18 marzo 2010

BEDDHA 'NTERA

(trasposizione di “Dolcenera” di F. De Andrè)


'A viri, è ddhà, criri a mia, vi' com'è, vi' com'è
'A viri, è ddhà, criri a mia, iddha è, iddha è.
'A viri, è ddhà, criri a mia, a mia, vi' com'è
'A viri, è ddhà, criri a mia, iddha è, iddha è.

Era 'i latu ‘i mia ‘u iornu ch’ ‘a canuscìa,
era vicinu 'a riva e nuddh' atra c'era, cusì beddha 'ntera. 

Beddha accusì forti, ch'u me' cori iapriu li porti.

Chi si' beddha tu lu sa' già,
nun cangià, nun cangià.

Beddha, di modi colti, di paroli sempr' accorti,
beddha pi comu ragiuna, ma cosa strana, di mia nun s'adduna. 'Dduna.
Beddha tu sì m'appari, non ti pozzu cchiù scurdari.

'A vardu e mi fa' strambà,
sì, lu sa, sì lu sa.

Ma poi 'rriva lu 'mbernu e 'u suli n'o' viri
'chì si stuta, va beh, cchiù di tantu non dura.
E 'u me' cori, 'u me' cori mi ti viri è cuntentu,
com' o' suli, 'n sicundu, puru sulu 'n mumentu.

Beddha, pricisa e netta, ridi, 'u scherzu 'ccetta.
Beddha chi l'occhi sciali, chi non hai eguali, chi sa' quantu vali.  Vali.
Beddha chi tutt’ affronti, di risposti sempri pronti.

Chi si' beddha tu lu sa' già,
nun cangià, nun cangià.

Ma poi 'rriva lu 'mbernu e com' 'u suli non pari,
'u me' cori s'abbatti, 'chì i me’ occhi non sciali.
Esti sulu e si unchia, com' 'a barca chi 'nfunda,
è 'na botta chi “ttà”, 'u me' pettu si spunda.

'A viri, è ddhà, criri a mia, vi' com'è, vi' com'è
'A viri, è ddhà, criri a mia, iddha è, iddha è.

Beddha chi quandu 'a vitti, occhi me’ non vi criritti.
Beddha chi se mi spìi, rispundu: felici ti vogghiu viriri.
Beddha l'occhi non stanchi passandumi davanti.

‘A vardu ieu camina’,
sì, lu sa, sì lu sa.

Ora puru li petri ch’ accarizzi ch’ i ‘ita,
chiusi nta la to’ manu pari pigghiunu vita,
ma li petri e ‘stu cori han distini diversi,
ra to’ manu ddhu iornu, ‘na carizza la persi.

Beddha si’ quand’ ‘a sira fa' la testa mi ma gira:
passi, sfili tra la genti, cusì sorridenti ma fa’ finta ‘i nenti.
E non sa' comu lori, beddha ‘ntera lu me’ cori.

Sì, mali lu fa’ sta’
Ma non sa, nun lu sa.

E poi ‘rriva lu ‘mbernu e quandu 'u scuru già scindi,
ddu' gabbiani pusati, su' comu angiuleddhi.
Eccu l'ali han iazatu, ora fannu 'na danza,
e pi 'n pezzu lu tempu, non ha cchiù impurtanza.

Cusì tu nto me’ cori ch' hai tuccatu cu l'ali,
com' a 'n angilu veru, sì continui a vulari.

'A viri, è ddhà, criri a mia, vi' com'è, vi' com'è
'A viri, è ddhà, criri a mia, iddha è, iddha è.
'A viri, è ddhà, criri a mia, a mia, vi' com'è
'A viri, è ddhà, criri a mia, iddha è, iddha è.

Traduzione italica

INTERAMENTE BELLA

La vedi, è là, credimi, vedi com'è, vedi com'è
La vedi, è là, credimi, è lei, è lei.
La vedi, è là, credimi, vedi com'è, vedi com'è
La vedi, è là, credimi, è lei, è lei.

Era di fianco a me il giorno che la conobbi,
era vicino la riva e nessun' altra c'era, così interamente bella. 
Così fortemente bella, che il mio cuore aprì le porte.

Di essere bella tu lo sai già,
non cambiare, non cambiare.

Bella, di modi colti, di parole sempre accorte,
bella per come ragiona, ma cosa strana, di me non s'accorge. Accorge.
Bella tu sì m'appari, non ti posso più scordare.

La guardo e mi fa diventare strambo,
sì, lo sa, sì lo sa.

Ma poi arriva l'inverno e il sole non lo vedi
perché si spegne, va beh, più di tanto non dura.
E il mio cuore, il mio cuore è contento di vederti
come il sole, un secondo, pure solo un momento.

Bella, precisa e netta, ride, accetta lo scherzo.
Bella che dai piacere agli occhi, che non hai eguali, che sai quanto vali.  Vali.
Bella che tutto affronti, hai risposte sempre pronte.

Di essere bella tu lo sai già,
non cambiare, non cambiare.

Ma poi arriva l'inverno e come il sole non appari,
il mio cuore si abbatte, perché i miei occhi non rallegri.
E' solo e si gonfia, come la barca che affonda,
è un colpo che “ttà”, il mio petto si sfonda.

La vedi, è là, credimi, vedi com'è, vedi com'è
La vedi, è là, credimi, è lei, è lei.

Bella che quando la vidi, occhi miei non vi ho creduto.
Bella che se mi domandi, rispondo: felice ti voglio vedere.
Bella che non stanchi gli occhi passandomi davanti.

La guardo camminare,
sì, lo sa, sì lo sa.

Ora anche le pietre che accarezzi con le dita,
chiusi nella tua mano sembrano prendere vita,
ma le pietre e questo cuore hanno destini diversi,
della tua mano quel giorno, una carezza la persi.

Bella sei quando la sera mi fai girare la testa:
passi, sfili tra la gente, così sorridente ma fai finta di niente.
E non sai quanto mi fa male il cuore, interamente bella.

Sì, lo fa stare male
Ma non sa, non lo sa.

E poi arriva l'inverno e quando già scende il buio,
due gabbiani posati, sembrano come angioletti.
Ecco hanno alzato le ali, ora fanno una danza,
e per un po' il tempo, non ha più importanza.

Così tu nel mio cuore che hai toccato con le ali,
come un angelo vero, sì continui a volare.

La vedi, è là, credimi, vedi com'è, vedi com'è
La vedi, è là, credimi, è lei, è lei.
La vedi, è là, credimi, vedi com'è, vedi com'è
La vedi, è là, credimi, è lei, è lei.

