa?!). Nessuno ha fatto una seria analisi costi-benefici, dove i costi non sono solo quelli strettamente economici delle Aziende Sanitarie, ma i costi sociali che devono affrontare i malati che, il più delle volte, vengono sballottati da una parte all'altra, invece di guarire finisce con l'aggravare il proprio stato di salute. Non lo sa di certo chi è seduto sulle poltrone dei vertici delle Aziende Sanitarie, ma lo sa benissimo, invece, chi è finito dentro l'attuale frullatore sanitario reggino e/o calabrese. Come dicevano i nostri avi: 'i guai ra pignata 'i sapi sulu 'a cucchiara!

Ecco perché strutture come lo “Scillesi d'America” non solo possono ma devono tornare a rivestire un ruolo all'interno delle nostre comunità, e può giocare un ruolo importante all'interno dell'offerta sanitaria della Città Metropolitana di Reggio Calabria. Ne aveva già parlato due anni fa, a Scilla, il sindaco Falcomatà.
Chi scrive non è certo un tecnico della materia sanitaria ma la proposta sopra sommariamente delineata sia particolarmente difficile da attuare. Lo si può fare, ed in tempi brevi, in maniera da porre rimedio agli effetti nefasti prodotti dall'applicazione -peraltro abortita miseramente- di un Piano Sanitario vecchio e oramai superato. E per farlo, non servono rivoluzioni di popolo ma un modo rivoluzionario di fare politica da parte di chi ci amministra ed ha la responsabilità di adottare provvedimenti tali, da consentire che il diritto alla salute e il miglioramento della qualità della vita, per chi vive in questo territorio bello ma dannato, non rimangano solo belle parole scritte su uno Statuto ma diventino una buona volta realtà.

