19 agosto 2013

SAN ROCCO E SCILLA: UN’EMOZIONE CHE SI RINNOVA

Scilla-20130817-00223‘A festa finìu. Anche quest’anno, Scilla si è riunita attorno al suo Santo Patrono, San Rocco.

Lo ha fatto, come ogni volta, con fede e con un attaccamento particolari. Nei due giorni in cui il Santo francese si è fatto pellegrino per le strade del paese, non sono certo mancati i momenti particolari e toccanti.

 

Scilla-20130817-00231Il sabato, per le viuzze di Chianalea, bellissime, tortuose, strette, ma larghe al punto giusto da permettere il passaggio della statua che, nel suo cammino sfiora le piante di cappero, poi entra quasi nelle case dei pescatori, lasciate illuminate e aperte, come si fa con il mare, per accogliere un amico, uno di famiglia.

 

Scilla-20130817-00225E’ vero, ammettiamolo. Noi scigghitani abbiamo un rapporto familiare con San Rocco: quell’espressione del volto sofferente, il bastone a cui si appoggia, quell’indice puntato a mostrare il bubbone della peste, quegli occhi rivolti al cielo, uniti all’andatura lenta e barcollante, quasi ondeggiante, sulle spalle dei portatori, tutto questo insieme di elementi invitano a soccorrere quel pellegrino, a dargli assistenza, aiuto, conforto, proprio come narra il vangelo di Matteo che viene letto nei giorni della festa.

IMG-20130817-00234Vederlo passare in riva al mare, dal porticciolo di Chianalea, fa andare la mente a tutti quegli uomini e quelle donne che quotidianamente affidano al mare e al cielo le loro vite e sbarcano sulle nostre coste. Nei loro occhi, nella loro carne, rivive la sofferenza e il dolore vissuto da San Rocco e testimoniato in quell’opera d’arte che gli scillesi portano in processione da secoli.

Sono africani, siriani, egiziani, sono i pellegrini del mondo moderno che noi, con un termine che personalmente mi suona dispregiativo, definiamo “extracomunitari”, come fossero un corpo estraneo, un’anomalia da tenere lontana, separata e distinta dal “nostro” mondo indistinto.

Non è così che dovrebbe essere, e questi giorni di festa, San Rocco in particolare, ce lo ricordano. Sta a noi far sì che la memoria non si esaurisca in tempi brevi, come purtroppo spesso accade.

IMG-20130817-00238Vedere San Rocco passare lungo la galleria sotto la rupe del castello, lì dove sono più forti i vortici e il rimescolìo delle correnti marine dello Stretto, lì dove passò Ulisse, fa riflettere. Viene spontaneo chiedere al Santo di darti la forza di resistere, di affrontare gli ostacoli, di sorreggerti tutte le volte che ti ritrovi –tuo malgrado- a dover andare controcorrente.

Poi si passa dall’altra parte: Marina Grande.

IMG-20130817-00242Scilla è un paese bello e strano, dove in pochi metri si passa dal passato al presente, come se si fosse dentro una macchina del tempo. Il passato testimoniato dalle vecchie case dei pescatori della Piana delle Galee (la Chiana-lea), dal mito del mostro marino (i gorghi sotto il castello), fino al presente: le luci del lungomare, il luogo della “movida” estiva scigghitana.

La processione la attraversa silenziosa, quasi a non voler disturbare e, una volta raggiunto il confine Ovest del centro urbano, torna indietro lungo la strada nazionale: sulla strada illuminata dalle ‘ntrocce,  inizia la risalita verso la chiesa.

A sera oramai inoltrata, ti ritrovi testimone, lì in mezzo, della fatica dei portatori. La statua sale piano, arranca, sbanda, prova un zig-zag, un po’ come fanno i ciclisti sulle rampe più dure. Il peso della statua si trasmette alle spalle, attraversa tutto il corpo, fino ai piedi. E quella mano del portatore, quel pugno chiuso appoggiato alla vara con forza delicata, è il segno della fatica: sono stanco -dice quella mano- sono stanco, ma continuo a portarti con tutte le forze che ho.

E’ un peso dolce che, seppur piano piano, li spinge ad andare avanti, quasi a far presto per riportare il Pellegrino nella Sua casa, dove possa riposare fino all’indomani.

Scilla-20130818-00269La domenica è il turno del quartiere “San Giorgio”.

Si parte che il sole è quasi già tramontato. La via Umberto I è un fiume umano che scorre tra le bandierine festose agitate da una brezza leggera.

 

 

Scilla-20130818-00274Si sale quindi verso l’ex Asilo (antico carcere), oggi struttura assistenziale gestita dalle suore Veroniche del Volto Santo.  Ex carcere, struttura assistenziale, posti familiari (perché subiti ingiustamente o visitati) a San Rocco.

Per questo viene portato fin sull’uscio, a dare conforto e speranza alle anziane ospiti della struttura che aspettano di incontrarlo da un anno.

Scilla-20130818-00277A seguire, si sale verso le palazzine di via Tripi, dove si fa una sosta imprevista: il buio della sera inoltrata è squarciato dal pianto di dolore e dall’invocazione a San Rocco da parte di una madre che proprio il giorno prima, mentre il paese tutto si preparava a festeggiare, ha perso il proprio giovane figlio, da ieri in cielo, accanto a San Rocco.

 

IMG-20130818-00282Poi si scende verso l’ospedale –o quel che ne resta, ma non è il momento delle polemiche- al buio. Non erano posti mondani quelli frequentati da Rocco di Montpellier, e ogni sosta, ogni momento di pausa ce lo ricorda.

Si continua lungo via Matteotti, poi la discesa di via Roma. Ogni sosta volante è indice che lì dove il Santo si ferma anche solo per brevi istanti, c’è qualcuno che soffre, che ha bisogno del Suo aiuto, ma anche del nostro come comunità.

IMG-20130818-00286Dopo via Stretto, si sale lungo via Libertà, via Parco e via Rinnovamento, ‘u “Quarteri ‘ndiginu”, addobbato a festa come sempre, quindi la sosta nda “Cresiola”, lì dove solo poche ore prima, nel caldo primo pomeriggio, un emigrato si gira a guardare la statua piccola di San Rocco che vi è custodita in questi giorni e, in un commovente slancio d’affetto esclama: “’U ‘maru Sant’à Rroccheddhu, a ‘sta ura sta’ squagghiandu!”. Il tempo di una preghiera e via, in discesa verso la via Nucarella, poi ndo “Stratuni”, con deviazione fino alla Casa della Carità, altra struttura assistenziale di prim’ordine presente a Scilla.

IMG-20130818-00293Sono le 21:40 –orario anomalo- quando la processione giunge in piazza, dove nel frattempo la folla si è radunata, alla ricerca del posto migliore per assistere allo spettacolare “Trionfino”.

Dopo pochi minuti, la statua raggiunge, a fatica come sempre, il punto di partenza. Foto di rito per i portatori e le varie associazioni, definizione degli ultimi dettagli per la sicurezza del percorso e poi….l’accensione dei fuochi!

Il fuoco illumina la fiaccolata, poi mette in moto i “roteddhi” (le girandole), la statua di San Rocco parte, di corsa per il mezzo giro di piazza fin davanti alla chiesa. Sono pochi secondi che lasciano tutti con il fiato sospeso, sia chi vi assiste per la prima volta, sia chi lo vede da una vita. Un’emozione sempre nuova, 30 secondi che celebrano il trionfo del Santo pellegrino, sul fuoco della peste che divampò a quei tempi –e anche fino a qualche secolo dopo- in mezza Europa. Un male fatale, da cui Rocco della Croce guariva chi vi si era ammalato con il solo segno della croce, lo stesso che portava stampato sul petto fin da bambino.

 

(video realizzato da Tonino Sanfedele)

Negli occhi e nel cuore, le immagini: un bambino, un anziano, che si avvicinano alla statua per un bacio, una carezza, una preghiera particolare, incessante, che si trasmette di generazione in generazione; il pianto soffocato di una madre; le persone affacciate ai balconi (alcuni dei quali drappeggiati con la coperta della festa, come una volta) o che sbucano dalle persiane e seguono il passaggio di San Rocco con gli occhi; gli anziani, impossibilitati a muoversi, che aspettano che passi davanti al loro vicolo, davanti alla porta della loro casa, per vederlo e affidarGli una preghiera; la fatica, il sudore e la sofferenza dei portatori; l’entusiasmo della banda, che con la musica allevia la fatica e dà il segno della festa; il Trionfino, l’atto finale, commovente come sempre.

IMG-20130818-00294La festa di San Rocco significa, in fondo, riscoprire la fragilità della nostra condizione di uomini. E’ il nostro continuo bisogno di avere figure cui ispirarci –da cristiani- nella vita di tutti i giorni. L’esempio di San Rocco, è ai giorni nostri più attuale che mai. Abbiamo voluto registrare le immagini, le impressioni, le sensazioni, che portiamo nel cuore con gioia.

15 agosto 2013

DEAFEST 2013: A PODARGONI, TRA PASSATO E FUTURO

podargonilogoMemori del successo del 2012,  anche quest’anno siamo ritornati nella vallata del Gallico, partecipando alla tappa di Podargoni del DEAfest 2013, tenutasi lo scorso 14 Agosto.

Il titolo di questa edizione era TRASH & CLEAN ​​LATERRANONSPORCA, ovvero la contrapposizione tra “Il mondo della spazzatura, della insostenibilità, del consumare l’ambiente, del disperdere le tradizioni e l’identità dei luoghi, dell’abusivismo edilizio, della scarsa attenzione per i diritti e la solidarietà” e “il mondo della buona gestione dell’ambiente, della programmazione attenta alla persona, della conservazione del patrimonio identitario, del rispetto delle regole, della valorizzazione dei prodotti locali e delle tipicità, della fruizione responsabile dei luoghi”.

