07 agosto 2018

SCILLA E'...UN "NOTTURNO DI LUCI"

Qualche giorno addietro, guardavo la foto di un bimbetto allegro e sorridente, intento a giocare con la sabbia. Guardavo il suo sorriso, e ho provato ad immaginare il motivo della sua felicità.
Era la libertà di creare nuove forme, era la gioia di riuscire a dare concretezza alla propria fantasia, al proprio estro, alle proprie capacità.
Un po' di sabbia, un po' d'acqua di mare, un secchiello e una paletta.
Solo i bambini riescono a farti capire, con la semplicità dei loro gesti e la loro purezza d'animo, quanto poco serva per poter essere davvero felici.
Ultimamente a Scilla di felicità se ne vede ben poca, c'è un decadimento diffuso -in ogni campo, nessuno escluso- che fa paura, vedo un paese smarrito che non lascia ben sperare.
Dallo scorso marzo pare non ci si sforzi -pur tra mille difficoltà- di fare quel poco che serve per dare una immagine presentabile. Adesso, che amministra direttamente lo Stato, non abbiamo più nemmeno quella. Ormai Scilla non viene bene neanche nelle foto, che l'hanno resa famosa e invidiata in tutto il mondo, nonostante siano tanti i paesi che hanno cercato di appropriarsi della sua inconfondibile immagine. Avanti di questo passo, con questa apatia, Scilla potrà durare qualche altra decina d'anni (trenta, al più quaranta, ma a cinquanta non 'rriva), poi farà la stessa fine di tanti altri piccoli borghi della nostra Calabria, oggi semideserti e diroccati.

Nonostante tutto, vedere la foto di quel bimbo (avrà circa due anni), mi ha regalato un po' di serenità. Se fossimo liberi di dare sfogo alle nostre capacità senza dover fare i conti con la cattiveria e con l'invidia, forse questa terra non sarebbe ridotta così. Se ce ne rendiamo conto, forse siamo ancora in tempo a frenare questo degrado, prima del precipizio.
Ben venga, dunque, il ‘FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL MEDITERRANEO DELL’ARTE CONTEMPORANEA – FIMAC 2018’ – in programma presso il CASTELLO RUFFO DI SCILLA DAL 10 AL 25 AGOSTO 2018.
L’idea della mostra, nasce dalla collaborazione tra la rivista Italia Arte, Museo MIIT (Museo Internazionale Italia Arte di arte moderna e contemporanea di Torino), Associazione Culturale Galleria Folco, con il Patrocinio di Istituzioni pubbliche e private. Quella in programma a Scilla è la terza edizione dopo quelle tenute al Museo della Memoria di Lipari e alla Biblioteca Civica di Albenga.
La rassegna -come specificato sul sito http://www.italia-arte.it- "rappresenta un appuntamento importante e istituzionale per la valorizzazione dell’arte contemporanea in un contesto storico, artistico, archeologico, culturale e sociale importante come il Bacino del Mediterraneo. Come luogo simbolo di tale contesto è stata scelta, per l’edizione 2018, la Calabria e il Castello Ruffo di Scilla, sbocco naturale sul mare di altre numerose regioni italiane che hanno da sempre dialogato con essa dal punto di vista culturale, sociale, storico, ma anche, in ogni tempo e ancora oggi, luogo di contatto, di passaggio e di partenza verso terre più o meno lontane del Mediterraneo."
L’obiettivo della mostra è selezionare in maniera rigorosa per mezzo della selezione di qualità operata dalla Redazione di “Italia Arte” (composta da storici e critici d’arte, giornalisti, editori, professionisti del mondo legale, economico, finanziario, dalle gallerie coinvolte e partners del progetto), per conoscere e valorizzare l’opera dei migliori autori.