16 marzo 2010

CHIDDHU CHI VINDIVA 'A NIVI

E' incredibile come, a volte, la storia possa farsi conoscere da sola, possa raggiungerti direttamente a casa.
Ieri sera ascoltavo la radio e saltando da una stazione all'altra, capito su Radiotre Rai. Di solito è il canale radio Rai che offre musica classica, opere, ecc., insomma: roba seria.
Ieri sera no. In un programma si parlava dei vecchi mestieri di una volta. Tra di essi, il carbonaio ('u carbunaru) e quello che mi ha colpito di più: "chiddhu chi vindiva 'a nivi".
Gli autori del programma intervistavano un anziano ultraottantenne di un paesino situato sulle pendici dell'Etna, il quale raccontava come si svolgeva il suo mestiere.
Ma, senza andare fin sull'Etna -anche se poi non è mica così lontano- anche dalle nostre parti un tempo c'era "chiddhu chi vindiva 'a nivi".
Scilla, pur essendo molto più conosciuta come località di mare, è per estensione territoriale il secondo comune della provincia reggina. Si parte dal livello del mare, per arrivare fino ai 1800 mt. di Monte Nardello -dove c'era l'ex base USAF ri 'mericani.
In questa parte del territorio scigghitano, situato praticamente al di sopra della località ri "Quarti", servita all'epoca da una vecchia strada comunale, esistevano numerose "fossi ra nivi". 
Non erano altro che enormi buche scavate nel terreno, le cui dimensioni volumetriche erano pari a quelle di una stanza, che nel rigido periodo invernale venivano riempite di neve, sia a causa delle precipitazioni naturali, sia perché erano gli uomini a raccogliere la neve e a "custodirla" all'interno di queste enormi fosse, che venivano poi opportunamente segnalate e ricoperte con rami di felci.
La particolare raccolta durava fino al mese di febbraio-marzo.
Con l'avanzare della primavera, gli uomini tornavano quindi sul posto e prelevavano il quantitativo di neve che il mercato richiedeva. I particolari "recipienti" favorivano infatti la conservazione della preziosa materia prima che, a causa della stessa temperatura naturale del terreno, si trasformava presto e facilmente in ghiaccio.
Questo ghiaccio naturale veniva quindi portato giù in paese e distribuito nei bar, pasticcerie e/o nei ristoranti sia di Scilla che dei paesi vicini (Bagnara, Villa, ecc.) e, a detta dell'anziano catanisi intervistato alla radio, rendeva anche parecchi soldi in più rispetto al carbone.
Infatti, il ghiaccio portato da "chiddhu chi vindiva 'a nivi", era molto ricercato poiché utilizzato sia per rinfrescare le bevande, che per conservare meglio gli alimenti, che per...fare le granite.
Il procedimento era il seguente: in un recipiente grande si metteva la neve; all'interno, se ne metteva un altro di dimensioni più piccole, al cui interno venivano combinati nelle giuste proporzioni acqua, zucchero e una purea di vari tipi di frutta, a seconda del gusto che doveva avere la granita. Dopo una "semplice" operazione di mescolamento continuo degli ingredienti, grazie al potere raffreddante della neve, la purea di frutta solidificava in quei piccoli cristalli ghiacciati: la granita appunto. 
L'epopea 'i chiddhu chi vindiva 'a nivi, dell'uomo che d'estate tutti aspettavano per ristorarsi e sollevarsi dalla forte calura del sole calabrese, cominciò a finire con l'avvento dei frigoriferi, arrivati in Italia subito dopo la guerra, nei primi anni '50. 
Da allora, anche nei bar dei paesini più piccoli e spirduti, chi è in cerca di refrigerio non aspetta più "chiddhu chi vindi 'a nivi". Gli basta semplicemente aprire uno sportello.
Ascoltando questa storia ieri sera, mi son tornate alla mente le parole di un anziano zio mio, che ancora oggi, forse perché memore dei ritardi che il carbonaio che portava la neve in città accumulava dovendo servire tanta gente sotto l'infernale afa estiva calabrisi, simpaticamente esclama: mannaia a chiddhu chi vindi 'a nivi!

03 marzo 2010

LA QUARESIMA CATODICA:TRA POLVERE, POLVERINI E POLVERONI

Parola d'ordine:penitenza.
Per i cristiani credenti e praticanti, è iniziata la quaresima. Dal 17 febbraio scorso, mercoledi delle ceneri, il giorno cioè in cui ci ricordano quello che eravamo e quello che ritorneremo a essere:polvere.

La stessa polvere che un fastidiusu ventu di sciroccu ci sta sbattendo in faccia da una giornata intera, facendoci assaggiare la sabbia del deserto libico.

Non è la stessa, ma sempre polvere è, anzi polverone, quello provocato nella presentazione delle liste. 
In Calabria è stata esclusa (compreso il ricorso inammissibile) la lista del Partito Comunista dei Lavoratori.
Ora, ricu ieu, già non esiste più il partito comunista (o quasi) e quei pochi nostalgici fanno una fatica boia a convinciri il Sig. B. chi non si mangiunu cchiù i figghioli. 
In più, oltre chi comunista, questo poveru partito dovrebbe essere dei lavoratori. Ma quali? 
I 400 prossimi cassintegrati del porto di Gioia Tauro o quei poviri cristi che sputano l'anima per 16 ore al giorno e ci rimettono la pelle sui piloni o dentro il cemento della "nuova" autostrada? 
I lavoratori extracomunitari, chi si ndi fuiru i notti, o quelli che si accontentano di pochi spiccioli in un call-center o servendo ai tavoli di un locale pur avendo tri lauree, piuttosto che muriri di fami o abbandonare la propria terra?

A parte la Calabria, la purbirata cchiù grossa è stata chiddha sollevata nel Lazio dalla....Polverini!
Un'incredibile serie di errori, orrori e madornali distrazioni non hanno consentito la regolare presentazione della lista del PDL, con a capo appunto l'ex sindacalista Polverini (quando si dice un nome, un destino), la quale per ora è rimasta esclusa dalla competizione elettorale. La colpa, naturalmente, non è dell'inettitudine e dell'incapacità di chi era stato preposto a tale compito, ma dell'avversario politico -nello specifico i radicali- che hanno fatto notare l'irregolarità.

Ah, quant'erunu belli i tempi della vecchia DC o del vecchio PCI di scola sovietica!

Erano partiti che avevano strutture apposite, fatte di gente che studiava le norme nella più minima virgula e, in modo scientifico,predisponeva perfino la tattica migliore per arrivare per prima o per ultima a presentare le liste, in modo da risultare negli angoli più visibili della scheda elettorale e perciò più facili da individuare per gli elettori. 
Mica si perdevano dietro a un panino o si distraevano per andare a chiudere la macchina lasciata in seconda fila!

Oggi assistiamo a un tragicomico balletto di miserevoli giustificazioni; a un continuo accusare gli altri di impedire il libero esercizio della burocrazia, attraverso il quale poter poi esercitare la democrazia.

E' un andirivieni dai tribunali di ogni genere (penale, civile, amministrativo), ordine e grado, alla ricerca di un giudice. Un giudice che ogni volta non sembra decidere secondo la legge ma secondo...i colori. Di volta in volta, lancia la pallina nella roulette - rosso o nero, a seconda dei punti di vista- e così dà ragione a uno piuttosto che all'altro.
Già, tutti in cerca di ragione. Di quella ragione che -se non tutti, la maggior parte- in realtà si dimostra di aver perso o stare per perdere.

A proposito di polvere, polveroni e penitenza,come non parlare delle apocalittiche conseguenze di quella malanova di legge e/o regolamento 'ngiuriatu "par condicio"?

Ma ve li ricordate le mitiche tribune politiche di Jader Jacobelli (l'unico uomo non anglosassone dalla doppia J)?
I partiti parravunu a unu a' vota, davanti a un "plotone d'esecuzione" di giornalisti. 
Rispondevano a tutte le domande, in politichese sì -il più delle volte- ma sempre in maniera educata e pacata, tale da consentire agli spettatori di capire quanto meno il senso del discorso.

Oggi, grazie alla par-condicio, siamo arrivati ai iaddhinari, ai pollai, come li hanno ribattezzati in italiano, con i vari "polli" che a turno non fanno che starnazzare uno più forte dell'altro, finendo col sollevare solo polvere, poco aiutati in verità da conduttori che sai già come la pensano. 
C'è qualcuno che sa per quale partito votava Jader Jacobelli?

Così, non avendo più politici in grado di sostenere da soli una conversazione da "uno contro tutti", si è passati ai talk-show del "tutti contro tutti", dove è difficile capire chi dice cosa e districarsi in una sparatoria di ca...te, delle quali, alla fine della serata, del polverone dell'aia televisiva non resta un bel niente, a parte un fastidioso zumbichiari (ronzìo -ndr) nelle orecchie. Non a caso, Vespa docet!

Dunque, per risolvere la questione e per tagliare la testa al to.., pardon, ai polli, la decisione shock:niente più programmi di approfondimento (così li chiama chi li guarda) per tutto il mese di marzo, fino alle elezioni!

Eccoci arrivati al dunque: dopo la quaresima cattolica, ci si è inventati una sorta di quaresima tutta particolare: la quaresima catodica.
Potremmo intenderla anche come una penitenza laica o meglio laicista, se non fosse che chi l'ha ordinata e imposta, pur nella distinzione dei ruoli (che ancora dura, pi furtuna, anche se sembra tenere ca sputazza), sembra voler somigliare ogni giorno di più a nu papa, sì, 'na speci di papa-B.!
E pirciò, se il Papa osserva il periodo di penitenza e il digiuno quaresimale, l'altro, il papa-B., non osserva, bensì impone la penitenza e il digiuno televisivi, rassicurandoci però: polverone era e polverone ritornerà.