01 ottobre 2017

A MIO PADRE



Ciao papà,
è già passata una settimana da quando sei andato in cielo. Non ti abbiamo salutato né ti abbiamo potuto dire grazie come avremmo voluto.
Negli ultimi giorni passati insieme, stanco, consumato da una malattia implacabile -che, ne sono certo, un giorno non lontano sarà definitivamente sconfitta- mi ripetevi spesso: «Figlio, che brutto ricordo che ti lascio di me!».
No, papà, quello che hai lasciato a me, Mariangela e mamma, non è affatto un brutto ricordo. Tutt'altro.
La lotta che hai condotto con forza, determinazione e grande dignità contro un male che pur sapevi non ti avrebbe lasciato scampo, ha rafforzato in noi la consapevolezza di aver avuto la grande fortuna di averti rispettivamente come padre e marito. Pur consumato dalla sofferenza, non hai mai perso la voglia e la forza di scherzare, di trovare sempre il modo di farci sorridere.
In questi giorni, numerosi sono stati i messaggi che abbiamo ricevuto con ogni mezzo, tante le mani che abbiamo stretto, gli abbracci che abbiamo scambiato con tutti coloro che hanno voluto esprimerci il loro cordoglio, la loro vicinanza. In tanti si sono meravigliati del fatto che, pur se nel dolore più profondo, siamo sereni, papà.
Dopo che hai resistito giusto fino alla fine dell'ultima preghiera prima di smettere di respirare per sempre, quando ti hanno preparato prima di ricevere l'ultimo saluto da parte di chi ti ha conosciuto e voluto bene, dal tuo volto è scomparsa la maschera di dolore che, a causa della malattia, aveva trasformato, stravolto il tuo viso. Ho rivisto, così, la tua espressione naturale, illuminata da un bellissimo sorriso, il sorriso di chi prova una grande gioia, di chi ha ritrovato la serenità e la pace che da tempo invocava.
Appena arrivato alla Casa della Carità, ultima stazione del tuo lungo calvario, ti sei fatto accompagnare nella cappella dove, rivolto al Crocefisso, con un filo di voce hai pregato così: «Eccomi, Signore, sono pronto.»
E Gesù crocifisso, che vedevo in te guardandoti, inchiodato al letto dal dolore, ti ha ascoltato: ha mandato San Rocco a prenderti insieme a San Pio, che ti ha accolto in cielo proprio il giorno della sua festa liturgica, e insieme ti hanno accompagnato da Gesù. Quel sorriso sul tuo volto, che hanno notato in tanti rimanendone stupiti, era il segno chiarissimo che non soffrivi più ed eri di nuovo felice.
Per me, Mariangela e mamma, quello è stato il segno che il Signore aveva accolto le tue e le nostre preghiere. Per questo ci siamo sentiti sollevati dopo aver cercato di aiutarti a portare il peso della tua croce, ricambiando noi figli -pur se in minima parte- tutto l'affetto, le attenzioni, l'amore che da padre premuroso ci hai dedicato per tutta la vita.
In questi ultimi tre anni si sono alternati momenti di sconforto e momenti di speranza: la notizia della malattia, poi l'inizio della cura, delicata e difficile, in mezzo a difficoltà di ogni genere. Li abbiamo affrontati passo dopo passo, con fiducia, barcollando sotto il peso gravoso della malattia e delle sue implicazioni sul normale equilibrio familiare, sbattendo contro muri alti e spessi, cadendo nella rabbia e nello sconforto. Ma ti abbiamo aiutato a rialzarti e siamo andati avanti nonostante tutto, accettando insieme a te le tante sfide che il destino ti ha messo di fronte. Sfide che hai vinto tutte, facendoti carico e subendo personalmente le conseguenze di colpe non tue.
Il sorriso che l'incontro con Gesù ti ha disegnato sul volto, ti ha fatto dimenticare tutto il male che hai sofferto e ricevuto durante tutta la vita, ma sento il dovere di chiederti perdono per il male che hai dovuto subire e sopportare per causa mia. E ti chiedo scusa per non averti saputo regalare le gioie che meritavi.
Una domanda ti tormentava: «Perché questa malattia? Perché a me?». La mia risposta era sempre la stessa: «Perché vuol dire che il Signore sa che sei in grado di sopportarla.»
Sì, papà, sei stato bravo a sopportare le tante circostanze avverse che ti si sono presentate in questi ultimi tre anni: quando sei arrivato all'Ospedale di Scilla e, invece del medico che ti aveva visitato qualche giorno prima e con il quale dovevi iniziare la chemio, ti sei ritrovato davanti i Carabinieri, intenti a mettere i sigilli al reparto di oncologia, perché scelte pseudo-politiche avevano deciso che l'ospedale di Scilla doveva chiudere. Sei stato bravo quando lo scorso anno, d'inverno e per ben tre volte ti sei sottoposto alla chemio, ai Riuniti di Reggio, non nella solita sala a ciò destinata ma nella quale non c'era più posto, ma in uno squallido sgabuzzino e, per di più, sotto una finestra dalla quale filtravano spifferi micidiali, tanto che sei tornato a casa con la febbre, che ti ha costretto a interrompere la terapia.
Sei stato bravo a trovare la pazienza per sopportare le interminabili ore di fila, specie quella mattina in Ematologia, dove hai atteso il tuo turno di visita per sottoporti a un piccolo intervento, salvo poi dovertene tornare a casa perché il medico che avrebbe dovuto effettuarlo non sapeva che tu fossi lì.
Sei stato bravo, quasi un anno fa, a riprenderti da un infarto, che hai potuto superare anche grazie alle prime, fondamentali, cure ricevute quella sera al Punto di Primo Intervento dello "Scillesi d'America". Sai papà, fosse successo quest'anno, alla stessa ora, avresti trovato la porta dell'ex ospedale chiusa e saremmo dovuti andare a Reggio in macchina, senza sapere se saresti arrivato in tempo per essere operato d'urgenza e guarito, come l'anno scorso.
Sei stato bravo, infine, venti giorni fa, quando ti abbiamo dovuto ricoverare per un nuovo problema, stavolta al polmone. Dopo una settimana passata a girovagare per quattro reparti e una nuova operazione, i medici ti hanno potuto mandare a casa soddisfatti. Loro sì, erano soddisfatti, ma tu eri stanco: «Portami a casa...» -mi hai detto appena ci hanno detto che ti dimettevano- «...voglio morire a casa.» Queste parole resteranno per sempre scolpite nella mia memoria, perché lì ho capito che non ce la facevi più: in cuor tuo avevi detto basta. D'altra parte, il numero 17 non ti è mai piaciuto e non ce l'hai fatta proprio a finire quest'anno che ne porta le cifre.
Gli ultimi dieci giorni, infatti, hai smesso di mangiare: «Dove devo andare ormai, legato qui come un cagnolino!» mi hai detto fissando le goccioline lente della flebo che hanno scandito le ore dei tuoi ultimi giorni.
Poi, in pochissime ore, l'ultima stazione, l'ultima preghiera a Gesù ed hai ritrovato la pace e la serenità, che stavolta dureranno per sempre.
Papà, dicevi sempre: «Due cose sono importanti per l'uomo: la salute e il lavoro.» E guarda oggi: sono due elementi di cui l'uomo "moderno", il politico "moderno" ritiene di poter fare a meno: gli ospedali chiudono, così come i punti di primo, essenziale, intervento; e il lavoro o te lo inventi o non ti resta che trovare strade che portano lontano da qui. E questa realtà non ti piaceva, non poteva piacere a te che finché hai avuto la salute, non ti sei risparmiato, hai lavorato sempre, fin da bambino! E con il tuo lavoro hai potuto costruire una famiglia, la nostra.
Poi, quando la salute ha cominciato a venir meno, con la forza che ti derivava dal non aver mai nascosto la tua umana fragilità, hai continuato a illuminare le nostre vite e quelle dei tuoi parenti e di coloro che hanno avuto modo di conoscerti e di volerti bene, rendendo tutti migliori.
Adesso, sei una piccola luce che brilla intensamente e ci illumina dal cielo. E la tua luce, papà, arriva fin qui: la vedo negli occhi di mamma e di Mariangela ogni giorno; la vedo negli occhi dello zio, tuo fratello; negli occhi dei tuoi nipoti -con i quali siamo cresciuti come fratelli- e dei loro figli, cui volevi un gran bene; negli occhi di tutti i tuoi amici ogni volta che li incontro per strada.
Guidato da questa luce continuerò il mio cammino, essendoti infinitamente grato del fatto che sarò conosciuto e riconosciuto per sempre come figlio di Paolo Picone.