Tra questi, c'è la talentuosa artista reggina Angela Celeste Costantino, che in questi anni si è fatta apprezzare in Italia e all'estero per le sue opere caratterizzate da una non comune sensibilità ed attenzione, in particolare riguardo alla figura della donna nella nostra (malata) società contemporanea.
Angela proporrà al pubblico la sua nuova opera, che lascia spazio-come sempre nei lavori di questa artista- a riflessioni che vanno ben al di là dell'opera d'arte in sé, dal titolo evocativo: "Notturno di Luci".
Con l'elegante semplicità del tratto che la contraddistingue, l'artista reggina ci regala  un'immagine che esprime, da sola, la stiuazione attuale di Scilla. A illuminare il cielo notturno non c'è lo scintillio della movida o le luci della festa o i fuochi d'artificio, non c'è nulla di ciò che rappresenta la leggerezza con la quale, di solito, si trascorrono le serate estive nei paesi che si defniscono turistici. Di tutto ciò, Scilla offre ben poco.
Nel cielo scillese, come nell'opera di Angela Celeste Costantino, c'è solo la bellezza della Natura:  piccoli frammenti di luce lunare e le stelle, che sembrano squarciare le nuvole e cadere. Ma non sono le stelle cadenti, simbolo di desideri inespressi o non realizzati -e a Scilla ne potremmo enumerare molti! Sono luci notturne proiettate verso un cielo più chiaro che, per un gioco di prospettiva, potrebbe anche essere visto come un mare tranquillo, dal quale traspare il primo bagliore di una nuova luce. Questa è la Scilla di oggi, un "Notturno di luci".
Ecco come anche per mezzo di un'opera d'arte è possibile ritrovare la luce di una nuova fiducia.
Dunque, mi auguro vivamente che questa esposizione -che invito tutti ad andare a vedere nei prossimi giorni- sia il segnale che dare sfogo alla fantasia, all'arte, che affidarsi a vicenda alle capacità di ciascuno di noi, è l'unico modo che abbiamo per salvarci tutti. Me lo auguro davvero.

09 luglio 2018

IL NON-PENSIERO E I SALMONI DEL COLUMBIA RIVER NELLA DOMENICA DELLE SALME

Ogni giorno che passa, tutto ciò che mi è stato insegnato essere normale non appare più esserlo. Forse sono io che faccio fatica ad adattarmi a un modo di non-pensare che non è il mio di intendere la vita ma che, ahimé sta divenendo non-pensiero unico.

L'altro giorno in tv ho visto un documentario sulle meraviglie dello stato dell'Oregon (nord-ovest degli Stati Uniti d'America), tra di esse vi era il Columbia River, che nasce dalle Montagne Rocciose in Canada -dove dà il nome anche allo Stato che attraversa- percorre parte dell'Oregon e sfocia, dopo circa 2000 km, nelle acque dell'Oceano Pacifico.
Lungo il suo percorso, numerose sono le dighe che sono state realizzate per garantire l'approvvigionamento idrico per le coltivazioni, ma questi impianti rappresentano sbarramenti micidiali per i salmoni, che sono soliti risalire il corso del fiume per andare a deporre le uova e riprodursi. Un fenomeno che in Natura era normale, l'uomo ha contribuito a modificarlo: molti salmoni non ce la fanno ad oltrepassare le dighe, rimangono stremati dai continui salti cui sono obbligati per superare dislivelli artificiali e, alla fine, ci rimettono la vita.

Ecco, oggi giorno mi ritrovo a essere sempre di più come un salmone: cerco di sopravvivere, controcorrente, provando a saltare i continui ostacoli che leggi complicate, e loro interpretazioni ignoranti al limite della fantascienza, parano davanti a un percorso che, un tempo, era invece logico, cioè naturale, in una parola: normale. 

Stiamo assistendo a una progressiva radicalizzazione del non-pensiero che porta a una sola conclusione davanti a ogni problema: non ha ragione chi agisce e si comporta seguendo quelle che sono le regole scritte secondo quella che era definita "diligenza del buon padre di famiglia", ma ha ragione chi, pur immane ignorante, abusando del proprio ruolo impone visioni e interpretazioni prive di fondamento, perché costruite su film mentali il cui unico scopo finale è danneggiare chi quelle visioni e interpretazioni non le condivide.
Ultimo caso, quello delle magliette rosse. Volevano e dovevano essere il simbolo dei migranti -soprattutto bambini- che indossano magliette rosse sperando di essere maggiormente visibili in caso di naufragio.

L'idea di mettersi i panni del naufrago per un giorno, è nata da Libera, associazione di cui faccio parte, presieduta da don Ciotti -che ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere di persona qualche anno fa.
Certo, Libera non ha bisogno di essere difesa da me, basta la sua storia -che poi è la storia degli ultimi venticinque anni di questo Paese- a parlar chiaro: è una delle realtà più incisive nella lotta alla mafia e contro ogni forma di sfruttamento della persona umana.
Per un'associazione per la quale questo tipo di lotta è scopo primario, è normale condurre campagne di sensibilizzazione.
Ciò che non è normale è che una manifestazione come quella di ieri delle magliette rosse, venga strumentalizzata ora da destra, ora da sinistra, per finalità che niente hanno a che fare con l'impegno civile per cercare di ridare un minimo di umanità a una società senza più riferimenti.