21 febbraio 2010

I LADRI ANTICHI, I LADRI MODERNI E L'APPRENDISTA FORGIARU

Il suono delle tre mazze che battevano all'unisono sull'incudine scandiva il passare del tempo nei pomeriggi dopo la scuola. 'U mastru forgiaru, con un martellino, teneva il ritmo e dava il segnale d'inizio e di chiusura delle operazioni di forgiatura.
Servivano molta abilità e attenzione da parte deli apprendisti, che erano ragazzi, a volte bambini della scuola elementare che prestavano orecchio a quello che non era un rumore, ma una vera e propria melodia fatta da strumenti d'acciaio, e seguendo ogni fase con occhio attento, magari standu addritta magari supra a nu banchittu.
Un iornu, uno di loro, chi evidentementi aiva l'occhi cchiù vurpigni, si accorse chi ddhà 'n terra nc'era 'n cacch'cosa chi luccicava. Si 'mbicinò passu passu, pi non farsi vedere dal mastru -che in verità lo seguiva con la coda dell'occhio- e, mbasciatusi 'n terra raccolse alcune monete.
Aippi il primariu istintu mi si sarba nta sacchetta, ma poi, seppur figghiolu, l'apprendista si ricordò delle parole che gli aviva dittu so' patri.
"Figghiu, sta' attentu. Se viri sordi 'n terra, non mi ti sarbi? Pigghili, vai nto mastru e dinci:'Mastru, ddhà 'n terra truvaia chisti'. E nc'i runi, capiscisti?"
E cusì fici. L'apprendista chiamò 'u mastru e gli consegnò i pochi spiccioli che aveva raccolto da terra.
Il vecchio mastru, lo guardò negli occhi e, con un'espressione soddisfatta, dandogli un buffetto sulla guancia disse: "Oh, bravu figghiuceddhu. Grazii." E rimise gli spiccioli nei pantaloni, nella stessa tasca dalla quale li aveva fatti cadere.

Ho voluto qui riportare questo piccolo episodio narratomi qualche giorno fa da un mastro scillese, perché mi è sembrato estremamente indicativo.
Non si mandavano i figghi adolescenti a lavorare, con la presunzione di far diventare i propri figli più bravi dei maestri. Certo, qualcuno ci è riuscito pure.
No, lo scopo era sì quello di racimolare qualcosina in più nel bilancio familiare, ma soprattutto quello di far imparare ai ragazzi l'etica del lavoro e, con essa, il valore dell'onestà. 

Onestà significa fiducia; fiducia significa lavoro; lavoro significa soddisfazione, gratificazione sociale, vita.

Iari "o' mastru" quindi, non significava solo apprendere un qualcosa di materiale, di pratico, che ti sarebbe magari servitu in futuro. Il più delle volte infatti, i vecchi bravi artigiani (forgiari, scarpari, falignami, buttàri, ecc.), erano così gelosi delle loro capacità creative, della loro arte, da evitare abilmente di farne scoprire ai giovani apprendisti tutti i segreti.
Iari "o' mastru", sacrificando magari le ore di svago pomeridiane, implicava anche imparare ad apprezzare la fatica, capire che quel poco che si guadagnava non pioveva dall'alto, ma era il frutto di sacrificio, sudore, attenta applicazione. Non era una semplice scuola dei mestieri, costituiva la scuola di uno stile di vita che, purtroppo, da noi stiamo perdendo ogni giorno di più.
Dico da noi, pirchì nelle parti più povere del mondo, lì dove operano solo i missionari, per esempiu, questa che è una vera e propria filosofia di vita, viene ancora applicata, con buoni risultati.

In Europa, nel mondo occidentale, questo sembra essere invece un mondo lontano anni luce dal nostro moderno modo di pensare. E' vero, per fortuna siamo andati tutti a scuola, abbiamo tutti un diploma, molti, moltissimi frequentano le università, con la speranza e nell'illusione di poter diventare tutti avvocati, medici, ingegneri, architetti.
Per carità, è tutto legittimo. Ma cu' zzappa? Cu' sapi 'ggiustari un paru di scarpi? Cu' sapi lavurari cchiù 'u ferru o 'u lignu?

La scuola attuale è divenuta una giungla, dalla quale i propri figli devono emergere. E' stato calcolato che gli attuali professori universitari non sono altro che i figli dei professori dei nostri padri e che in Italia il "tasso di gioventù" del corpo insegnante a livello universitario, è il più basso d'Europa.
Ndi inchimu 'a bucca di meritocrazia, ma poi, nei fatti, si fa poco o nulla per cambiare un sistema che è fermo al '68. I programmi scolastici sunnu vecchi quantu a mia!
Queste carenze formative -chi, quandu unu va' a scola, non ci faci né caddu e né friddu- finiscono inevitabilmente col trasferirsi nella società, nei centri decisionali, nella politica, nelle leggi che regolamentano (o dovrebbero regolamentare) le nostre vite.
E di questo gioco al massacro, del "ieu sugnu megghiu 'i tia", di questa quotidiana applicazione della famosa legge del "futtiri cumpagnu" è figlia anche una nuova concezione del termine "ladro".

In un recente convegno alla Luiss di Roma, il Presidente della Camera, On. Fini ha fatto unas netta distinzione: all'epoca di tangentopoli, i politici che gestivano il potere sì «erano ladri, ma sulle loro spalle c’era il peso di mastodontici apparati». Oggi, che quel sistema  continua (magari con minore evidenza, ma continua), «Oggi ci sono tanti episodi di malcostume e tangenti ma vanno considerati per quello che sono, volgari lestofanti.» Sì, secondo Fini «Oggi chi ruba non lo fa per il partito ma perché è un ladro. »

Mah! Questa distinzione, tra ladri di una volta e ladri moderni non mi cunvinci. Chi vuol diri?  E' come se considerassimo due apprendisti che avessero frequentato il laboratorio ru mastru forgiaru, diversi dall'onesto protagonista del racconto fatto all'inizio. 
L'apprendista della "prima Repubblica", ha preso i soldi da terra e poi magari, dopo il lavoro, è andato a comprarsi il gelato con gli altri amici, colleghi di lavoro. 
L'apprendista della nostra epoca, della "seconda Repubblica", ha raccolto i soldi da terra e se li sarebbe tenuti per sè.

14 febbraio 2010

SUPERMAN vs THE BIG TUNA? WHY NOT?

Fannu a gara. I nostri rappresentanti regionali fannu a gara: a cu' potti 'u cchiù.

Se cliccati ccà, scoprirete tutte le belle cose fatte dalla Regione Calabria negli ultimi cinque anni di cuvernu (a pagina 229, trovate in elenco l'ecomostro scigghitano). 
Non c'è nenti da fari: la logica berlusconiana del governo ha infettato tutta l'Italia. Gli interventi dei politici si susseguono quotidianamente, su tutti i canali, su tutti i mezzi d'informazione, a ogni ora del giorno e della notte. Aundi girati girati, è solo un continuo ripetere di cifre ("x" latitanti arrestati, "y" leggi antimafia approvate; noi abbiamo fatto...ecc.), in una sorta di spot pubblicitario dalla durata infinita, stili elezioni 'mericani.

Esaminiamo gli "attori" di questo spot infinito, per i quali voteremo a fine marzo per la carica di governatore.

Pepp(on)e Scopelliti, il (super) sindaco di Reggio Calabria che, per il PDL, che cerca di ripetere a livello regionale l'eccezionale performance delle ultime elezioni comunali riggitane, dove ottenne un clamoroso 70% dei voti che l'ha portato a essere uno dei sindaci migliori d'Italia (ma se spiati a Rriggiu, non tutti su' d'accordu). 
 

Stando ai pronostici e al "vento" che tira, il Pepp(on)e riggitano dovrebbe vincere a mani basse -tantu, 'i quantu è iatu, si viri 'u stessu!
Un piccolo brivido ci sarebbe potuto essere qualora l'UDC avesse deciso di allearsi con il PD o, addirittura di correre da solo, seguendo la dottrina "chinottiana" del leader Casini, il quale nei giorni scorsi ha affermato: "Diamo fastidio perché siamo fuori dal coro".
In realtà, il brivido non ci sarà. In Calabria hanno deciso di salire sul carro del (probabile) vincitore e ripetere così l'esperienza (nefasta)  già fatta all'epuca della giunta Chiravalloti.