Tuo
Francesco


17 aprile 2017

IL SUONO DEL SILENZIO E LE SPADE DI DAMOCLE SULLO “SCILLESI D’AMERICA”

sound-of-silenceNei giorni scorsi si è svolto a Scilla l’ennesimo convegno sullo stato della sanità locale nell’ottica della nuova Città Metropolitana. Dal convegno non è scaturito niente di nuovo, salvo la proposta di istituire un “tavolo tecnico”per monitorare le procedure che porteranno alla realizzazione della Casa della Salute di Scilla. 

In verità, era qualcosa di cui si era già parlato in occasione dell’incontro pubblico svoltosi presso la sala consiliare scillese ai primi d’ottobre del 2015, al termine del quale i sindaci decisero “di istituire un Tavolo provinciale metropolitano con il compito di stilare una proposta– da presentare al commissario alla Sanità Massimo Scura e alla giunta regionale – alternativa alla graduale e inesorabile dismissione delle attività ospedaliere a cui stiamo assistendo”.

Evidentemente, quel tavolo provinciale non diede alcun frutto (ove mai fosse stato istituito), visto e considerato che adesso ne occorre un altro per monitorare la realizzazione di ciò che si intendeva scongiurare.

Inoltre, dopo l’istituzione della Città Metropolitana –che, ci piaccia o no, esiste almeno sulla carta- le eventuali proposte o atti di indirizzo inerenti tutte le materie di competenza della Città Metropolitana possono essere fatte attraverso la Conferenza Metropoolitana. E tra queste materie dovrebbe rientrare anche la sanità, visto e considerato che la prima finalità perseguita per statuto dal nuovo ente territoriale è “il miglioramento della qualità della vita delle persone che vivono sul territorio stabilmente od occasionalmente” [art. 10 Statuto]. I tavoli, allora, non servono più.

Servirebbe, invece, che i sindaci del nostro territorio proponessero l’istituzione in seno al Consiglio Metropolitano di una commissione permanente per le politiche sanitarie, che avanzi una seria proposta di rivisitazione su scala metropolitana delle mutate esigenze sanitarie di questa che è divenuta una comunità unica. E questa rivistazione, a modesto avviso di chi scrive, passa dal possibilissimo accorpamento funzionale della struttura sanitaria scillese agli Ospedali Riuniti.