Mi riferisco a coloro che con un termine di cui farei volentieri a meno, vengono definiti "radical chic" -appartenenti alla borghesia (o presunta tale) che per vari motivi (o interessi personali) ostentano idee e tendenze politiche che sanno di sinistra o, comunque, opposte al loro vero ceto di appartenenza-o, più semplicemente, "comunisti col Rolex", come vengono definiti in una canzone di J-Ax e Fedez.
A dire il vero, sono stufo di sentirli pontificare da teleschermi, radio e giornali, su quali sarebbero le ricette per resuscitare una sinistra che in Italia manca oramai da più di un quarto di secolo.

Mi riferisco anche ai loro omologhi destrorsi, certamente abili a soffiare continuamente sul fuoco di temi a loro molto cari, almeno a parole. Concetti quali il "prima gli italiani", fanno semplicemente sorridere: la nazione, per definizione, è un insieme di persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza. Oggi questa definizione va aggiornata: in molte nazioni nel mondo, non c'è più un'origine comune, ma ciò non toglie che anche persone che hanno origini diverse, possano condividere gli altri elementi che costituiscono e caratterizzano una nazione: lingua, storia e coscienza di questa condivisione con una comunità d'individui. 
Esempio lampante: mentre Salvini ripeteva il suo slogan, la staffetta azzurra femminile vinceva l'oro in una gara di atletica leggera e festeggiava con un bel selfie, circolato presto in rete: a guardarle in viso, ognuna delle atlete italiane dimostrava chiaramente di avere origini diverse dalla nostra penisola, ma vi era in loro piena coscienza di rappresentare l'unità della nazione italiana non attraverso il colore della loro pelle bensì per mezzo del colore della loro maglia: l'azzurro d'Italia.

Francamente, mi riesce difficile stare a sentire l'una e l'altra parte. Mi riesce difficile accettare lezioni da chi -su entrambi i fronti- dichiara che non esistono più le ideologie. Ma se le ideologie non esistono più, tu allora, che ti atteggi a radical chic o "destrologo", non hai nemmeno la più pallida idea di ciò di cui parli. Ecco perché molti di questi "santoni" e "guru" nostrani farebbero meglio a tacere.
Purtroppo, però, prevale questa finta contrapposizione, tra una finta sinistra e una finta destra e a vincere -nel nulla cosmico- è chi ha più voce per spararla più grossa. Ora, visto che la sinistra non c'è, sono quelli da destra a farsi sentire di più. E il popolo ignorante, abbocca.

Dopo il contratto (in mancanza di ideologie di base, l'unico modo di accordarsi è stato quello di trovare un buon notaio) seguito a tre mesi di tribolazioni, Salvini&Di Maio sono stati portati in trionfo, hanno vissuto e stanno ancora vivendo -da scupa nova, chi faci rumuru-  la loro domenica delle Palme.
Ma in Italia ci vuole davvero poco a passare dalla domenica delle Palme a "la domenica delle salme". E' il titolo di una delle più belle canzoni scritte da Fabrizio De André, del 1990. Racconta, in una serie di fotogrammi raccolti negli appunti del cantrautore, messi in ordine e in musica << ...il silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza>> [Mauro Pagani, musicista e stretto colalboratore di De André, coautore del brano -n.d.r.]

Ecco, nell'ignoranza drammaticamente dilagante, in una nazione dove i tredicenni non sanno scrivere in italiano (dato certificato dalle prove Invalsi), stiamo vivendo una nuova "domenica delle salme". A prevalere è il cicaleccio -come quello alla fine della canzone- del trionfo della stupidità, travestita da radical-chic e da "destrologhi" improvvisati per convenienza.
Per sfuggire a questa nuova domenica delle salme, bisogna fare come i salmoni del Columbia River. Chi vuole fuggire il non-pensare, chi vuole provare a sopravvivere in questo mare di stupidità imperante, chi vuole rimanere con la testa libera di pensare secondo i propri convincimenti e la propria ideologia, intesa come filosofia di vita, non ha altra scelta che saltare fuori dall'acqua, oramai impregnata di stupidità, e andare controcorrente.


