21 gennaio 2013

OBAMA: VERSO UN FUTURO INCERTO, ALLA RICERCA DI VITA, LIBERTA’ E FELICITA’

Di seguito, il testo –tradotto dalla trascrizione originale- del discorso di inaugurazione del secondo mandato del Presidente Barack Obama, pronunciato oggi a Washington.
 


Vice Presidente Biden, Sig. Presidente della Corte Suprema, Membri del Congresso degli Stati Uniti, illustri ospiti, e concittadini:
Ogni volta che ci riuniamo per l'insediamento di un presidente, portiamo testimonianza della forza duratura della nostra Costituzione. Confermiamo la promessa della nostra democrazia. Ricordiamo che ciò che tiene insieme questa nazione non è il colore della nostra pelle o i dogmi della nostra fede o l'origine dei nostri nomi. Ciò che ci rende eccezionali - ciò che ci rende americani - è la nostra fedeltà a un'idea, articolata in una dichiarazione fatta più di due secoli fa:
"Noi riteniamo queste verità di per sé stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi ci sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità".
Oggi continuiamo un viaggio senza fine, per congiungere il senso di quelle parole con le realtà del nostro tempo. Poiché la storia ci dice che, mentre queste verità possono essere di per sé stesse evidenti, non si sono mai eseguite da sole, che, mentre la libertà è un dono di Dio, deve essere garantito dal Suo popolo qui sulla Terra. I patrioti del 1776 non hanno combattuto per sostituire la tirannia di un re con i privilegi di pochi o il volere di una folla. Loro ci hanno dato una Repubblica, un governo di, e da, e per il popolo, affidando a ogni generazione il compito di proteggere il nostro credo fondante.
Da più di duecento anni, lo facciamo.
Attraverso il sangue versato dalla frusta e il sangue prelevato con la spada, abbiamo imparato che nessuna unione fondata sui principi di libertà e di uguaglianza potrebbe sopravvivere per metà schiava e per metà libera. Ci siamo rinnovati, e abbiamo promesso di andare avanti insieme.
Insieme, abbiamo stabilito che una moderna economia necessita di ferrovie e strade per velocizzare viaggi e commerci; di scuole e università per formare i nostri lavoratori.
Insieme, abbiamo scoperto che un libero mercato prospera solo quando ci sono delle regole volte a garantire la concorrenza e la correttezza.
Insieme abbiamo deciso che una grande nazione deve aver cura dei più vulnerabili, e proteggere il suo popolo dai peggiori pericoli e dalle disgrazie della vita.
Attraverso tutto questo, non abbiamo mai abbandonato il nostro scetticismo verso l'autorità centrale, né abbiamo ceduto alla finzione che tutti i mali della società possano essere curati solo attraverso il governo. La nostra esaltazione dell'iniziativa e dell'impresa, la nostra insistenza sul duro lavoro e sulla responsabilità personale, queste sono le costanti nel nostro carattere.
Ma abbiamo sempre compreso che quando i tempi cambiano, così dobbiamo cambiare noi; che la fedeltà ai nostri principi fondanti richiede risposte nuove alle nuove sfide; che la tutela delle nostre libertà individuali richiede in ultima analisi, l'azione collettiva. Perché il popolo americano non può più soddisfare agendo da solo le esigenze del mondo di oggi più di quanto i soldati americani avrebbero potuto affrontare le forze del fascismo o del comunismo con i moschetti e i gruppi di volontari armati. Nessuno da solo può formare tutti gli insegnanti di matematica e di scienze di cui avremo bisogno per darli in dote ai nostri figli per il futuro, o costruire le strade e le reti e i laboratori di ricerca che porteranno nuovi posti di lavoro e imprese sulle nostre sponde. Ora, più che mai, dobbiamo fare queste cose insieme, come una sola nazione e un solo popolo.
Questa generazione di americani è stata messa alla prova da crisi che hanno indurito la nostra determinazione e dimostrato la nostra capacità di ripresa. Un decennio di guerra sta per concludersi. La ripresa economica è iniziata. Le possibilità dell'America sono infinite, poiché possediamo tutte le qualità richieste da questo mondo senza confini: la gioventù e l'iniziativa, la diversità e l'apertura; una capacità infinita di rischiare e il dono di reinventarsi. Compatrioti americani, siamo pronti per questo istante, e noi lo coglieremo -fino a quando lo coglieremo insieme.
Poiché noi, il popolo, siamo consapevoli che il nostro paese non può avere successo quando alcuni in numero ristretto vive molto bene e un numero sempre più crescente faticano a farcela. Noi crediamo che la prosperità degli Stati Uniti deve poggiare sulle spalle larghe di una classe media emergente. Sappiamo che l'America prospera quando ogni persona può trovare l'indipendenza e l'orgoglio nel proprio lavoro; quando il salario del lavoro onesto libera le famiglie dal baratro della privazione. Noi siamo fedeli al nostro credo, quando una bambina nata nella più nera povertà sa che ha la stessa possibilità di avere successo di tutti gli altri, perché è un'americana, è libera, e lei è uguale, non solo agli occhi di Dio ma anche ai nostri.
Siamo consapevoli che i programmi obsoleti sono inadeguati alle esigenze del nostro tempo. Dobbiamo sfruttare le nuove idee e le tecnologie per ricreare il nostro governo, rinnovare il nostro codice tributario, riformare le nostre scuole, e rafforzare i nostri cittadini con le competenze necessarie per lavorare di più, imparare di più, arrivare più in alto. Ma mentre i mezzi cambiano, il nostro scopo resta: una nazione che premia l'impegno e la determinazione di ogni singolo americano. Questo è ciò che questo momento richiede. Questo è ciò che da un senso vero al nostro credo.
Noi, il popolo, crediamo ancora che ogni cittadino meriti una base essenziale di sicurezza e dignità. Dobbiamo prendere decisioni difficili per ridurre il costo della sanità e le dimensioni del nostro deficit. Ma rifiutiamo la convinzione secondo la quale l’America debba scegliere tra prendersi cura della generazione che ha costruito questo paese e investire nelle generazione che ne costruirà il futuro. In quanto ricordiamo le lezioni del nostro passato, quando gli anni del crepuscolo si trascorrevano in povertà, e i genitori di un bambino disabile non avevano nessuno a cui rivolgersi. Non crediamo che in questo paese la libertà sia riservata ai fortunati, o la felicità a pochi. Riconosciamo che per quanto responsabilmente viviamo le nostre vite, ciascuno di noi, in qualsiasi momento, potrà affrontare la disoccupazione, o ammalarsi all'improvviso, piuttosto che vedersi spazzare via la casa da una terribile tempesta. Gli impegni che prendiamo l’un con l’altro - tramite Medicare, Medicaid e la Social Security - che cose come queste non riducano la nostra intraprendenza; ci rafforzino. Non ci trasformino in una nazione di mendicanti; ci rendano liberi di prendere quei rischi che fanno grande questo paese.
Noi, il popolo, crediamo ancora che i nostri doveri come americani non siano solo verso noi stessi, ma verso tutta la posterità. Daremo una risposta alla minaccia del  cambiamento climatico, consapevoli che se non lo facessimo tradiremmo i nostri figli e le generazioni future. Alcuni possono ancora negare il soverchiante giudizio della scienza, ma nessuno può evitare il devastante impatto della furia degli incendi, e della siccità soffocante e delle più potenti tempeste. La strada verso fonti energetiche sostenibili sarà lunga e talvolta ardua. Ma l’America non può resistere a questa transizione; dobbiamo guidarla. Non possiamo cedere ad altre nazioni la tecnologia che darà energia a nuovi posti di lavoro e nuove industrie - dobbiamo farne nostra promessa. Ecco come conserveremo la nostra vitalità economica e il nostro tesoro nazionale - le nostre foreste e le vie fluviali; i nostri terreni produttivi e le cime innevate. Ecco come preserveremo il nostro pianeta, affidato da Dio alla nostra cura. Ecco ciò che darà senso al credo che i nostri padri pronunciarono un tempo.
Noi, il popolo, ancora crediamo che una sicurezza duratura e una pace prolungata non richiedano una guerra perpetua. I nostri coraggiosi uomini e donne in uniforme, temprati dal fuoco della battaglia, non hanno pari in quanto a capacità e coraggio. I nostri cittadini, segnati dal ricordo di coloro che abbiamo perso, conoscono fin troppo bene il prezzo che viene pagato per la libertà. La consapevolezza del loro sacrificio ci terrà sempre vigili contro coloro che vorrebbero farci del male. Ma siamo altresì eredi di coloro che hanno vinto la pace, non solo la guerra, trasformando nemici giurati nei più leali fra gli amici, e dovremo portare quelle lezioni anche in questo nostro tempo.
Noi difenderemo il nostro popolo e terremo saldi i nostri valori con la forza delle armi e le regole della legge. Mostreremo il coraggio necessario a cercare e risolvere i contrasti con le altre nazioni in modo pacifico - non perché siamo ignari dei pericoli che affrontiamo, ma perché lo scontro può a lungo termine sollevare sospetti e paure. L’America resterà l’ancora di alleanze forti in ogni angolo del globo; e rinnoveremo quelle istituzioni che ampliano la nostra capacità di affrontare le crisi all’estero, in quanto nessuno ha più interesse in un mondo in pace della sua nazione più potente. Noi sosterremo la democrazia dall’Asia all’Africa; dalle Americhe al Medio Oriente, perché i nostri interessi e la nostra coscienza ci spingono ad agire dalla parte di coloro che aspirano alla libertà. E dovremo essere fonte di speranza per i poveri, i malati, gli emarginati, le vittime del pregiudizio - non per mera carità, ma perché la pace nella nostra epoca richiede il costante progresso di quei principi descritti dal nostro credo condiviso: tolleranza e opportunità; dignità umana e giustizia.
Noi, il popolo, oggi dichiariamo che la più evidente fra le verità - che tutti noi siamo stati creati uguali - è l’astro che ancora ci guida; così come ha guidato i nostri precursori a Seneca Falls, Selma e Stonewall; così come ha guidato tutti quegli uomini e donne, noti e ignoti, che hanno lasciato le proprie impronte lungo questo grande viale, per sentire un predicatore dire che non possiamo camminare da soli; per ascoltare [Martin Luther] King proclamare che la nostra libertà individuale è inestricabilmente legata alla libertà di ogni altra anima sulla Terra.
E' adesso compito della nostra generazione portare avanti ciò che quei pionieri hanno cominciato. Perché il nostro viaggio non sarà concluso finché le nostre mogli, madri e figlie non potranno guadagnarsi da vivere proporzionalmente ai loro sforzi. Il nostro viaggio non sarà concluso finché i nostri fratelli e sorelle omosessuali non saranno trattati come chiunque altro davanti alla legge –perché se siamo veramente stati creati uguali, allora di certo l’amore con cui ci leghiamo l’uno all’altro dovrà essere altrettanto uguale. Il nostro viaggio non sarà concluso finché nessun cittadino si troverà costretto ad aspettare per ore il suo turno per esercitare il suo diritto di voto. Il nostro viaggio non sarà concluso finché non troveremo un modo migliore per accogliere gli immigrati volenterosi e pieni di speranza che ancora vedono l’America come la terra delle opportunità; finché bravi e giovani studenti e ingegneri saranno inclusi nella nostra forza lavoro piuttosto che essere espulsi dal nostro paese. Il nostro viaggio non sarà concluso finché tutti i nostri figli, dalle strade di Detroit alle colline degli Appalachi, ai vicoli silenziosi di Newtown, sapranno che ci si prenderà cura di loro, che verranno amati e tenuti al sicuro dal pericolo.
Questo è il compito della nostra generazione - rendere queste parole, questi diritti, questi valori – di Vita, e Libertà e Perseguimento della Felicità – vere per ogni americano. Essere fedeli ai nostri testi fondamentali non ci richiede di concordare su ogni singolo aspetto della vita; non significa che definiremo la libertà tutti nello stesso identico modo, o che seguiremo la stessa identica strada verso la felicità. Il progresso non ci impone di porre fine per sempre a dibattiti lunghi secoli sul ruolo del governo - ma ci richiede di agire nel nostro tempo.
Perché adesso ci tocca decidere, e non possiamo permetterci di rimandare. Non possiamo confondere l’assolutismo col principio, o sostituire la politica con lo spettacolo, né trattare gli insulti come ragionevoli dibattiti. Dobbiamo agire, consapevoli che la nostra opera sarà imperfetta. Dobbiamo agire sapendo che le vittorie di oggi saranno solo parziali, e che toccherà a chi sarà qui fra quattro anni, e quarant’anni e quattrocento anni da oggi, portare avanti quello spirito senza tempo che fu infuso in noi in una sala spartana di Philadelphia.