Il vincitore in pectore, (almeno nella provincia reggina),  il nostro (nel senso 'ndiginu del termini) supersindaco, sarebbe il primo espresso dalla nostra provincia in circa 40 anni di esistenza dell'ente regionale! E' sicuro però che una tale eventualità, spingerà la restante parte dei calabresi (cosentini e catanzarisi) un po' più verso altre soluzioni.
Pepp(on)e è forte dell'esperienza fatta a Rriggiu e dell'alta considerazione di cui gode presso i centri decisionali romani (rampollo finiano, è apprezzato anche dal Sig. B), che hanno immediatamente certificato la sua candidatura.
Scopelliti non è nuovo nel panorama politico regionale, essendo stato stato sia assessore regionale che presidente della massima assemblea elettiva calabrese. 
E, comu o cristianu, non è nuovo nemmeno lo slogan “E' ora di cambiare, insieme si può”. Forsi, il Peppone riggitanu è a curtu di fantasia o forsi è nu pochiceddhu scaramantico, poiché il suo motto sa tantu del "Yes we can" di Obamiana invenzione, che tanto bene ha portato all'attuale Presidente americano.
Ma tant'è. Dopo i cieli reggini, vedremo sfrecciare il Supersindaco con tanto di mantello da supererore anche nei restanti cieli calabri, come un novello Superman?
  
E per il PD?  Dopo un tira e molla duratu un misi, durante il quale è svanita la possibilità di accordo con l'UDC di Casini (come se non ne avessimo già abbastanza), dopo i paventati capricci e le tentazioni autonome del solito Loiero, il PD ha deciso di tenere le primarie, il nuovo toccasana della democrazia partitica in Italia. Ieri il risultato: poco memo di 68.000 calabrisi (potevano essere di più se questi malitempi l'avessero permesso) hanno (ri)scelto Loiero.
Il disastrato PD, dilaniato da incomprensioni, indecisioni, imbarazzi, passi avanti e clamorose marce indietro. Per un mese ha dato vita a un tiraemolla davvero poco edificante. Alla fine, come detto, in uno slancio di new democracy alla calabrisi, quelli del PD alla fine  provano a prolungare la permanenza Loieriana in quel di Catanzaro,  evidentemente ispirati dalla recente assoluzione che ha dato nuova energia al governatore uscente. Why not?

Pippo Callipo, il re del tonno, patron dell'omonima squadra di pallavolo e rappresentante della Calabria che lavora, con il movimento "Io resto in Calabria", collegato all'Italia dei Valori.
Callipo rappresenta la vera novità di questa tornata elettorale. L'imprenditore vibonese è stato il primo a annunciare la sua candidatura e con largo anticipo rispetto a tutti gli altri. Qualche giorno fa, in vista delle elezioni, ha aperto le sue segreterie politiche in ciascuna delle cinque provincie calabre. Sulu chi, rappresentando la novità, non poteva utilizzare un termine oramai 'desueto' e legato a una concezione della politica da prima Repubblica. Cusì, le segreterie politiche Callipiane sono state battezzate "centri d'ascolto", proprio perché è intenzione dell'imprenditore e Vibu dare ascolto alle istanze provenienti dalla popolazione.
Ci riuscirà? Da uomo e imprenditore pratico e capace, Callipo potrebbe rappresentare la sorpresa di queste elezioni. La provincia di Vibo dovrebbe essere sua, in automatico. Nelle altre, a parti Rriggiu, potrebbe fare da guastatore nei confronti di Loiero.
Per somiglianza caratteriale con Bill Parcells -un noto allenatore di football americano (serio, deciso, a volte anche un po' burbero)- e per assonanza tra il suo soprannome e l'attività commerciale del candidato governatore , potremmo considerarlo come il nostro Charlie, il Big Tuna calabrese.


E parafrasando lo spot della ditta americana da cui il nomignolo deriva (StarKist was not looking for tuna with good taste but rather for tuna that tasted good), la Calabria non cerca un governatore che abbia buon gusto ma piuttosto un governatore che sia di buon gusto, che sia di gradimento della gente, cioè si comporti e agisca facendo ciò di cui i calabresi hanno realmente bisogno.
Ci auguriamo solo di trovarlo.

31 gennaio 2010

IERACARI: IL PENSIERO ORIZZONTALE E LA COSCIENZA DEGLI UOMINI

Ndi cunsulamu, 'sta vota durau pocu.
Nella notte appena trascorsa, per 12 ore, Ieracari -il quartiere posto a Est del centro urbano di Scilla- è rimasta isolata dal resto dello Scigghio.
Per consentire l'esecuzione di alcuni lavori fognari collegati all'abbassamento della quota del viadotto autostradale "D'Angelo", è stato necessario bloccare il transito di qualunque tipo di mezzo nel tortuoso tratto di strada che collega Ieracari al resto del paesello.

E' circa 1 km di strada, caratterizzato da un andamento altimetrico altalenante e da tratti in curva davvero degni di un ...circuito. Vi transita di tutto:pedoni, auto, motorini, pullman, ruspe, betoniere, motopale, camion, ecc...
Caratteristica principale: la lunga discesa che porta al campo sportivo. 'Na vota era percorribile tranquillamente nei due sensi; adesso, poiché il numero degli abitanti è andato via via aumentando nel corso degli anni, in qualunque ora proviate a percorrerla, 'sta biniritta calata potete farlo solo ...a senso unico alternato.

Poiché non tutte le numerose costruzioni realizzate sono infatti dotate di garages o aree di parcheggio interne, l'unico posto dove lasciare la macchina è la stessa sede stradale.
Così, quello che una volta era nu vecchiu sinteru che correva vigni vigni, scalunati scalunati, è stato allargato di quel tanto che basta a 'ngiuriarlu strada. A sancire pienamente il diritto di questa piccola arteria cittadina (e dicu arteria, pirchì a percorrerla tutti i santi iorna, ti pigghiunu... l'arterii) a far parte della viabilità scigghitana, qualche anno fa il Comune ha provveduto ad assegnare i numeri civici e a "battiarla", con molta fantasia, a Via Ieracari.
Già negli anni scorsi su questo blog si erano più volte affrontati i problemi della viabilità dell'intero quartiere, sottolineando il fatto che era necessario trovare una soluzione in grado di consentire la normale vivibilità di Ieracari.

Non è un discorso che faccio per interesse diretto -poiché vi abito.
E' una questione di sicurezza e di incolumità pubblica, cui sono intimamente legati aspetti che hanno a che fare con le responsabilità dirette delle autorità e la loro coscienza di uomini.

Grazie al cielo, siamo in Italia (o almeno così mi pare), quello che -possiamo dirlo ad alta voce- è il miglior Paese al mondo dal punto di vista della legislazione e dell'organizzazione delle strutture centrali di Protezione Civile. Il guaio è che, a fianco delle strutture centrali, vi devono essere necessariamente delle strutture locali, alle quali è direttamente demandata la programmazione degli strumenti necessari e l'attuazione pratica di tutte le misure previste a salvaguardia dell'incolumità della popolazione nel caso di emergenze particolari.

Non voglio drammatizzare, né andare sugli aspetti tecnici. Mi limito solo a ricordare che qualche anno fa il Comune di Melito Porto Salvo, in collaborazione con la facoltà di Ingegneria ha avviato una serie di esercitazioni pratiche, simulando quello che dovrebbe essere il comportamento della popolazione in caso di sisma.

L'esempio di Melito, purtroppo, è stato seguito da pochi se non da nessuno dei Comuni limitrofi, tra di essi, Scilla: quand'anche ne siano dotati, tutti gli strumenti pratico-attuativi di cui dispongono (piano comunale di protezione civile, ecc.) sono rimasti a prendere polvere dentro un cassetto.
In alcuni di questi comuni, come nello Scigghio, non vi è nemmeno un Ufficio di Protezione Civile degno di tal nome! La qualcosa è alquanto sconfortante, non a detta del sottoscritto, ma degli stessi funzionari della Prefettura (cioè l'Ufficio che dovrebbe coordinare tutti gli interventi in caso di eventi che vanno al di là della competenza comunale).
Facendu corna e tuccandu ferru, in caso di 'n cacchi malanova, gli abitanti di Ieracari non hanno da dove scappare.