09 giugno 2018

L'ISTRUZIONE, SPERANZA DEL POPOLO NEGLETTO




Seguo da giorni la vicenda della “Scuola di gomme” di Khan Al Ahmar, piccolo villaggio beduino in Palestina.
Costruita da una ong italiana, Vento di Terra, con una tecnica semplice quanto innovativa (vecchi copertoni, mascherati con la terra del deserto), tra pochi giorni potrebbe non esistere più perché le autorità israeliane ne hanno decretato la demolizione.


Il motivo? Quello ufficiale è perché la scuola è stata costruita abusivamente, in una zona che gli israeliani hanno deciso essere di espansione delle loro colonie.
La realtà, taciuta, è che una scuola di bimbi palestinesi fa paura agli israeliani. Per capire perché, riporto di seguito tre citazioni.
Le fondamenta di ogni stato sono l'istruzione dei suoi giovani.” –affermò Diogene Laerzio, detto Diogene il Cinico , filosofo greco vissuto tra il 390 e il 323 a.C.
A 2300 anni di distanza, il grande giurista italiano Piero Calamandrei, testimone e protagonista dell’evoluzione politica italiana che ha portato all’attuale nostra repubblica,  affermava: Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere.
Ma prima che cittadini, siamo tutti uomini, donne, persone. E riguardo la persona e la sua crescita, Nelson Mandela –grande uomo politico, che a costo della propria libertà, ha combattuto per portare il Sudafrica a divenire una democrazia compiuta ed è riconosciuto come padre fondatore dello stato sudafricano- affermava: “L'istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l'istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione.”


Dunque, queste tre citazioni riassumono in poche parole cosa significa, in realtà, avere la possibilità di frequentare una scuola, di ricevere un’istruzione.
Significa diventare uomini e donne, divenire persone capaci di svolgere un servizio alla comunità cui si appartiene. Significa poter contribuire a trasformare una persona in un cittadino, cioè in un individuo che ha diritti e doveri e, per questo, che sia parte fondamentale di uno stato, riconosciuto dalle altre comunità internazionali.
Ora, i palestinesi uno stato non ce l’hanno, perché non hanno un ordinamento giuridico completo e, soprattutto, un territorio unitario, in quanto smembrato dalle colonie dagli israeliani.

Gli israeliani, sì, che per la grandissima parte ebrei che si definiscono “popolo eletto”, cioè coloro che credono di essere stati scelti per far parte di un'alleanza con Dio.
E facendosi ignobilmente “scudo” di questa presunta scelta divina, in soli settant’anni, si sono arrogati il potere di annientare i palestinesi, il loro essere comunità e, quindi, stato.
Così, i palestinesi sono stati ridotti ad essere oggi il “popolo negletto”, ovvero un popolo che dev’essere trascurato, non preso in considerazione, che deve essere abbandonato da tutti, perfino dagli altri paesi arabi succubi dello strapotere economico saudita.
Ed il modo più efficace per farlo, dopo averne disgregato l’unità territoriale (con tutte le conseguenze economiche che ciò ha comportato), è quello di togliere loro un altro pilastro fondamentale: l’istruzione.
Chiunque abbia un minimo di obiettività, al netto di estremismi, non può negare tale evidenza, davanti alla quale non si può rimanere con le mani in mano.
Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti.”
Ha affermato Malala Yousafzai, la bambina pakistana che incarna il simbolo della difesa del diritto allo studio per le bambine e i bambini di tutto il mondo. Ecco, prendiamo la penna e scriviamo tutti insieme ha chi può influire –perché chiamato dal proprio ruolo istituzionale nell’ambito della comunità internazionale- a mettere un freno all’ennesimo sopruso messo in atto dal “popolo eletto” contro i negletti bambini palestinesi.

Per farlo nel modo migliore, basta un semplice click per firmare la petizione Salviamo la piccola “Scuola di gomme” in Palestina!, già sottoscritta, nel momento in cui scriviamo queste righe, da oltre centoventimila persone di tutto il mondo. 
Potremo contribuire, così, a dare ai bambini palestinesi la speranza di non essere più considerati parte di un popolo negletto, la speranza di continuare a frequentare la loro scuola, quella che è sicuramente la loro arma più potente.

P.S.: immagine tratta da http://www.ventoditerra.org/

02 giugno 2018

IL 2 GIUGNO, LA FESTA DEL TRICOLORE

Dimentichiamoci delle turbolenze dialettiche dei giorni appena trascorsi, ritroviamo un po' del nostro orgoglio, troppo a lungo sopito.
 Oggi è la festa degli italiani, non in quanto nazione -cioè gruppo di persone che sono coscienti di avere comuni origine, lingua e storia- ma in quanto parte essenziale dello Stato italiano, cioè di un'entità politica sovrana, regolata da un ordinamento giuridico formato da istituzioni e leggi.