Il programma è stato molto ricco, con l’allestimento per le vie del piccolo borgo di opere d’arte contemporanea dal titolo “Absence, tra riciclo creativo e scarti d’autore” –a cura dell’Associazione Nonsense. Vi hanno partecipato undici artisti, che hanno messo in mostra le loro personali elaborazioni che conducono dall' abbandono e dal rifiuto a molteplici modi di produrre, creare, innovare e far riflettere.

Poi è stata la volta dello spettacolo teatrale itinerante “Mattone dopo Mattone -Un on the road cacio e pepe” di Emiliano Valente. Curiosa la trama, che vede protagonista un uomo alla guida della sua Panda che resta bloccato ma, pur non potendosi muovere fisicamente, inizia a percorrere con la mente le vie di Roma, osservando le opere incompiute, la miriade di nuove costruzioni di una città che continua a espandersi, senza regole e limiti.

Da buoni calabresi, non poteva mancare la satira, con la presentazione del progetto “Lo Statale Jonico -Ci rifiutiamo di rassegnarci” con Isidoro Malvarosa e Antonio Soriero, ovvero l’uso dell’ironia non solo come forma di autodifesa ma piuttosto come arma di denuncia della condizione del nostro meridione.

maxmaber-orkestar-gruppo-per-stradaA chiudere la serata e ad accompagnare la consueta degustazione di prodotti enogastronomici tipici della vallata del Gallico, il concerto della MAXMABER ORKESTAR, una band italo-jugoslava che al ritmo klezmer –la musica dei balcani- e di vecchie canzoni italiane rivisitate, ci ha letteralmente svuotato il cervello di ogni pensiero e deliziato le orecchie per quasi due ore, regalandoci più di un bis.

Il gruppo triestino –che pochi giorni prima aveva suonato al Lethargy Festival di Zurigo ed è giunto a Podargoni passando dal “Borgofuturo” di Cinquefrondi, si è dimostrato davvero sorprendente, con sonorità coinvolgenti, ben supportati dal folto pubblico presente, che ha danzato al ritmo della musica balcanica fino a notte fonda.

E a proposito di TRASH & CLEAN, facciamo notare che i ragazzi triestini (qui alcuni loro brani) hanno saputo costruire un ponte ideale tra “il mondo brutto e sporco” dei gitani –almeno così viene percepito dalle “civili” popolazioni occidentali- e della loro musica, con “il mondo bello e lindo” dell’occidente, della musica popolare italiana, specialmente quella  della dirimpettaia Emilia-Romagna, con l’esecuzione di molti pezzi valzer e mazurche.

podargoniCome l’anno scorso, abbiamo fatto un giro per le viuzze di Podargoni, dove siamo giunti quand’era già sera, facendo lo slalom tra i paesini della vallata del Gallico che, a guardarli, sembravano dei piccoli presepi. Gioiellini che DEVONO essere tutelati, preservati e valorizzati come meritano ma una politica che ha perso la propria identità, non ne è capace, nonostante le molteplici possibilità offerte anche dall’Europa per la salvaguardia dei borghi antichi.

Sono luoghi dove magari non ci sono le comodità di tutti i giorni –cose superflue di cui potremmo fare tranquillamente a meno- ma dove è possibile ritrovare un proprio equilibrio, una propria pace interiore, riscoprendo tradizioni e valori che troppo spesso restano soffocati dalla “modernità”.

A Podargoni sembra che il tempo si sia fermato. Forse è per questo che non senti il bisogno di guardare l’orologio, indicatore di ansie che, in posti del genere, svaniscono come per incanto.

In realtà non è così. Podargoni pensa al futuro, Podargoni ha un futuro. Ce lo assicurano le vocine acute ma infinitamente dolci dei bambini che si rincorrono per le viuzze e le scalette del borgo, inventando dei giochi per passare il tempo –proprio come facevamo una volta nelle traverse.

Bambini che a una semplice domanda, forse scambiandoci per l’agente della Dogana de “Non ci resta che piangere”, con la semplicità dell’innocenza ma con fierezza tutta calabrese, ti dicono il proprio nome e quello dei rispettivi fratelli e sorelle; ti raccontano di chi sono figli e chi li accompagna; ti spiegano con precisione e senza incertezze come è costituita la loro famiglia e dove vivono.

Li vedi correre avanti e indietro, instancabili, liberi e felici. Si fermano soltanto un po’, a dissetarsi alla fontana dove scorre l’acqua spremuta dalle rocce dell’Aspromonte che ci sovrasta.

E’ aspra, dura, ripida questa nostra terra, ma proprio per questo è bella, di una bellezza selvaggia, semplice, naturale, senza artifici, che fa tenerezza per la sua fragilità. Podargoni ce lo ricorda.

E’ una bellezza simile a quella di quei bambini che riescono a fermarsi tutti insieme, giusto il tempo per una foto, che cattura un attimo passato, ma che rappresenta anche l’immagine del futuro: quello di quei bimbi e del borgo a cui si sentono già così legati che, ne siamo sicuri, torneranno sicuramente a visitare negli anni a venire.

Lasciamo Podargoni che la notte è già alta. Nell’aria fresca, le note del klezmer hanno ceduto il passo all’immancabile tarantella finale, che mette insieme anziani, meno giovani e giovani, in una sorta di unione generazionale che non è facile trovare per le strade di città.

E’ quasi un silenzioso passaggio di testimone, suggellato dalla musica della tarantella, espressione della più pura tradizione calabrese.

La Podargoni vecchia si affida ai giovani per conservare le tracce del proprio passato,  per proiettarlo nel futuro e continuare a far sentire la propria voce: squillante, gioiosa, allegra, spensierata, come quella dei bambini che si rincorrono per le sue viuzze.

 

05 agosto 2013

SE IDDIO FOSSE UNA CIRCONFERENZA

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Capitano giorni in cui fonti diverse e diametralmente opposte tra loro ti fanno giungere alla stessa conclusione, chiudono il cerchio.

Di libri ne leggo abbastanza –non quanti vorrei- ma pochi autori riescono a sorprendermi e a coinvolgermi emotivamente nella lettura. Uno fra i primi è senza dubbio Erri De Luca. Il suo stile asciutto, diretto, senza fronzoli ma che, allo stesso tempo, ha un qualcosa di poetico, mi piace moltissimo.

Leggo i suoi libri con accanto un’agenda, dove annoto le frasi più belle –e sono tante. Una di queste, in cui mi sono imbattuto qualche giorno fa, tratta da un libro scritto nel 1989, diceva:

<<Se iddio fosse una circonferenza la chiesa ne sarebbe il centro, che è il punto più distante possibile>>

E’ una frase dura, che esprime un giudizio categorico, ma perfettamente logico, specie se consideriamo il contesto storico di quegli anni.

Alla fine degli anni ‘80, l’azione della Chiesa e del Vaticano in particolare assunse una rilevanza politica come forse mai aveva avuto. Papa Giovanni Paolo II, l’uomo venuto dal lontano Est europeo che all’epoca era sotto la sfera d’influenza sovietica, risultò decisivo nell’avvenimento che segnò quell’anno 1989 e la Storia moderna: la caduta del muro di Berlino.

Certo, l’aspetto politico –mi si passi il termine- del pontificato di Giovanni Paolo II era in quegli anni in primo piano e di un’importanza tale da lasciare “dietro le quinte” tutto il resto. Il carattere anticomunista dell’uomo Wojtyla non poteva non avere riflessi anche sulla sua visione del mondo e quindi della Chiesa –che egli guidava- nel mondo di quegli anni.

Non bisogna però dimenticare che la dottrina sociale della Chiesa è praticamente rimasta la stessa nei suoi contenuti fondamentali, dai tempi di Pio XI (siamo nel 1950) fino a oggi.  E Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato, ha comunque contribuito a richiamarla ed aggiornarla più volte.

Nel “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”, elaborato nel 2005 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che ne ripercorre i documenti fondamentali, è detto a chiare lettere che:

<<Tutto ciò che riguarda la comunità degli uomini non è estraneo all’evangelizzazione e questa non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale dell’uomo.

     …La dottrina sociale “ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione” e si sviluppa nell’incontro sempre rinnovato tra il messaggio evangelico e la storia umana..

Essa si situa all’incrocio della vita e della coscienza cristiana con le situazioni del mondo e si manifesta negli sforzi che singoli, famiglie, operatori culturali e sociali, politici e uomini di Stato mettono in atto per darle forma e applicazione nella storia. [ Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus]

Con la sua dottrina sociale, la Chiesa si preoccupa della vita umana nella società, nella consapevolezza che dalla qualità del vissuto sociale….dipende in modo decisivo la tutela e la promozione delle persone.

Nella società, infatti, sono in gioco la dignità e i diritti della persona e la pace nelle relazioni tra persone e tra comunità di persone. Beni, questi, che la comunità sociale deve perseguire e garantire.

In tale prospettiva, la dottrina sociale assolve un compito di annuncio e anche di denuncia.>>

<<…Tale denuncia si fa giudizio e difesa dei diritti disconosciuti e violati, specialmente dei diritti dei poveri, dei piccoli, dei deboli>>.

Lo stesso giorno, in un articolo a firma di don Antonino Denisi nella sua rubrica settimanale su “Gazzetta del Sud”, vi è la risposta alla considerazione fatta dallo scrittore napoletano.

Il 16 Novembre 1965, 40 vescovi che partecipavano al Concilio Vaticano II sottoscrissero il “Patto delle Catacombe” – per la maggior parte cardinali latino-americani – con il quale invitavano i vescovi a esserlo in mezzo alla loro gente, condividendone le stesse condizioni ed essendo vicini in modo particolare ai poveri. Scrissero i cardinali:

<<Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende.

Rinunciamo per sempre alla realtà della ricchezza. Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi.

Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi, economicamente deboli e poco sviluppati.

Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: – a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere>>

La continuità del messaggio, dal Concilio Vaticano II fino a oggi è evidente. La Storia vista dal punto di vista della Chiesa non è e non può essere storia di lotta di classe, di ribellione di chi ha di meno nei confronti di chi ha di più. E’ una questione più ampia, più alta, di giustizia sociale.

Essere povero, per la Chiesa, significa evitare il superfluo, ciò che non serve. Non significa vivere in miseria. La Chiesa ha sempre combattuto la miseria. Di più: ha, da sempre, il dovere di denunciarla.

Certo, avrebbe potuto farlo meglio, lasciando da parte le banche e sostenendo in misura maggiore quelle realtà di frontiera che sono le missioni, spesso e volentieri l'unico vero baluardo a difesa dei poveri. Sotto questo punto di vista, la religione cristiana non può essere considerata “l’oppio dei popoli” –come la definiva Marx.

E' una Chiesa, quella di Papa Francesco, che sta riscoprendo il messaggio originale del Cristianesimo, riproposto e sottolineato già nel Concilio Vaticano II e aggiornato, come si è visto, fino a oggi.

Un messaggio articolato, multiforme, che diventa sempre più complesso calare nella realtà dei nostri giorni. Anche per questo, in alcune sue parti è un messaggio rimasto troppo a lungo dietro le porte dei sacri palazzi, al centro di un corpo che è apparso essere troppo distante dalla realtà.

 Come nota don Denisi: <<Mezzo secolo dopo, un Papa ne ha fatto il programma del suo pontificato.>>

Ecco, utilizzando la stessa metafora  di De Luca, il messaggio di Papa Francesco potrebbe essere tradotto così: allontanarsi dal centro, anche dal luogo fisico –il Vaticano- e andare –sia fisicamente che con i comportamenti personali- verso le periferie esistenziali. Avvicinarsi sempre di più a quei gironi di vita infernale dove ci sono quei “fratelli più piccoli” di cui parla il Vangelo di Matteo, a quella circonferenza dove c’è Dio, a quella circonferenza che è Dio.

28 luglio 2013

SCILLA E’….LA SIRENETTA DOVE LA METTO?

Scilla_sirenaC’è una canzuna che mi firrìa per il ciriveddho da venerdi matina. E’ quella de “Il vecchietto, dove lo metto?”, famosissima canzone di Domenico Modugno.

Solo che al posto del vecchietto, a mia mi veni mi cantu “la sirenetta dove la metto?” Non si sa!

Mi riferisco al monumento installato giovedi sera a centru chiazza San Rocco, proprio sopra la stella dei venti –o meglio, quello che ne rimane dopo l’ahinoi! famoso “buco” dell’ascensore.

Preciso subito che il monumento, realizzato dallo scultore reggino Francesco Triglia,  è davvero bello e imponente: raffigura il mito di Scilla, a metà tra il mostro omerico e la sirena.

L’opera è stata donata agli scillesi dalla famiglia di Giovanni Capua, noto imprenditore reggino, prematuramente scomparso e molto legato a questi nostri luoghi.

Proprio per l’importanza e la bellezza del monumento, si sta registrando un dibattito diffuso, tra cittadini e turisti, circa la location “chiazzarola” scelta per valorizzare l’opera che, è bene dirlo, è ancora mancante del piedistallo sul quale dovrebbe essere installata definitivamente.

La piazza, si sa, è il centro nevralgico di Scilla, il salotto scigghitano, tutto passa da lì. Ovviamente, in queste ore numerosi sono stati i turisti, gli emigrati scillesi, i cittadini stessi e anche qualche coppia di sposi frischi frischi nisciuti dalla cresia, a farsi immortalare con sullo sfondo la nuova opera mitologica.

Dunque, a livello di accessibilità e visitabilità, nessun posto può essere meglio della piazza. Aspetto non secondario, ma che va detto per verità sincera, la “postazione” del monumento consente in qualche modo di “’mmucciari i virgogni”, ovverosia di celare ai nostri occhi, seppur in misura parziale, l’obbrobrio derivante dai lavori per l’ascensore, ancora in corso ma rigorosamente fermi per vicende burocratiche che hanno subito un blocco difficile da smuovere.

Dall’altra parte, vi è il fatto che, specie in questo periodo, la piazza viene utilizzata quasi ogni sera per degli spettacoli, con la necessità quindi di montare il palco. Solo che, a palco montato, il monumento rimane là dietro, sullo sfondo e….quasi non si viri anche perché può contare solamente sulla normale illuminazione della piazza, non avendo ancora –vista la provvisorietà del posto in cui si trova- un’illuminazione propria, in grado di valorizzarla maggiormente per come merita.

“Aundi ‘a mintimu?”

C’è chi dice che non dovrebbe essere rivolta a guardare verso il comune, bensì verso lo Stretto di Messina per ovvi motivi “mostruosi”. La cosa non mi cunvinci. Per vederla o fotografarla, uno si dovrebbe buttare quasi dentro il buco dell’ascensore.

C’è chi propone di piazzarla sulla via Panoramica, in una delle “pance” attualmente esistenti. Non mi cunvinci mancu, farebbe la fine della statua del piscispada, rimasto lì in fondo, in castigo (e ‘ncappucciatu di ‘mbernu), come un bambino cattivo messo dietro la lavagna dalla maestra. A tal proposito, ci dovrebbero essere novità: pare si stia prendendo in considerazione l’idea di “rifare” la vecchia funtana piscispadesca. Speriamo!

C’è chi la vorrebbe mettere alla rotonda giù a Marina Grande ma, sinceramente, starebbe ancora cchiù a menz’ e peri di quanto non sia già in piazza.

E allora?

Mi permetto di unirmi al coro e faccio una proposta: perché non la installiamo al porto, allo Scoglio d’Ulisse, recuperato da poco, dopo una marea di polemiche e rimasto quasi completamente ignorato dalla cittadinanza?

Lo Scoglio d’Ulisse, la sirena, il mito di Scilla, messi lì dove la storia della mitologia ci ha insegnato che sono sempre stati: sotto la rocca del castello, sotto lo Sciglio!

Inoltre, sono convinto che non deve essere l’opera d’arte a “cercare” il visitatore, rendendosi fruibile nel posto più facile ed immediato. Deve essere l’esatto contrario: il visitatore è disposto anche a fare qualche “sacrificio” in più, un po’ di strada in più, pur di arrivare a vedere l’opera in uno scenario adatto e a gustarsela nel suo ambiente naturale. E’ così dappertutto, perché non dovrebbe esserlo anche a Scilla?

Chiudo con due piccole annotazioni:

1) l’attuale location in piazza rappresenta un problema anche per le oramai prossime festività patronali. Sappiamo tutti che il “Trionfino” di San Rocco parte proprio da lì e sappiamo altrettanto bene di quanto spazio ci sia bisogno perché tutto si svolga senza rischi. Sono sicuro che la cosa sia già stata valutata adeguatamente e che, pertanto, si provvederà a spostare il monumento in maniera tale che non costituisca intralcio.

2) Sono passati solo due giorni da quando hanno installato il monumento e già s’è perso il conto dei bambini che si divertono a saltare in groppa alla sirena o ad appendersi alla coda, volteggiando allegramente sospesi, alla Yuri Chechi, sotto gli occhi divertiti, orgogliosi e fieri dei loro genitori. Ecco, mi permetto di ricordare che in tutto il mondo le opere d’arte vengono guardate, ammirate, fotografate e non cavalcate o utilizzate come barra per gli esercizi ginnici. E’ questione di civiltà, che al tempo di Ulisse i nostri predecessori hanno insegnato al mondo, ma che noi, con questi comportamenti, dimostriamo di aver dimenticato.

11 luglio 2013

AUNDI SI’?

(Trasposizione scigghitana di “Diaraby” – da “Talking Timbuktu”, di Ali Farka Touré con Ry Cooder)

E’ il mio omaggio a questo bellissimo pezzo che chiude un album storico (è del 1994) scritto da Ali Farka Touré, grandissimo chitarrista del Mali (morto nel 2006) con la collaborazione di Ry Cooder, musicista che vanta diverse collaborazioni con gruppi e musicisti di livello internazionale.

Il testo originale (che trovate sotto) è in lingua “Bambara”, uno degli idiomi più diffusi nell’Africa occidentale.

Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei.
Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei.
N'o sacciu, no, comu fu ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è.
Non ci 'u rissi, no, comu fu ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è.
E si vitti o no comu fu, ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è.
Pi chiddhu chi di',
Pi chiddha chi si',
ma tu non chiami,
aundi si' non so.
Pi chiddhu chi di',
Pi chiddha chi si',
ma tu non chiami,
aundi si' non so.

Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei.
Beddha, sai, succeri,
chi beddha chi si’ all’occhi mei.
(Iamu, ch’è cusì).

…………….

E si vitti o no comu fu, ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è.
Non ci 'u rissi, no, comu fu ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è.
N'o sacciu, no, comu fu ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è.
Si vitti o no comu fu, ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è
Pi chiddhu chi di'
Pi chiddha chi si'
Ma tu non chiami
aundi si' non so
Pi chiddhu chi di'
Pi chiddha chi si'
Ma tu non chiami
aundi si' non so.

Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei
Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei

…………….

Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei
Beddha, sai, succeri,
Chi beddha chi si’ all’occhi mei

Si vitti o no comu fu, ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è
Non ci 'u rissi, no, comu fu ma
nci vogghiu beni e ndo me' cori è
Pi chiddhu chi di'
Pi chiddha chi si'
Ma tu non chiami
aundi si' non so
Pi chiddhu chi di'
Pi chiddha chi si'
Ma tu non chiami
aundi si' non so

Oh beddha, aundi si’?
Chi beddha chi si’ all’occhi mei
Beddha, sai, succeri,
Chi beddha chi si’ all’occhi mei

 

Testo originale tratto da “The Timbuktu Project

Mun kerila Diaraby?
Kerila ne dou be e de fe.
Mun kerila Diaraby?
Kerila ne dou be e de fe.
I ba de ko Kana Furu ma
Wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe.
I teri de ko kana furu ma
Wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I Fa de ko kana furu ma
wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I kana dimi,
I kana Kassi,
I kana hami
diaraby kosso.
I kana dimi,
I kana Kassi,
I kana hami
diaraby kosso
Mun kerila Diaraby?
Mun kerila ne dou be e de fe.
Kerila ma cheri
Mun kerila ne dou be e de fe.
(Hami ko bali)
...... .......
I Fa de ko kana furu ma
wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I teri de ko kana furu ma
Wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I ba de ko kana furu ma
Wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I Fa de ko kana furu ma
Wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I kana dimi,
I kana Kassi,
I kana hami
diaraby kosso.
I kana dimi,
I kana Kassi,
I kana hami
diaraby kosso
Mun kerila Diaraby?
Mun Kerila ne dou be e de fe.
Mun kerila Diaraby?
Mun kerila ne dou be e de fe.
..... ....
Mun kerila Diaraby?
Mun Kerila ne dou be e de fe.
Mun Kerila ma cheri
Mun Kerila ne dou be e de fe.

I Fa de ko kana furu ma
wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I teri de ko kana furu ma
Wo fen te ne fe, Ko fin te ne fe .
I kana dimi,
I kana Kassi,
I kana hami
diaraby kosso.
I kana dimi,
I kana Kassi,
I kana hami
diaraby kosso
.... .....
Mun kerila Diaraby?
Mun Kerila ne dou be e de fe.
Mun Kerila ma cheri
Mun Kerila ne dou be e de fe.

Traduzione del testo originale tratta da “The Timbuktu Project

What happened to you my love?
Still, you’re the one I love
What happened to you my love?
Still, you’re the one I love
Your  mother tells you, not to marry me
because I have nothing (I am poor)
Your  friends tell you, not to marry me
because I have nothing (I am poor)
Your  father tells you, not to marry me
because I have nothing (I am poor)
Don't be mad,
Don't cry,
don't be sad
because of love.
Don't be mad,
Don't cry,
don't be sad
because of love.
What happened to you my love?
Still, you’re the one I love
My love, my dear
Still, you’re the one I love
(This is not a situation to worry over.)

01 luglio 2013

CERTE COSE NON SI DICONO

Mi è capitato più volte, ma mai con la frequenza riscontrata nella settimana appena trascorsa.
Sentire o leggere le storie di giovani scillesi o reggini che con la sola forza delle loro capacità e della loro testardaggine calabra, senza "aiutini" o "spinte", sono riusciti a studiare, a crearsi una professione, un lavoro.
E' bello sentire i loro genitori raccontarti degli sforzi, del sudore ma anche delle soddisfazioni e delle gratificazioni ricevute dai loro figli, che si sono visti premiare, prima con un buon voto, poi con un buon lavoro o con un'attività che consente loro di sentirsi pienamente realizzati.
E le gratificazioni e le soddisfazioni dei figli, sono anche dei loro genitori.
Lo percepisci dal tono della loro voce -che nonostante facciano di tutto per nasconderli, tradisce emozione e orgoglio- o dalle parole scelte per esprimere questo sentimento attraverso la scrittura.
I calabresi e l'esternazione dei sentimenti, sono due cose che storicamente non sono mai andate tanto d'accordo.

Mi tornano in mente alcuni passi de "La collina del vento", di Carmine
Abate, calabrese di Carfizzi, in provincia di Crotone.
In poche righe, tratteggia in maniera straordinariamente potente, il modo in cui noi calabresi ci rapportiamo con i sentimenti.

<<Per scaramanzia non disse mai "Come sono felice", perché sapeva che dirlo porta male, ma lo era, felice, e la moglie se ne accorgeva, di notte e di giorno, lo amava più di prima, anche se non ebbe mai il coraggio di dichiarare il suo sentimento a parole>>.

E ancora: <<Era la seconda volta nell'arco di due giornate che il padre si fidava di lui. Michelangelo lo avrebbe abbracciato, se ne avesse avuto il coraggio. Si alzò, raccolse le ciliegie più grosse e mature e gliele offrì in segno di gratitudine e di affetto.>>

Il calabrese preferisce tacere, o comunque parlare poco, e dimostrare amore o affetto con lo sguardo o con gesti magari semplici -come quello di offrire un pugno di ciliegie- ma concreti.
Sarà per un retaggio culturale antico, fatto di superstizione che ai più "moderni" potrà apparire stupida, ma che tale in verità non è.
Quella che all'esterno passa per scaramanzia o, peggio, per mancanza di coraggio, è in realtà il desiderio di custodire nella parte più profonda della propria intimità i sentimenti più belli, più preziosi.

C'è però anche una componente "motivazionale" che giustifica la "non esternazione" davanti a circostanze positive (in caso di fatti negativi, le esternazioni invece ci sono, eccome se ci sono!). E' il loro desiderio di spingerti a fare meglio e a dare sempre il meglio di te stesso.
Il più delle volte, davanti a un avvenimento positivo o a un buon risultato parziale raggiunto dai propri figli, i genitori calabresi si limitano a un: <<Mmhh!...bravo...>> -che tradotto vuol dire: era quello che dovevi fare, era il tuo dovere. E subito dopo, a scanso di equivoci, aggiungono: <<Però non hai...>>, sottolineando prima d'ogni cosa le piccole imperfezioni o l'unico aspetto dove, in effetti, potevi far meglio.

I genitori calabresi non sono certo quelli di cui cantava tempo fa Pino Daniele in "O' scarrafone", non sono tra quelli che "ogni scarrafone è bello a mamma soi". No, lo scarrafone calabrese (u scaravagghiu) non viene visto bello dai propri genitori, viene spinto da loro a diventare bello, sempre più bello, da solo, per le sue capacità.


I genitori calabresi, pur se contenti per i propri figli, gioiscono col cuore e nel cuore più che con la bocca, perché -
come disse una volta mio padre: "Certe cose non si dicono!"

Per questo, la volta in cui ti fanno un complimento, sei tu che quasi provi vergogna per aver fatto qualcosa "diversa dal solito", anche se in cuor tuo hai l'impressione di toccare il cielo con un dito. Ma certe cose non si dicono!

16 maggio 2013

CALAMIDDHA BINIRITTA

 

Na nottata ndi sciusciava
lu sciroccu, oh chi fu brutta!
manch' 'i cani, ti curcava,
ti vutava suprasutta.

Nci fu cui, sempri succeri,
occhiu propria non 'mbiddhau
'chì 'u sciroccu, peri peri,
'u paisi 'u scutulau.

E 'a matina t'arrussigghi,
vardi 'u cielu, è curiusu:
mangi sabbia, a pugna 'a pigghi,
fitta e para, non 'n purtusu.

Chinu esti lu cortili
e pur s'ancor non è stagiuni,
supr' 'a machina, 'u sedili!,
po' chiantari l'umbrelluni.

E cu sciroccu, è risaputu,
strata 'perta 'u mali trova,
'chì ti stramba, si' 'lluccutu,
ogni morbu si rinnova.

E cuntr' o' ventu e 'a mala stiddha
c'è cu' grira e cu' sa 'ncazza:
'chì già sicca 'a calamiddha,
s'a vulau cu la sparrazza!

Sul mu pensu veni 'a raggia,
oh chi sprecu! oh chi piccatu!
'chì lu sa la genti saggia,
quant'ha persu, o' ciel vulatu.

U sannu i 'randi e 'i figghioli:
ti nnorba 'u ventu e senti 'i stiddhi?
ca calamiddha fa' bagnoli,
pi cacciari li cariddhi.

E pur se 'a scienza oggi avanza,
nenti è megghiu, pi natura,
cuntra lu duluri 'i panza
o pi carmari 'a nerbatura.

Oh calamiddha biniritta!
puru 'u sciroccu s'a pigghiau:
cusì si potti stari addritta,
'chì, lu ventu si carmau.

 

Traduzione italica

CAMOMILLA BENEDETTA

Soffiava per tutta la notte
lo scirocco, quant’è stata brutta!
perbacco, buttava a terra,
ti girava sottosopra.

C’è stato chi, sempre succede,
proprio non ha chiuso occhio
perché lo scirocco, ovunque,
ha scosso il paese intero.

E la mattina ti svegli,
guardi il cielo, è strano:
mangi sabbia, la prendi a pugni,
è così fitta che non c’è un buco.

E’ pieno il cortile
e pur se ancora non è stagione,
sulla macchina, il sedile!,
puoi piantarci l’ombrellone.

E con lo scirocco, è risaputo,
il male trova una strada aperta,
perché ti fa sentire strambo, ti stordisce,
ogni morbo si rinnova.

E contro il vento e la cattiva stella
c'è chi grida e chi s’incazza:
perché la camomilla già secca,
se l’è volata via con tutta la sparrazza*!

Solo a pensarlo mi viene la rabbia,
oh che spreco! oh che peccato!
perché la gente saggia lo sa,
quant’ è andato perso, volato in cielo.

Lo sanno i grandi e i bambini:
il vento ti acceca e senti le stelle (dal dolore)?
con la camomilla fai gli impacchi,
per togliere l’accumulo di impurità dagli occhi.

E anche se la scienza avanza,
niente è meglio, per natura,
contro il mal di pancia
o per calmare i nervi.

Oh camomilla benedetta!
se l’è presa anche lo scirocco:
così si è potuto stare in piedi,
perché il vento s’è calmato.