Miei compatrioti americani, il giuramento che ho fatto davanti a voi oggi, come quello pronunciato da altri che hanno prestato servizio in questo Campidoglio, è stato un giuramento davanti a Dio e al paese, non a un partito o a una fazione - e dovremo eseguire fedelmente questo impegno per la durata del nostro incarico. Ma le parole che ho pronunciato oggi non sono così diverse da quelle del giuramento prestato ogni volta che un soldato si arruola, o da un'immigrata che realizza il suo sogno. Il mio giuramento non è così diverso dalla promessa che noi tutti facciamo davanti alla bandiera che sventola sopra di noi, e che riempie d’orgoglio i nostri cuori.
Sono le parole dei cittadini, e rappresentano la nostra più grande speranza.

Voi e io, come cittadini, abbiamo il potere di determinare il corso di questo paese.
Voi e io, come cittadini, abbiamo il dovere di dare forma ai dibattiti della nostra epoca - non solo con i voti che esprimiamo, ma con le voci che leviamo in difesa dei nostri più antichi valori e dei più duraturi ideali.
Ciascuno di noi abbracci, con solenne dovere e meravigliosa gioia, ciò che è il nostro permanente diritto di primogenitura. Con sforzi comuni, e comuni intenti, con passione e dedizione, rispondiamo alla chiamata della storia, e portiamo in un futuro incerto la preziosa luce della libertà.

Grazie, Dio vi benedica, e che benedica per sempre questi Stati Uniti d’America.






















20 gennaio 2013

‘U LIMUNI ‘I FAVAZZINA: RIPRENDIAMOCI LA NOSTRA TRADIZIONE

COSTA LIMONILa mia generazione è probabilmente l’ultima ad aver sentito parlare e raccontare “ru limuni ‘i Favazzina”.
I giovani di oggi e i bambini scillesi non sanno che in passato ma anche nei tempi moderni, in particolare nel dopoguerra e fino a qualche decennio fa, il nome di Scilla era associato anche al suo famoso limone, coltivato in special modo negli agrumeti posti sul litorale compreso tra Scilla e Favazzina, ma anche al di là del torrente Rustico, nella zona di Praialonga della vicina Bagnara.
Questo tratto di Costa Viola, oltre che dal viola del mare, era infatti caratterizzato dal colore dorato del limone, lo “sfusato” –come viene chiamato in gergo tecnico.
Era un tipo di coltura, quella del limone, che garantiva il mantenimento di una buona economia cittadina, tant’è che il prodotto è stato esportato nei tempi passati anche nel resto d’Italia, non ultima in quella costiera amalfitana che oggi risulta essere rinomata anche per questo tipo di limone.
Se provate a digitare “limone sfusato” su internet, viene infatti fuori che è il limone della costa di Amalfi! Che fosse coltivato  e commercializzato da Scilla fin dai tempi remoti, lo sanno in pochissimi.
Eppure, il limone presenta una varietà d’impiego tale (succhi, industria  dolciaria, liquori, cosmetici, ecc.) da poter rappresentare davvero una ricchezza, specie in un territorio come il nostro dove l’economia agricola è quasi del tutto scomparsa, fatta eccezione per qualche timido risveglio operato negli ultimi anni, in particolare con la ripresa dei vigneti della Costa Viola, soprattutto nella zona tra Scilla e Bagnara.
MANIFESTO convegno limone per WEB E’ per stimolare ancora di più questo risveglio dell’agricoltura –vera ricchezza della nostra regione, insieme al mare- che il Comune di Scilla e la Cooperativa Agricola “Enopolis –Costa Viola” hanno organizzato presso il Municipio di Scilla un convegno per il prossimo venerdi, 25 gennaio alle ore 18:00, durante il quale si discuterà dell’ipotesi di rilancio della coltura “ru limuni ‘i Favazzina”, nella zona tra Scilla e Bagnara.
Le basi di partenza ci sono già tutte:
-la tradizione, che non fosse altro per una dimostrazione di orgoglio nel chiamarci “scigghitani”, dovremmo fare di tutto per mantenere;
-le potenzialità, sicuramente numerose, atteso che i vari agrumeti presenti nel nostro Comune –ma anche altri terreni oggi in stato di abbandono- possono garantire una base produttiva di tutto rispetto e che la nascita di piccole aziende operanti nel settore specifico (che cureranno raccolta, conferimento, lavorazione e commercializzazione del prodotto)  favorirebbe la creazione di posti di lavoro;
- la qualità del prodotto, già conosciuta in passatato ma che oggi dovrà essere anche “riconosciuta” direttamente sul mercato, attraverso una seria politica di valorizzazione del marchio, utilizzando quegli strumenti che hanno consentito di fare emergere sul mercato italiano ed europeo anche realtà agricole vicine alla nostra, ma nettamente più piccole in termini di territorio.
Il convegno rappresenta dunque il primo passo di un progetto aperto al pubblico, alle comunità di Scilla e Bagnara Calabra, che già negli anni scorsi hanno dimostrato di saper operare congiuntamente con buoni risultati.
Le basi ci sono tutte, come detto, le possibilità tecniche e gli strumenti operativi sono sicuramente migliori e più numerosi di quelli che avevano a disposizione i nostri nonni. Sta a noi scillesi dimostrare, oggi come già fatto in passato, di essere fieri e orgogliosi di esserlo.

15 gennaio 2013

L'ASSISSURI SI NDI IAU

 

'Na notizia oi 'rrivau:
l'assissuri ndi chiantau!
'U partitu l'ha chiamatu:
“Pi favuri, fatti 'i latu.”

Sutt' all'acqua, senz' umbrelli
pigghiau armi e bagattelli,
quasi mancu salutau,
l'assissuri si ndi iau!

Oh Calabria, sbinturata,
sempri mal fusti trattata!
Dimmi, comu travagghiamu
senza l'assissuri o' ramu?

Nc'esti cu' scutola i mani,
e grira forti: “Manch' i cani!”
Cu' rispundi: “Simu cotti!”
e fui cu trenu, puru 'i notti.

Ma l'assissuri si cunsola,
'chì a Roma si ndi vola.
Sì, concorri o' Parlamentu,
iddhu almenu è cuntentu.

Cu nci faci sempri 'i spisi
e' 'u giuvin calabrisi,
ahi vogghia 'u cerca aiutu,
cu' ccà resta è futtutu!

28 dicembre 2012

STREUSA PU MAR

(libera versione in dialetto scigghitano di “Creuza de ma” di Fabrizio De André)










All'umbra ri sciur ra chiappirara c'è
nu vecchiu piscaturi, varda a' Chianalea:
ccà 'u Strittu cerca a' luna la manu sua,
chi sutta 'ddhumau 'u casteddhu e 'a rua.

E' 'n pugnu 'i casi ch' ha criatu Diu,
ch'i peri a mari, ad arcu li mintiu.
Nisciu ca so' barca e ru mar si cugghìa,
pinsò nda menti: “Ah, bbonu pi mia!”


S'u furister nci spia, da paisà
cu arti e fantasia 'u sa 'ccumpagnà.
'A genti di luntan ca bucca 'perta sta
ccà mi vai a spassu, nci piaci assa'
si faci maravigghia quand'è stagiuni
si c'è 'n figghiol chi pisca ru so' barcuni.



'U varda e pensa “Pi mia tardu è già”
a' casa torna, ch’è ura di mangia'.
Frittura di fracaglia e 'na schizza i vinu
'u sciauru è bbonu, puru p'u vicinu.
Si bagna 'a bucca e 'i quant' è forti 'llucchi,
tunnu in agrodolci e 'nsalata di pruppi


E ca so barca mbicina, propria sutta, nde scogghi,
'u figghiu randi ch' 'a zzita, 'i pateddhi nci cogghi.
E ampestru matin, nesci e prestu s'accogghi
'ch 'i friddu trema, comu li fogghi.
'Ttaccandu ca corda la so' barca sa
ch' 'a so' vita l'ha fatta, ma streusa pu mar.