 E' stato bello, oggi, avere la percezione visiva di cosa vuol dire essere parte di uno Stato repubblicano, cioè cosa di tutti.
Alla parata militare ai Fori Imperiali, ne erano presenti o rappresentate tutte le componenti.
C'era il popolo, gioioso e festante; il neonato Governo e i sindaci, chiamati ad amministrarlo; le forze armate, chiamate a difenderlo; il Presidente della Repubblica, che ha l'onere e l'onore di rappresentarlo nella sua unità. E poi c'era l'elemento unificante, che sta al di sopra di tutti: la bandiera tricolore.
Non è 'na pezza che si sventola per gioco o per fare scena. E' il simbolo di ciò che siamo stati e di ciò che siamo. E oggi l'abbiamo festeggiato.
Una signora, intervistata in tv, ne ha descritto in maniera efficace i colori: c'è il verde delle nostre pianure, il bianco della neve delle nostre montagne e il rosso, del sangue di chi questo Stato l'ha difeso a costo della propria vita.
Due sono stati i momenti più significativi che mi piace ricordare.
Un paracadutista della Brigata Folgore ha portato al centro del viale, atterrando di fronte al Presidentedella Repubblica, un enorme tricolore (400 mq). L'ho visto come il segno della libertà, che a noi nati dopo l'ultima guerra, è stata regalata come pioggia dal cielo, un regalo prezioso che dobbiamo essere capaci di custodire con la massima cura e attenzione, proprio come ha fatto il paracadutista durante la sua discesa a terra. Ma, una volta a terra, quel tricolore è stato dispiegato con l'aiuto di uomini e donne, rappresentanti di tutti i corpi e delle forze armate, ed ha cominciato a muoversi, mosso dal vento, portato quasi a spalla lungo il percorso. Ecco, la nostra libertà, come il tricolore, non deve rimanere soltanto una parola, seppur preziosa, tenuta come un gioiello, ma deve potersi muovere, evolversi, per il giusto riconoscimento dei diritti e nei giusti limiti dei doveri. Il nostro essere cittadini italiani, significa essere noi la prima istituzione dello Stato, facendoci carico ognuno delle proprie responsabilità, con la nostra intelligenza, il nostro lavoro, il nostro sacrificio, con tutte le nostre forze.
Il secondo momento, è stato quello finale: la consegna al Presidente della Repubblica, da parte di un gruppo di bambine, di un tricolore lavorato a mano da loro insieme alle loro nonne. Il segno della presenza forte e insostituibile delle donne nella nostra società e, in maniera più figurata, della continuità di questo impegno da cittadini nel tempo. Passano gli anni, passano le generazioni, ma rimane lei, la bandiera, a ricordarci che l'impegno e il sacrificio sono elementi essenziali per continuare a meritare e garantire la nostra libertà. Viva l'Italia! 