Sono più di trent'anni che gli strumenti urbanistici riportano sulle carte quello che dovrebbe essere un ulteriore collegamento stabile e diretto con il resto del paisuzzo. Bene, la sua realizzazione è rimasta monca. E' andata a sbattere contro...lo svincolo autostradale e non si è più ripresa.
Dall'altopiano di Ieracari, per lasciare lo spazio necessario al "futuristico" e preventivato collegamento, si è limitata la fruibilità di proprietà private, (che, a onor del vero si sono  largamente "consolate" edificando volumetrie al di là di ogni limite) senza alcun beneficio per la comunità.

L'altra soluzione, è la realizzazione di un collegamento diretto che dal campo sportivo giunga alla villa comunale, attraversando il vallone dell'Annunziata.
Entrambe le soluzioni sarebbero praticabili, atteso che il tratto aereo potrebbe essere attraversato con ponti della lunghezza di poche centinaia di metri.

Nei lavori di ammodernamento dell'autostrada attualmente in corso, l'Anas non ha fatto altro che sostituire i vecchi ponti in cemento armato (la cui realizzazione è senz'altro economicamente più onerosa), con altri ponti in acciaio costituiti da moduli saldati tra loro e appoggiati ai piloni già esistenti, sui quali sono stati così modificati solo gli appoggi di vincolo della struttura.
Ebbene, il montaggio dei nuovi viadotti è avvenuto in un tempo brevissimo e la posa in opera ha richiesto poco più di un'ora.
Mi chiedo: perché non approfittare della presenza dell'Anas e dei suoi tecnici per progettare una soluzione simile tra Ieracari e il centro urbano? Considerata la breve disstanza (150-200 mt.), non sarebbe nemmeno necessario realizzare degli appoggi intermedi e il tutto (dal progetto alla messa in opera) potrebbe essere fatto in pochi mesi.

Altro problema: la viabilità interna del quartiere.
Con lo scempio attuato in questi ultimi venticinque-trent'anni, ci siamo ridotti con stradine e vicoli più stretti di quelli di Chianalea!
Sempre stando alle carte del Piano Regolatore, l'altro ramo della viabilità interna di quartiere che andrebbe a costituire una sorta di anello che circonda la parte più densamente edificata, dovrebbe essere realizzato lato Est, con vista panoramica sul... vallone dell'Oliveto. Anche qui, subentrano dei dubbi, in considerazione della particolare morfologia del terreno che, comunque, dovrà essere attentamente valutata, qualora detto tratto di viabilità dovesse essere finalmente realizzato.

Un volantino affisso in questi giorni, a ragione,  invitava gli abitanti di Ieracari a svegliarsi davanti a un'evidenza che si sta manifestando giorno dopo giorno con una gravità e una drammaticità che non possono certo lasciare indifferenti.
Non si tratta, ripeto, del “capriccio di un capoccia” per dirla alla Celentano, ma di una evidente e oggettiva necessità della collettività.

Allora, a svegliarsi non dovrebbero essere solo coloro che abitano a Ieracari, ma anche e soprattutto coloro i quali hanno la responsabilità, il dovere e la possibilità non di trovare, ma di attuare quelle soluzioni pratiche che peraltro sono in gran parte già state pianificate.
Pochi mesi fa, si è cominciato a realizzare il collegamento meccanico verticale tra San Giorgio e Marina Grande. Forse pirchì soffru nu pocu di virtigini, non mi piacciono le strutture verticali, specie quelle piramidali, preferisco ragionare più in termini orizzontali.

No, non faccio filosofia, non ne sono capace. Intendo dire che ho sempre pensato che le cose importanti devono essere partecipate e condivise il più possibile da tutti e non possono essere decise nel chiuso di qualche stanza o ancora, essere bloccate o peggio ignorate da coloro che agiscono in un'ottica esclusivamente verticale (per non dire piramidale) della vita e della società civile.
Allora, vista l'urgente necessità, dopo il collegamento verticale, perché non si comincia a pensare finalmente a un collegamento orizzontale tra Ieracari e il centro del paese?

Lo si potrebbe fare in parte con gli strumenti già a disposizione e in parte, per esempio, esaminando una volta per tutte e seriamente insieme alla comunità scillese, in un consiglio comunale aperto, quale sia la soluzione tecnicamente più attuabile, al fine di porre fine all'isolamento fisico e pratico di un quartiere, salvaguardandone nel contempo la normale vivibilità.
Ne potrebbe venir fuori un'idea definitiva da trasformare poi in un progetto di massima da presentare alla cittadinanza (così come s'è fatto per l'ascensore e altri progetti in corso) e sottoporre alle autorità provinciali e, soprattutto, regionali (che tanto interesse hanno dimostrato in questi anni verso Scilla), così da poter usufruire dei contributi necessari per la costruzione, seguendo perciò il medesimo percorso amministrativo intrapreso per il tanto decantato ascensore che, con obiettiva franchezza, non era certo tra le opere ad alta priorità di realizzazione.
Nell'attesa che qualcuno si svegli e qualcosa si (s)muova e che vengano quanto meno approntate quelle strutture comunali già previste dalla Legge  e rimaste inattuate, come ho risposto ieri a un amico, poco importa se va da Ieracari a Scilla-centro o da Scilla-centro a Ieracari: dilla comu la voi, 'a strata sulu una è!

E davanti a questa oggettiva e incontestabile verità non si può aspettare oltre:un nuovo collegamento con Ieracari deve divenire non 'una' ma 'la' priorità.

Bisogna mettersi una mano sulla coscienza e agire, nella consapevolezza che trovare e attuare al più presto una soluzione è prima di tutto un dovere civile.
Diceva don Giussani: la civiltà non è il risultato clamoroso dell’agire, ma il frutto della coscienza che genera l’azione.

25 gennaio 2010

OSSA P'I CANI



Quello che vedete non è un cruciverba, è un rebus. Ovvero, un cruciverba sotto forma di rebus. La soluzione? Facile: è la traduzione cruciverbifera della nuova opera che dovrebbe costituire la nuova attrazione turistica scigghitana.
Chi? Ancora non 'nduvinastu di cosa si tratta?
E' la nuova frontiera scigghitana della speleologia. Beh, a dire il vero, poiché la genesi del nuovo finomeno pozzifero non è naturale, bensì provocata dall'intervento umano con trivelle, palu e picu, con rigore etimologico dovremmo parrari di kalálogia o, più precisamenti di geotrisilogia, ovveru la scienza (non so se esista davvero) che sturìa comu fari i pozzi trivellati, sia verticali che orizzontali, (in tal casu denominati tunnel).
A chi non è abituatu alle definizioni, ai cruciverba e ai rebus, svelerò la soluzioni: staiu parrandu della realizzazioni dell'impianto che consentirà il collegamento meccanizzato tra la piazza San Rocco e Marina Grande.
Pocu menu di tri anni fa -era il febbraio 2007- avevo dato la notizia del finanziamento del progetto grazie alla Regione Calabria. La cifra di partenza era di tuttu rispettu: € 2.440.000 + € 300.000 = € 2.740.000.
Il progetto originario era tutt'altro rispetto a quello in fase di realizzazione, i cui dati salienti potete leggere qui, sul malasito.
Si è passati dalle due cabine panoramiche, con vista mozzafiato sullo Stretto di Messina e, in futuro, sul ponte (se 'u fannu) a un ascensore che porterà gli scigghitani a mare attraverso le...viscere della rocca sulle quali poggia piazza San Rocco.
La trasformazione -per non dire lo stravolgimento- dell'idea originaria è stata dettata più che da ogni altra considerazione di ordine tecnico, dal fatto che -a detta della Soprintendenza- un'opera “a vista” avrebbe arrecato al paesaggio scillese un forte impatto ambientale. Accussì forti da pregiudicarne e comprometterne per sempre la bellezza.
Fu cusì sturiatu il progetto che ci ritroviamo sotto gli occhi e -tra poco- puru sutta e' peri, quando cammineremo in piazza.
Per via della trasformazione, cioè della realizzazione del nuovo progetto, l'importo a base d'asta è stato di € 3.600.000,00 oltre IVA ( totale € 4.320.000), di cui € 3.440.000 per lavori soggetti a ribasso, € 160.000 per oneri connessi alla sicurezza non soggetti  a ribasso e come si legge nell'esito della relativa gara (del 13.7.2009, pubblicato sul B.U.R.  n° 32 del 7 agosto 2009 -parte III), l'appalto è stato aggiudicato al Consorzio Stabile AEDARS S.c.a.r.l. da Roma, per l'importo complessivo di € 3.545.079,46 di cui € 2.794.232,88 per lavori al netto del ribasso del 18,7723%, € 160.000,00 per oneri connessi alla sicurezza non soggetti a ribasso ed € 590.846,58 per IVA al 20%.
L'incremento, rispetto alla somma originaria è perciò di circa il 47,5% ed è in massima  parte dovuto alle maggiori spese da affrontare, ove si consideri che -a occhiu- dovranno essere trivellati e smaltiti 500-600 mc. circa di materiale roccioso.
Considerato poi che l'intera opera è stata “interrata” e che per ovvi motivi non si è potuto modificare la quota d'arrivo, corrispondente a quella attuale della piazza, nel progetto si sono dovuti prevedere tutta una serie di accorgimenti tecnici (servoscala, sistemi di segnalazioni luminose ed acustiche in particolare) tali da permettere comunque la fruibilità dell'opera anche ai soggetti diversamente abili. Non saranno certo condizioni ottimali ma comunque, per stessa ammissione dei progettisti, di più non si poteva fare!