Traduzione italica

PAZZA PER IL MARE


All'ombra dei fiori del cappero c'è
un vecchio pescatore, guarda la Chianalea:
qui lo Stretto chiede alla luna la sua mano
che sotto ha illuminato il castello e la strada.

E' un pugno di case che ha creato Dio,
con i piedi a mare, ad arco le ha messe
Era uscito con la sua barca, dal mare tornava
pensò nella mente: “Ah, buon per me!”


Se il forestiero glielo chiede, da paesano
con arte e fantasia lo sa accompagnare.
La gente che viene da lontano resta con la bocca aperta
passeggiare qua, piace molto
e ci si meraviglia quando è la stagione
se c'è un bambino che pesca dal suo balcone.



Lo guarda e pensa “Per me è già tardi”
a casa torna, perché è ora di mangiare.
Frittura di fragaglia e un goccio di vino
l'odore è buono, lo sente pure il vicino.
Si bagna la bocca e per quanto è forte è stordito,
tonno in agrodolce e insalata di polpi.


E con la sua barca s'avvicina, proprio sotto, negli scogli,
il figlio grande che raccoglie le patelle per la fidanzata.
E il mattino dopo, esce ma torna presto
'ché trema di freddo, come le foglie.
Legando con la corda la sua barca sa
che la sua vita l'ha fatta, ma pazza per il mare.

26 dicembre 2012

SOGNO DI UNA NOTTE DI…NATALE

Non mi capita spesso di sognare. Non so se sia un male o un bene ma dopo quel che mi è successo la notte scorsa....Beh, giudicate voi.
Notte tra il 24 e il 25 ultimi scorsi, dormivo.
A un certo punto, mi passa davanti una signora che tiene per mano un bimbo che sgambetta procedendo a fatica, avrà avuto due anni, sì e no.
Quando arriva davanti a me, la madre scompare alla mia vista, il bimbo si ferma e mi guarda: è piccolo, abbastanza paffutello.
 
Gli sorrido, come si fa con tutti i bambini e gli faccio "ciao" con la mano.
E' un attimo, il bimbo mi salta sulle gambe e continua a fissarmi con un sorriso, ma c'è qualcosa di strano: è quasi del tutto calvo, tranne una striscia continua di capelli che adorna la sa testa all'altezza della fronte e di metà nuca, a mo di corona, a tipu monicu francescanu.
Nel sogno, mi stropiccio gli occhi come a svegliarmi realmente e lo guardo con più attenzione: sul suo nasino compaiono due piccole lenti tonde di cui si vede solo la montatura, i vetri sono letteralmente trasparenti; dal nasino, compaiono dei piccoli peli neri.
Il bimbo continua a fissarmi, sempre sorridente, poi apre la bocca come per volermi dire qualcosa, ma non parla, canta, così: <<E per la gente del porto mi chiamo... Gesù Bambino.>>
Quel bimbo era Lucio Dalla, che ha cantato "4 Marzo 1943" per la prima volta, a Sanremo nel 1971. Qualche mese più tardi sono nato io.
Lascio a chi se ne intende ogni plausibile interpretazione.











25 dicembre 2012

NOTTI ‘I NATALI














E’ natu Gesù, è natu Bambinu,
pi stari a nuiatri un po’ cchiù vicinu.


E' natu Gesù, 'perti ha li brazza,
porta la gioia, comu 'na carizza.


E' natu Gesù, ru mundu è la luci,
pa strata ndi varda cu l'occhi so', ruci.


E' natu Gesù, re senza nenti,
ma caddìa lu cori, dà luci alla menti.


E' natu Gesù, nta 'sta notti speciali:
'a cchiù bella di utti, lu Santu Natali.


16 dicembre 2012

LETTERA AL PRESIDENTE OBAMA

BrianCaro Sig. Presidente,

il dolore per quello che è successo nella scuola elementare di Newtown –Connecticut non è solo degli americani, ma del mondo.

Pur essendo italiano, per diversi motivi mi sento particolarmente legato agli Stati Uniti e, sinceramente, fa rabbia dover assistere per l’ennesima volta ad atti così tragici che colpiscono sempre luoghi (scuole, università, cinema) frequentati da giovani o da bambini, che sono il futuro di una Nazione.

Nella recente campagna elettorale che l’ha riconfermata alla guida di una grande Nazione come gli Stati Uniti, la sua vittoria è stata legata al fatto che la maggioranza del popolo statunitense ha creduto alle sue parole e si è affidata alla sua umanità e alle sue promesse per il futuro dell’America e degli americani.

 

Ma è un’America che deve fare i conti con una violenza che mette in pericolo la vita dei più giovani e dei bambini, cioè di coloro che rappresentano il futuro di una Nazione.

So che Lei è consapevole di tutto ciò e che non esiterà a porre in essere ogni iniziativa per arginare ed eliminare questo pericolo da cui nessuno è immune, senza distinzioni. Ma non sarà facile.

La Costituzione degli Stati Uniti garantisce a ogni cittadino il diritto di possedere un'arma.

In verità il secondo emendamento è stato concepito a quel tempo (più di 200 anni fa) per consentire la formazione di milizie di cittadini per difendere la sicurezza di uno Stato.
Credo che tale fine non abbia più ragione d'esistere: a mantenere l’ordine pubblico e perseguire i delinquenti ci sono già polizia, FBI e sceriffi, oltre all’esercito.

La Costituzione non è certo immutabile, tutt'altro. Essa deve essere in grado di stabilire principi adeguati, tali da rendere possibile la sicurezza dello Stato e quindi dei suoi cittadini, in ogni tempo.
Nessun esercito, nessuna polizia al mondo potrà mai avere la forza di difendere la collettività da atti orribili e tremendi posti in essere da da “persone normali”, soggetti singoli, non individuabili,

L’unica forza che può difendere i cittadini e i giovani americani  in particolare da questo orrendo pericolo è quella della Legge.

Certo, ognuno può avere il diritto di possedere un'arma, ma solo con dei limiti ristretti (è inconcepibile che si possano acquistare liberamente fucili automatici che sono vere e proprie armi da guerra), per finalità ben determinate e, in ogni caso, previa verifica di determinati requisiti psicofisici dei soggetti che intendono esercitare questo diritto. Occorre quindi regolamentare in maniera seria l’intera materia, è una cosa che gli Stati Uniti hanno rinviato per troppo tempo, ma adesso il tempo è scaduto.

Ma non basta. Anche se il meccanismo legislativo è lungo e complicato, bisogna modificare il secondo emendamento, aggiornandolo ai nostri giorni, un tempo in cui sulle strade americane non ci sono più le milizie armate.

La Corte Suprema con le sue decisioni ha equiparato il diritto di possedere un’arma ai diritti inviolabili. Ma il diritto di possedere un’arma (anche solo per difendersi) provocando la morte, non può essere equiparato al diritto alla vita!

E' dunque il momento di aggiornare questa norma Costituzionale, poiché il suo abuso ha prodotto un risultato contrario a quello che chi l'ha concepita si prefiggeva di conseguire.

E' il momento di porre fine al libero arbitrio di individui che, armati come in guerra perché in guerra con il mondo che li circonda, mettono a repentaglio la vita dei cittadini e, quindi, la sicurezza stessa dello Stato e il futuro della sua esistenza.
Con profonda stima e fiducia

18 novembre 2012

ISRAELIANI E PALESTINESI: I SCECCHI SI SCIARRIUNU E…

gaza Poche cose sono o sembrano immutabili nell'universo, una di queste è l'odio tra israeliani e palestinesi.
Sì, Hamas è un'organizzazione terroristica di cui aver paura, che nessuno dei palestinesi è riuscito a “disinnescare” e da cui è giusto e sacrosanto difendersi.

Ma come definire uno Stato che, andando ben oltre il diritto di difendersi, ammette pubblicamente che i bombardamenti in risposta ai razzi palestinesi sono un atto politico?!
Uno Stato la cui politica è basata sui bombardamenti è peggio che terrorista, è uno Stato guerrafondaio.

La cosa è doppiamente tragica se si considera che trattasi di uno Stato -quello di Israele- nato proprio in conseguenza alle devastazioni del più grande conflitto mondiale del secolo scorso.

Il passato non ha insegnato nulla. E' una situazione insopportabile, cui bisogna porre fine prima che accada l'irreparabile.

Dice un nostro detto: quandu 'u sceccu non voli mbiviri, ambatula nci frischi.
Ma israeliani e palestinesi sono "scecchi" che si fanno la guerra oramai da 65 anni, in maniera pressoché continua.
E quandu i scecchi si sciarriunu, i barriddhi levunu 'a furia.
I barriddhi sono gli innocenti, i bambini, che da un lato e dall'altro, muoiono senza nemmeno sapere perché.
Ho ancora negli occhi le lacrime di una ragazza il cui fratellino è stata la prima vittima di questi nuovi “raid punitivi” che stanno infiammando Gaza in questi ultimi giorni.

Quante lacrime dovremo ancora vedere? Che sgorghino dagli occhi delle mamme o delle sorelle israeliani o palestinesi che siano, non hanno tutte lo stesso sapore? Il sapore salato di quel sale che torna a spargersi su una delle ferite più profonde di questo nostro mondo.

Come uscirne?
La soluzione è una e una soltanto: dare a ciascun popolo il diritto ad avere un proprio Stato.
Se questa possibilità è stata concessa a Israele, quasi a parziale risarcimento di quanto subito nella seconda guerra mondiale, perché non concederlo ai palestinesi?

E' un principio sacrosanto, riconosciuto da tutte le democrazie occidentali, condiviso dal mondo arabo moderato, sul quale si è già più volte discusso in passato, ma che deve trovare attuazione nel più breve tempo possibile.
Come fare?
Un ruolo fondamentale dovrebbe giocarlo l'Onu, così come fece nel 1947, riconoscendo Israele.
Convocherei in seduta permanente i rappresentanti israeliani e palestinesi -assistiti da Stati a loro vicini, con esclusiva funzione di mediazione- e li "costringerei" a trovare un accordo definitivo e vincolante per sempre.
Su quell'accordo, in deroga al regolamento vigente all'Onu, non vi deve essere la possibilità di porre alcun veto da parte di qualunque altro Stato. Nessuno ha il diritto di decidere il destino di un popolo se non quel popolo stesso. Si chiama autodeterminazione.