A far più notizia, invece, è stato il suono del silenzio, imposto alla dott.ssa Domenica Patafio –consigliere comunale scillese, membro della Commissione Pari Opportunità all’interno del civico consesso nonché medico operante da anni presso le strutture dell’ex ospedale “Scillesi d’America.

In un suo messaggio, ripreso da tutti gli organi d’informazione locali, la dott.ssa Patafio scrive del silenzo impostole dai prepotenti cui, evidentemente, poco importava d’ascoltare una voce direttamente coivolta nelle atività ospedaliere e che, per questo, meglio di altri avrebbe potuto illustrare al pubblico le criticità attuali e proporre soluzioni attuabili per il miglioramento della situazione delle struttura sanitaria scillese.

Non dare la parola a un’ospite in un convegno (anche solo per un saluto, in caso il tempo a disposizione fosse breve) è un po’ come invitare al matrimonio qualcuno, contando sul suo nome e sulla sua riconoscibilità da parte degli altri invitati, e poi lasciarlo digiuno senza nemmeno accettare l’offerta  che questo qualcuno era in grado di fare agli sposi. Così facendo, si è dimostrato che, in realtà, non si voleva che il matrimonio riuscisse, non interessava dare un futuro agli sposi. L’interessante, per chi ha organizzato il matrimonio era avere la sala piena, solo pi l’occhi ra genti, per potersene vantare. Mi vantu e mi vant’eu….

Il suono del silenzio, The sound of silence, è anche il titolo di una splendida canzone scritta da Paul Simon nel 1964 e da questi portata al successo inseme con Art Garfunkel (che potete ascoltare cliccando sulla foto in alto o anche qui), divenuta il simbolo della mancanza di comunicazione “tra gente che parla senza comunicare, sente senza ascoltare, è apatica nei confronti degli altri. La comunicazione è superficiale, nessuno osa raggiungere l’altro e disturbare il suono di quel silenzio assordante, di quel rumore di parole vane lasciate fluire per abitudine, per riempire il vuoto di esistenze che non vogliono interagire con l’altro.” [tratto da Wikipedia]

La vicenda di cui abbiamo letto è emblematica di questo “non voler interagire con l’altro”, proprio per evitare che possa distrarre l’attenzione sui reali obiettivi che ci si era prefissati, facendosi scudo dei nobili intenti e di cartelloni che alla prova dei fatti si sono dimostrati essere solo una lista di nomi da parata.

Il suono del silenzio, quello che ha fatto più rumore in questa ultima vicenda e che continua a far rumore nella travagliata vicenda dello “Scillesi d’America”. A che punto siamo?

Con una Convenzione stipulata tra la Regione Calabria e l’ASP di Reggio Calabria il 2 Febbraio 2016, si fissavano le regole del finanziamento di € 8.270.000,00 per la realizzazione della Casa della Salute scigghitana. La detta Convenzione, che però dovrà essere aggiornata alla nuova normativa sugli appalti approvata di recente, scadrà, comunque, il 31/12/2018 e contiene al suo interno numerose spade di Damocle che pendono minacciose su quel che resta dello “Scillesi d’America”.

L’intervento previsto dovrebbe essere attuato in due fasi:

Prima fase: dovrebbe essere redatto il progetto preliminare sulla base di uno studio di fattibilità –in realtà già redatto a Novembre 2011 e poi aggiornato e rivisto fino al Luglio 2012, delle cui “stranezze avevamo già riferito dettagliatamente nel 2013. Il progetto preliminare dovrà comprendere le indagini e le verifiche al fine di appurare lo stato di vulnerabilità sismica della struttura, in osservanza alle norme tecniche vigenti in materia antisismica, e la valutazione dei costi da sostenere per l’inevitabile adeguamento strutturale. Tali costi, però, non possono essere superiori al 15% dell’importo dei lavori, corrispondenti al masismo a € 865.800,00 stando agli importi indicati nel citato studio di fattibilità. La prima spada di Damocle, è dietro l’angolo: se per l’adeguamento strutturale dovesse servire una spesa maggiore, la Convenzione sarà risolta.