Leggendo la relazione che accompagna il progetto, viene subito evidenziato il fatto che nell'intento dei progettisti ad utilizzare la nuova opera non dovranno essere tanto i turisti quanto soprattutto gli 'ndigini scillesi. Sono loro -cioè noi- infatti, i maggiori responsabili dell'ingolfamento della via Marina e della Statale 18, poiché si pretende di arrivare con la macchina fin quasi alla battigia!
Ebbene, scigghitani, priparativi a cangiari sunata. Spirditivi a' machina, che potrete lasciare comodamenti parcheggiata davanti casa e mullativi a peri finu a' piazza.
L'idea, pinsata così, non è poi tantu mali. Ci sono però dei problemi.
Conoscendo la testardaggini paisana, andrà a finiri che il Sindaco dovrà fari più di un'ordinanza per costringerci -eh sì, pirchì se non ndi costringiunu, è difficili mi ndi smuvimu- a lasciare a casa l'adorato mezzo.

Se si ribalta l'ottica però e ragioniamo dal punto di vista del turismo, la cosa assume risvolti anche comici e surreali.
Mintimu chi tra radio, giornali, tv, internet, ecc. un tedescu della più profonda tedeschìa ma anche un Pasquale Amitrano dello Scigghiu o un parmisanu o riggitanu qualsiasi venga a sapiri chi a Scilla è stato realizzatu st'ascensori. “Bellu!” -pensa 'u  turista- “Vogghiu iari mu viru!”.
A centru 'stati, pigghiata la machina, 'u trenu o l'aeriu, si avventura per le lande Suddole finu a giungiri nella perla della Costa Viola. Beh, arrivare in piazza dallo svincolo è abbastanza facili, puru pi nu cinesi (per le difficoltà della lingua intendo, nient'altro): veni 'i calata.
Arrivato in piazza San Rocco, il nostro turista 'ccumincia a firriari tundu comu 'n palorgiu dumandusi: “Ascensori? Ma aund'è 'st'ascensori, ieu non viru nenti!” Gira gira, a 'n certu puntu, avendu bisognu di vuotare la buscica dopu il lungo viaggio, va alla ricerca ri cessi ra chiazza ma...sorpresa: un cartellu gli indica chi sunnu sutta terra.
Pigghiatu l'ombrelloni, tuvagghi e seggi sdraiu, iarmatusi di cascu da minatore e bombola d'ossiginu, si addentra quindi nelle viscere della chiazza scigghitana e...sorpresa! Chi ti trova: l'ascensori! 'U vì!
'U pigghia, e dopo un viaggio chi dura appena 24 secondi (!) s'illude di ritrovarsi già sulla spiaggia, ittatu a panza all'aria. Invece no. Dopo esser disceso lungo un pozzo di 60 metri di profondità, non cuntentu, si dovrà sciroppari un lungo tunnel, altri 50 metri, illuminati dalle soli luci artificiali, tipu Frejus, però in leggera discesa (Ah, menu mali!). E ormai sudato chi mancu un maratoneta sutta o' picu ru suli, là, alla fine del tunnel, il violaceo color del mare lo attende, qual meritata ricompensa di un viaggio breve sì ma leggermente angosciante, sconsigliato ai deboli di cuore.
Insomma, quanto sopra per dire semplicemente questo: un'opera sotterranea non potrà mai costituire un'attrazione turistica degna di tal nome.
Rimane dunque l'obiettivo di “miglioramento delle condizioni di vita nonché di sviluppo occupazionale” di cui si è parlato all'origine del progetto. Anche qui ci sono delle perplessità.

Rispetto all'originario progetto che prevedeva la realizzazione di due cabine esterne (praticamente una funicolare alla scigghitana, come tante ce ne sono in giro per l'italico stivale), e tre fermate, con sosta intermedia all'altezza di Piazza Matrice, in prossimità dello sbocco dell'attuale galleria, con l'ascensore la prevista mobilità pedonale degli scigghitani subirà un notevole handicap.
Esempio: un abitante di Chianalea ha bisogno di andare a far la spisa. Consideratu che nel suo quartiere non trova mancu 'na putìa, deve salire a San Giorgio. Bene: pigghia l'ascensori. Per prenderlo, però, ha due possibilità: o va a piedi fino a Marina (ma se stai a' Nunziata s'avi a fari un chilomitru) o trova qualcuno che lo accompagni con la macchina. A meno che non si tratti di qualcuno dotato di spirito d'avventura che vuol provare il brivido che solo un “viaggio al centro della terra” può dare.
E se qualcuno ha necessità di andare in farmacia. E se qualcuno vuole andare a messa? O si sottopone a un girotondo in grande o...continua a fare come ha sempre fatto, cioè come se l'ascensore non ci fosse.
Se a scendere, nci voli un coraggiu degnu  -come detto all'iniziu- del miglior geotrisilogo o comunque dei coraggiusi minatori calabrisi chi tanta sulura e sangu ittaru nelle miniere del Belgio,nell'affrontare il viaggio di ritornu la cosa 'ddiventa ancora cchiù impegnativa.
'Mmaginativi vui 'na vintina di cristiani (tanta è la capienza massima), nto misi d'agostu, stivati nta cabina 'ill'ascensore.
Se è iornu, è facili chi restunu ddhà fermi, impossibilitati a muoversi di un centimitru, pirchì letteralmenti 'mbiddhati l'unu cu l'atru e a cortu d'ossiginu.
Se è sira, la cosa si fa schiantusa assai. Ma non mi vi fazzu schiantari, preferisco pensarla in maniera più...poetica. Il sommo poeta mi perdonerà per l'accostamento, ma pensando al caldo infernali chi troverà  'na coppia di amici (opuru di zziti) chi piglierannu l'ascensori in senso mare-monti, non mi vengono parole migliori di queste:

“Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.”
[tratto dal  XXXIV e ultimo canto dell'Inferno]

L'efficacia pratica dell'ascensore specie se valutata non solo nel periodo estivo ma durante tutto l'anno, secondo il parere di chi scrive, rappresenta un vero e proprio rebus.
A parte il fatto che Scilla potrebbe costituire il miglior luogo per una dimostrazione di  geotrisilogia applicata e tenere così a battesimo una nuova disciplina universitaria, per il resto mi pare che abbiamo fatto come il cane con l'osso.
Sì, visto anche quello che è costato, 'st'ascensori è comu all'ossa pi cani: per ora lo stiamo spolpando, ma una volta finutu di spruppari lo nasconderemo, sutta terra. Bisogna vedere se saremo capaci di custodirlo come un vero e proprio tesoro o se, dopo qualche tempo, dimenticheremo perfino il posto in cui l'abbiamo nascosto.

06 gennaio 2010

E A SCILLA, CHI SI RICI?