Dicevo prima delle madri, delle sorelle, dei bambini, vittime innocenti.

Ecco, mentre padri e fratelli sono impegnati a farsi la guerra, dovrebbero essere le mamme e le sorelle israeliane e palestinesi a dire: basta, non vogliamo piangere più!
Dovremmo tener presente solo una cosa: non ci sarà nessun futuro senza bambini, né per gli israeliani, né per i palestinesi.
Perciò, inviterei tutte le organizzazioni mondiali che si occupano dei bambini, a partire dall'Unicef, a stabilire una sede comune operativa proprio nei territori dei due Stati, organizzando eventi che coinvolgano bimbi arabi e israeliani insieme.
Vorrei che quei territori, dove oggi i bambini sono vittime e ostaggi innocenti, fossero per così dire ostaggio dei bambini, della loro voglia di vivere, della loro voglia di avere un futuro, indipendente e comune.
Questa loro azione continua, incessante, la forza della loro innocenza, è l'unica che può ancora riuscire a convincere i rispettivi rappresentanti politici a trovare una soluzione che sia definitiva, prima che sia troppo tardi per tutti.

n.b.: foto tratta da http://www.ilmessaggero.it/foto/nuovi_raid_su_gaza_uccisi_nove_bimbi/5-10481-232445.shtml

14 novembre 2012

LE PAROLE, I NUMERI E IL TEATRO DELLA POLITICA

Assistere lunedi scorso in televisione al confronto tra i cinque candidati del centrosinistra ha risvegliato in molti la voglia di tornare a interessarsi di politica.

I partecipanti erano: tre del PD (Bersani, Renzi, Puppato), uno di SEL (Vendola), uno dell'API (Tabacci).

Ci si è affrettati a precisare che si trattava di primarie di coalizione, quindi del centrosinistra e non del solo PD, come da statuto modificato, corretto e integrato al fine di chiarire uno dei punti più controversi (e più comici) di uno strumento -le primarie- che così com'era nato, permetteva di far votare anche chi non apparteneva all'area politica del centrosinistra, in una libera interpretazione tutta italiana del sistema in uso negli Stati Uniti.

In linea di massima, tra i cinque si sono riscontrati pareri simili sulla maggior parte delle questioni politiche ed economiche attuali. Su due temi però si sono registrate divergenze di non poco conto: sui diritti civili delle unioni di fatto, specie tra omosessuali; sulle alleanze da porre in atto per riuscire a governare un Paese alla disperata ricerca di una guida sicura e affidabile.

Tali distinguo hanno portato alcuni dei candidati ed esprimere veri e propri veti preventivi che, a ben vedere, secondo me non hanno ragione d'esistere.

Il motivo sta nel significato delle parole e nella forza dei numeri.

I DIRITTI

Sul tema dei diritti delle coppie di fatto omosessuali, è indiscutibile che anch'essi -in quanto cittadini italiani- devono godere delle stesse possibilità di tutti gli altri, per cui negare loro alcuni di questi diritti significa contravvenire a un principio costituzionalmente riconosciuto.

Cosa ben diversa è però volere estendere il matrimonio anche a queste coppie.

Nel nostro codice civile viene distinto tra il matrimonio regolato con rito religioso -regolato da leggi speciali (per la religione cattolica, secondo il Concordato come modificato nel 1985) e il matrimonio civile, regolato dalle disposizioni dello stesso codice.

In questo secondo caso, nel Codice civile non si afferma mai che i coniugi debbano essere di sesso diverso, si parla soltanto di marito e moglie.

Pertanto, si potrebbe essere portati a credere che le disposizioni relative al matrimonio possano essere applicate anche nel caso in cui marito e moglie siano dello stesso sesso.

In verità, lasciando da parte ogni considerazione inerente all'aspetto religioso, tale estensione del matrimonio non è possibile.

Tale impossibilità, seppur non espressamente sancita, è desumibile sia dalla struttura stessa del Codice Civile, sia dalle norme di rango superiore dettate dalla Costituzione.

Gli articoli del Codice che riguardano il matrimonio sono infatti inseriti nel Libro I “delle persone e della famiglia”.

La famiglia è definita dalla nostra Costituzione (art. 29) come “società naturale fondata sul matrimonio”.

Dunque, seguendo il significato letterale delle norme civili in vigore, il matrimonio è il fondamento di una società naturale, cioè una società -la famiglia- caratterizzata dalla sussistenza oggettiva di funzioni “facilmente riconducibili a un ambito di indiscussa ovvietà” (Devoto-Oli).

E' fuor di dubbio che all'epoca a cui risalgono le norme di cui si parla l'ovvietà di avere una moglie e un marito di sesso opposto sembrava indiscutibile. Oggi, nell'epoca “moderna”, quell'ovvietà sembra essere un po' meno ovvia, ma il quadro normativo costituzionale ci indica che potrebbe parlarsi di matrimonio per le coppie dello stesso sesso al tempo in cui ciò che è naturale oggi, non lo sarà più, vale a dire al tempo in cui quella tale ovvietà verrà definitivamente meno.

Voler dunque estendere il matrimonio come oggi definito a casi diversi da quelli diciamo così naturali, è sicuramente una grande forzatura, che presenterebbe anche aspetti di incostituzionalità ed è perciò da escludere.

E' sicuramente giusto e possibile invece, estendere gran parte dei diritti e dei doveri previsti per il matrimonio (mantenimento, assistenza reciproca, diritti di successione, ecc.), a tipi di convivenza meno ovvi. Lo si può fare tenendo presenti le norme già esistenti nel codice civile per i contratti e le obbligazioni.

Non serve dunque stravolgere nulla, basta una legge (e ci sono già diversi testi presentati) che richiami i tipi di contratto già esistenti in maniera tale da rispondere a un'esigenza della collettività.

LE ALLEANZE PER IL GOVERNO

In tema di alleanze, sia Vendola che Renzi hanno categoricamente (ma in politica questo avverbio di fatto si dimentica facilmente) escluso futuri accordi con Casini, manco fosse il diavolo.

Questa preclusione, sinceramente, faccio fatica a comprenderla.

E' un dato di fatto storico che l'Italia repubblicana sia stata governata per larga parte della sua esistenza da partiti di centro (DC) o da alleanze di centro-sinistra (DC-PSI) poi allargate. In non pochi casi però vi è stato l'appoggio o comunque l'implicito avallo anche del PCI, unico partito comunista d'Europa a staccarsi -seppur parzialmente- dalla rigida ortodossia imposta dall'Unione Sovietica, dove l'ideologia comunista era in realtà solo una maschera dietro la quale si è nascosta un'oligarchia, spesso al confine con la dittatura, che ha vissuto sulle spalle del proprio popolo.

Dunque, in Italia il centro e la sinistra hanno sempre dialogato tra loro. L'hanno fatto da binari ideologici paralleli, che però stavano per convergere già trent'anni prima della nascita del PD, quando i muri ideologici erano molto alti e spessi.

A proposito di ideologia, molti ne hanno decretato la fine. In verità, la parola ideologia indica un insieme sistematico di concetti e principi che stanno alla base di un atteggiamento politico e culturale, per cui oggi potremmo dire che l'ideologia dell'individuo ha finito per prevalere (ahinoi!) sull'ideologia di partito.

C'è un piccolo particolare però che ai più sfugge.

I partiti sono i soli cui la Costituzione (art. 49) assegna il compito di determinare la politica nazionale.

Quegli "agglomerati" che oggi fanno di tutto per non chiamarsi "partito" e che sono "gruppi", "popoli", "case", "movimenti", sono tutte espressioni individualistiche, veri e propri marchi posseduti da un uomo solo (Berlusconi, Grillo, Di Pietro, ecc.) e che rispecchiano non la coscienza o la cultura di un pezzo di società ma l'incoscienza di un solo individuo: il capo.

La colpa più grande che imputo ai protagonisti di quella che fu la seconda Repubblica, con poche eccezioni è quella di essersi nascosti, rinnegando quindi in un certo senso il loro pensiero, la loro cultura, la loro ideologia. Di essersi vergognati di quello che erano, andando a nascondersi dietro sigle o acronimi nuovi, confondendosi e disperdendosi in gruppuscoli che dopo poco più di 15 anni hanno dimostrato tutti i loro limiti.

L'esempio di Berlusconi è emblematico. E' entrato sulla scena politica quando il palco era rimasto vuoto (o quasi) e ne è divenuto -questo il suo merito- assoluto padrone. Ma mentre recitava il suo monologo -con poche interruzioni- da attore consumato, ha acceso i riflettori e ha accecato gli spettatori. Poi, una alla volta, le luci si sono spente. E' rimasto soltanto un "occhio di bue" che ha illuminato solo lui per tanto, troppo tempo.

Alla fine, il capocomico ha deciso che era ora di porre fine alla commedia ed è uscito di scena giusto in tempo. Ma mentre usciva, non ha spento solo la luce sul palco bensì quelle dell'intero teatro, lasciando la platea italiana a brancolare nel buio, all'affannosa ricerca di un'uscita di sicurezza.

Stessa sorte toccherà -inevitabilmente- a quei movimenti che adesso vanno per la maggiore: il loro destino è scritto nella loro stessa natura.

Per una legge fisica, il movimento nella realtà non può avere durata infinita ma prima o poi sarà destinato ad avere fine, a fermarsi, a causa -se non altro- dell'attrito sia esterno che interno, che peraltro ha già cominciato a manifestarsi piuttosto precocemente.

Il risultato per l'Italia è stato tragico, con aspetti anche comici, come in ogni dramma che si rispetti.

L'Italia è, infatti, l'unico Paese al mondo in cui esistono i socialisti di destra, rappresentato da quella parte del PSI mimetizzatasi dietro il paravento berlusconiano, per difendersi -dicono loro- dal furore giustizialista dei comunisti. Un obbrobrio di cui non possiamo certo andar fieri.