Seconda fase: Elaborazione del progetto definitivo, per il quale l’ASP è tenuta ad acquisire “tutti i pareri, nulla-osta, concessioni, licenze, assensi, autorizzazioni di legge” necessari per la realizzazione dell’opera. L’avvio della progettazione definitiva è subordinata –ancora!- all’approvazione da parte della Regione Calabria “di uno studio integrativo del modello organizzativo e gestionale della Casa della Salute”, elaborato dall’ASP e che comprende: analisi sulla fattibilità economica, sociale, costi-benefici, fattibilità finanziaria di costruzione e gestione”. La domanda sorge spontanea: ma queste analisi di fattibilità non avrebbero dovuto essere fatte quando si è deciso di sostituire l’Ospedale con la Casa della Salute?! Evidentemente questa trasformazione è stata fatta senza tener conto di questi aspetti se non a livello superficiale, visto e considerato che occorrerà uno “studio integrativo”.

Il finanziamento sarà erogato come segue:

- il 30% dopo la pubblicazione del bando di gara di appalto;

-il 60% in quote successive, sulla base degli stati d’avanzamento (ovvero le parti di lavoro completate), a condizione che sia documentalmente dimostrato l’utilizzo di almeno il 40% della quota precedente;

-il 10% del costo totale dell’intervento, dopo l’approvazione della contabilità e il collaudo finali.

La Convenzione prevede esplicitamente altre spade di Damocle. Vediamole:

-il finanziamento può essere revocato in caso di “inadempimento di una delle parti” che comprometta l’attuazione dell’intervento o ne determini un notevole ritardo;

- la revoca viene, altresì, disposta nell’ipotesi di “grave inerzia, omissione o di attività ostativa riferite alla verifica e al monitoraggio” da parte dei soggetti responsabili dei controlli (ASP e Regione, ciascuna per le proprie competenze fissate dalla stessa Convenzione).

C’è, però un altro vincolo di importanza fondamentale, fissato dall’art. 6.11 della Convenzione, che prevede: “Prima di procedere all’esecuzione dei lavori, il Beneficiario [del contributo, cioè l’ASP –ndr] dovrà comunque assicurarsi che non sussitono [ahi! ‘sti congiuntivi! –ndr] impedimenti di sorta alla loro esecuzione, anche ai fini espropriativi delle aree oggetto dell’intervento.”

E ccà ‘mpunta ‘u carru. Ora, la verifica di cui sopra non dovrebbe e non potrebbe essere fatta “Prima di procedere all’esecuzione dei lavori” –cioè a progetto approvato, quando si è già pronti a partire con ruspe, motopale e betoniere- ma, caso mai, dovrebbe essere fatta prima della redazione del progetto preliminare o comunque al suo interno, prevedendo le somme necessarie alla regolarizzazione della titolarità delle aree.

Premesso ciò, è qui il caso di ricordare ancora una volta che la questione della proprietà dell’immobile “Scillesi d’America” e delle adiacenti aree di sua pertinenza è rimasta irrisolta. Il Tribunale di Reggio Calabria, in una sentenza di qualche anno fa relativa proprio alla questione degli espropri, ha sancito che la struttura è stata realizzata con l’occupazione illegittima dei terreni, poiché le procedure finalizzate all’esproprio non sono state condotte come avrebbero dovuto. D’altra parte, la Regione Calabria aveva anch’essa preso atto che sia il fabbricato che il terreno non erano di sua proprietà, tanto da annullare il Decreto che ne disponeva l’acquisizione al patrimonio.

Insomma, su questo Malasito lo andiamo ripetendo da anni, falla comu la v’oi, sempri cucuzza esti: se non si scioglierà prima il nodo relativo alla proprietà, non si potrà dar luogo agli impegni sottoscritti con la Convenzione tra Regione e ASP, non potrà essere presentato il progetto di trasformazione dello “Scillesi d’America” in Casa della Salute e l’utenza resterà cu ‘na manu davanti e l’atra d’arretu, privata del sacrosanto diritto a curarsi.

Come abbiamo visto, il tempo stringe, ‘a cira squagghia ma ‘u Santu non camina. Potremo anche passare per pessimisti, ma crediamo che il futuro della Casa della Salute sia davvero appeso a dei sottili crini di cavallo, come le tante spade di Damocle che sono lì a ricordarci le gravi minacce cui è esposta la salute dell’intero comprensorio gravitante attorno allo “Scillesi d’America”.

E per quanto il suono del silenzio faccia rumore e sia una bellissima canzone, su queste minacce non possiamo tacere.