N.B.: foto tratta da http://www.tgcom24.mediaset.it

02 aprile 2018

LEGALITA' E', SE VI PARE


Dal 1991 e fino al 18 marzo 2018 erano stati sciolti 293 Consigli comunali per infiltrazioni mafiose, di cui 25 annullati a seguito di ricorso. Scilla è stato il 294°, il 100° in Calabria, anche questo un record, non ancora riportato nelle statistiche ufficiali.
All’indomani del provvedimento con il quale il Consiglio dei Ministri –su proposta del Ministro dell’Interno- ha disposto lo scioglimento del Consiglio Comunale cittadino per infiltrazioni mafiose, il Sindaco uscente esprimeva l'amarezza per aver dovuto interrompere quel «percorso di legalità che avevamo avviato facendo rimuovere tutti gli abusivismi presenti».
Subito dopo l’insediamento dei Commissari, un giornale locale titolava: “La terna commissariale al lavoro. Priorità al ripristino della legalità
Ma allora il cittadino scillese si chiede: la legalità è stata ripristinata o no? E se, sì, la si può ripristinare nonostante le “riscontrate ingerenze da parte della criminalità organizzata ?, come recita il comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri del 21/03/2018.
Ci sono cose oggettive, cose, cioè, che chiunque le osservi, le trova così come sono, perché non dipendono dalla volontà del singolo individuo. Esempio: la bandiera italiana è rossa, bianca e verde, tutti la vedono con gli stessi colori.
Ci sono cose soggettive, che riguardano, cioè, il soggetto, che riflettono idee e sentimenti personali, preferenze individuali. Esempio: c’è a chi piace la parmigiana con l’uovo sodo dentro, c’è a chi piace senza.
Per chi vive in uno Stato di diritto, la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell'uomo sono assicurate dall’applicazione delle leggi che a tal fine lo Stato si dà.
Il cittadino che vive e si comporta in maniera conforme alla legge e a quanto da questa è prescritto, vive nella legalità, cioè nei limiti prescritti o consentiti da quell’ordinamento giuridico che garantisce i diritti di tutti e di ciascuno.
Il punto è: quei limiti prescritti o consentiti, sono limiti oggettivi o soggettivi?
Nelle realtà a democrazia matura, i limiti che contrassegnano la legalità sono oggettivamente riconosciuti dalla comunità che li adotta.
Nelle realtà in cui chi fa abusi passa per essere “furbo” e da imitare nella sua “furberia”, quegli stessi limiti diventano, per così dire, “elastici”. Si spostano di qua o di là, secondo le convenienze di chi dice di volerla applicare la legalità.
A Scilla, alla luce di quanto si è verificato, questa voglia di ripristinare la legalità è rimasta una bella intenzione.
Vero è che si è messo mano ad eliminare gli abusivismi (in gran parte perché “obbligati” da disposizioni prefettizie –vedi abusi edilizi- o da disposizioni ministeriali –vedi gli obbrobri paesaggistici tra Marina Grande e Chianalea, eliminati anche su sollecitazione di Soprintendenza e Città Metropolitana), e non fatico a credere al Sindaco uscente, quando afferma di aver ricevuto numerose lettere anonime per questa sua voglia di legalità.
Si è preferito, però, cominciare a provare a ripristinare la legalità dalla fine, cioè dal semplice “fare cassa”. Solo dopo, troppo tardi, si è compreso che dettare le regole andando a marcia indietro era difficoltoso, pericoloso e controproducente.
Quando guidi a marcia indietro per troppo tempo, alla fine, come minimo, ti viene il torcicollo.
A mio modesto parere, come già scritto qualche mese fa, si è pretesa la regolarizzazione –intento lodevole- ma lo si è fatto in maniera tale da ingenerare confusione e senza dare a coloro che avrebbero voluto essere in regola –e a Scilla ce ne sono tanti, per fortuna!- gli strumenti minimi necessari perché ciò accadesse.
Mi riferisco a strumenti regolamentari essenziali, quali: piano regolatore (che c’è ma è oramai superato quasi del tutto), piano di spiaggia, regolamento per l’occupazione delle aree pubbliche. Senza queste regole di base, non puoi pensare di avere una cittadina in ordine, pur eliminando gli abusi.
Dunque, si è applicata la legge da un lato, cioè pretendendo la regolarizzazione del cittadino nei confronti dell’ente locale, ma si è ignorato completamente che per poter chiedere occorre prima dare, si è ignorato il dovere dell’ente locale verso i cittadini: quello di fornire strumenti regolamentari chiari, la cui applicazione non generi fraintendimenti.
Questa voglia di legalità “a marcia indietro”, ha finito col trasformarsi in qualcosa di più grave di un dolorosissimo torcicollo.
Certo, amministrare non è semplice, le leggi sono troppe ed è difficile rispettarle tutte. Ma non è una scusante.
Chi è chiamato ad amministrare deve avere ben chiare le priorità. Ripristinare la legalità a Scilla, è una priorità da anni. Riprisitinarla con l’ingerenza della criminalità che, stando al comunicato del governo, è stata accertata e riscontrata (pur se ancora disconosciamo le motivazioni ufficiali), è impossibile. Semplicemente perché il concetto di legalità smette di essere principio oggettivo e diviene esclusivamente soggettivo. Diviene, quindi, una contraddizione in termini.
Insomma, con molta amarezza dobbiamo riscontrare che Scilla –Repubblica Italiana, la comunità scillese, è una comunità –come tante in Calabria, ma non è una consolazione- nella quale la democrazia è ancora immatura, pertanto il concetto di legalità rimane tuttora un elemento molto soggettivo, perciò estremamente influenzabile da ingerenze esterne di ogni genere.
Parafrasando il grande Pirandello –che di meridionali se ne intendeva- si può dire che ancora oggi, anno del Signore 2018, a Scilla per ognuno c’è una legalità, e la legalità vera è quella che gli altri credono che sia. Insomma, legalità è, se vi pare.