16 settembre 2005

'A FESTA I RRIGGIU 2005


Figghioli, scusati ‘a trascuranza, vi dovevo il resoconto ra festa i Rriggiu.
Beh, dirò subito che la cronaca è solo parziale: il saato l’ho vissuto di persona, mentre di quello che è accaduto martedi ho solo il resoconto dei miei inviati (me’ mamma e me’ patri). Ma andiamo con ordine.
Sabato 10. Calaru ‘u Quatru. Per la prima volta nella mia vita ho avuto la possibilità di vedere la processione da un balcone - naturalmente addobato a festa con le tradizionali “cuperti damascati”- sul Corso Garibaldi, nelle vicinanze dell’ex cinema margherita, a due passi dal “Chicco d’Oro” (‘u bar ri cornetti i capurannu, tanto per capirci). Sul Corso, niente illuminazione (presente invece, con le solite arcate, a Piazza Duomo). Solo ghirlande di fiori bianchi sistemati su ogni lampione.
L’arrivo della Vara è stata salutata da una sscarica di surfalora molto fumosi. Poi, inconfondibile, un suono molto antico, onnipresente: ‘a “catuba”!
Per chi non lo sapesse, la “catuba” è una formazione pseudo-musicale, costituita da due o tre elementi (st’annu erunu ddui):unu cu tamburu, unu ca ’rancascia e, a volte, unu chi piatti.
A nemmeno cento metri, la banda ufficiale. Non sono riuscito a capire se era ‘i Musorrufa o ill’Archi, perché la ‘rancascia con la scritta “città di ….” era girata ill’atru latu! Vista la vicinanza con la catuba, il suono era poco chiaru, sculurutu com’ o’ vinu ‘mbischiatu cu l’acqua.
Poi, a seguire, ‘a solita sfirriata i scouts, ognunu chi so’ ligni ‘i scupa al vento.
In incognito (ma ‘i canusciunu tutti), a centu metri dalla parte “religiosa”, dal cuore della processione, in ordine: ‘u Quisturi, ‘u Vici Quisturi e n’autru (ncacchi commissariu). Facivunu finta i nenti, pariva chi parravunu mentri fumavunu com’ e turchi. Ma furu l’unici chi vardaru all’aria, con l’aria di coloro che con il solo guardare in alto, potessero “immunizzare” tutte quelle persone da qualunque pericolo. Mah! Manu mali chi ncè ncacchi n’Atra chi ndi varda.
Chiddhi ill’Ordine di Malta (ma cu su’?), con i loro candidi sciammissi, accompagnati dalle gran dame(ma cu su’?, rigorosamente in nero, con veletta sul capo. Nu stendardu del SS. Crocefisso di Cosenza. I Cosenza? Comu mai?
Quindi, ecco le file di religiosi:seminaristi (molti neri); monache, tra le quali ‘a zia ‘i Graziella; previti, tra i quali il nostro don Bruno (cu Rusariu d’ordinanza); monaci ‘ill’Erimu.
Arretu, i “pezzi rossi”: il nostro vescovo; mons. don Nunnari(‘u ponnu fari puru Papa, ma a Rriggiu ‘u chiamunu sempri don Nunnari). Ah! Eccu pirchì nc’erunu chiddhi ‘i Cusenza: è viscuvu ddhà!
A fianco a loro, i canonici, tra cui il nostro indimenticabile don Mimmo, sempri ‘u stessu.
Infine, a Maronna! Sostenuta dalle spalle di centinaia di uomini:longhi, curti, rossi, in carni, sicchi, nonni, patri, figghi, ‘nziani, giuvini. Praticamenti, Rriggiu.
Da un rapido calcolo, devono essere almeno 120-130. Sona ‘a campanella: si fermano.
A fianco a me, la signora di cui eravamo ospiti inizia a lanciare i petali di fioriche teneva in un cestino ed ha continuato fino a svuotarlo, anche se ormai la processione era ripartita.
Infatti, la campanella suona di nuovo, i portatori non sembrano molto coordinati, cu jaza prima, cu ropu, cu runa i cambi all’urtimu momentu. La vara sbanda verso il centro della strada, l’equilibrio non è il massimo (bucca a sinistra), ma in un attimo sistemano tutto e la Madonna prosegue così il suo cammino, salutata da una salve di stelle filanti e dal tradizionale grido dei portatori: "Oggi e sempri, evviva Maria!"
Dietro, tutte le altre autorità, a cominciare dal sindico “Peppone” (pirchì è ‘randi e ‘rossu) e consorte (anche lei in nero, naturalmente). Infine, ‘na marea ‘i cristiani (Cristiani?).
Dopo aver atteso un po’ per consentire il deflusso della inevitabile folla, partiamo per rientrare a casa, non prima però di aver fatto i tradizionali acquisti ‘i “sabitu ‘i Maronna”: satizzi e costiceddhi. Queste ultime da consumare regolarmente a pranzo.
Martedi 13. Prucissioni, cantanti e giochi “piromusicali” (Aaaaaaaahhhhhh??????)
Purtroppo, le mie attuali condizioni non mi hanno consentito di essere presente, quindi scusate ma il resoconto assumerà la forna di un telegramma.
La processione s’è svolta nella norma, a “ping pong” tra: Piazza Duomo, Piazza Italia, Piazza Garibaldi, Piazza Duomo.
I cantanti: a Piazza Indipendenza, oltre a un giovine di cui non so nemmeno il nome (e nemmeno m'interessa), quelli conosciuti che si sono alternati sul palco sono stati due: Ron e Eugenio Bennato.
Li ho visti in tv. Il primo ha cantato le sue solite canzoni. Il secondo, sempre con gli occhiali da sole (ma ‘u scuru tagghiava ca rrunca!) è riuscito non so come a: cantare, suonare la chitarra, l’armonica e battere il tempo su un tamburo sistemato dietro di lui, per mezzo di un pedale che “comandava” solo con il tacco.
Infine, i fuochi “piromusicali”, a cura della ditta Schiavone (‘a solita). Come l’anno scorso, hanno riproposto l’accoppiata fuochi-musica. Il più delle volte però l’acompagnamento musicale era fuori tema o addirittura non c’intrava nenti, distraendo l’attenzione da quella che, secondo me, è la vera attrazione dei fuochi: ‘u rumuru ri bbotti ‘i murtaru. Santu mulinu!
Giudizio critico? Secondo me’ mamma, a parte quelli a mare, dove c’è stata la “variante” (rispetto all’anno scorso) delle fontanelle. Per il resto, "Furu comu e’ sputazzati ru sceccu!". E se ‘u rissi me’ mamma, nci putiti calari ‘a pasta.
Ora e sempri…. W CHIARENZA!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

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mario ha detto...

molto bello il racconto, ma volevo dirLe illustrissimo compaesano:

1) tu mangiasti u paminu ca satizza peperonata ketchup maionese e patatine? (per interderci chiddi ri giostri?)

2) hai visto per caso "u giganti ca gigantissa?"

grazie