L'ideologia si è dunque trasformata, in molti casi (come quello di cui sopra) come peggio non avrebbe potuto, ma non è morta. Non possono morire i principi base che guidano l'atteggiamento nella società, la cultura e la coscienza degli individui. Si può, anzi si deve modernizzare, attualizzare il proprio pensiero ma certamente non si può vergognarsene.

Ora, appare difficile che alle prossime elezioni il centrosinistra possa riuscire ad avere i numeri per governare da solo (ah, la matematica!). Sarà dunque necessario allargare ad altre forze che -per logica di "fisica politica"- non potranno stare ancora più a sinistra di SEL ma dovranno essere quelle più vicine alla parte centrista che fa già parte della coalizione.

Dall'altra parte, a sinistra, c'è una forza -SEL- che a mio parere fornisce un'ampia garanzia di serietà intellettuale -prima ancora che politica- con la quale ci si potrà confrontare nel merito delle singole questioni, per due buoni motivi: sulla politica economica, le differenze saranno attutite da una situazione particolare che rende alcune scelte obbligatorie; sulle altre questioni credo che Vendola abbia acquisito un'esperienza di governo regionale che in questi anni ha "smussato" parecchi spigoli nella sua originaria cieca visione sinistrorsa.

Le differenze permangono su tutti i temi etici, ma essi sfuggono a una qualunque logica politica, in quanto toccano la sfera della coscienza personale di ciascuno dei futuri parlamentari, come è sempre stato.

Dunque, il significato delle parole (se ancora gliene si attribuisce uno) e la forza della verità dei numeri, forniscono la soluzione per sanare le differenze attuali e consentire al centrosinistra di tornare a governare il nostro Paese.

Qualsiasi altra soluzione sarebbe improponibile, a meno che i candidati alle primarie del centrosinistra non intendano applicare la "bizona" di Oronzo Canà con il famoso "5-5-5". Quello è uno schema che ha funzionato solo al cinema. Il teatro della politica è un'altra cosa.

11 novembre 2012

RICORDO DI ERALDO DE LIO, UN UOMO BUONO

EDL La notizia è arrivata ieri, portata da uno strano vento di scirocco, freddo come la sensazione che ho provato appena l'ho saputo: Eraldo, lo storico fotografo di Scilla, ci ha lasciati.

Colpito all'improvviso -come a volerci fare un ultimo scherzo- da giorni lottava per riprendersi, ma alla fine ci ha salutato.

Tanti ricordi mi scorrono nella mente in queste ore, e so che sono i ricordi di diverse generazioni di scillesi che lo hanno conosciuto, che sono cresciuti accompagnati dai “click” della sua macchina fotografica.

Nelle stesse ore in cui Eraldo combatteva la sua ultima battaglia, mi è capitato di leggere una frase di Aldo Moro:

Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato, con tutte le sue difficoltà.

Ecco, Eraldo il suo tempo l'ha vissuto e raccontato attraverso le immagini, attraverso le foto che con maestria e professionalità hanno fatto ricordare e rivivere nel tempo i fatti e la storia di Scilla negli ultimi cinquant'anni.

L'ha fatto con la discrezione e l'umiltà cui oggi tutti abbiamo reso omaggio nell'ultimo saluto, nella chiesa di San Rocco.

Quel Santo di cui era particolarmente devoto, tanto che in tutti questi anni, ha ripreso in mille inquadrature, da ogni angolazione possibile, arrampicandosi sui muretti o per le scalinate o scegliendo il balcone più adatto, anche se magari pericolante, è ancora la prima immagine esposta nella vetrina del suo studio fotografico.

In tutti questi anni, non c'è stata festa di San Rocco che non l'abbia visto in prima fila, con al collo il fazzoletto dei portatori e la macchina fotografica, a fermare sulla pellicola ogni istante del trionfino, a scattare una foto a tutti i portatori, un modo per regalare loro un sorriso e alleviarne la fatica.

Credo di non esagerare se dico che a Scilla -e in giro per il mondo ovunque abiti uno scillese- non c'è casa in cui non sia conservata una foto con sopra riportata la sua firma.

Sì, non c'è buffetta, non c'è barò o vitrina di scigghitanu che non conservi una foto scattata da Eraldo, il quale ha condiviso gioia, feste, cerimonie e anche momenti meno belli, di ogni famiglia scillese.

E l'ha fatto sempre, oltre che con professionalità, con un'umanità che infondeva coraggio e fiducia in chiunque lo incontrasse.

Personalmente ricordo le foto delle partite di quando eravamo ragazzini; le foto dei “Trofeo San Rocco”; le foto delle formazioni della Reggina, le foto dell'inaugurazione della chiesa di San Rocco...e mille altre immagini.

Un mix di colori, inquadrature, sfumature, che non sono altro che lo scorrere di una vita.

Mi è capitato spesso, anche negli ultimi tempi, di vederlo magari al Comune a scattare una foto per un insediamento, una visita di un personaggio importante.

Immagini e pellicole che custodiva con particolare cura e gelosia. Spesso mi è capitato di rivolgermi a lui, alla ricerca di un'immagine della Scilla di un tempo.

Lui, sempre disponibile, inforcava gli occhiali e con estrema semplicità, di ogni immagine ti raccontava un aneddoto, un particolare, attraverso cui riuscivi ad apprezzare la foto ancora di più, riconoscendole un valore storico.

E poi come non ricordare di Eraldo i tanti pellegrinaggi a Polsi, a' Maronna ra muntagna, quand'ero bambino; o quel modo sempre gentile di prenderti benevolmente in giro, come solo gli amici sanno fare.

Sono questi i ricordi che hanno affollato la mia mente da ieri e durante il funerale, che si è concluso con un applauso spontaneo, forte, prolungato, che da dentro la chiesa s'è propagato come un'eco fino a fuori, nella piazza, dove in tanti lo abbiamo salutato e gli abbiamo semplicemente detto: grazie.

Da oggi, dicevo a un amico, abbiamo perso un pezzo di storia del nostro paese, siamo tutti un po’ più poveri. Ci rimangono però in dote le sue foto che sono già storia e, con esse, un esempio umano che costituisce una ricchezza.

Me l'immagino adesso Eraldo, con al collo la sua macchina fotografica, seduto magari su una nuvola che il vento porta un po' a spasso, su e giù per la nostra provincia. Me l'immagino che cerca l'inquadratura migliore per scattare, lì dall'alto, ancora una foto della sua Scilla, mentre i raggi del sole, riflettendo nel suo obbiettivo, ci rimandano giù la luce dei suoi occhi e del suo sorriso di uomo buono.

*N.B.: foto tratta da http://reggiopress.blogspot.it/2012/11/scilla-eraldo-de-lio-ci-ha-lasciati.html

08 novembre 2012

OBAMA E I NOSTRI NONNI

"The best has yet to come" -Il meglio deve ancora venire.
E’ una frase pronunciata dopo la vittoria alle elezioni da Obama, ma non l'ha inventata lui.
'A 'mbintaru i nostri nonni, quando dissero:
'u megghiu è arretu! -the best is behind!
Sembrerebbe una contraddizione, visto che quel che deve ancora accadere, non può essere "dietro".
In realtà è solo una questione linguistica
: il nostro dialetto non contempla il tempo futuro, è tutto presente o passato, perciò i nostri nonni guardavano dietro, ma non al passato, anche quando pensavano al futuro.
Sì, perché in verità questa frase era una sfida a proseguire verso il futuro -che si sperava essere migliore- qualcosa che restava ignoto, nascosto "dietro" il tempo stesso che doveva ancora trascorrere fino appunto ad arrivare o' megghiu.