*NB: Sparrazza = contenitore aperto generalmente di forma rettangolare, piatto e basso, in fascine di legno intrecciate, usato per seccare al sole camomilla, fichi, pomodori, ecc.

11 maggio 2013

VITE SENZA PUNTEGGIATURA

Il giorno in cui l'uomo ha imparato a misurare il tempo, ha cominciato a vivere ossessionato dal suo trascorrere.
Oggi non possiamo più fare a meno di un orologio. Se ci fate caso, gli orologi sono ovunque: al polso, sul comodino, in cucina, in soggiorno, in salotto, in bagno, sul cruscotto della macchina, nel computer, sul telefonino, ovunque.
Corriamo, andiamo di corsa, consapevoli che ogni secondo che passa in più è un attimo perso che non potremo recuperare. E' una cosa continua, fino a restare senza fiato: arriva il fine settimana e siamo esausti, svuotati, sentiamo il bisogno di chiudere il mondo fuori e tornare a respirare.

Questo modo di vivere si è inevitabilmente trasposto nel modo di scrivere.
Non è più una questione tecnica legata al mezzo che utilizziamo per comunicare. Quella che in origine era una semplice necessità tecnica (non legata alla necessità materiale di abbreviare i tempi della comunicazione), è divenuta oggi una nostra esigenza: abbreviare le parole è un modo ulteriore per risparmiare tempo.
Ma a furia di risparmiare tempo, si è quasi persa la voglia di usare le lettere maiuscole per scrivere i nomi propri o iniziare una frase; sempre più raro è l'uso dell'apostrofo, ritenuto quasi superfluo; si ignora a cosa serva un punto e virgola.
Insomma, scriviamo come viviamo: tutto d'un fiato.



Mi torna in mente la famosa scena della lettera che Totò e Peppino (i fratelli Caponi) scrivono alla Malafemmena perché lasci in pace il loro nipote che "è studente che studia, 'ché si deve prendere una "laura". La lettera si conclude con un "Punto, punto e virgola. Punto e punto e virgola", perché –è la preoccupazione di Totò- non si dica che "siamo provinciali, che siamo tirati".
Ecco, oggi si scrive in maniera sempre più "provinciale". Siamo tirati, sì, perché vogliamo risparmiare. Cosa? Il tempo, che sembra essere l'unica entità attraverso cui misurare tutto.

Misurare il risparmio di tempo e tradurlo in moneta, in grandezza economica, è un'operazione logica, da economia dei trasporti. E' l'unica logica che si può utilizzare in una società che va continuamente da una parte all'altra, si sposta di continuo ma spesso senza sapere dove né perché.
Ironia della sorte, nell'epoca in cui tutti hanno avuto (per fortuna) la possibilità di studiare e di imparare a scrivere (ma non è detto che l'abbiano fatto), si è ritenuto di poter fare a meno di una conoscenza fondamentale della scrittura: l'uso della punteggiatura.
Se le parole scritte esprimono il nostro pensiero, la punteggiatura esprime ciò che le parole non possono: una pausa (più o meno breve), un respiro, un'esclamazione, un interrogativo. La punteggiatura serve a indicare le nostre sensazioni, segna sulla carta il ritmo del nostro cuore.
Ma il pulsare del cuore è superato, soverchiato ormai dal rumore che ci circonda e ci fa divenire sordi, ciechi, insensibili a tutto fuorché al passare del tempo.

Abbiamo assegnato alla punteggiatura un nuovo ruolo, marginale: quello di affiancare lettere, linee e asterischi per descrivere le espressioni del nostro volto nei "dialoghi" telematici. E' un nuovo codice di comunicazione che personalmente non utilizzo. Credo che solo la parola scritta, accompagnata dalla giusta punteggiatura possa esprimere pienamente pensieri e sensazioni.
Sarà perché sono un appassionato di fumetti, un mondo in cui l'illustrazione grafica non è altro che la traduzione disegnata di ciò che la parola scritta e la punteggiatura esprimono, insieme, dentro la "nuvola parlante".
Per questo credo che faremmo bene a tornare a usare (o imparare di sana pianta) la punteggiatura nel modo più appropriato, come ci ha insegnato la maestra alle elementari fin dal primo dettato.

Viviamo una vita senza punteggiatura. Dimentichiamo che la punteggiatura aiuta a respirare, a riflettere, a sentire le nostre sensazioni. Dimentichiamo che la punteggiatura allunga la vita.

03 maggio 2013

CUI?

(trasposizione scigghitana di “Quem?” di Maria Gadú & Lenine)

Cu' va' grirandu è seriu? Cui?
Nu griru, ch’angoscia pi ddaveru,
ndo pettu, chi batti, nu cor truvau.

Cu' va' ittandu focu? Cui?
Ah! China hav’ ‘a panza 'i prima matina,
si chiama fora, 'chì già scassau.

Cu' vo' sapir ra casa?
Cu', mi sa, gira 'u mundu?
Rassu star, n'o seguu? Viri chi già scurau?
Sap’ usar 'a 'ngiuria? Cu' ha ntra l'anchi 'a cura?
E sta ndo so' propriu broru?
Cu' sa' pirdir pigghiau?

Cu' va' grirandu è seriu? Cui?
Nu griru, ch’angoscia pi ddaveru,
ndo pettu, chi batti, nu cor truvau

Cu' va' ittandu focu? Cui?
Ah! China hav’ ‘a panza 'i prima matina,
si chiama fora, 'chì già scassau.

'U sognu non ha’ fretta? Cu' sa sognar non 'spetta?
Cu' sa' 'iutari a 'n'atru? Cu vai se 'u 'bbandunau?
Rimmi ch'hai 'i peri a' fossa, sì ma non sposta 'a curpa
Cu' giustifica 'u fattu? Cu' sa' cu’ t'a iarmau?

Soffru pirchì su' lentu? Cu' s'aiuta c’è cu ventu?
Cu' mai non resta arretu? sempri sì s'addubbau?

Cu' vo' sapir se ddhumu? Cu' sa' fumar 'u fumu?
Cu' voli 'ssiri seriu?
Cu' vali si ndi iau?

 

Traduzione italica

CHI?

Chi va gridando è serio? Chi?
Un grido, che angoscia davvero,
nel petto, che batte, ha trovato un cuore.

Chi va spargendo odio? Chi?
Ah! Ha la pancia piena di prima mattina,
si chiama fuori, perché è già fuori di testa.

Chi vuol sapere da casa?
Chi, per sapere, gira il mondo?
Lascia stare, non lo seguo? Vedi che ha già fatto buio?
Sa’ usare il soprannome? Chi ha tra le gambe la coda?
E' proprio nel suo brodo?
Chi sa perdere ha preso?

Chi va gridando è serio? Chi?
Un grido, l’angoscia davvero,
nel petto, che batte, ha trovato un cuore.

Chi va spargendo odio? Chi?
Ah! Ha la pancia piena di prima mattina,
si chiama fuori, perché è già fuori di testa.

Il sogno non ha fretta? Chi sa sognar non aspetta?
Chi sa aiutare un altro? Chi va se l’ha abbandonato?
Dimmi che hai i piedi nella fossa, sì ma non sposta la colpa
Chi giustifica il fatto? Chi sa chi te l’ha combinata?

Soffro perché sono lento? C’è chi si aiuta col vento?
Chi non resta mai indietro? si è sempre arrangiato?

Chi vuol sapere se accendo? Chi sa fumare il fumo?
Chi vuole esser serio?
Chi vale se n’è andato?

21 aprile 2013

LA DEMOCRAZIA ITALIANA: SCONOSCIUTA E DISCONOSCIUTA

Grazie, Presidente Napolitano.
Non c'è da dire altro, a conclusione di tre giorni durante i quali si è assistito a un teatrino indegno di una democrazia occidentale.

Una democrazia vilipesa quella italiana, una democrazia che dopo appena 65 anni (pochi se paragonati a quelli degli Stati Uniti), si è disconosciuta e quasi rischiato di mandare in pensione.

Lasciando da parte movimenti e aggregazioni dove regna assoluto il centralismo democratico, l'unico soggetto democratico, almeno nelle intenzioni dettate dal nome, è il PD. E' un partito che a sei anni dalla nascita non riesce a staccare il doppio cordone ombelicale che lo lega al passato. E non potrà pensare di rappresentare le istanze della società moderna se non sarà capace di farlo, pur avendo al suo interno il potenziale per farlo.
Dopo la figuraccia rimediata con la bocciatura di Prodi -non per il nome, pur pesante, ma per il modo con il quale essa è avvenuta- più che un partito ha dimostrato di essere un laboratorio di idee autonome, per di più confuse.
Il PD è come quei filosofi che studiano, esaminano, approfondiscono, si preparano, ma poi al momento di mettere in pratica il risultato dei loro studi, si dimostrano impreparati, incapaci. E stavolta gli errori sono stati tanti e tali che è impossibile rimandarli a Settembre (quando era stato fissato il congresso), sono da bocciare, tant'è che il gruppo filosofico dirigente ha preferito “abbandonare la scuola” prima della fine dell'anno.