La mareggiata 'rrivau con circa una simanata di ritardu. Niente di eccezionale: onde di circa 7-8 metri, ma non si signalunu particolari danni a cose e/o persone.
Cusì, ora che il vento s'è acquietato e lu Strittu è turnatu a essiri praticabili, ecco turnari le grandi navi da crociera.
Aieri sira, una di queste -setti ponti, setti piani oltre la stiva, ecc.- accussì grandi chi ddha dintra nci sunnu tanti cristiani quantu ndavi a Scilla di 'stati, ha solcato le acque dello Stretto antistanti la spiaggia di Marina Grande.
Sulu chi, dal mio punto di vista, posto sulla collina di Ieracari a circa 140 mt. d'altezzitudini, aippi comu 'na 'mprissioni particolari: mi parsi infatti chi la navi fussi diretta dritta dritta propria cuntra o' casteddhu, adduvi si sarebbe infilata dintra alla rocca millenaria, causandu un dannu non da pocu.
Fu allura chi mi turnau alla menti 'nu fattu chi cuntava 'na vota me' nonnu e chi me' ziu m'ha rinfriscatu pi l'occasioni.

C'era 'na vota un gruppu di operai scigghitani chi eranu stati 'naccaricati di fari alcuni lavuri nella vicina frazioni di Melia. Pi chistu, ogni matina si partivunu e percorrivanu la vecchia strata comunali. Arrivati sul postu, s'incuntravunu ddhà con altri operai mulioti, i quali pi tinirsi aggiornati su quel che capitava o' paisi, puntualmenti, ogni santa matinata, dopu aver salutatu, spiavunu:
"Bongiornu cumpari, comu siti? E a Scilla, chi si rici?"

Ora, 'sta dumanda è la stissa chi ogni vota mi sentu fari dall'amici quandu tornunu periodicamenti (a Natali, Pasca e pi' ferii nta 'stati) dai luntani luoghi d'emigrazioni.
E' 'na dumanda chi se fatta tri o quattro voti all'annu, poti aviri 'na logica, anche oggi, nell'era in cui se unu faci nu baragghiu a' Chianalea, si sapi prima a Milanu e poi a Ieracari.

La stissa domanda ripituta però tutti 'i matini, pi 'na sumana 'ntera, 'ddiventa nu pocu fastidiusa. Chi vuliti mi succiriva a Scilla, decini d'anni arretu, nel breve spazio di qualche ora? Nenti.
Stanchi di sintirsila ripetiri in continuazioni, l'operai scigghitani si vardaru nta facci e, dopu un brevi confrontu mintuti a rigghiocculu ntra iddhi, sturiaru l'adeguata "vinditta" cuntra a ddhi muliuti 'mpacciddheri.

Com'infatti, lu iornu dopu, appena 'rrivaru, furunu accolti dal solito "Bongiornu cumpari, comu siti? E a Scilla, chi si rici?"
Al che, i nostri assunsiru nta facci 'n'espressioni nira, di luttu, chi mancu nu iettaturi chi porta la notizia di 'na stragi.
E mentri l'autri gli facivunu da sfondu, iarmati puru di uno scenograficu muccaturi per asciugarsi li lacrimi di circustanza, don Micucciu, 'u capu-operaiu, affranto, rispose:
"Rassantindi iari, chi simu siddhiati!"
I mulioti si prioccuparunu subitu e unu di loro spiò: "Chi succirìu cumpari, 'ncacch' cosa?"
"Aieri sira -riprese don Micucciu, 'ccumpagnandu li paroli con una mimica degna della più tragica tragedia greca- nu vapuri minau ddrittu cuntra 'a rocca ru casteddhu e 'u rumpìu, facendulu cadiri a mari!! Capiscistu? 'U casteddhu cadiu a mari!!"
La maravigghia cchiù 'mmaravigghiata si pittò sulla facci del muliotu chi esclamò dispiratu: "I chi mi sciurbava!"
'I scigghitani, comu o' triatu, non pottifuru fari autru che ammucciarsi la facci cu fazzolettu, comu stessiru ciangendu pi lu gravi luttu, poiché pi nu scigghitanu, perdiri 'u casteddhu significa perdiri tuttu.
In virità, chiddhi chi ciangivunu non erano lacrimi di tristizza ma lacrimi di troppa cuntintizza, causate dalle irrefrenabili sane risate. Lu scherzu era 'rrinisciutu.

Antantu, mentri me' ziu finiva di cuntarmi il fatto, la navi da crociera era 'rrinisciuta a disignari 'na curva stritta tra le onde del mare e a dirigersi verso Nord (Genova, Marsiglia, Barcellona, boh, cu' sapi), scongiurando quindi il pericolo di danni o' casteddhu.
Il simbolo dell'identità scigghitana, la granitica rocca ru casteddhu, era dunque salva ancora una volta. Meno male. 
Cusì, pure quando non succede niente di importante, agli amici emigranti  chi spiunu "E a Scilla, chi si rici?" potrò sempri rispundiri: nenti, 'u casteddhu è sempri ddhà!

01 gennaio 2010

L'ANNO NUOVO

Attraverso la notte, il buio, il vuoto.
Vado verso il futuro, viaggio verso l’ignoto.
Mi spingo avanti nel nuovo giorno,
su di una strada senza ritorno.

Ancora non so cosa m’aspetta,
ma ci sarà del bello e del brutto.
Lungo la via, ciò che s’accetta
è quel che so già: non avrò tutto.

Ma come il sole le nubi sorregge
con la sola forza d’ogni suo raggio,
avrò con me chi mi protegge,
chi nei giorni bui mi darà coraggio.

Quieta è la notte, di luna piena,
che le foglie sfiora dell’albero di Atena.
E’ un segno di pace nel nuovo giorno,
su di una strada senza ritorno.

23 dicembre 2009

NATALI STA PI 'RRUVARI

versione dialettal-natalizia di “Ho visto Nina volare” di Fabrizio De André



Addhuma e stuta,
comu stiddha nte cieli.
Addhuma e stuta,
nte casi ogni sira.
Addhuma e stuta,
fora, chi friddu 'i nivi.

L'abeti è la razza umana,
rami randi e picciriddhi,
vardu a ogni pianu,
ogni ramu ch'i so' disegni.

Natali sta pi 'rruvari,
di gioia l'aria è prena,
l'arbiru ch'io farò,
di la vita è 'na scena.
'U mei, è comu all'atri,
cu nastri e palli 'mpisi,
comu l'atri in virità
vacanti su', da vulari.

Addhuma e stuta,
comu stiddha nte cieli.
Addhuma e stuta,
nte casi ogni sira.
Addhuma e stuta,
fora, chi friddu 'i nivi.

Rami e nastri fannu umbra
a 'n mundu ch'era diversu,
nto presepi era 'sì beddhu,
tra palli e nastri è persu.
'U mei è comu all'atri,
ca pagghia pu Bambinu,
la notti chi nascerà
'U nnacu cantandu chianu.

Addhuma e stuta,
nte casi ogni sira.
Addhuma e stuta,
comu stiddha nte cieli.
Addhuma e stuta,
fora, chi friddu 'i nivi.

Natali sta pi 'rruvari,
di gioia l'aria è prena,
l'arbiru ch'io farò,
di la vita è 'na scena.
Cusì è la razza umana,
com' o ramu ch'i so' disegni:
cu' 'llumina ogni pianu,
su' ddhi luci picciriddhi.

Addhuma e stuta,
fora, chi friddu 'i nivi.


Traduzione italica

Accendi e spegni,
come stella nei cieli.
Accendi e spegni,
nelle case ogni sera.
Accendi e spegni,
fuori, che freddo da neve.

L'abete è la razza umana,
rami grandi e piccolini,
guardo a ogni piano,
ogni ramo con i suoi disegni.

Natale sta per arrivare,
di gioia l'aria è pregna,
l'albero ch'io farò,
della vita è una scena.
'Il mio, è come gli altri,
con nastri e palle appese,
come gli altri in verità
vuoti sono, da volare.

Accendi e spegni,
come stella nei cieli.
Accendi e spegni,
nelle case ogni sera.
Accendi e spegni,
fuori, che freddo da neve.

Rami e nastri fanno ombra
a un mondo ch'era diverso,
nel presepe era così bello,
tra palle e nastri è perso.
Il mio è come gli altri,
con la paglia per il Bambino,
la notte che nascerà
lo cullerò cantando piano.

Accendi e spegni,
come stella nei cieli.
Accendi e spegni,
nelle case ogni sera.
Accendi e spegni,
fuori, che freddo da neve.

Natale sta per arrivare,
di gioia l'aria è pregna,
l'albero ch'io farò,
della vieta è una scena.
Così è la razza umana,
come il ramo con i suoi disegni:
chi illumina ogni piano,
sono quelle luci piccoline.