10 ottobre 2012

RIPRENDIAMOCI IL FUTURO

Alla fine è successo.
Il Consiglio comunale di Reggio Calabria è stato sciolto. L’annuncio di ieri sera del ministro dell’interno non ha colto di sorpresa nessuno. A Reggio –e provincia- tutti sapevano che sarebbe successo.
Non perché qualcuno abbia letto la corposa relazione della Commissione d’accesso, né il documento che il Prefetto ha inviato al ministro dell’interno né tanto meno perché è stato influenzato dall’”odiosa campagna di stampa” della sinistra.
No, diciamo la verità, era qualcosa che si sentiva nell’aria da tempo, come quei nuvoloni che prima appaiono lontani all’orizzonte, poi si avvicinano sempre di più, preannunciati da lampi e tuoni. E di lampi e tuoni in questo ultimo periodo a Reggio se ne sono visti parecchi.
Quei lampi e quei tuoni sono esplosi ieri sera in maniera fragorosa, tanto che la luce e il rumore si sono visti e sentiti in tutta Italia e, grazie a internet, in tutto il mondo.
Oggi, non c’è stato giornale o sito d’informazione dell’Europa occidentale, dell’America del nord o dell’America del Sud che non riportasse la notizia riguardante la più grande città della Calabria.
Di sicuro, non si può e non si deve andar fieri di quello che è successo, tutt’altro. Bisogna fermarsi a riflettere.
Due cose, tra quanto ha detto il ministro Cancellieri ieri sera, mi hanno colpito:
1. Il provvedimento ha riguardato l’amministrazione in carica e non la precedente.
2. Il Consiglio è stato sciolto non per infiltrazioni mafiose ma per “contiguità” con gli ambienti mafiosi;
Ora, è vero, gli elementi raccolti dalla Commissione d’accesso si riferiscono all’amministrazione in carica fino a ieri sera. E’ però difficile negare –e chi ha vissuto e vive all’interno della città lo sa- che l’amministrazione appena decaduta fosse la naturale prosecuzione di quella precedente guidata dall’attuale governatore Scopelliti, che ha beneficiato del trampolino di lancio reggino per raggiungere la prima poltrona regionale.
A Reggio la democrazia non è più esistita a partire dal momento stesso in cui ne è stato celebrato il trionfo.
Era il 2007 quando Peppone Scopelliti fu eletto sindaco con il 70% dei voti. Una percentuale “castrista” che consentì al futuro governatore di diventare il sindaco più amato d’Italia. Era la Reggio che, uscita dall’entusiasmante rinascita vissuta con l’amministrazione Falcomatà, cercava una nuova speranza. "Mi amano perché riaccendo la speranza” dichiarò Scopelliti.
La speranza c’era, si sentiva e si vedeva. Ma la fiamma che la alimentava s’è andata viva via affievolendo, fino a spegnarsi, ieri sera. La causa che ne ha provocato lo spegnimento, che ha soffocato la democrazia è, in verità, quello che doveva essere il combustibile che avrebbe dovuto alimentarla: il metodo.
A Reggio il metodo è stato fatto assurgere al rango di modello di amministrazione da seguire ma questo modello –i cui limiti sono stati evidenti a chi ha vissuto e vive all’interno della città reggina- che nelle intenzioni di chi l’ha proposto, doveva costituire un vanto per Reggio e la sua provincia e per la Calabria, si è rivelato fallimentare.
Più volte, da tempo e da più parti chi è stato addentro alle beghe amministrative reggine ha avuto modo di denunciare che i conti non quadravano. Non solo quelli del bilancio.
Da quello che finora hanno svelato le indagini –anche se ancora in corso- per le varie società di servizi che operavano per conto del Comune di Reggio è accaduta la stessa cosa successa a tante delle ditte che hanno appaltato i lavori lungo il tratto reggino della Salerno-Reggio.
Prima hanno firmato contratti, convenzioni e simili con l’amministrazione, salvo poi scoprire che quelle società erano emanazione più o meno diretta della criminalità organizzata.
Tenuto conto che solo indagini più approfondite e solo la magistratura nelle sedi opportune potrà risalire a chiarire quelle che sono le diverse responsabilità personali, ci sia consentito porci tre semplici domande: quei contratti, quelle convenzioni, quando sono stati stipulati? chi li ha firmati? Possibile che non si sia controllata la “provenienza” di determinati elementi con i quali si stipulavano formali accordi a nome della collettività? O se la si è controllata, possibile che non si sapesse con chi si aveva a che fare? Certo, può essere anche se, con un po’ di sforzo in più….
Era il febbraio 2010, all’epoca della presentazione delle liste per le regionali, quando Scopelliti dichiarò: ‘’Ho invitato i responsabili di due liste a ritirare le due candidature non gradite’’ nella provincia di Cosenza..’Sono antitetiche con i principi che rappresento e che riguardano l’intera coalizione’
Se tanta attenzione fu riservata in quella occasione, come mai non si è usato lo stesso metodo, lo stesso modello –come invece si è andato propagandando- per le cose che riguardavano l’amministrazione della città, della “sua” città, quella che conosceva meglio di tutte le altre?
In fondo Reggio non è poi così tanto grande, quali siano le famiglie dedite alla criminalità organizzata è ben noto, i loro nomi sono pubblicati in decine e decine di sentenze, giornali, riviste e libri.
Dei contratti con le società di servizi, degli incarichi professionali rimasti solo sulla carta ma puntualmente e lautamente retribuiti, l’opinione pubblica reggina è venuta a conoscenza man mano che si susseguivano le operazioni delle forze dell’ordine.
Prima solo pochi, come detto, sapevano direttamente. Gli altri, il popolo che ignorante e pecorone aveva votato in massa in cerca di speranza, è rimasto stordito, col cervello annebbiato, accecato dalla macchina del fumo che ha circondato le stanze del palazzo. Ma poi il fumo s’è diradato, il calore è evaporato, l’estate è finita e l’immagine della verità che si è andata via via delineando con sempre maggior chiarezza dietro la caligine è oggi sotto gli occhi di tutti.
Il risultato: doveva essere l’amministrazione della continuità, ha finito con l’essere un’esperienza amministrativa di contiguità.

File:Reggio calabria panorama dal fortino.jpg
Contiguità. E’ una parola preoccupante. Non è “semplice” infiltrazione, cioè di un corpo estraneo che si inserisce in un’istituzione, nel tessuto democratico di una città. Se così fosse, con le opportune cure il o i corpi estranei potrebbero essere allontanati e/o eliminati con relativa facilità.
La contiguità non esprime semplice vicinanza ma qualcosa di più: contatto fisico, nello spazio e nel tempo.
Che un consiglio comunale –espressione quindi dell’intera comunità cittadina- sia interessato da contiguità con ambienti mafiosi o ‘ndranghetisti, cioè sia in contatto fisico con essi, significa che l’intera Reggio, città metropolitana in fieri –e perciò con essa tutta la provincia- è a contatto fisico, nel tempo e nello spazio, con qualcosa che invece non è degno nemmeno di essere guardato.
Stamattina i nuvoloni l’hanno preannunciata, poi nel tardo pomeriggio è arrivata: la pioggia.
A ventiquattr’ore dalla notizia che ha spento la speranza offerta dal “modello Reggio”, la pioggia che fa depositare la caligine, depura l’aria ed è portatrice di nuova vita.
E’ un segno che credo dobbiamo cogliere al volo. Liberiamo la democrazia da quel fumo ingannatore e soffocante che l’ha avvolta finora. Riappropriamoci del tempo e dello spazio, del nostro tempo e del nostro spazio che nessuna mafia, nessuna ‘ndrangheta ha il diritto di occupare. Il tempo e lo spazio, due dimensioni che costituiscono il futuro, il nostro futuro di reggini. Riprendiamocelo!


25 settembre 2012

Discorso del Presidente Barack Obama all'Assemblea Generale dell'Onu


 