E' a causa del disconoscimento del metodo democratico che regola la vita interna non di ogni partito ma di ogni libera associazione di cittadini che, in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica, il PD ha dimostrato di non saper sfruttare quella che è la forza della democrazia, ovvero la forza dei numeri.
L'ha dimostrato non riuscendo ad eleggere né Prodi, né Marini, due figure nettamente di parte e non accettate dalla piazza Italia.
L'ha dimostrato dividendosi nella scelta se votare o meno un personaggio come Rodotà -ritenuto troppo di sinistra- facendo sfumare definitivamente ogni possibilità non dico di matrimonio (ormai vanno poco di moda) ma quanto meno di “fidanzamento” con il M5S.
Quella con i grillini è una storia complicata, un amore impossibile. Richiama alla mente la storia di un pretendente (Bersani) che bussa più volte alla porta della giovane creatura desiderata come zzita (M5S), ma la zzita non lo calcola, non lo vuole. Poi quando la zzita finalmente si decide ad offrire la propria disponibilità, è il pretendente ignorato a fare l'offeso e il risentito, ma ormai con la testa così annebbiata dall'orgoglio, da non riuscire più a riprendersi dal rifiuto ricevuto, nonostante ne abbia tutte le forze.
E così, il pretendente Bersani si è ritrovato costretto a tornare da papà Giorgio, il quale, non ha avuto altra scelta che trovare per il figlioccio politico una zzita vecchia e brutta (Berlusconi), che mai il giovane avrebbe voluto.
Era l'unica possibilità offerta dalla regola democratica -di cui il Presidente Napolitano ha dimostrato di essere rigoroso garante- che vuole che sia la maggioranza ad avere ragione.

Mentre ero in attesa del responso dell'ultima votazione, ho riletto il discorso d'insediamento pronunciato dal Presidente Pertini nel 1978, subito dopo la sua elezione, un discorso che sembra scritto oggi:
<<Dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese. Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese.
Non dimentichiamo, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati regionali, che se il nostro paese è riuscito a risalire dall’abisso in cui fu gettato dalla dittatura fascista e da una folle guerra, lo si deve anche e soprattutto all’unità nazionale realizzata allora da tutte le forze democratiche. È con questa unità nazionale che tutte le riforme, cui aspira da anni la classe lavoratrice, potranno essere attuate. Questo è compito del Parlamento.
Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino.
Bisogna risolvere il problema della casa, perché ogni famiglia possa avere una dimora dignitosa, dove poter trovare un sereno riposo dopo una giornata di duro lavoro....
Deve essere tutelata la salute di ogni cittadino, come prescrive la Costituzione....
Anche la scuola conosce una crisi che deve essere superata....
Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Di qui le riforme cui ho accennato poc’anzi. Ed è solo in questo modo che ogni italiano sentirà sua la Repubblica, la sentirà madre e non matrigna. Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione
.>>
E, in conclusione, ammoniva: << Sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica.>>

Sono parole riecheggiate spesso negli ultimi sette anni negli interventi del Presidente Napolitano ma rimaste, ahimè, inascoltate.
Quest'uomo anziano, va ringraziato. Avrebbe avuto tutto il diritto di riposarsi dopo una vita spesa al servizio del Paese, è stato chiamato a continuare la sua opera di -mi si passi il paragone- buon pastore istituzionale, per servire e per cercare di salvare ciò che rischiamo seriamente vada perduto: la democrazia.
Una sua rinuncia avrebbe lasciato il Paese in uno stallo pericolosissimo.

Dopo queste giornate intense, ieri doveva essere un giorno di festa, invece c'era un'atmosfera di tristezza. La tristezza deriva dal fatto che questa riconferma di Napolitano ha in sé qualcosa di innaturale.
Nel corso naturale della vita, i figli dovrebbero essere il bastone della vecchiaia dei propri genitori. Dovrebbero essere loro a sorreggerli, ma a dimostrarsi capaci di andare avanti da soli, di riuscire ad attualizzare gli insegnamenti ricevuti.
I nostri politici -tutti- si sono dimostrati incapaci. Invece di rappresentare il bastone che avrebbe dovuto sorreggere e aiutare a rimettersi in piedi un'Italia stremata da una crisi economica e sociale senza precedenti, sono stati loro ad aggrapparsi al bastone di un anziano che, con le forze rimastegli dovrà sopperire alle loro mancanze e reggere le sorti del Paese.

Dovrà farlo, Napolitano, in un'atmosfera per certi versi simile  ma più delicata di quella in cui si trovò Enrico De Nicola, suo primo predecessore.
Allora c'era da costruire la democrazia italiana e il Presidente De Nicola poté contare su un'Assemblea Costituente che costituisce ancora oggi un esempio unico nella costruzione di un sistema democratico.
Oggi non c'è un'Assemblea Costituente, ma serve una forte cura ricostituente e di ammodernamento di questo sistema, partendo proprio dal concetto stesso di democrazia, a tanti sconosciuto e da molti disconosciuto.

07 aprile 2013

L’ITALIA, UN P.I.L.: PAESE A IRRESPONSABILITA’ LIMITATA

Guardo alla situazione politica italiana e mi viene in mente una parola sola: irresponsabilità.
E' la caratteristica che accomuna tutti i protagonisti, senza distinzioni, di un teatrino dell'assurdo reale. Un'emergenza a cui non possiamo permetterci di porre a più presto un limite.

L’Italia non ha quasi più un PIL, visto che si ndi calau ri ‘ngagghi, diminuendo continuamente in maniera preoccupante. In compenso è diventata un P.I.L. –Paese a Irresponsabilità Limitata.

E' irresponsabile Berlusconi. Croce (per moltissimi) e delizia (solo per le sue truppe scelte) di questi ultimi vent'anni di vita politica italiana.
Che lo si voglia o no, ha fatto il bello e il cattivo tempo di questa nostra epoca.
Poco convincenti appaiono le sue proposte populiste fatte in campagna elettorale, destinate a porre rimedio ai danni da lui stesso provocati ma la cui responsabilità si vuol far ricadere sugli altri (leggi Monti).
L'irresponsabilità Berlusconiana (almeno quella politica dell'ultimo periodo) aumenta qualora si consideri che è stato lui a mettere fine a un'esperienza di governo breve che dopo aver rimesso in piedi la reputazione italiana nel mondo e si avviava -seppur tra errori e contestazioni inevitabili- a rimettere in sesto l'Italia, la sua economia e il suo tessuto sociale.
Non potrà perciò accusare nessuno se non il suo recente comportamento se la sua attuale disponibilità a un governo di larghe intese suona poco credibile alle orecchie degli altri teatranti.
Se dobbiamo credere ai numeri e non alle favole che ha cercato di propinarci ancora fino a Ottobre del 2011, è il principale responsabile dell'irresponsabilità imperante in Italia.
E i suoi show con figuranti a pagamento a Roma o da parte dei suoi "tenituri di candila" sulle scale del tribunale di Milano, non fanno che confermarmi in questo mio convincimento, che so essere da tanti condiviso.

E' irresponsabile Bersani. Indicato leader della coalizione di centrosinistra a furor di primarie tarocche (ma niente a che vedere con le omonime arance, buonissime), pilotate dall'appartato della segreteria PD.
L'entusiasmo iniziale è evaporato col passare dei giorni. Dopo poche settimane, di quello che è stato propagandato come un grande esercizio democratico non è rimasto che un flebile ricordo. Un po' come la bottiglia di spumante rimasta aperta: se non usi il trucco -pur ininfluente- del cucchiaino capovolto inserito nel collo della bottiglia, l'alcool sbenta, evapora e il sapore si perde. Il centrosinistra non ha nemmeno provato a usare il cucchiaino, con la conseguenza che molti di quelli che avevano votato per Renzi alle primarie, hanno finito per non votare centrosinistra alle elezioni.
L'irresponsabilità Bersaniana aumenta se si pensa che non è riuscito a rendersi conto che la sua figura -per quanto sia personalmente nu bravu cristianu- non avrebbe mai incontrato il favore delle altre forze politiche: del M5S per una questione generazionale; del PdL per una questione di carattere, completamente opposto a quello di Berlusconi.
Insomma, Bersani mi ha dato l'impressione della figlia maggiore, oramai in età non più da marito e dal carattere scontroso e inacidito, che il padre voleva a tutti i costi dare in sposa, in osservanza di una consuetudine oramai altrettanto decrepita.
Quando lo capirà sarà forse troppo tardi, per lui e per il Paese.

E' irresponsabile Grillo. Assurto sulla scena politica a furor di rabbia popolare, rifiuta in modo categoricamente assoluto di parlare con coloro che sono ritenuti responsabili della situazione politica italiana.
E' un atteggiamento che non condivido. Se sei frutto della rabbia della gente per come le cose non funzionano, devi metterti in condizione almeno di farle cominciare a funzionare. E anche se la "compagnia" con la quale ti devi imbarcare non ti piace, non puoi fare altro, devi sacrificarti se davvero vuoi essere utile al Paese e alla sua richiesta di rinnovamento.
L'irresponsabilità Grillina aumenta quando si citano a sproposito articoli della Costituzione senza conoscerli.
Gli articoli 76 e 77 citati da Grillo ribadiscono che la funzione legislativa è di competenza del Parlamento. Tale funzione può essere delegata al Governo -mediante apposite Leggi Delega- per materie precise e per tempi limitati, o assunta dal Governo solo nei casi straordinari di necessità e urgenza, mediante i Decreti-Legge che dovranno comunque essere convertiti in legge dal Parlamento.
Dagli stessi articoli non deriva affatto la conseguenza che la nostra Repubblica possa fare a meno di un Governo, com'è stato invece affermato anche da numerosi organi d'informazione.
Se il Parlamento è l'organo principale cui spetta la funzione legislativa, il Governo è l'organo incaricato dalla Costituzione dell'indirizzo politico ed amministrativo e del coordinamento dell'attività dei ministri e quindi dei ministeri e degli organi amministrativi ausiliari.
C'è una differenza che sfugge a Grillo e ai grillini ma che è fondamentale: mentre la funzione legislativa può essere delegata dal Parlamento al Governo, la funzione svolta dall'esecutivo di governo non può essere delegata al Parlamento.
E perché ci sia un Governo, ci deve essere una maggioranza che lo sostenga, cosa che al momento, purtroppo, appare un'utopia.
Nel frattempo, dopo quella dei bastoni, giunge l’ultima minaccia, ennesimo esempio di irresponsabilità: occupare le Camere se le Commissioni non saranno operative. Anche qui l'ignoranza è palese. A parte il fatto che il Parlamento non è una qualunque università e che un simile atto potrebbe avere rilevanti conseguenze penali, ricordo solo che una proposta simile è stata avanzata di recente da Assunta Almirante a una recente manifestazione del PdL. Ho detto tutto.