Accendi e spegni,
fuori, chi freddo da neve.

LA LUCINA VERDE

Tempo fa avevo letto 'Pasto nudo' di William S. Borroughs e mi aveva particolarmente colpito questa frase: “...viveva ormai in vari gradi di trasparenza...sebbene non proprio invisibile, se non altro era difficile vederlo. La sua presenza non destava particolare attenzione...la gente lo considerava una proiezione o lo liquidava come un riflesso, un'ombra: 'qualche trucchetto della luce o una pubblicità al neon'.”
E' tutto qui, o almeno in gran parte è qui il problema con cui conviviamo. Cosa siamo agli occhi della gente?
In verità, forse faremmo meglio a pensare solo cosa siamo.
A questo proposito, mi sono tornate in mente le famose parole di Madre Teresa di Calcutta, che così si autodefiniva: “Sono una piccola matita nelle mani di Dio...”.
Con i dovuti distinguo, in questi giorni che precedono il Natale, ho pensato spesso a cosa io possa essere.
Eh già, non siamo “...tante stelle di fumo, che convivono si tormentano sempre umilmente...” di cui parla una canzone. 
 

Non siamo fumo, per fortuna. Ma nemmeno stelle.
 

Ciascuno di noi è una “...luce luce lontana più bassa delle stelle...” di cui parla Fabrizio De André in  'Ho visto Nina volare', e almeno chi è credente, sa perfettamente “...quale sarà la mano che ti accende e ti spegne...”
Tra i tanti simbolismi, credo che l'albero di Natale che ognuno di noi in questi giorni ha preparato in casa, non sia altro che un'allegoria della società -con i suoi livelli e le sue 'caste'- e dei diversi stili di vita degli uomini.
Indipendentemente da quale sia il 'livello di appartenenza', molti amano la visibilità, l'eleganza, i trucchi e i lustrini. Sono come gli addobbi e i nastri colorati che adornano i nostri abeti. E' vero, sono belli a vedersi, ma è altrettanto vero che sono leggeri, vuoti dentro.
 

In realtà, a far brillare nastri e addobbi sono quelle piccole lucine che illuminano l'albero di Natale.
Credo che sarebbe bene che ognuno di noi fosse come una di quelle piccole lucine, che si accendono e si spengono, autonomamente ma non certo per loro volere, ma per volontà di Colui che con la Sua mano accende e spegne anche le stelle del cielo.



Così ogni giorno mi adatto e affronto le circostanze della vita, sforzandomi di essere come una piccola lucina. Non una qualsiasi, ma una in particolare: quella colorata di verde.
Sì, proprio quella che, sia quando è spenta, sia quando è accesa, si nota di meno, poiché si confonde, diventa un tutt'uno con il colore naturale dell'albero, ma per quanto piccolo, dà comunque il suo contributo.

08 dicembre 2009

L'INGEGNERE DEI POVERI E LA MADONNA DI CECCHI GORI

Oggi, festa dell'Immacolata, non si travagghia.
Ne approfittu allora per aggiornare questo blog che è rimasto fermo per un buon mesetto (e più), causa...'mpacci vari.

Vista la ricorrenza, mi è tornata in mente una storiella di cui mi parlava qualche giorno fa un amico, nonché collega (col quale spessu e vulinteri, ndi facimu ddu' risati) che, in un certo senso, collega le due cose: solenne festività e lavoro.

Quella del geometra è stata considerata sempre una professione di serie B, rispetto all'ingegnere o all'architetto. Nella pratica, e non pi vantarmi, vi assicuro che non è proprio così.
Potrei dire che tra geometra e ingegnere c'è la stessa differenza che c'è tra il questore e un commissario di polizia o tra il comandante della compagnia dei carabinieri e nu bravu marisciallu di paisi.

Insomma, mentri l'architettu si mbenta 'na casa con i pilastri  a triangulu e l'ingegneri cerca mi faci i cunti 'ill'ogghiu in modo tale da non farla cadere (spesso tutti e due con la testa tra le nuvole), 'u geomitra ha a che fari con le tipiche miserie quotidiane della gente semplice, che, fosse per lei (la gente), esisterebbe ancora il baratto.

Questa distinzione di ruoli, ha fatto sì che il geometra venisse definito -anche letterariamente- l'ingegnere dei poveri.

Ma, anche se poveri di beni materiali, 'u geomitra ha da trattari -specie dalle nostre parti- con una serie di personaggi così ricchi di umanità e di un involontario umorismo, che rendono questa professione molto particolare. E alcuni episodi, come questo che riporto di seguito, ne sono l'immancabile conferma.


Capitò che un anzianu cristianeddhu di campagna, che aveva affidato o' geomitra l'incarico di fare il progetto, dopo tanti tentativi andati a vuoto, viene finalmente contattato dal professionista il quale gli chiede di recarsi nel suo studio.
Essendo 'na persona 'rucazionata, 'u cristianeddhu si scusa col geometra per non essere potuto passare prima: "Geomitru, m'aviti a' scusari si non passai prima, ma a chi puntu simu cu 'precettu'?"
U geomitra, chi non era un fissa, sapendu che non si era nel periodo della Santa Pasqua, rispose: "'U progettu è prontu. Ma non 'rrinisciva mi vi rintracciu. Chi fini aiuvu fattu?".
"Sapiti..."-rispose 'u cristianeddhu- "...fu organizzata 'na gita e, 'pprufittandu ill'occasioni, cu me' mugghieri ndi iammu a la Maronna di Cecchi Gori."
Il geometra strambò. In un veloce ripasso mentale, non ricordava di aver mai sentito dire che Cecchi Gori -noto produttore cinematografico, onerovole, ecc.- avesse mai avuto a che fare con...la Madonna.
Poi, un lampo! Capisciu.
Ma non 'rriniscendu a tinirsi i scianchi e volendo -educatamente- evitari di ridiri in faccia a 'na persona 'nziana, disse velocissimo: "Scusatimi un minutu. Haiu a iri o' bagnu."
Una volta al sicuro tra le pareti del servizio igienico, il geometra scuminciò a ridiri, ma cusì tantu, chi mancu se fussi statu catugghiatu da centu mani a 'na vota. Uscì dal bagno dopo un buon quarto d'ora.


Quale fu il lampu? Vengo e mi spiego.
L'Immacolata, si sa, è il titolo massimo di Maria, Madre di Gesù Cristo nostro Signore, Regina della Pace.
Uno dei santuari mariani più famosi al mondo, dove si venera la Madonna Regina della Pace è quello di Medjugorje (Čitluk, Bosnia-Erzegovina), dove la Vergine apparve per la prima volta il 24 giugno 1981. Da allora la piccola cittadina bosniaca è divenuta meta di continui pellegrinaggi da tutte le parti del mondo. Naturalmente, un gran numero di fedeli proviene dall'Italia, tanto che il sito dedicato alle apparizioni ha un'intera sezione in italiano.


Dunque, il poviru cristianeddhu, chi magari a stentu riusciva a pronunciare la parola Erzegovina e chi magari non sapiva mancu aundi si trova,  insieme alla moglie  non era certo stato ospite di Cecchi Gori, ma era andato a Medjugorje.
Probabilmente (ma questo al geometra non l'ha detto), c'era andato anche per chiedere la grazia che il geometra gli facesse presto 'u precettu. E la Madonna la grazia gliel'ha fatta: 'u precettu era prontu!


Questo è solo uno dei tanti aneddoti che potrei raccontare, ma mi sembra estremamente rappresentativo della particolare clientela con cui spesso il geometra deve confrontarsi.
Certo, si ha a che fare anche con altri professionisti (ingegneri, architetti, avvocati, ecc.) ma, almeno personalmente, è con questi personaggi, con queste maschere del nostro tempo che mi trovo molto più a mio agio.
Sono il carattere, la semplicità e l'umanità di queste persone che mi fanno apprezzare il lavoro che svolgo e rafforzano in me una convinzione che ho maturato (senza offesa per nessuno), fin da quando -anni fa- l'ho letta su una rivista dedicata ai geometri: meglio essere un ingegnere dei poveri, che un povero ingegnere.


P.S.: Un ringraziamento particolare all'amico Leo per lo spunto narrativo.