Sig. Presidente, Sig. Segretario Generale, membri delegati, signore e signori: vorrei iniziare oggi raccontandovi di un americano di nome Chris Stevens.
Chris era nato in una città che si chiama Grass Valley, California, figlio di un avvocato e di una musicista. Da giovane, Chris si arruolò nei Corpi di Pace, e insegnò inglese in Marocco. E arrivò ad amare e rispettare il popolo del Nord Africa e del Medio Oriente. Ha portato avanti quest' impegno per tutta la vita. Come diplomatico, ha lavorato dall'Egitto alla Siria, dall'Arabia Saudita alla Libia. Era conosciuto poiché camminava per le strade delle città in cui lavorava -gustando il cibo locale, incontrando quante più persone poteva, parlando arabo, ascoltando con un largo sorriso.
Chris andò a Bengasi nei primi giorni della rivoluzione libica, arrivando su una nave cargo. Come rappresentante dell'America, ha aiutato il popolo libico mentre lottavano con successo in un violento conflitto, si è preso cura dei feriti, e ha realizzato una visione per il futuro nel quale i diritti di tutti i libici sarebbero stati rispettati. E dopo la rivoluzione, ha sostenuto la nascita di una nuova democrazia, quando i libici hanno tenuto le elezioni, e costruito nuove istituzioni, e iniziato ad andare avanti dopo decenni di dittatura.
Chris Stevens amava il suo lavoro. Era orgoglioso del paese che ha servito, e ha visto la dignità nella gente che ha incontrato. E due settimane fa, si è recato a Bengasi per rivedere i piani per stabilirvi un nuovo centro culturale e ammodernare un ospedale. E' stato quando il campo americano è stato attaccato. Insieme ad altri tre suoi colleghi, Chris è stato ucciso nella città che ha aiutato a salvare. Aveva 52 anni.
Vi racconto questa storia perché Chris Stevens ha incarnato il meglio dell'America. Come i suoi colleghi del Foreign Service, ha costruito ponti su oceani e culture, ed ha avuto un incarico profondamente importante nella cooperazione internazionale che le Nazioni Unite rappresenta. Ha agito con umiltà, ma ha anche lottato per un insieme di principi -un credere che gli individui dovrebbero essere liberi di determinare il proprio destino, e vivere con libertà, dignità, giustizia, e opportunità.
Gli attacchi contro i civili a Bengasi sono stati attacchi contro l'America. Siamo grati per l'assistenza che abbiamo ricevuto dal governo libico e dal popolo libico. Non ci dovrebbe essere alcun dubbio che non ci fermeremo nel ricercare i killer per portarli davanti alla giustizia. E apprezzo anche che nei giorni recenti, i leader di altri paesi della regione -inclusi Egitto, Tunisia e Yemen- hanno adottato misure per proteggere le nostre strutture diplomatiche, e hanno invitato alla calma. E così le autorità religiose in tutto il mondo.
Ma comprendete, gli attacchi delle ultime due settimane non sono semplicemente un assalto contro l'America. Sono un assalto contro i molti ideali sui quali gli Stati uniti sono stati fondati -la nozione che il popolo può risolvere le proprie differenze pacificamente; che la diplomazia può prendere il posto della guerra; che in un mondo interdipendente, tutti noi dobbiamo partecipare alla ricerca di una maggiore opportunità e sicurezza per i nostri cittadini.
Se vogliamo davvero difendere questi ideali, non basterà mettere più guardie di fronte a un'ambasciata, o pronunciare dichiarazioni di rimpianto ed aspettare che l'offesa passi. Se davvero vogliamo difendere questi ideali, dobbiamo parlare onestamente delle cause più profonde della crisi -perché abbiamo di fronte una scelta tra le forze che intendono dividerci e le speranze che ci tengono insieme.
Oggi, dobbiamo riaffermare che il nostro futuro sarà determinato da persone come Chris Stevens -e non da chi lo ha ucciso. Oggi, dobbiamo dichiarare che queste violenza e intolleranza non hanno posto tra le nostre nazioni Unite.
Son passati meno di due anni da quando un venditore in Tunisia si diede fuoco per protesta contro l'oppressiva corruzione nel suo paese, e diede inizio alla scintilla che è divenuta nota come la Primavera Araba. E da allora, il mondo è stato affascinato dalla trasformazione che è avvenuta, e gli Stati Uniti hanno sostenuto le forze del cambiamento.
Siamo stati ispirati dalle proteste tunisine che hanno rovesciato un dittatore, perché vi abbiamo riconosciuto le nostre convinzioni nell'aspirazione degli uomini e delle donne che sono scesi nelle strade.
Abbiamo insistito sul cambiamento in Egitto, perché il nostro sostegno alla democrazia in ultima analisi ci mette dalla parte del popolo.
Abbiamo sostenuto una transizione di governo in Yemen, perché gli interessi del popolo non sono stati più serviti da uno status quo corrotto.
Siamo intervenuti in Libia a fianco a un'ampia coalizione, e con il mandato del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, perché abbiamo avuto la possibilità di fermare il massacro di innocenti, e perché abbiamo creduto che le aspirazioni del popolo erano più potenti di un tiranno.
E mentre ci incontriamo qui, dichiariamo di nuovo che il regime di Bashar al-Assad deve finire così che la sofferenza del popolo siriano possa finire e possa iniziare una nuova alba.
Abbiamo preso queste posizioni perché crediamo che la libertà e l'autodeterminazione non sono di una sola cultura. Questi non sono valori semplicemente americani o valori occidentali -sono valori universali. E anche se ci saranno enormi sfide nell'avvenire per una transizione verso la democrazia, sono convinto che alla fine il governo del popolo, dal popolo, e per il popolo è più probabile che porti stabilità, prosperità, e opportunità individuale che serve come base per la pace nel nostro mondo.
Perciò lasciateci ricordare che questa è una stagione di progresso. Per la prima volta in decenni, tunisini, egiziani e libici hanno votato per nuovi leader in elezioni che sono state credibili, competitive e corrette. Questo spirito democratico non è stato ristretto al mondo arabo. Durante l'anno passato, abbiamo visto pacifiche transizioni di potere in Malawi e Senegal, e un nuovo presidente in Somalia. In Birmania, un presidente ha liberato prigionieri politici e aperto una società chiusa, una coraggiosa dissidente è stata eletta in parlamento, e il popolo guarda avanti a ulteriori riforme. Nel globo, i popoli stanno facendo sentire le loro voci, insistono sulla loro dignità innata, e sul diritto di determinare il loro futuro.
W ancora la rivolta delle recenti settimane ci ricorda che il percorso verso la democrazia non finisce con l'espressione del voto. Nelson Mandela una volta disse: "Essere liberi non è solo gettar via le proprie catene, ma vivere in un modo che rispetti e valorizzi la libertà degli altri” (Applauso.)
La vera democrazia richiede che i cittadini non possano essere gettati in prigione per via di ciò in cui credono, e che un'attività commerciale possa essere aperta senza pagare una bustarella. Dipende dalla libertà dei cittadini esprimere le proprie opinioni e riunirsi senza paura, e dallo Stato di diritto il giusto processo che garantisca i diritti di tutte le persone.
In altre parole, la vera democrazia -vera libertà- è un lavoro difficile. Chi è al potere deve resistere alla tentazione di reprimere i dissidenti. In tempi economici difficili, i paesi devono essere tentati - potrebbero essere tentati di radunare il popolo intorno a potenziali nemici, in patria e all'estero, invece di concentrarsi sul paziente lavoro di riforma.
Inoltre, ci saranno sempre quelli che rifiutano il progresso umano - dittatori che si aggrappano al potere, gli interessi corrotti che dipendono dallo status quo, e gli estremisti che soffiano sul fuoco dell'odio e della divisione. Da Nord a Sud, dall'Africa alle Americhe, dai Balcani al Pacifico, abbiamo assistito a convulsioni che possono accompagnare le transizioni a un nuovo ordine politico.
Al momento, i conflitti sorgono lungo le linee di faglia di razza o tribù. E spesso sorgono dalle difficoltà di conciliare la tradizione e la fede con la diversità e l'interdipendenza del mondo moderno. In ogni paese, ci sono quelli che trovano che credenze religiose diverse siano una minaccia; in ogni cultura, coloro che amano la libertà per sé stessi devono chiedersi quanto siano disposti a tollerare la libertà per gli altri.
Questo è ciò che abbiamo visto accadere nelle ultime due settimane, mentre un video grezzo e disgustoso ha suscitato indignazione in tutto il mondo musulmano. Ora, io ho messo in chiaro che il governo degli Stati Uniti non ha avuto nulla a che fare con questo video, e credo che il suo messaggio deve essere respinto da tutti coloro che rispettano la nostra comune umanità.
E' un insulto non solo ai musulmani, ma pure all'America -poiché come la città fuori da queste mura rende chiaro, noi siamo un paese che ha accolto persone di ogni razza e di ogni fede. Siamo casa per i fedeli musulmani in tutto il nostro paese. Noi non solo rispettiamo la libertà di religione, abbiamo leggi che tutelano le persone dal poter essere danneggiate a causa del loro aspetto o di ciò in cui credono. Capiamo perché le persone si sentano offese da questo video perché milioni di nostri cittadini sono tra queste.
So che ci sono alcuni che chiedono perché non ci limitiamo a vietare tale video. E la risposta è sancita nelle nostre leggi: la nostra Costituzione tutela il diritto di esercitare la libertà di parola.
Qui negli Stati Uniti, innumerevoli pubblicazioni provocano offesa. Come me, la maggior parte degli americani sono cristiani, ma non vietiamo la bestemmia contro le nostre convinzioni più sacre. In qualità di Presidente del nostro paese e Comandante in capo del nostro esercito, accetto che la gente voglia dirmi cose terribili ogni giorno - (risate) - e difenderò sempre il loro diritto di farlo. (Applausi)
Gli americani hanno combattuto e sono morti in tutto il mondo per tutelare il diritto di tutti a esprimere le loro opinioni, anche opinioni con le quali siamo profondamente in disaccordo. Non lo facciamo perché sosteniamo i discorsi pieni d'odio, ma perché i nostri fondatori capirono che senza tali protezioni, la capacità di ogni individuo di esprimere le proprie opinioni e di praticare la propria fede possono essere minacciati. Lo facciamo perché in una società diversa, gli sforzi per limitare la parola possono facilmente diventare uno strumento per mettere a tacere i critici e opprimere le minoranze.
Lo facciamo perché data la forza della fede nella nostra vita, e la passione che le differenze religiose può infiammare, l'arma più potente contro i discorsi pieni d'odio non è la repressione, ma è il far parlare di più -le voci della tolleranza che manifestano contro il bigottismo e la blasfemia, e alzano i valori della comprensione e del rispetto reciproco.
Ora, so che non tutti i paesi di questa società condividono questa concezione particolare della tutela della libertà di espressione. Ce ne rendiamo conto. Ma nel 2012, in un momento in cui chiunque con un cellulare può diffondere opinioni offensive in tutto il mondo con il clic di un pulsante, l'idea che siamo in grado di controllare il flusso di informazioni è obsoleta. La domanda, allora, è come rispondiamo?
E su questo dobbiamo essere d'accordo: non c'è discorso che giustifichi la violenza insensata. (Applausi) Non ci sono parole che possano scusare l'uccisione di innocenti. Non c'è video che giustifichi un attacco di un'ambasciata. Non c'è calunnia che fornisca al popolo una scusa per bruciare un ristorante in Libano, o distruggere una scuola a Tunisi, o causare morte e distruzione in Pakistan.
In questo mondo moderno, con le moderne tecnologie, per noi rispondere in questo modo al discorso pieno d'odio autorizza qualsiasi persona che si impegna in tale discorso a creare il caos in tutto il mondo. Autorizziamo il peggio di noi, se questo è il modo in cui rispondiamo.
Più in generale, gli eventi delle ultime due settimane parlano anche della necessità per tutti noi di affrontare onestamente le tensioni tra l'Occidente e il mondo arabo che si sta muovendo verso la democrazia.
Ora, voglio essere chiaro: così come non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo, gli Stati Uniti non hanno e non cercheranno di dettare l'esito di transizioni democratiche all'estero. Non ci aspettiamo che le altre nazioni siano d'accordo con noi su ogni questione, né pensiamo che la violenza delle ultime settimane e i discorsi pieni d'odio di alcuni individui rappresentino il punto di vista della stragrande maggioranza dei musulmani, non più di quanto il punto di vista del popolo che ha prodotto questo video rappresenta quello degli americani. Tuttavia, credo che sia obbligo di tutti i leader di tutti i paesi parlare con forza contro la violenza e l'estremismo. (Applausi)