E Napolitano? Poviru vecchiareddhu chi nci 'mbattiu!

Tra tutti i teatranti, onestamente è quello a cui mi sento di attribuire la colpa minore, poiché gli va riconosciuto il merito di aver fatto di tutto, in questi ultimi due anni in maniera più intensa e quotidiana, per tenere le redini di un Paese imbizzarrito.
Dopo aver constatato amaramente che era impossibile far ragionare 945 irresponsabili, s'è giocato l'inedita carta di due commissioni -dette di "saggi", ma solo per distinguerli dagli irresponsabili.
A dire il vero, in molti non ne hanno ravvisato la necessità, visto che vale il detto "quandu u sceccu non voli 'mbiviri, ambatula nci frischi" -traduzione indigena del "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire".
Considerato che è oramai a fine mandato e che la sua azione è per forza di cose limitata, personalmente credo che abbia fatto quest'ultimo tentativo con l'intento di fornire quanto meno uno spiraglio, un appiglio in più al suo ormai prossimo successore.
L'ha fatto animato anche da una segreta speranza che è anche un auspicio di chi ha a cuore la Repubblica: riuscire a mettere d'accordo almeno 6 persone "sagge" è, almeno sulla carta, più facile che farlo trovando una maggioranza tra 945 irresponsabili.
L'ha fatto per arginare il fiume in piena dell'irresponsabilità, per porre un limite, ma non sarà certo facile avere dei buoni risultati, atteso che già al momento della nomina si sono lamentate esclusioni o mancanze rappresentative di genere.
Ma quando sei con l'acqua alla gola, in balìa del fiume in piena, mica puoi stare a vedere com'è composta la squadra dei pompieri che ti butta il salvagente?!

Infine, poiché oggi è domenica, m'è facile il salto dall'acqua alla gola all'acquolina alla gola.
Conversando via internet di gastronomia (come capita spissu e vulinteri), son venuti fuori due esempi che, applicati alla politica, risultano estremamente rappresentativi di questa situazione. Evidentemente, nell'inconscio siamo talmente saturi di informazioni politiche che vengono fuori anche quando si è davanti ai fornelli.

Dice Letizia Cuzzola: "La pasta frolla come parabola della società: se ogni ingrediente se ne sta per conto suo è impossibile creare qualcosa di buono".

Le fa eco Elisa Violetta: "Suggerisco allora anche la maionese: se ogni ingrediente non sta con gli altri come dovrebbe, il tutto impazzisce."

Applicando questi due aspetti della gastronomia –tra loro simili- alla situazione politica attuale direi che:
1) La pasta frolla, a furia di metter farina per cercare di tenere insieme gli ingredienti, è venuta malamente;
2) La maionese è letteralmente andata in acido.

Ribatte, giustamente, Letizia: "Ma si pigghiamu sempri cristiani chi non si sannu mancu còciri n'ovu".
Beh, è vero, i cuochi non mbannu 'na chiappira (per restare in tema culinario), ma in gran parte ce li ha imposti una legge elettorale orrenda.

E così, da perfetti irresponsabili, non sulu ndi rassaru a ddiunu, ma ndi stannu bruciandu puru 'a pignata!

16 marzo 2013

GLI ARTIFICIERI E LA DEMOCRAZIA DEL TELECOMANDO

Dopo lo tsunami del voto, che ha spazzato via la Seconda Repubblica -quella di chi ha rubato per riempirsi le tasche- si è avviato un processo di ringiovanimento della rappresentanza politica (M5S in testa) che lascia ben sperare.

In questi giorni non si sente che un coro: "Basta, andatevene a casa!" rivolto ai protagonisti della politica dell'ultimo ventennio e passa, paragonati a ragnatele difficili da distruggere.
A guidare il coro, gli elettori di M5S -circa un quarto del corpo elettorale che si è recato alle urne.
Ma c'è qualcosa che non mi quadra.
Se da un lato si vuole che "i vecchi" si facciano da parte, dall'altra gli esponenti del Movimento di Grillo hanno paura di rimanere "Triturati da meccanismi ben oliati e da persone senza scrupoli".
Loro sono nuovi, scontano l'ovvia inesperienza, ma il Parlamento non è la casa degli orrori né una tana lupi e M5S non è certo Cappuccetto Rosso.
Grillo è tutto tranne che ingenuo e i quasi 160 neo eletti appartenenti al suo Movimento sono -almeno per la maggior parte- ben capaci di decidere con la loro testa.

Nonostante ciò, sembrano smentire sé stessi e le loro intenzioni.

Hanno detto e ripetuto più volte -sostenuti anche da numerosi giornalisti "esperti" analisti politici- che i grillini sono stati eletti per esercitare una funzione di controllo. Ma, sono stati eletti al Parlamento o hanno vinto un concorso all'ENAV o nei Vigili Urbani?!

Hanno detto e continuano a dire: siamo dentro il Palazzo, faremo vedere sul web come funzionano le Commissioni parlamentari e come vengono spesi tempo e soldi.
Ai più potrà sembrare un'innovazione, in realtà non lo è per niente.
I Radicali lo fanno da quasi quarant'anni attraverso Radio Radicale e anche oggi sul web attraverso il loro sito internet; la Rai ha un canale dedicato; in tv, Camera e Senato trasmettono le sedute d'aula su loro canali specifici da anni. Se uno vuole informarsi nello specifico sulla vita delle Istituzioni, i canali non mancano di certo, e da parecchio anche.

Richiesti di una condivisione di parti di un programma che consenta di poter governare, hanno risposto sdegnati: "Legittimare chi ci ha portato allo sfascio? La patata bollente è la loro!" cioè di PD e PDL, compreso Monti.
Guidati da questa convinzione, dichiarano perciò convinti di "Astenersi sulla fiducia al Governo e sostenere solo le leggi [da loro -ndr] condivisibili".

Viene dunque naturale chiedersi: come pensano di realizzare il loro programma?

Lasciando la patata bollente in mano a coloro che l'hanno gestita negli ultimi vent'anni, contraddicendo in maniera clamorosa quello che è il loro intento (sbarazzarsi dei protagonisti della vecchia politica e del cattivo modo di farla) e tradendo la fiducia che hanno avuto dagli italiani?
In quest'ottica, hanno dichiarato che gli starebbe bene un Governo PD-PDL (praticamente la riproposizione della grande alleanza guidata da Monti, caduta al primo "dispetto").
E' un atteggiamento che ritengo vigliacco. Fate voi -dicono- noi non vogliamo sporcarci le mani, non vogliamo "contaminarci" con gli inciuci della politica sporca.
Sotto questa immagine pura, immacolata e da falsi innovatori, si nasconde il realtà il trucco, il grande bluff da cui Grillo spera di trarne ancora maggior vantaggio: lasciamo fare a loro, noi staremo lì a controllare. E se non ci approvano le proposte che portiamo avanti, li sbeffeggeremo davanti alla Nazione intera costringendoli a dimettersi e a scappare.
La voglia di sbeffeggiare c'è tutta. Si vede che i neo eletti "cittadini" muoiono dalla voglia di farsi guidare in Parlamento da Grillo in versione Nelson Muntz -il personaggio de “I Simpson” che è il capo dei bulli della scuola elementare di Springfield.

Secondo il piano strategico che Grillo ha dato al suo Movimento, si dovrebbe andare al voto e M5S spera così di ottenere non il 25% ma il 50% dei voti e quindi di poter governare da solo.
Un disegno che si va chiarendo ogni giorno che passa, ma che gli altri non saranno certo disposti a far avverare.

Nel M5S non siamo certo ai livelli obbrobriosi dei Razzi e degli Scilipoti che tutti abbiamo criticato, salvo poi ritrovarceli seduti ancora lì sulle loro poltrone, ci sono giovani preparati. Ma è proprio per questo che non capisco perché nessuno di loro abbia minimamente reagito all'affermazione perentoria del Grillo capo: "Farete quel che dico io!".
Molti l'hanno paragonato ai dittatori. Non condivido queste affermazioni sicuramente esagerate. Di destra o di sinistra, poco importa, la dittatura non ha colore politico, ma fa del colore politico un pretesto, svilendone e annullandone il significato.

Piuttosto, questo modo di fare mi ha richiamato alla mente Giucas Casella, il noto personaggio televisivo che ha fatto la sua fortuna sfruttando le sue capacità di "mago", di suggestione del pubblico e di ipnotizzatore. Tutte qualità che rivedo in questi giorni: gli aderenti al M5S e gran parte dell'opinione pubblica influente -che non ha certo tardato a salire sul carro del vero vincitore di queste elezioni- sembrano sotto ipnosi. Sono finiti dentro qualcosa più grande di loro e non riescono a rendersene conto.
Raccogliere il malcontento e la voglia di cambiamento che è venuta dal Paese è una cosa -relativamente facile se si hanno le capacità che Grillo ha dimostrato di avere.
Trasformare il consenso e le aspettative in atti concreti è tutt'altra cosa, soprattutto se si vuol far finta di disconoscere quelli che sono i meccanismi costituzionali - di certo non immutabili- che reggono la nostra democrazia.

