25 dicembre 2020

E' UN NATALE TRISTE IL NOSTRO?

 Tra le tante espressioni di auguri di Natale che ho avuto modo di leggere o ascoltare, tutti più o meno simili nelle loro forme, diciamo così, canoniche, mi ha colpito l'augurio che don Marco Pozza ha rivolto agli ascoltatori di una radio privata: <<Mi auguro che sia il secondo Natale più triste, dopo il primo.>>

A ben vedere, infatti, c'è più di una analogia tra quel primo Natale di oltre duemila anni fa e quello che viviamo oggi.

Maria e Giuseppe ebbero chiuse le porte in faccia, ognuno rimaneva protetto nelle sue case, non voleva fastidi, teneva alla larga gli sconosciuti, specie quelli che bussavano alla porta magari di sera, in una notte di freddo e gelo, come ci tramandano le canzoni che abbiamo imparato da bambini.

Non deve essere stato certo bello per i due genitori in attesa, doversi rifugiare in una grotta, con la sola compagnia di un bue e di un asinello.

Oggi passiamo questo Natale chiusi in casa non per egoismo o diffidenza verso il prossimo -almeno non nella maggior parte dei casi- ma per difenderci da un nemico ancora poco conosciuto e invisibile. Certo, è un Natale diverso da quello che abbiamo avuto la fortuna di vivere ogni anno fino ad oggi.

Chi, allora, non ebbe timore e andò a salutare il neonato Bambino, furono pastori, contadini e pescatori, ovvero tutta gente che era abituata a vivere fuori, nelle campagne e nei pascoli o su una barca, per mare.

Chi oggi vive fuori, è chi non ha una casa. Sono i profughi che affollano i campi provvisori che danno loro un rifugio temporaneo dalla guerra, dalla fame, dalle difficoltà economiche. Quei campi diventano paesi, città vere e proprie.  Per loro, per tutta questa umanità, le zone rosse non valgono e non varranno mai.

Chi oggi vive fuori, sono i tanti, tantissimi, che s'imbarcano su legni precari per tentare di attraversare il braccio di mare che li separa da noi che, per loro, siamo un punto non di arrivo bensì dal quale ricominciare a vivere da essere umano, dal quale recuperare la dignità perduta nelle carceri in Libia o nelle tendopoli del Libano, che ospita profughi -palestinesi, curdi, siriani, ecc.- da quasi quarant'anni.

Sono loro che, come i pastori, i pescatori e i contadini del presepe, cercano una nuova luce nella loro vita. Loro la cercano davvero, con tutta la forza che hanno, incuranti dei sacrifici che devono affrontare.
A noi chiusi in casa in difesa, basta solo un po' di pazienza. Molti dicono di sentirsi come chiusi in carcere, ma il carcere vero è un'altra cosa. Le zone rosse non valgono neanche lì dentro.

Noi, che ci diciamo tristi, in realtà siamo i fortunati, i privilegiati: la luce la vediamo entrare copiosa dalla finestra spalancata, in quello che è oggi un Natale primaverile. No, il nostro non è un sacrificio.

Per noi, benché diverso dagli altri, non è un Natale triste. Lo sarà quando ci renderemo conto davvero della fortuna che abbiamo. Quello di Don Pozza è un auspicio, perché si trasformi in realtà dovranno passare ancora tanti altri Natale, ci vorrà ancora tempo.

Auguri a tutti!