E 'tempo di emarginare coloro che -anche se non ricorrendo direttamente alla violenza- usano l'odio contro l'America, o l'Occidente, o Israele, come principio organizzativo centrale della politica. Poiché ciò costituisce solo una copertura, e qualche volta una scusa, per coloro che fanno ricorso alla violenza.
Quel marchio di politica -che oppone Est contro Ovest, e il Sud contro il Nord, musulmani contro cristiani e indù e ebrei- non può mantenere la promessa di libertà. Ai giovani, offre solo una falsa speranza. Bruciare una bandiera americana non fa nulla per dare ad un bambino un'istruzione. Distruggere un ristorante non riempie lo stomaco vuoto. Attaccare un'ambasciata non crea un solo posto di lavoro. Quel marchio di politica rende solo più difficile raggiungere ciò che dobbiamo fare insieme: educare i nostri figli, e creando le opportunità che meritano; tutelare i diritti umani, ed estendere la promessa della democrazia.
Capite che l'America non potrà mai ritirarsi dal mondo. Porteremo giustizia a coloro che fanno del male ai nostri cittadini e ai nostri amici, e staremo con i nostri alleati. Siamo disposti a collaborare con i paesi di tutto il mondo per approfondire i legami commerciali e di investimento, e la scienza e la tecnologia, l'energia e lo sviluppo - tutti gli sforzi che possono innescare la crescita economica per tutto il nostro popolo e stabilizzare il cambiamento democratico.
Ma questi sforzi dipendono da uno spirito di reciproco interesse e reciproco rispetto. Nessun governo o società, nessuna scuola o ONG saranno sicuri lavorando in un paese in cui la sua gente è in pericolo. Perché la collaborazione commerciale sia efficace i nostri cittadini devono essere sicuri e il nostro impegno deve essere accolto.
Una politica basata solo sulla rabbia - basata sulla divisione del mondo tra "noi" e "loro"- non solo fa arretrare la cooperazione internazionale, mina in definitiva quelli che la tollerano. Tutti noi abbiamo interesse a tener testa a queste forze.
Ricordiamo che i musulmani hanno sofferto di più per mano dell'estremismo. Lo stesso giorno in cui i nostri civili sono stati uccisi a Bengasi, un agente di polizia turca è stato assassinato a Istanbul solo pochi giorni prima del suo matrimonio, più di 10 yemeniti sono stati uccisi in un attentato a Sana'a, diversi bambini afgani sono stati pianti dai genitori pochi giorni dopo esser stati uccisi da un kamikaze a Kabul.
L'impulso verso l'intolleranza e la violenza può essere inizialmente focalizzato sull'Occidente, ma nel corso del tempo non può essere contenuto. Gli stessi impulsi verso l'estremismo vengono utilizzati per giustificare la guerra tra sunniti e sciiti, tra tribù e clan. Non conduce a forza e prosperità, ma al caos. In meno di due anni, abbiamo visto grandi proteste pacifiche portare più cambiamenti nei paesi a maggioranza musulmana di un decennio di violenza. E gli estremisti lo capiscono. Perché non hanno nulla da offrire per migliorare la vita delle persone, la violenza è il loro unico modo per avere rilevanza. Loro non costruiscono, distruggono soltanto.
E 'tempo di lasciare alle spalle il richiamo della violenza e la politica della divisione. Su molte questioni, ci troviamo di fronte a una scelta tra la promessa del futuro, o le prigioni del passato. E non possiamo permetterci di sbagliare. Dobbiamo cogliere questo momento. E l'America è pronta a collaborare con tutti coloro che sono disposti ad abbracciare un futuro migliore.
Il futuro non deve appartenere a chi bersaglia i cristiani copti in Egitto -deve essere richiesto da coloro che in piazza Tahrir, cantavano "musulmani, cristiani, noi siamo una cosa sola." Il futuro non deve appartenere a chi usa violenza alle donne - deve essere plasmato da ragazze che vanno a scuola, e da coloro che lottano per un mondo in cui le nostre figlie possano vivere i loro sogni, proprio come i nostri figli. (Applausi)
Il futuro non deve appartenere a quei pochi corrotti che rubano le risorse di un paese -deve essere vinto da studenti e imprenditori, dai lavoratori e titolari di aziende che cercano una più ampia prosperità per tutti i popoli. Queste sono le donne e gli uomini con cui sta l'America, perché la loro è la visione che sosterrà.
Il futuro non deve appartenere a coloro che calunniano il profeta dell'Islam. Ma per essere credibili, chi condanna quella calunnia deve anche condannare l'odio che vediamo nelle immagini di Gesù Cristo che sono profanate, o le chiese che vengono distrutte, o l'Olocausto che viene negato. (Applausi)
Dobbiamo condannare l'incitamento contro i musulmani sufi e i pellegrini sciiti. E' tempo di dar retta alle parole di Gandhi: "L'intolleranza è di per sé una forma di violenza e un ostacolo per la crescita di un vero spirito democratico". (Applausi) Insieme dobbiamo lavorare per un mondo in cui siamo rafforzati dalle nostre differenze, e non definiti da loro. Questo è ciò che l'America incarna, questa è la visione che sosterremo.
Tra israeliani e palestinesi, il futuro non deve appartenere a coloro che voltano le spalle a una prospettiva di pace. Lasciamoci dietro coloro che vivono di conflitto, coloro che rifiutano il diritto di Israele ad esistere. La strada è dura, ma la destinazione è chiara -un sicuro stato ebraico di Israele e un'indipendente, prospera Palestina. (Applausi) Comprendiamo che una tale pace deve passare attraverso un giusto accordo tra le parti, l'America camminerà al fianco di tutti coloro che sono disposti a fare questo viaggio.
In Siria, il futuro non deve appartenere a un dittatore che massacra il suo popolo. Se c'è una causa che grida protesta nel mondo di oggi, protesta pacifica, è un regime che tortura i bambini e spara razzi ai condomini. E dobbiamo proseguire l'impegno per far sì che ciò che era iniziato con i cittadini che chiedevano i loro diritti non si esaurisca in un ciclo di violenza settaria.
Insieme, dobbiamo stare con quei siriani che credono in una visione diversa -una Siria che sia unita e solidale, dove i bambini non hanno bisogno di temere il proprio governo, e tutti i siriani hanno voce in capitolo su come sono governati- sunniti e alawiti, curdi e cristiani. Questo è ciò che l'America lotta. Questo è il risultato per cui lavoreremo -con sanzioni e conseguenze per coloro che perseguitano, e l'assistenza e il supporto per coloro che lavorano per il bene comune. Perché crediamo che i siriani che abbracciano questa visione avranno la forza e la legittimità di essere da guida.
In Iran, vediamo dove porta il percorso di un'ideologia violenta e inspiegabile. Il popolo iraniano ha una storia straordinaria e antica, e molti iraniani desiderano godere di pace e prosperità assieme ai loro vicini. Ma proprio come limita i diritti del suo popolo, il governo iraniano continua a sostenere un dittatore a Damasco e sostiene gruppi terroristici all'estero. Di volta in volta, non è riuscito a cogliere l'occasione per dimostrare che il suo programma nucleare è pacifico, e a rispettare gli obblighi nei confronti delle Nazioni Unite.
Permettetemi di essere chiaro. L'America vuole risolvere questo problema attraverso la diplomazia, e crediamo che ci siano ancora il tempo e lo spazio per farlo. Ma che il tempo non è illimitato. Rispettiamo il diritto delle nazioni di aver accesso pacifico all'energia nucleare, ma uno degli scopi delle Nazioni Unite è quello di vedere che sfruttiamo questa potenza per la pace. E non facciamo errori, un Iran dotato di nucleare non è una sfida che può essere contenuta. Minaccerebbe l'eliminazione di Israele, la sicurezza delle nazioni del Golfo, e la stabilità dell'economia globale. Si rischia di innescare una corsa agli armamenti nucleari nella regione, e lo sbrogliarsi del trattato di non proliferazione. È per questo che una coalizione di paesi sta tenendo il governo iraniano responsabile. Ed è per questo che gli Stati Uniti faranno quel che dobbiamo per impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare.
Sappiamo per dolorosa esperienza che il percorso per la sicurezza e la prosperità non sta al di fuori dei limiti del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani. Ecco perché dalle macerie del conflitto è stata istituita questa assemblea. È per questo che la libertà ha trionfato sulla tirannia nella guerra fredda. E questa è anche la lezione degli ultimi due decenni.
La storia dimostra che la pace e il progresso arrivano per chi sa fare le scelte giuste.
Nazioni in ogni parte del mondo hanno percorso questo cammino difficile. L'Europa, il più sanguinoso campo di battaglia del 20° secolo, è unita, libera e in pace. Dal Brasile al Sud Africa, dalla Turchia alla Corea del Sud, dall'India all'Indonesia, persone di diverse razze, religioni e tradizioni si sono sollevato a milioni dalla povertà, nel rispetto dei diritti dei loro cittadini e facendo fronte alle loro responsabilità come nazioni.
Ed è per il progresso cui ho assistito nella mia vita, il progressi cui ho assistito dopo quasi quattro anni come Presidente, che mi rimanere sempre la speranza per il mondo in cui viviamo. La guerra in Iraq è finita. Le truppe americane sono tornate a casa. Abbiamo iniziato una transizione in Afghanistan, e l'America e i suoi alleati concluderanno la nostra guerra come da programma nel 2014. Al Qaeda è stata indebolita, e Osama bin Laden non c'è più. Le nazioni si sono unite per bloccare i materiali nucleari, e l'America e la Russia stanno riducendo i propri arsenali. Abbiamo visto le difficili scelte fatte - da Naypyidaw al Cairo a Abidjan - per mettere più potere nelle mani dei cittadini.
In un momento di sfida economica, il mondo si è riunito per ampliare la prosperità. Attraverso il G20, abbiamo collaborato con i paesi emergenti per mantenere il mondo sulla via del recupero. L'America ha perseguito un programma di sviluppo per la crescita e per interrompere la dipendenza, e ha lavorato con i leader africani per aiutarli a nutrire le loro nazioni. Nuove partnership sono state forgiate per combattere la corruzione e promuovere un governo che sia aperto e trasparente, e sono stati presi nuovi impegni attraverso il partenariato degli Equal Futures per garantire che le donne e le ragazze possano partecipare pienamente alla politica e perseguire opportunità. E più tardi oggi, discuterò dei nostri sforzi per combattere la piaga del traffico di esseri umani.
Tutte queste cose mi danno speranza. Ma ciò che mi dà più speranza non sono le nostre azioni, non le azioni dei leader -è la gente che ho visto. Le truppe americane che hanno rischiato la loro vita e sacrificato i loro arti per gli stranieri dall'altra parte del mondo, gli studenti a Jakarta o Seul desiderosi di utilizzare le loro conoscenze a beneficio dell'umanità, le facce in una piazza di Praga o di un parlamento in Ghana che vedono la democrazia dar voce alle loro aspirazioni, i giovani nelle favelas di Rio e nelle scuole di Mumbai i cui occhi brillano di promesse. Questi uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede mi ricordano che per ogni folla inferocita che viene mostrata in televisione, ci sono miliardi in tutto il mondo che condividono simili speranze e sogni. Ci dicono che c'è un battito cardiaco comune per l'umanità.
Prestiamo così tanta attenzione nel mondo a ciò che ci divide. E' quello che vediamo nei notiziari. E' quello che consuma i nostri dibattiti politici.
Ma quando lo si strappa via tutto, le persone in tutto il mondo anelano per la libertà di determinare il proprio destino, la dignità che viene dal lavoro, il conforto che viene dalla fede, e la giustizia che esiste quando i governi servono il proprio popolo - e non il contrario.
Gli Stati Uniti d'America lotteranno sempre per queste aspirazioni, per il nostro popolo e per i popoli in tutto il mondo. Questo è stato il nostro scopo fondante. Questo è ciò che la nostra storia dimostra. Questo è ciò per cui Chris Stevens ha lavorato per tutta la vita.
E vi prometto questo: molto tempo dopo che gli assassini saranno assicurati alla giustizia, l'eredità di Chris Stevens continuerà a vivere nelle vite che ha toccato -nelle decine di migliaia di persone che hanno marciato contro la violenza per le strade di Bengasi; nei libici che hanno cambiato la loro foto su Facebook con una di Chris; nei cartelli che recitano, semplicemente, "Chris Stevens era un amico di tutti i libici".
Loro dovrebbero darci speranza. Loro dovrebbero ricordarci che fin tanto che lavoriamo per questo, giustizia sarà fatta, che la storia è dalla nostra parte, e che una crescente ondata di libertà non può essere invertita.
Grazie mille. (Applausi)
[Traduzione dal testo originale tratto da: http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2012/09/25/remarks-president-un-general-assembly]