Nelle intenzioni di Grillo, M5S dovrebbe restituire lo Stato ai cittadini -così come vogliono essere chiamati deputati e senatori del Movimento- cioè potere al popolo, in una interpretazione strettamente terminologica della parola "democrazia" (deriva dal greco démos: popolo e cràtos: potere).
Ma il vero significato, conforme all'etimologia della parola "democrazia", è quello di "governo del popolo". Si tratta cioè non di un potere fine a sé stesso, ma di un potere che permetta al popolo di governarsi all'interno di uno Stato, regolando la propria sovranità, cioè l'insieme dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), con le forme e i limiti previsti dalla Costituzione.
Dunque, se M5S è un movimento democratico, come Grillo afferma, la sua azione rinnovatrice deve passare attraverso le Istituzioni.
Non c'è nessun "inciucio" da fare. Se lui e il suo Movimento incarnano il miglioramento del modo di fare politica, una politica onesta e che serva all'Italia, non possono, non devono aver paura di tirarsi su le maniche e mettersi a lavorare seriamente, all'interno delle Istituzioni, come hanno dimostrato di saper fare per esempio in Sicilia, fin qui con apprezzabili risultati.

Devono comprendere però che il Parlamento non è la televisione di casa (elettrodomestico di cui Grillo ha piena padronanza).
I bottoni per votare SI o NO in Parlamento non sono i tasti di un telecomando con il quale Grillo può far cambiare canale ai suoi ogni volta che un programma non piace.

In questo modo, come faceva notare Vittorio Sgarbi, quelli del suo Movimento saranno come Ambra Angiolini agli ordini di Buoncompagni ai tempi di “Non è la Rai”.

Più che controllori delle regole –come pretendono di essere, hanno dimostrato fin qui di essere regolarmente controllati dal “remote control” di Grillo-Casaleggio.

Dicano, cos'è meglio: cambiare canale ogni volta che il programma non piace? o piuttosto contribuire a scriverlo quel programma, nel modo in cui si ritiene più giusto e in maniera tale che sia condivisibile anche dall'altro pubblico?

Con il dovuto rispetto per chi ha vissuto quei giorni ben più drammatici, l'Italia è in condizioni simili a quelle in cui si è trovata subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: bisogna ricostruire, non le Istituzioni (quelle ci sono già, per chi intende riconoscerle) ma la fiducia nelle Istituzioni, impresa di certo non meno ardua.
Ma bisogna prestare massima attenzione: ci sono ancora tanti ordigni disseminati lungo questo percorso tortuoso, pronti a saltare al minimo errore, perciò è necessario disinnescarli.
Oggi, come sessantacinque anni fa, non basta il lavoro degli artificieri, ovvero gli specialisti della politica, ma ognuno è chiamato a dare una mano, a dare il proprio contributo per togliere di mezzo la distruzione derivante dalla demolizione di ogni regola morale (di nuovo, e in forma ancora più grave, dopo vent'anni) e favorire la ricostruzione dell'orgoglio civile italiano, ferito gravemente ma ancora vivo.

10 marzo 2013

STAINS OF INK

If we were still aroun’ a table,
sittin’ on a pair of chairs,
I like to talk to the girl
who tumbles down the stairs.
But I have to be content
of these poor stains of ink
even if you, from them,
can find out what I think.

When we met you ain't seen me
-it was like you were blind-
I remember I thought:
"You have thoughts in your mind".
Yes, you seemed really nervous
though I laughed and I joked,
yes, you smiled really slightly
and continually you smoked.

Then you sent a message
that I read in the still:
has anyone doubts
about your pro-skills?

Things don't go like expected?
All you have done seems wrong?
Then, you know, it's the time
when you must be strong.
And don't worry if someoane
slams the door in your face,
you have to take on him,
keepin' on with your race.

So, come on, my dear friend,
take a look all aroun':
ev'ryone needs your smile,
you must not be so down.
Your presence brings joy
even when you don't speak,
I've seen your mother's eyes
as she's kissing your cheek.

Yes, it's true, my friend:
'til now I couldn't find
any sweet girl like you,
any person so kind.
Sure, you're so special,
you give prove ev'ry day.
So, don't waste your gifts,
go straight on your way!

Will these lines be helpful
to raise up your mood?
Well, that's all you need
and what I truly would.

09 marzo 2013

LE DONNE SCILLESI: TRA PASSATO E FUTURO

Giornata dedicata alle donne quella del 8 Marzo.

Anche a Scilla sono state ricordate in particolare coloro che hanno rappresentato per l'epoca in cui hanno vissuto -nell'arco di poco più di un secolo, a cavallo tra la metà del 1800 e i primi degli anni '90- un grande esempio di passione, volontà, sacrificio e servizio verso la comunità scillese e, insieme a loro, tutte le madri, figlie, nonne, sorelle e mogli che hanno fatto progredire il nostro paese.

Se ne è ampiamente discusso in un doppio appuntamento dal grande valore culturale, due eventi particolari, come da tempo non si vedevano a Scilla.

Nel pomeriggio, presso la sala convegni del castello “Ruffo”, la Commissione per le Pari Opportunità (costituita con il voto unanime dell'intero Consiglio Comunale), ha presentato la sua proposta per l'intitolazione di sei vie del centro urbano cittadino a sei donne scillesi che hanno dato lustro a un periodo storico che ha visto Scilla colpita da calamità naturali, guerre, fame e povertà, ma che alla fine è sbocciato nel progresso economico, sociale e culturale -soprattutto a partire dagli anni '50-60 del secolo scorso, un progresso cui le donne hanno contribuito in maniera determinante.

 

6donneper6vieLe sei donne scillesi cui la Commissione ha ritenuto di dover rendere omaggio sono:

Giselda Macrì -conosciuta da tutti come “Donna Gisa”, giornalista pubblicista e dama di carità, il cui sogno era quello di fare di Scilla un riferimento culturale per l'area dello Stretto e di tutto il Meridione;

Antonia Assunta Paladino, medico-psicologa e, nel 1952, prima Sindaco donna della storia d'Italia;

Vittoria Martello, donna caritatevole che col suo impegno riuscì a fondare un ospizio per assistere le persone sole e malate, acquistando e cominciando a trasformare una struttura fatiscente che è oggi diventata la “Casa della Carità”, fiore all'occhiello della sanità calabrese;

Giuseppina Marzano, insegnante ed educatrice, sempre ricordata dall'intera generazione delle nostre nonne;

Clara De Franco, professoressa, poetessa e scrittrice, che si occupò per lunghi anni della nascita e della gestione dell'ospedale “Scillesi d'America”;

Rosa Imbesi, farmacista e chimica, donna apprezzata per la sua grande umanità e per il suo impagabile spirito di servizio nell'assistenza di tutta la comunità scillese.

Sei figure di donne, diverse tra loro, ma che proprio per questo rappresentano e completano al meglio quel variegato quadro costituito dalle “donne lavoratrici” che, pur mantenendo intatto il loro ruolo naturale e primario di madri,sorelle e mogli, non hanno esitato a mettere le loro capacità e il loro sapere a servizio del paese.

La proposta annunciata oggi, oltre a rendere un doveroso omaggio a queste importanti figure femminili, va a colmare una lacuna incredibile: in tutto il comune di Scilla non c'è una via, una strada, un vicolo, dedicato a una donna!

Le vie indicate nella proposta di intitolazione, sono le traverse che congiungono le parallele via Libertà e via Rinnovamento. Strade scelte non a caso, poiché estremamente indicative della lotta sostenuta dalle donne per vedere riconosciuta la loro completa autonomia e libertà in quanto esseri umani.

Libertà di poter esprimere secondo le loro naturali inclinazioni, il talento, l'intelligenza e le capacità, tutti strumenti che hanno consentito al nostro paese di rinnovarsi continuamente e di procedere ad ampi passi verso un progresso che però, dal punto di vista dell'effettiva parità dei diritti, è ancora lontano dal compiersi pienamente.

La proposta di intitolazione, dopo l'adozione delle relative delibere da parte degli organi comunali, passerà al vaglio definitivo della Prefettura, al fine di ottenere le autorizzazioni necessarie all'intitolazione delle strade.

 

Donne scillesiA completare il quadro di una giornata tutta al femminile, in serata, presso la “Casa della Carità”, è stata presentata una pubblicazione curata dal gruppo “Futuro Donna”, dal titolo emblematico: “Le donne scillesi nella società e nel lavoro”.

E' un viaggio nella storia recente di Scilla, potremmo dire parallelo e complementare a quello intrapreso nella descrizione dell'opera svolta dalle sei donne citate in precedenza.

Qui la storia viene ripercorsa in particolare attraverso una puntigliosa e ricca analisi delle diverse attività lavorative -il più delle volte semplici e umili, ma aventi una grande valenza economica- svolte dalle donne scillesi nel loro complesso, “donne che hanno saputo mettersi in gioco, entrando a far parte concretamente del mondo del lavoro, spianando la strada a tutte quelle che sarebbero venute dopo di loro”.

Non è solo un elogio -dovuto e meritato- ma è anche il ritratto, anche attraverso numerose immagini fotografiche d'epoca, di un'economia cittadina nella quale le donne hanno avuto  molteplici ruoli  fondamentali e strategici: non solo professoresse, giornaliste, sindaco, medico o farmacista, ma anche fornaie, ricamatrici, contadine, operaie nelle filande o nei cantieri, commercianti, artigiane.

Ma mentre quelle attività economiche di un tempo sono oramai scomparse, le donne scillesi hanno saputo migliorarsi, sfidando a viso aperto una realtà sociale come quella calabrese, per nulla facile e che, ancora oggi, non manca di dimostrare nel peggiore dei modi tutta la propria retrograda ostilità.

Le donne scillesi hanno combattuto e combattono con caparbietà, perseguendo legittimamente le loro aspirazioni, la loro voglia di successo e di affermazione personale, pienamente consapevoli di rivestire “un nuovo ruolo nella società, variegato e molteplice ma soprattutto a passo con i tempi”.

Una giornata dunque che non abbiamo timore di definire storica per Scilla che, grazie alle sue donne, non solo ha riscoperto il passato (molte volte colpevolmente dimenticato) e ciò che è stata, ma ha soprattutto preso coscienza di quello che potrà essere nel suo futuro.