15 febbraio 2011

LA GIOIA DELLA LIBERTA’

 

egitto-protesteIl popolo ha fatto dimettere il regime” –così cantavano i giovani egiziani in piazza Tahir all’annuncio delle dimissioni di Mubarak, il loro presidente-dittatore.

Che fosse un dittatore, in Italia, in Europa e nel resto dell’occidente, l’abbiamo “scoperto” solo dopo aver visto le immagini delle piazze del Cairo, piene di gente in protesta.

Ci si interroga, specie in America, sul perché di questa tardiva scoperta.

L’ex Segretario di Stato americano, Condi Rice ebbe a dire nel 2005: “Per 60 anni, il mio paese, gli Stati Uniti, hanno perseguito la stabilità a spese della democrazia in questa regione, qui in Medio Oriente, e non abbiamo ottenuto nulla”

Questo perché, come si ammette sul New York Times “Per troppo tempo abbiamo trattato il mondo arabo come un campo di petrolio”.

E perché ciò avvenisse, ci si è appoggiati a regimi compiacenti che hanno determinato una stabilità che di fatto, ha come anestetizzato le società mediorientali. Come ammette Ahmed Zewail, egiziano-americano vincitore del Premio Nobel per la chimica: “L’Egitto è stato stabile per 30 anni perché non ha avuto nessuna visione, nessuna aspirazione ed è rimasto in uno stato di stagnazione”. Ma era uno stato che non poteva durare.

Prima il popolo tunisino, poi quello egiziano, si sono svegliate da questo stato di torpore, per fame.

Mi si perdoni il paragone ma è stato come il risvegliarsi la notte, con lo stomaco in preda ai crampi. E allora corri in cucina, apri il frigorifero e cerchi di ingurgitare qualsiasi cosa, senza badare all’etichetta, a piene mani in piena libertà.

Ecco, non era solo la fame vera dei molti poveri di questi paesi, ma la fame di libertà, la voglia del piacere di scegliere il proprio futuro e di non vederlo imposto, a spingere migliaia e migliaia di persone a scendere in piazza contro i dittatori. Senza altre armi.

E nelle vicende tunisine ed egiziane, il mancato uso delle armi è stato l’aspetto più clamoroso, più sorprendente e più…bello che mi sento di sottolineare.

Finora, quelli della mia generazione la potenza della non violenza l’avevano letta sui libri o vista in tv. Gandhi e Martin Luther King sono state figure carismatiche che abbiamo conosciuto indirettamente.

Dobbiamo dire grazie ai tunisini, agli egiziani, se abbiamo avuto la possibilità di vedere direttamente quale sia la forza della non violenza. Una forza capace di cambiare il mondo.

“La giornata di oggi appartiene al popolo egiziano - ha affermato il Presidente Obama - e il popolo americano è commosso dalle scene di piazza Tahrir. La parola 'tahrir' significa liberazione. E' una parola che, come diceva Martin Luther King, arriva direttamente all'anima. Per sempre ricordera' agli egiziani di come loro hanno cambiato il loro Paese, e il mondo. Grazie”. Grazie per la vostra non-violenza. Per l'Egitto è stata la forza morale della non violenza, e non il terrorismo, non le uccisioni folli, a curvare ancora una volta l'arco della storia verso la giustizia”.

E come nota un commentatore politico americano conoscitore del Medio Oriente, la dimostrazione fornita dagli egiziani potrebbe sconvolgere i piani degli estremisti islamici, ponendo fine a uno dei conflitti più lunghi che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto: la questione israelo-palestinese.

Sarebbe affascinante vedere se i Palestinesi abbracciano le proteste non violente di massa nel West Bank come strategia contro gli insediamenti illegali israeliani e la sottrazione dei territori”.

Tanto ottimismo sembra troppo. E’ vero però che il “seme della non violenza” sta contagiando l’intero Maghreb ed è già arrivato in parecchie città dell’Iran, dove proprio in queste ore è ripresa la protesta contro il regime.

In questi disgraziati paesi, la democrazia sembra finalmente essere a portata di mano. E’ lì, alla fine della strada tracciata dalla non violenza, che torna libera, sgombrata dai carri armati i cui cannoni sono rimasti muti.

Il pensiero però, non può che tornare al recente passato, a paesi diciamo meno fortunati. Mi riferisco all’Iraq e all’Afghanistan in particolare.

Non si può non pensare alle assurde “giustificazioni” avanzate dagli Stati Uniti ancora frastornati e sotto choc dopo l’11 Settembre; non si può non pensare a quelle armi di distruzioni di massa che, in realtà, non esistevano.

E, soprattutto negli States ci si interroga oggi, sull’efficacia di una politica estera americana basata in grandissima parte sulla forza militare, sulle bombe, grazie alle quali ci si è illusi di poter imporre la democrazia.

Se pensiamo alla cieca determinazione dimostrata dalla passata amministrazione Bush nell’attuazione pratica della dottrina della “risposta flessibile”, fanno riflettere e non poco, le parole di Robert McNamara, Segretario alla Difesa all’epoca della guerra del Vietnam e teorico di quella stessa dottrina che ha finito col traumatizzare un’intera generazione di americani. Disse McNamara: “Non abbiamo il diritto divino di dar forma a ciascuna nazione a nostra immagine o come noi scegliamo”.

 La democrazia non s’impone, non si può imporre, perché è la forma civile attraverso la quale si manifesta e si realizza la libertà di ogni popolo, di ogni uomo.

Ce lo dimostrano, una volta di più, le lacrime che sgorgano dagli occhi dei tunisini e degli egiziani. Non sono lacrime di dolore, ma di gioia, di grande gioia. Quella gioia che può regalarti solo la consapevolezza di tornare ad essere un uomo libero.

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